scarica il file in pdf – Nigeria criminalità – parte prima – marzo 2026 – floris
Dalla Nigeria all’Europa: la dimensione transnazionale del narcotraffico e della tratta di esseri umani nelle reti criminali nigeriane.
PARTE PRIMA – Le origini e l’espansione dell’organizzazione criminale nigeriana.
Walter Floris
La nascita della criminalità organizzata nigeriana.
La nascita della criminalità organizzata nigeriana è relativamente recente e risale alla metà del secolo scorso. In quel periodo, nelle università della Nigeria, in particolare in quelle situate nell’area del Delta del Niger, ricca di risorse naturali, sorsero i cosiddetti cults, confraternite ispirate al modello americano. Queste organizzazioni avevano l’obiettivo di contrastare l’apartheid, il razzismo e ogni forma di violenza, promuovendo l’affermazione di valori morali elevati. La situazione del Paese, come vedremo, le ha trasformate in organizzazioni criminali.
Orbene, tra i nuovi attori del panorama criminale internazionale, emersi anche grazie agli effetti della globalizzazione economica e al suo orientamento neoliberista, rientra la criminalità nigeriana. Come accade per ogni organizzazione che opera su scala transnazionale, essa possiede caratteristiche specifiche connesse al contesto storico della sua nascita, alla dimensione culturale di riferimento, alla struttura organizzativa, alle attività, sia illegali sia formalmente lecite, che gestisce, nonché alle modalità con cui esercita il potere e intrattiene relazioni con altri gruppi criminali. Tali elementi costituiscono l’inizio del presente articolo, che intende analizzare più approfonditamente questo gruppo emergente, il quale ha individuato nell’Italia uno dei principali territori di espansione, nonostante la consolidata presenza di alcune tra le mafie storiche più radicate e influenti a livello globale.
In particolare, il sistema criminale nigeriano si inserisce in un ampio contesto culturale segnato da violenza e corruzione diffuse nel Paese, le cui radici affondano negli eventi storici che hanno caratterizzato la Nigeria[1] nel XX secolo. Sebbene tali dinamiche siano riconducibili in larga misura alla gestione dei regimi militari che hanno governato quasi ininterrottamente dal 1966 al 1999[2], per comprenderne pienamente le origini è necessario risalire ulteriormente nel tempo, al fine di individuare le prime manifestazioni di un ricorso sistematico alla violenza e alla corruzione che, insieme ad altri fattori socioeconomici emersi successivamente, ha costituito il terreno fertile per lo sviluppo di diverse forme di criminalità.
Non possono infatti essere trascurati gli effetti del periodo di colonizzazione britannica (1914-1960), durante il quale la decisione dei colonizzatori di costruire “una Nigeria” come Stato unitario, imponendo la convivenza forzata dei tre principali gruppi etnici, Hausa-Fulani, Igbo e Yoruba[3], e ridefinendo i confini delle rispettive aree di insediamento, ha ostacolato la formazione di un autentico sentimento nazionale e di lealtà verso lo Stato. Tale impostazione ha contribuito ad alimentare un orientamento antinazionalista che, dopo l’indipendenza, ha finito per legittimare pratiche di appropriazione indebita delle risorse federali da parte della classe politica.
Figura 1: la composizione etnica nigeriana, fonte https://www.treccani.it/enciclopedia/nigeria_%28Atlante-Geopolitico%29/
La mescolanza etnico-razziale di una così ampia e variegata pluralità di gruppi etnici, voluta dall’amministrazione britannica e formalizzata attraverso il provvedimento noto come Indirect Rule, ha reso i governanti locali meno responsabili nei confronti della popolazione. In molte aree del Paese, in particolare nelle regioni meridionali, tali autorità manifestavano infatti una marcata e preoccupante inclinazione verso pratiche corruttive.
La propensione alla corruzione si accentuò ulteriormente con il processo di decolonizzazione, in particolare durante le fasi dominate dai regimi militari saliti al potere attraverso ripetuti colpi di Stato (1966-1979 e 1983-1998)[4], nonché con l’ascesa dell’industria petrolifera negli anni Settanta. In quel periodo, numerosi imprenditori provenienti dai Paesi industrializzati si affrettarono a offrire tangenti ai ministri autorizzati a firmare contratti pubblici. Fu inoltre nell’epoca postcoloniale, e soprattutto con l’instaurarsi dei governi militari, che il fenomeno criminale conobbe un’ulteriore espansione e si consolidarono i legami tra le organizzazioni già attive in epoca coloniale e il nuovo potere politico.
La crescita della criminalità[5] fu anche il risultato di politiche economiche e culturali inefficaci adottate dai regimi militari, le quali determinarono il declino dell’economia agricola, un aumento significativo della disoccupazione e un progressivo disinvestimento nel sistema educativo, sia scolastico sia universitario. Ulteriori fattori che contribuirono a creare un contesto favorevole allo sviluppo della criminalità furono la guerra civile del 1967-1970 e la crisi economica degli anni Ottanta, successiva al boom petrolifero del decennio precedente. Il conflitto del Biafra ebbe origine dal tentativo di secessione delle regioni sudorientali abitate prevalentemente da Igbo, sostenute da Francia e Unione Sovietica, che si ritenevano marginalizzate dal governo federale a maggioranza islamica, appoggiato dal Regno Unito. La guerra rappresentò un’occasione di profitto e di diffusione della corruzione, costituendo anche un forte incentivo al contrabbando; in tale contesto, la tradizionale cultura del dono e dello scambio degenerò in una pratica diffusa di estorsione[6].
All’inizio degli anni Settanta la Nigeria riorientò il fulcro della propria economia verso la produzione e l’esportazione di petrolio, trascurando progressivamente altri settori, in particolare quello agricolo. Nel giro di un decennio, il Paese passò così da una condizione priva di risorse petrolifere a una situazione di totale dipendenza economica e politica da esse. Quando, agli inizi degli anni Ottanta, il prezzo del greggio subì un brusco crollo, la Nigeria precipitò in una grave crisi economica. In tale contesto, il Paese divenne epicentro di truffe valutarie rivolte a cittadini stranieri, teatro di problematiche legate al traffico di droga e alla povertà diffusa, nonché punto di origine di intensi flussi migratori internazionali[7], composti in larga parte da individui altamente istruiti che, in assenza di adeguate opportunità lavorative, furono costretti a cercare fortuna all’estero.
Nel ventennio precedente alla crisi petrolifera si era infatti assistito a una significativa espansione del sistema universitario, sia in termini numerici sia dimensionali, che aveva formato una generazione qualificata e ambiziosa, orientata verso posizioni professionali di prestigio che il mercato del lavoro nazionale non era tuttavia in grado di garantire. A testimonianza di tale squilibrio, si stima che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta la disoccupazione tra i laureati raggiungesse il 60%. Il periodo 1979-1983 rappresentò probabilmente una fase cruciale nell’integrazione dell’Africa occidentale nei circuiti globali della criminalità, poiché milioni di nigeriani emigrarono in cerca di occupazione, sia lecita sia illecita. Molti laureati, una volta all’estero, si dedicarono al traffico di droga per sopravvivere, mentre altri ricorsero a pratiche fraudolente già sperimentate nei contesti familiari di origine.
Figura 2: fonte https://www.limesonline.com/rivista/nigeriani-roma-immigrati-diaspore-africane-20635316/
In una società che, sin dall’epoca coloniale, ha mostrato una marcata aspirazione alla ricchezza e in cui le fratture interetniche hanno contribuito a rafforzare pratiche di corruzione e appropriazione indebita delle risorse pubbliche, si è inoltre assistito alla diffusione di società o culti segreti. Tali organizzazioni promettono ai propri membri prosperità economica, oltre a garantire status sociale e forme di sicurezza politica e collettiva. Le società segrete sono particolarmente numerose nelle regioni meridionali della Nigeria e si svilupparono originariamente come risposta alle esigenze di gruppi minoritari o marginalizzati.
Tra le principali società segrete presenti in Nigeria si possono citare il culto Ogboni, diffuso tra gli Yoruba nel sud-ovest del Paese; l’Ekpe, praticato dagli Efik nell’area sud-orientale; l’Owegbe presso gli Edo del Midwest; e l’Ekine nella regione del Delta. Tuttavia, soltanto due tipologie risultano direttamente coinvolte nella criminalità organizzata: le cosiddette società segrete orientate alla ricchezza, tra cui rientra il noto culto Yoruba degli Ogboni, e le società di stregoneria intoccabili (osu), sviluppatesi tra gli Igbo della Nigeria orientale.
Il culto degli Ogboni, riorganizzato intorno al 1930 come risposta dei membri dell’élite nigeriana alla loro esclusione dai club europei, riunisce figure appartenenti agli ambienti politici e finanziari del Paese. In origine, il culto svolgeva una funzione iniziatica, accompagnando i giovani nel passaggio all’età adulta nei villaggi in cui era presente. Con il tempo, tuttavia, le sue prerogative sembrano essersi ampliate fino a includere compiti di rilievo pubblico, come la possibilità di influenzare la nomina o la destituzione dei sovrani, grazie sia al prestigio socioeconomico dei suoi affiliati sia ai poteri soprannaturali loro attribuiti. L’attuale organizzazione Ogboni, pur non derivando direttamente dalla forma tradizionale del culto, ne ha ripreso modelli organizzativi e criteri di appartenenza, adattandoli alla difesa degli interessi delle élite locali[8].
I secret cults: da confraternite universitarie a gruppi criminali transnazionali.
Le confraternite o secret cult[9] nascono negli anni Cinquanta del XX secolo, in epoca coloniale, ispirandosi al modello delle fraternities e sororities nordamericane. Le prime confraternite, termine che richiama associazioni di carattere caritatevole o religioso, pur non avendo in realtà tali finalità, miravano a migliorare l’ambiente universitario abbattendo le barriere etniche, religiose e socio-economiche e a formare leader africani fieri della propria eredità e dello stile di vita nigeriano.
Tutti i secret cult condividono una medesima matrice: il fenomeno del cultismo sviluppatosi nei campus universitari nigeriani. Il termine inglese cult significa culto, setta, gruppo di persone unite dagli stessi riti e ideali[10] oppure piccolo gruppo caratterizzato da convinzioni religiose estreme, non riconducibile a una religione ufficialmente riconosciuta dallo Stato; esso indica inoltre un insieme di pratiche e credenze condivise da un gruppo in relazione a una divinità locale.
Dal termine cult deriva cultism, che designa un fenomeno diffuso in molte società, africane e non, ma che assume una particolare rilevanza in Nigeria, dove quasi tutti i gruppi etnici risultano legati a un cult. I cults sono dunque organizzazioni chiuse, fondate su un’ideologia esclusiva e ammantata di sacralità, accompagnata dall’impiego di rituali e simboli esclusivi finalizzati a invocare poteri sovrannaturali e misteriosi dai quali essere guidati e protetti. Nei secret cult, gli adepti sono studenti universitari appartenenti a qualsiasi classe sociale e l’accesso ai cult, non segue criteri ereditari.
Il primo secret cult fu fondato nel 1953: i Pyrates (o National Association of Seadogs), istituiti presso l’University College di Ibadan, allora affiliato all’Università di Londra. L’Università di Ibadan, prima del Paese, rappresentava negli anni Cinquanta un fondamentale centro intellettuale. Promotore della Pyrates Confraternity fu Wole Soyinka[11], futuro primo premio Nobel africano, che, insieme ad altri sei studenti, noti come G7 o “Magnifici Sette”, diede vita al gruppo. I Pyrates intendevano creare una confraternita ispirata al credo piratesco dell’Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson, opponendosi alle convenzioni dominanti e alle élite filo-coloniali che controllavano la vita del campus.
Soyinka fu eletto primo “capitano” con il nome di “Captain Blood”; il simbolo del gruppo era il teschio con le ossa incrociate e i membri indossavano costumi pirateschi. L’adozione di tali abiti consentiva di «manifestare il proprio sentimento anticoloniale», mentre l’assunzione di nomi pirateschi permetteva di «superare le appartenenze etniche e religiose legate ai nomi di nascita».
Tra il 1971 e il 1972, a seguito di contrasti interni ai Pyrates, alcuni membri abbandonarono, o furono espulsi, dal gruppo e fondarono un secret cult rivale: la Confraternita dei Buccaneers, nota anche come National Association of Sea Lords. Già nel 1965, tuttavia, era nato il primo gruppo antagonista dei Pyrates, quello degli Eiye, che nel 1969 diede vita alla Supreme Eiye Confraternity (National Association of Airlords). È proprio in questi anni che il fenomeno del cultismo universitario iniziò a espandersi in altri Stati e atenei del Sud della Nigeria[12]. In questa fase, precisamente nel 1977, presso l’Università del Benin, nello Stato di Edo, venne fondato il Neo Black Movement of Africa, conosciuto anche come Black Axe, ispirato agli ideali del panafricanismo e della tutela dei diritti delle persone nere, ripresi dal movimento anti-apartheid.
Alla fine degli anni Settanta, però, cominciarono a emergere confraternite con un esplicito orientamento criminale, impegnate in scontri per la supremazia[13]. La Family Confraternity, nota anche come “mafia del campus” (Campus Mafia), fu fondata nel 1979 presso l’Università di Ile-Ife. Nel 1983, invece, all’Università di Calabar venne istituita la Confraternita dei Klansmen.
Nel 1984, inoltre, la Supreme Vikings Confraternity venne fondata da un ex membro dei Buccaneers presso l’Università di Port Harcourt.
Di fronte a questa progressiva deriva criminale delle confraternite, caratterizzata da rituali di iniziazione sempre più violenti e da una crescente segretezza di stampo settario, la confraternità originaria dei Pyrates decise nel 1984 di interrompere ogni attività nei campus nigeriani, per evitare di essere associata ai gruppi che avevano ormai assunto un’impronta marcatamente delinquenziale. La leadership dei Pyrates scelse comunque di garantire una forma di continuità al movimento attraverso la creazione della National Association of Seadogs[14].
Negli anni Novanta il numero delle confraternite nel Sud della Nigeria aumentò ulteriormente. La loro diffusione prevalente nelle università meridionali è legata al fatto che tali aree, diversamente da quelle settentrionali, vantano una radicata tradizione di società iniziatiche. In quel periodo si affermarono anche confraternite femminili, tra cui le più note sono le Black Braziers, le Amazons, le Jezebels e le White Pants.
Per comprendere la svolta violenta e criminale delle confraternite, ossia la loro degenerazione da confraternita a setta è necessario ampliare l’analisi oltre il contesto universitario e richiamare il quadro politico della Nigeria nel XX secolo delineato nelle pagine precedenti.
Come già evidenziato, gli anni dei regimi militari (1966-1979 e 1983-1998), periodo che comprende anche la guerra del Biafra (1967-1970) e l’impatto della crisi petrolifera a partire dalla fine degli anni Settanta, furono segnati dalla progressiva affermazione di una diffusa cultura della violenza. Tale clima fu alimentato dal susseguirsi di colpi di Stato, da omicidi politici, dalla proliferazione di milizie etniche e dalla profonda erosione dei valori tradizionali della famiglia.
Una volta instauratisi al potere, i governi militari considerarono le organizzazioni studentesche politicamente attive come una potenziale minaccia alla stabilità del proprio dominio. Per questo motivo, optarono per la cooptazione delle confraternite al fine di neutralizzare tale rischio, una strategia, peraltro, impiegata all’epoca anche dalle amministrazioni universitarie per contenere proteste e dissensi studenteschi, favorendo così un loro progressivo slittamento verso pratiche sempre più violente.
La trasformazione in senso criminale dei secret cult, caratterizzata dal progressivo spostamento dall’ambiente universitario al contesto urbano e da un ampio ricorso alla violenza, si tradusse nella commissione di reati quali rapine, estorsioni, omicidi e aggressioni sessuali utilizzate come strumento di ritorsione[15].
Secondo quanto riportato in un rapporto informativo delle Nazioni Unite del 2007, le violenze perpetrate dai secret cult contro i membri di confraternite rivali provocarono, in quegli anni, la morte di centinaia di persone nel corso di sanguinosi scontri per la conquista della supremazia.
Nel 2001 il Governo federale nigeriano ha promulgato il Secret Cult and Secret Society Prohibition Bill, una normativa volta a contrastare il fenomeno criminale dei cult. Tale legge ha previsto come “reato costituzionale” la fondazione o la partecipazione a qualsiasi attività riconducibile ai secret cult.
Figura 3: distribuzione delle principali confraternite, nelle università nigeriane.
| Legenda | |
| Pyrates, Bucaneers e Eiye – Università di Ibadan – | |
| Confraternita Blak Axe – Università di Benin – | |
| Confraternita The family – Università di Ile-Ife – | |
| Confraternita Klansmen – Università Calabar – | |
| Confraternita Supreme Vikings – Università di Port Harcourt – | |
| Victor Charlie Boys – River State Università di Scienze e Tecnologia – | |
| Black Berets – Enugu State Università di Scienze e Tecnologia – | |
Assetti organizzativi e strutturali dei secret cults.
I cults o confraternite sono organizzati in maniera gerarchica, con ruoli e responsabilità chiaramente definiti, nonché regole precise per l’assegnazione degli incarichi e l’elezione dei propri leader[16]. La loro struttura ricorda quella militare, regolata da codici interni e da complessi riti di iniziazione per i nuovi membri. Spesso, questi ultimi vengono reclutati coattivamente e in caso di resistenza possono essere minacciati o subire ritorsioni, talvolta anche verso i familiari rimasti in patria; in alcuni casi, come per i Black Axe, i candidati devono essere presentati per accedere al gruppo.
I rituali di affiliazione alle confraternite, pur basandosi su pratiche magico-religiose di origine tribale, prevedono prove violente, come pestaggi ripetuti, frustate[17] come dimostrazione di coraggio e il consumo di bevande miste a sangue, acqua, alcool e altre sostanze. I nuovi membri, così come gli affiliati già presenti, devono inoltre versare una quota che serve a sostenere le famiglie dei confratelli detenuti[18]. Le indagini della polizia giudiziaria hanno evidenziato che i vertici nazionali di queste organizzazioni sono in contatto con le rispettive cellule operanti in altri Paesi europei e in Nigeria.
Questi gruppi sono responsabili di numerosi reati e di episodi criminali particolarmente gravi. Col tempo, i cults si sono trasformati in vere e proprie holding criminali, caratterizzate da attività diversificate grazie alla flessibilità organizzativa, che permette loro di acquisire posizioni di rilievo in ogni settore di interesse illecito.
Le principali associazioni “cultiste”, presenti anche a livello nazionale, includono la Supreme Eiye Confraternity, la Black Axe Confraternity, i Maphite e i Vikings o Arobaga, quest’ultimi composti da membri molto giovani e aggressivi.
Per quanto riguarda il cult Black Axe, l’organizzazione è articolata su più livelli gerarchici, con ruoli chiaramente definiti. Il controllo dei continenti in cui il cult opera è affidato a un organismo denominato Regione, mentre il vertice nazionale di ciascun Paese estero dove il secret cult è presente è rappresentato dalla Zone. La gestione delle singole città è affidata al forum. Tutti gli organismi territoriali fanno riferimento a un unico capo basato in Nigeria, che nomina l’Head di ciascuna Zone, fungendo da vero e proprio leader locale.
Questa struttura presiede i leader di zona che gestiscono le operazioni in aree geografiche specifiche. Si stima che ci siano 60 zone che coprono ogni grande municipalità nigeriana. A livello internazionale, si ritiene che ci siano 6 zone in Nord America, 2 in Sud America, 7 in Asia, 16 in Europa e 4 in Africa. Le zone internazionali sono talvolta organizzate per paese, altre volte per città.
Il National Head rappresenta la massima carica nazionale nei Paesi di espansione del cult ed è in costante contatto con il vertice nigeriano e con i rappresentanti più autorevoli delle altre articolazioni nazionali e internazionali. La seconda carica della Zone è lo Spiritual, coinvolto nelle procedure disciplinari anche per moderarne la severità. La terza carica formale è il Chama Black Axe, Presidente del Consiglio dei Saggi, composto da 6-7 membri chiamati Epa, che prendono decisioni sulle questioni più importanti dell’organizzazione, inclusa la selezione dei nuovi affiliati. La quarta carica è il Ministro della Difesa nazionale, responsabile delle operazioni violente e a capo dei butchers o sluggers, coinvolti in spedizioni punitive locali.
Figura 4: fonte https://africacenter.org/spotlight/black-axe-nigeria-transnational-organized-crime/
Altri ruoli comprendono il Cif Asa (gestione della cassa del cult), il Cif Eye (sicurezza delle riunioni) e il Cif Cryer (informazioni). A livello cittadino vi sono i capi locali, detti Lord, responsabili del reclutamento dei nuovi membri, insieme al Ministro della Difesa locale e al Priest, seconda autorità dei direttivi locali.
L’organizzazione degli Eiye, presenta anch’essa una struttura gerarchica, sebbene più orizzontale rispetto a quella dei Black Axe. Alla guida nazionale di ciascun Paese estero vi è il World Ibaka (o Ebaka), in contatto con la casa madre nigeriana. L’aviary (voliera) è suddivisa in sezioni locali, i nest, ciascuna guidata da un Flying Ibaka (The Eye). Gli Ibaka sono eletti ogni due o tre anni dai membri più influenti, ossia gli ex Ibaka e gli Ostrich, che fungono da vice dell’Ibaka, eseguendo le sue direttive e sostituendolo in sua assenza.
Il nest dispone di sei cariche principali: l’Infantry o Nightingale (segretario del consiglio e difensore dei membri), l’Eagle (capo dei picchiatori, responsabile delle punizioni), il Woodpecker (tesoriere, raccoglie le quote associative), il Parrot (informazioni sulle riunioni e ruolo cerimoniale), e la Dove (responsabile dei “servizi segreti” del nest, osserva e riferisce direttamente all’Ibaka). In ogni città vi sono da tre a cinque Dove, tra cui lo Special Dove, incaricato della protezione dell’Ebaka[19].
Il Flight Commandant si occupa dell’organizzazione logistica delle riunioni e degli eventi del direttivo, predisponendo anche la bevanda tradizionale degli Eiye, composta da whisky, vino, pepe, cipolla e succo d’ananas.
Analogamente ai Black Axe e agli Eiye, anche i Maphite presentano una struttura gerarchica, articolata in organi collegiali e cariche cui corrispondono specifiche attribuzioni all’interno dell’organizzazione. A tali organi spetta il coordinamento delle attività illecite e la vigilanza sul rispetto delle rigide regole interne. Dalle dichiarazioni rese da collaboratori nell’ambito di indagini svolte in Italia emerge che la struttura del cult è sostanzialmente analoga sia in Nigeria sia all’estero. In entrambi i contesti si distinguono due sezioni: una con funzioni operative e l’altra con compiti consultivi e di controllo.
Per quanto riguarda l’organizzazione dei Maphite, presente in Italia, è strutturata in quattro famiglie: la famiglia “Latino”, che opera in Lombardia, Piemonte e Liguria; la famiglia “Vaticana”, attiva in Emilia-Romagna con ramificazioni nelle Marche e in Toscana; la “Roma Empire”, con base a Roma e attività nel Lazio, oltre a propaggini in Abruzzo, Campania e Calabria; e infine la famiglia “Light House of Sicily”, stabile in Sicilia e presente anche in Sardegna. Sono organizzate in forum o in famiglie, che si differenziano per numero di affiliati e consistenza economica. Un forum deve contare almeno 250 membri e disporre di un fondo minimo di 250.000 euro derivante dalle contribuzioni interne. La trasformazione in famiglia richiede invece almeno mille affiliati e un budget di un milione di euro. In ogni caso, è necessario il riconoscimento della casa madre, nello specifico del Supreme Maphite Council. Presumibilmente simile anche negli altri Paesi in cui i Maphite sono presenti, le due sezioni sono il Don In Council (D.I.C.) e il Council of Professors (C.O.P.). Il D.I.C., ossia il “Consiglio dei Don” (dei Capi[20]), costituisce l’organo esecutivo ed è composto dal Don (capo), dal Deputy Don (vice), dal Checker (tesoriere), dal Chief Officer o Chief O (Ministro della Difesa, formato da più membri e responsabile anche della gestione delle armi) e dal Fire, incaricato di raccogliere informazioni utili e diffondere comunicazioni interne.
Il C.O.P., con funzione consultiva, affianca il D.I.C. ed è composto dai membri di status più elevato. La sua struttura richiama quella del Supreme Maphite Council in Nigeria, organo consultivo formato dai membri più anziani, tra i quali figurerebbero ancora alcuni dei fondatori del cult negli anni Settanta. A capo del C.O.P. vi è il Chair Man, che deve aver ricoperto in passato il ruolo di Don.
Un ulteriore organo collegiale è il Coordinator in Council (C.L.C.), che rappresenta il braccio operativo del D.I.C., con il compito di raccogliere informazioni per l’organo esecutivo. Al suo interno si distinguono diverse cariche: il Coordinator (CO), il Deputy Coordinator (D.C.), lo Chief O, articolato in Chief 01, Chief 02 e Chief 03, responsabili della difesa, il Fire (composto da tre membri e anch’esso con funzioni difensive) e il Checker. Con riferimento ai rapporti tra la sede centrale in Nigeria e le diramazioni estere, le indagini condotte in Italia hanno evidenziato che le cellule operative fuori dal territorio nigeriano godono di ampia autonomia gestionale e organizzativa. La struttura originaria fornisce principalmente un “modello” operativo e strutturale e procede al riconoscimento formale delle nuove articolazioni, senza tuttavia interferire nelle loro decisioni o nel loro funzionamento.
Più che esercitare un ruolo di “madre”, essa sembrerebbe assumere quello di “fratello maggiore”, in un rapporto di cooperazione che non limita l’autonomia né la sopravvivenza delle cellule in caso di eventuale separazione dall’organizzazione primigenia.
Analogamente agli altri secret cult, anche i Vikings presentano una struttura fortemente gerarchica. Al vertice della cellula italiana si colloca l’F.F., acronimo che indica “colui che ha l’ultima parola”. È l’F.F. a nominare i responsabili locali, definiti “numero 1” o Executioner.
Nell’organigramma dei Vikings figurano inoltre gli incaricati della difesa, ossia coloro che ricorrono alla violenza fisica e all’uso di armi per tutelare gli interessi del cult. A capo dei picchiatori, detti bucha o Skull Guards, vi è lo Chief Bucha. Si distinguono tre tipologie di Chief Bucha: il primo affianca l’Executioner ed è pronto a uccidere su suo ordine; il secondo resta al fianco dell’Executioner mentre il primo Skull Guard verifica l’assenza di pericoli; il terzo ha il compito di raggiungere le vittime presso la loro abitazione per compiere l’omicidio.
L’F. F., l’Executioner e gli Skull Guards rappresentano le figure apicali della gerarchia dei Vikings e sono considerati “intoccabili” e se qualcuno degli altri gruppi fa del male a queste figure apicali ne consegue sicuramente la guerra.
Il Duffman, su disposizione dell’Executioner, si occupa di punire chi diserta le riunioni, arriva in ritardo o viola le regole interne. Anche i Vikings dispongono di un proprio apparato informativo, composto dagli Spyer, incaricati di raccogliere notizie sulle attività dei cult rivali, sia per prevenire eventuali attacchi sia per pianificare offensive.
I membri privi di incarichi specifici, tenuti a eseguire gli ordini dell’F.F., dell’Executioner o degli Skull Guards, sono denominati floor member. Un floor member che si distingua per aggressività e determinazione nella difesa del gruppo può avanzare nella gerarchia, assumendo il ruolo di Skull Guard o persino di Executioner.
In buona sostanza, i secret cults si presentano dunque come gruppi criminali in perenne conflitto tra loro per ottenere la supremazia territoriale. Il loro fine è il consolidamento di una posizione di dominio sul territorio e sul mercato criminale di riferimento e altresì il conseguimento di elevati profitti economici, in parte reinvestiti nell’acquisto di beni necessari all’ulteriore commissione di reati.
L’espansione della criminalità nigeriana nel mondo.
Nel panorama internazionale della criminalità organizzata, i gruppi nigeriani rappresentano una realtà peculiare, sia per la loro diffusione in tutti e cinque i continenti sia per la varietà delle attività illecite svolte[21]. Con specifico riferimento ai secret cult menzionati ampiamente nei precedenti paragrafi, si sottolinea proprio la loro estesa proiezione internazionale, attribuendola alla volontà di perseguire denaro e potere attraverso attività criminali condotte soprattutto a livello globale.
L’espansione della criminalità nigeriana a livello internazionale, incentivata dai processi di globalizzazione economica, ha avuto inizio negli anni Ottanta come conseguenza della crisi petrolifera che ha investito il Paese e che ha alimentato i flussi migratori verso l’estero. La diaspora nigeriana ha interessato anche numerosi giovani laureati, molti dei quali durante gli anni dell’esperienza in accademia erano entrati a far parte delle confraternite universitarie degli atenei del Sud della Nigeria ed erano stati i protagonisti della loro degenerazione violenta nel periodo della crisi socio-politico-culturale che si è abbattuta sul Paese[22].
Essi, pertanto, hanno portato con sé quel bagaglio di abilità criminali a cui erano stati modellati negli anni dell’attivismo nelle confraternite all’interno delle università nigeriane, cimentandosi sin da subito nel commercio di sostanze stupefacenti e nel sistema delle frodi grazie alla messa a frutto di quell’acume imprenditoriale che da sempre ha rappresentato un tratto distintivo del popolo nigeriano[23]. Per quanto concerne l’Africa, significativo è l’impatto della criminalità nigeriana nel settore della droga in Sud Africa dove, dopo l’arrivo dei nigeriani, il tradizionale mercato di marijuana e mandrax ha subito una contrazione a vantaggio di quello di eroina e cocaina. Guinea-Bissau, Nigeria e altri paesi dell’Africa occidentale sono i perni dei traffici di droga provenienti dal Sudamerica verso l’Europa.
Come già accennato, il sistema criminale nigeriano è coinvolto in numerose attività illegali, oltre alla tratta di esseri umani. Per quanto riguarda il traffico di droga, l’affermazione dei gruppi nigeriani non è stata affatto scontata. Come evidenziano diversi studiosi, a eccezione della presenza di coltivazioni di cannabis, la Nigeria non è mai stata storicamente un luogo di produzione di sostanze stupefacenti[24]. Nonostante ciò, fin dai primi anni Ottanta la criminalità organizzata nigeriana è riuscita a inserirsi nel mercato con notevole rapidità.
Progressivamente questi gruppi hanno assunto il controllo di una quota rilevante dei traffici che attraversano il Golfo di Guinea, esportando cocaina ed eroina verso varie aree del mondo. La posizione geografica strategica del paese e le consolidate collaborazioni con importanti cartelli della droga stranieri hanno infatti favorito la crescente affermazione delle reti criminali nigeriane nel narcotraffico internazionale.
Attraverso l’utilizzo di corrieri-ovulatori, le diverse cellule riescono oggi a movimentare grandi quantità di stupefacenti diretti soprattutto ai mercati europei e statunitensi. La tecnica del cosiddetto trasporto “a pioggia” o “a grappolo”, introdotta dai narcotrafficanti nigeriani già negli anni Ottanta, permette di suddividere il rischio tra più corrieri, garantendo che gran parte del carico arrivi comunque a destinazione anche nel caso di arresto, o, data la pericolosità del metodo, di morte, di uno o più ovulatori[25].
Le grandi reti del narcotraffico hanno potuto svilupparsi con facilità in Africa grazie a diversi fattori strutturali, in gran parte collegati alla debolezza degli apparati statali.
In Europa, oltre all’Italia, sono diversi i Paesi in cui questa criminalità di origine africana ha messo radici. Nel Regno Unito, dove è presente almeno dagli anni Settanta, è dedita al traffico di stupefacenti e alle frodi finanziarie. Queste ultime inciderebbero sul sistema economico britannico per almeno seicento milioni di sterline l’anno. In Francia i cult risultano attivi nel traffico di stupefacenti e vi sarebbero anche elementi di coinvolgimento nello sfruttamento della prostituzione. In particolare, la presenza della criminalità nigeriana appare significativa a Marsiglia[26], dove i secret cult, soprattutto Eiye e Arobaga, avrebbero instaurato rapporti d’affari con gruppi locali dediti al narcotraffico. In Spagna, la presenza dei secret cult era stata già segnalata nel 2007 in alcune aree del Paese.
In Svizzera, secondo quanto riferito dalle autorità investigative elvetiche, la criminalità nigeriana rappresenterebbe il gruppo predominante. In Germania, nella Repubblica Ceca e in Austria, invece, i secret cult sono ritenuti una minaccia in costante crescita[27].
Come si avrà modo di argomentare in seguito, con riferimento al panorama italiano, il controllo esercitato dai secret cult è un controllo principalmente sulla comunità nazionale di appartenenza e non del territorio tradizionalmente inteso (fatta eccezione di alcune zone metropolitane). Tale “formula” di esercizio del controllo del “territorio” costituisce, paradossalmente, un punto di forza delle organizzazioni criminali nigeriane e ne facilita il radicamento ad ampio raggio, in Europa come anche altrove.
Il radicamento della comunità nigeriana nel nostro Paese.
L’Italia rappresenta da oltre trent’anni uno dei principali Paesi interessati dall’espansione della criminalità nigeriana. Pur avendo avuto origine negli anni Ottanta, la comunità nigeriana ha conosciuto un incremento significativo nella seconda metà degli anni Duemila, secondo un modello di crescita comune ad altre collettività migranti: inizialmente caratterizzato da ingressi irregolari, seguiti successivamente da processi di regolarizzazione. Circa il 70-80% dei migranti nigeriani diretti in Italia proviene dallo Stato di Edo, mentre la restante quota arriva da altri Stati del Sud del Paese. Questa distribuzione geografica, così come la composizione interna dei sottogruppi nazionali (Edo e Bini, Igbo e Yoruba), è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi anni e riflette anche l’appartenenza delle vittime delle diverse forme di sfruttamento messe in atto dalla criminalità nigeriana.
I cittadini nigeriani costituiscono la tredicesima comunità non europea per numero di residenti regolarmente soggiornanti nel nostro Paese: al 1° gennaio 2023 risultano essere 99.630, pari al 2,7% del totale dei cittadini non comunitari presenti in Italia.[28].
Figura 5: distribuzione della popolazione nigeriana regolarmente soggiornante in Italia. Dati 1° gennaio 2023. Fonte: Elaborazione Area SpINT di Anpal Servizi su dati ISTAT.
Si tratta della comunità nigeriana più numerosa dell’Unione Europea, seguita da quella residente in Germania e in Spagna. Il 57,8% dei cittadini nigeriani residenti in Italia è concentrato nelle regioni del Nord, in particolare in Emilia-Romagna, che ospita il 14,2% della comunità africana a fronte di circa l’11% del totale dei cittadini non comunitari, in Lombardia, tornata nel 2022 seconda regione per numero di presenze nigeriane, con il 13,8%, e in Veneto, che accoglie il 13% della collettività.
La popolazione nigeriana si distingue inoltre per una presenza superiore alla media nelle regioni meridionali: qui ha richiesto o rinnovato il permesso di soggiorno il 19,6% della comunità, rispetto al 15,3% registrato complessivamente tra i cittadini non comunitari. Le concentrazioni più rilevanti si riscontrano in Campania (5,7%) e in Puglia (4,5%).
Nel confronto con l’insieme della popolazione extraeuropea presente in Italia, la comunità nigeriana appare meno equilibrata dal punto di vista della distribuzione di genere: le donne rappresentano il 45,3%, mentre gli uomini costituiscono il 54,7%. Nonostante ciò, essa si colloca al quint’ultimo posto tra le principali collettività extraeuropee per minor divario di genere (9,3%). Sia l’equilibrio tra uomini e donne sia la distribuzione per fasce d’età costituiscono indicatori significativi del livello di integrazione di una comunità, poiché riflettono una maggiore stabilità demografica, spesso connessa ai ricongiungimenti familiari e alla natalità.
Nel dettaglio, la quota di under 30 all’interno della comunità nigeriana raggiunge il 48,3%, a fronte del 37,1% rilevato sull’insieme dei non comunitari e del 26,7% della popolazione italiana. L’età media si attesta a 29 anni, mentre per il complesso della popolazione extra-UE è pari a 35,8 anni. Particolarmente significativa è la presenza di minori che, con un’incidenza del 27%, costituiscono la fascia d’età prevalente nella collettività in esame (contro il 20,6% registrato tra i non comunitari nel loro complesso). La comunità nigeriana si colloca infatti al secondo posto, tra le principali collettività non comunitarie, per maggiore percentuale di minori. Tale rilevante presenza di giovani e giovanissimi è riconducibile alle caratteristiche dei flussi migratori nigeriani, che vedono soprattutto giovani single tra i primi a intraprendere il percorso migratorio.
Figura 6: caratteristiche sociodemografiche e indicatori di stabilizzazione. Fonte Istat[29].
Inferiore alla media risulta invece la quota di over 50, che rappresentano circa l’8% della comunità, rispetto al 23,5% rilevato sull’insieme dei non comunitari. Anche questo dato va interpretato alla luce della relativa recente presenza della collettività africana in Italia, sia dal punto di vista storico sia anagrafico, considerando che i percorsi migratori vengono raramente avviati in età più avanzata. Un elemento rilevante per la comunità riguarda la presenza dei minori stranieri non accompagnati[30] (MSNA). Al 31 dicembre 2023[31], la Nigeria si colloca al ventitreesimo posto tra i Paesi di provenienza, con 100 minori, pari allo 0,4% del totale dei MSNA presenti in Italia.
Si tratta prevalentemente di maschi (70%) e, nella maggior parte dei casi, di adolescenti prossimi alla maggiore età: il 55% dei minori nigeriani non accompagnati ha infatti 17 anni. È inoltre significativo l’incremento registrato rispetto all’anno precedente: il numero dei MSNA nigeriani è cresciuto del 12,4%, a fronte di un aumento complessivo del 15,6%.
In un confronto con la popolazione extra europea presente in Italia, la collettività nigeriana risulta meno equilibrata sotto il profilo del genere; le donne rappresentano difatti il 45,3% e gli uomini il restante 54,7%. La collettività risulta comunque quint’ultima, tra le principali extra europee, per il più basso grado di squilibrio di genere, il 9,3%[32]. Sia l’equilibrio della composizione per genere che la distribuzione della popolazione per classi d’età sono importanti segnali di integrazione di una comunità nel territorio in quanto indicano una situazione di maggiore stabilità demografica legata ai ricongiungimenti familiari e alle nascite.
Figura 7: distribuzione per classe d’età e genere dei cittadini regolarmente presenti appartenenti alla comunità, al totale stranieri non comunitari e al totale degli italiani (v.%). Dati al 1° gennaio 2023 Fonte: Fonte: Elaborazione Area SpINT di Sviluppo Lavoro Italia su dati ISTAT.
La Figura 7 evidenzia come sia la popolazione non comunitaria nel suo complesso sia la comunità nigeriana residente in Italia presentino una distribuzione per età decisamente più equilibrata rispetto a quella della popolazione italiana. In particolare, emerge una maggiore incidenza delle fasce in età lavorativa, elemento che sottolinea il contributo positivo della presenza straniera rispetto alla crisi demografica che interessa il Paese, destinata a determinare un progressivo squilibrio nel rapporto tra giovani e anziani a vantaggio di questi ultimi, con rilevanti conseguenze sul piano economico e sociale[33].
Figura 8: nuovi permessi di soggiorno rilasciati nel 2022 per motivazione e cittadinanza. V.% e variazione 2022/2021. Fonte: Elaborazione Area SpINT di Sviluppo Lavoro Italia su dati Istat-Ministero dell’Interno.
Nel 2022, il motivo predominante di ingresso per i cittadini nigeriani è stato il ricongiungimento familiare, rappresentando oltre due quinti (40,5%) dei nuovi permessi rilasciati. La comunità nigeriana si colloca in decima posizione, tra le principali non comunitarie, per quota di ingressi legati ai motivi familiari. Peraltro, rispetto al 2021 gli ingressi per motivi familiari hanno subito un incremento del +5,8%, a fronte del più contenuto +2,7% relativo alla popolazione extra UE nel complesso.
Tra gli ingressi per motivi familiari, oltre quattro quinti riguardavano minori: si tratta di 3.099 soggetti, pari al 76,3% degli under 18 entrati nello stesso periodo. Il ricongiungimento familiare può essere considerato un indicatore sociostatistico particolarmente rilevante del livello di integrazione di un individuo nella società di accoglienza, poiché segnala il radicamento della sua presenza sul territorio. La possibilità di soddisfare i requisiti previsti per il ricongiungimento, come la dimostrazione di adeguate condizioni economiche e abitative, rappresenta infatti un indice del grado di stabilità e adattamento raggiunto nella realtà ospitante. Di conseguenza, l’esame dei dati relativi ai ricongiungimenti familiari offre elementi utili per comprendere le dinamiche dei processi di integrazione sociale. I dati relativi alle diverse tipologie di permesso di soggiorno confermano che il processo di stabilizzazione della comunità è ancora in evoluzione. Al 1° gennaio 2023, i titolari di permesso di lungo periodo rappresentano il 36,1% del totale, una percentuale inferiore di 24 punti rispetto a quella registrata complessivamente tra i cittadini non comunitari.
Rispetto all’anno precedente, la quota dei lungosoggiornanti risulta in calo del 2,2%, dinamica riconducibile soprattutto all’aumento dei nuovi rilasci di permessi di soggiorno, che ha determinato una maggiore incidenza dei titoli a termine, soggetti a rinnovo. La ricerca di condizioni economiche più favorevoli costituisce spesso una delle principali motivazioni alla base dei processi migratori. In tale contesto, il lavoro riveste un ruolo centrale, come dimostra la presenza consistente e in crescita dei lavoratori stranieri nel mercato occupazionale italiano. L’attività lavorativa non solo assicura mezzi di sussistenza adeguati, ma rappresenta anche un elemento chiave nei percorsi di integrazione, incidendo sulla costruzione dell’identità personale e sull’autonomia individuale. Inoltre, consente di sviluppare reti relazionali e di ottenere, nonché mantenere, un regolare titolo di soggiorno. Di conseguenza, l’analisi delle dinamiche occupazionali dei migranti offre indicazioni rilevanti sui loro processi di inserimento sociale.
Il profilo più diffuso, pur non esclusivo, tra gli occupati nigeriani è quello maschile, con impiego prevalente in mansioni manuali non qualificate nei settori dei trasporti e servizi alle imprese, dell’industria e del commercio. Gli indicatori occupazionali riferiti alla comunità nigeriana mostrano un miglioramento nel 2022, pur rimanendo inferiori rispetto a quelli registrati per l’insieme dei cittadini non comunitari. Il tasso di occupazione si attesta al 50% (contro il 59,2% del totale extra UE), mentre il tasso di disoccupazione raggiunge il 24,6% (a fronte del 12% complessivo). La quota di inattivi tra i 15 e i 64 anni è pari al 33,9%, leggermente superiore al 32,7% rilevato per l’insieme dei non comunitari.
Nonostante tra i cittadini nigeriani residenti in Italia si registri un equilibrio di genere relativamente più accentuato, il tasso di occupazione femminile all’interno della comunità si attesta al 36,3%. Se si considera l’insieme della popolazione non comunitaria, la quota di donne occupate risulta solo lievemente superiore, pari al 37%.
La criminalità nigeriana ed i traffici illeciti.
Sebbene tale presenza sia inizialmente connessa ai flussi migratori provenienti dalla Nigeria a partire dai primi anni Ottanta, nel tempo questa forma di criminalità straniera ha assunto dimensioni più rilevanti, anche grazie al coinvolgimento di soggetti criminali formatisi nel contesto del Paese ospitante[34]. Come evidenziato da diverse esperienze di espansione di organizzazioni criminali, comprese quelle di stampo mafioso, si pensi a Cosa Nostra negli Stati Uniti[35], i gruppi criminali di origine straniera tendono a svilupparsi all’interno della propria comunità di riferimento nel nuovo territorio di insediamento[36]. Tale comunità svolge infatti una funzione di “mimetizzazione sociale”, costituisce un serbatoio di reclutamento e rappresenta un ambito di «sperimentazione di più ampie pratiche di controllo sociale. Per questo motivo, è opportuno soffermarsi sulla comunità nigeriana presente in Italia.
La criminalità nigeriana è caratterizzata da un forte associativismo, in cui interagiscono diversi centri di interesse, professionali, etnici, universitari, religiosi, settari, sportivi e umanitari, che in alcuni casi assumono caratteristiche tipicamente “mafiose”. Le attività illecite sono supportate, in modo strumentale e funzionale, da network anch’essi criminogeni, pur se legati a lobby, matrici etnico-religiose o centri di potere trasversali. La presenza di rappresentanze e associazioni dimostra come le comunità straniere abbiano raggiunto un significativo radicamento strutturale e un’integrazione pianificata nei Paesi ospitanti, offrendo opportunità concrete di evoluzione criminale.
Il livello di organizzazione associativa definisce contorni di gruppi orizzontali e flessibili, altamente competitivi nel traffico di stupefacenti e dediti allo sfruttamento dei propri connazionali[37], impiegando pratiche intimidatorie basate sulla violenza e sul potere di soggiogamento.
Accanto a bande aggressive, legittimate da organizzazioni radicate nella madrepatria, come gli Eiye e i Black Axe, si sviluppano articolazioni più solide, vere e proprie holding criminali, organizzate secondo logiche simili a quelle delle società moderne, caratterizzate da:
- multisettorialità degli affari, resa possibile dalla flessibilità del modello organizzativo, che permette di operare in ogni segmento redditizio del mercato globale;
- diffusione delle cellule, che creano un network intercontinentale con nodi locali relativamente autonomi, ma coordinati dalle lobby che gestiscono i traffici;
- elevata capacità di condividere obiettivi transnazionali senza accentuare la competitività interna;
- uso mirato della violenza, finalizzato a evitare allarme sociale.
Di conseguenza, i gruppi nigeriani operano sia orizzontalmente, come snodi di una rete criminale indipendente, sia verticalmente, all’interno di strutture associative gerarchiche di tipo mafioso[38].
I gruppi di criminalità organizzata nigeriana[39] operano a livello internazionale, concentrandosi principalmente sul traffico di stupefacenti, sullo smuggling e sul trafficking, nonché sulle truffe. Ogni gruppo presenta una propria specializzazione, ma non sono rari i punti di contatto, sia quando un’organizzazione decide di ampliare il proprio mercato illecito, sia quando si avvale di altri gruppi per specifiche fasi delle attività criminali, grazie alla loro maggiore competenza o ai legami personali tra soggetti attivi in ambiti diversi.
In questo contesto, i secret cult coinvolti nel traffico di droga possono essere talvolta implicati anche nella tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale, i cui profitti vengono poi reinvestiti nel mercato degli stupefacenti. Allo stesso modo, le maman, principali protagoniste della criminalità nigeriana nel settore dello sfruttamento sessuale, si avvalgono spesso dei secret cult per far sì che l’esercizio della violenza dissuada le giovani donne costrette alla prostituzione dal violare gli accordi con l’organizzazione. Infine, in alcuni casi, le maman intrattengono legami sentimentali con membri dei cult, un fattore che facilita la sovrapposizione di interessi criminali tra le diverse componenti dell’organizzazione[40]. Si osserva, ad esempio, che le madame, che costituiscono i vertici organizzativi in Italia e sono le uniche a mantenere contatti con le strutture in madrepatria, per eludere l’attenzione delle autorità investigative possono ridurre i contatti diretti con le loro vittime, incrementandone però la sudditanza psicologica tramite i noti riti voodoo e juju.
L’interazione tra le mafie locali italiane ed i cults nigeriani nell’imprenditoria criminale.
Lo studio delle dinamiche di interazione tra le mafie locali e i cult nigeriani evidenzia prevalentemente rapporti di subordinazione e/o autonomia, mentre la compartecipazione risulta meno diffusa, sia nella gestione delle attività economiche illecite sia nei meccanismi di controllo del territorio. Per l’operatività dei secret cult, sia nel traffico di stupefacenti sia nello sfruttamento della prostituzione, due settori rappresentativi della criminalità nigeriana, gli “ospiti” necessitano almeno dell’autorizzazione dei “padroni di casa”. Il controllo del territorio, infatti, rimane saldamente nelle mani della mafia autoctona, nonostante le difficoltà in termini di risorse umane e di coordinamento unitario.
La subordinazione dei cult nigeriani si manifesta principalmente come impiego di manodopera al servizio della mafia locale, soprattutto nello spaccio al dettaglio e nelle attività connesse, come il ruolo di vedette per il controllo del territorio. Tuttavia, ad esempio “Cosa Nostra” esercita scarso controllo sulle attività di sfruttamento della prostituzione e sulle porzioni di mercato palermitano degli stupefacenti gestite direttamente dai cult, il che consente di etichettare questi ultimi anche come autonomi. Questa autonomia appare in crescita, grazie all’estraneità della mafia locale al mercato della prostituzione e alla capacità dei secret cult di mantenere propri canali di approvvigionamento degli stupefacenti.
Forme di compartecipazione tra le due organizzazioni sembrano assenti nel mercato del sesso a pagamento, mentre qualche collaborazione si è osservata nel settore degli stupefacenti. Considerando la flessibilità opportunistica della mafia locale, non è comunque escluso che joint venture possano intensificarsi in futuro, soprattutto in relazione alla necessità dell’organizzazione siciliana di consolidare la propria posizione nel mercato criminale.
Uno scenario di questo tipo, così come quello caratterizzato dall’autonomia tra i due gruppi criminali, presuppone comunque il mantenimento di buoni rapporti di alleanza-complicità e convivenza, in caso contrario, si arriverebbe inevitabilmente allo scontro.
Sebbene il modello di autonomia criminale sembri essere quello verso cui tende maggiormente la relazione tra le mafie locali e i cult nigeriani, si tratta comunque di un’autonomia “relativa”, sviluppata all’interno di un contesto di subordinazione nei confronti dei primi. Questo rispetto deriva da un certo grado di timore e soggezione degli ospiti verso gli autoctoni, al punto che i cultisti evitano comportamenti che possano risultare sgraditi o vietati dalla mafia locale.
Tale deferenza indica chiaramente che il controllo estensivo del territorio resta prerogativa della mafia locale, esercitato non solo tramite il tradizionale meccanismo estorsione/protezione, ma anche attraverso l’infiltrazione nel tessuto imprenditoriale e il condizionamento degli apparati politico-amministrativi.
In particolare, in Sicilia, al “problema delle sostanze” nell’area diventata base operativa della criminalità nigeriana a Palermo e a Catania, contribuisce in maniera significativa anche l’attività dei secret cult nel mercato della droga. Nel tempo, questi gruppi sembrano aver acquisito un vantaggio competitivo nel settore degli stupefacenti, essendo in grado di controllare offerta e domanda, i flussi di sostanze e, soprattutto, i consistenti proventi di un mercato che resta florido nonostante la pandemia.
Questa capacità imprenditoriale, che ha permesso ai secret cult di costruire una solida rete internazionale per l’approvvigionamento e la distribuzione di sostanze stupefacenti, ha consentito ai gruppi nigeriani insediati principalmente a Palermo e a Catania non solo di gestire autonomamente i propri ambiti criminali, ma anche di ritagliarsi porzioni di territorio che, almeno apparentemente, risultano sotto il loro controllo.
Il 15 novembre 2013 il quotidiano “la Repubblica” pubblicò un articolo dedicato a un cittadino nigeriano residente a Catania, Gabriele Ugiagbe, descritto come il “capo dei capi” e paragonato a una sorta di Totò Riina della criminalità nigeriana. Secondo il servizio, Ugiagbe sarebbe alla guida degli Eye, un’organizzazione coinvolta nella gestione del traffico di esseri umani tra Nigeria e Italia, in particolare nel trasporto di migranti diretti a Lampedusa, con ramificazioni che si estenderebbero anche in diversi paesi europei, tra cui Austria, Olanda e Spagna.
Esempi recenti di collaborazione criminale tra nigeriani e italiani nel settore degli stupefacenti sono emersi dalle indagini più recenti. Nel dicembre 2020, con l’operazione “Sister White” della Polizia di Stato, sono stati arrestati due membri del cult Eiye e due italiani, dediti al traffico e alla vendita di cocaina ed eroina provenienti dalla provincia di Napoli tramite corrieri.
Ancora, nel giugno 2021, l’inchiesta “Ika Rima” della Procura di Caltanissetta, prosecuzione dell’operazione “No Fly Zone” della Polizia di Stato di Palermo (2019), ha smantellato un’associazione criminale finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Il sodalizio, operante nel territorio nisseno, era composto da diciannove nigeriani appartenenti al cult Eiye e due italiani, e gestiva lo smistamento di stupefacenti provenienti da Napoli, Palermo e Catania.
I nigeriani si avvalgono della propria rete di connazionali: la droga che arriva a Palermo e in altre zone della Sicilia proviene principalmente da Castel Volturno, che da decenni, rappresenta un punto di riferimento per i traffici internazionali di stupefacenti della criminalità nigeriana[41].
La mafia siciliana, invece, si rifornisce di hashish tramite la Camorra e di cocaina dalla ’Ndrangheta, rendendo così Palermo, insieme a Catania, un nodo strategico nel rifornimento di queste sostanze per l’intera isola. Perfino il crack, derivato della cocaina, non è gestito esclusivamente dalla criminalità straniera, ma costituisce certamente per i cult nigeriani un business di maggiore rilevanza rispetto a quello della mafia locale.
In fine, per quanto concerne i rapporti con le “mafie” operanti all’interno del territorio italiano, il modello criminale utilizzato è di tipo misto. Da un lato, le organizzazioni italiane si disinteressano dell’immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani, fornendo solo in alcuni casi assistenza logistica. Dall’altro, le organizzazioni stanziali in Italia (ma non di origine italiana) richiedono alle reti criminali transnazionali la fornitura di cittadini stranieri, diversificando poi i settori illeciti in cui utilizzarli (si pensi alle giovani donne sfruttate a fini sessuali, agli stranieri sfruttati nel lavoro dei campi[42] e in alcuni segmenti del lavoro “in nero”).
Flussi migratori e tratta.
I flussi migratori e la tratta di esseri umani sono stati a lungo considerati fenomeni distinti, trattati come due categorie separate e non sovrapposte. Negli ultimi anni, tuttavia, l’evoluzione di entrambi ha evidenziato la necessità di superare la rigida distinzione tra “migrante” e “vittima di tratta”. Diventa quindi fondamentale ripensare i sistemi di accoglienza, protezione e tutela, finora organizzati in modo nettamente separato, adottando invece una prospettiva più ampia che ponga al centro la protezione della persona, indipendentemente dalla sua classificazione giuridica[43].
Secondo una comunicazione della Commissione Europea al Parlamento e al Consiglio sullo stato di attuazione delle azioni prioritarie previste nell’ambito dell’Agenda europea sulla migrazione[44], è emerso chiaramente che la crisi migratoria è stata sfruttata dalle reti criminali coinvolte nella tratta di esseri umani per intercettare le persone più vulnerabili, in particolare donne e minori.
La Commissione ha inoltre evidenziato come queste organizzazioni abbiano adattato i propri interessi economici ai sistemi di accoglienza straordinaria, sovrapponendo i flussi migratori tradizionali a quelli delle vittime destinate allo sfruttamento, in particolare alla prostituzione. Non si tratta più quindi di distinguere tra migranti da una parte e vittime di tratta dall’altra, ma di riconoscere che molti migranti intraprendono il viaggio verso l’Europa, consapevolmente o meno, affidandosi a reti criminali[45].
Figura 9: fonte: Eurostat https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20230921STO05705/tratta-di-esseri-umani-la-lotta-dell-ue-contro-lo-sfruttamento
Un esempio emblematico riguarda le donne provenienti dalla Nigeria, uno dei principali paesi di origine. Secondo i dati del Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione), dell’UNHCR e di Eurostat e L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, si stima, a riguardo la tratta di esseri umani attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, che circa l’80% di queste donne sia destinato a diventare vittima di sfruttamento in Italia o in altri paesi europei.
Sebbene non sia corretto generalizzare, l’esperienza di molte donne nigeriane presenta spesso i tre elementi costitutivi del reato di tratta di persone: il trasferimento, l’uso di metodi coercitivi e la finalità di sfruttamento. In molti casi viene sfruttata la condizione di vulnerabilità delle vittime, spesso ragazze molto giovani, con livelli di istruzione molto bassi o irregolari e provenienti da contesti sociali ed economici estremamente poveri. A ciò si aggiunge frequentemente il ricorso a riti magici o rituali tradizionali, attraverso i quali le vittime vengono vincolate alla promessa di restituire il debito contratto per il viaggio.
Di conseguenza, anche la condizione delle vittime è cambiata nel tempo. Da un lato, molte di loro possono muoversi relativamente liberamente sul territorio, continuando però a svolgere attività imposte in condizioni di sfruttamento; dall’altro, tendono a rivolgersi con minore frequenza ai servizi di assistenza, confidando nella possibilità di risolvere in futuro la propria situazione di irregolarità.
Negli ultimi anni il fenomeno delle donne nigeriane vittime di tratta ha attirato una crescente attenzione da parte delle istituzioni, del terzo settore e dei media, stimolando importanti riflessioni e l’elaborazione di strategie di intervento, contrasto e prevenzione. Tuttavia, esiste il rischio concreto che l’attenzione e le risorse si concentrino esclusivamente su questo gruppo specifico, trascurando il fatto che, ancora oggi, la maggior parte delle vittime di tratta dirette verso l’Europa e in particolare verso l’Italia proviene da paesi europei. Tra questi figurano soprattutto Romania, Bulgaria, Paesi Bassi, Ungheria e Polonia, con spostamenti che avvengono prevalentemente attraverso rotte terrestri o all’interno dello spazio europeo[46].
Le rotte migratorie verso l’Europa.
Generalmente, la maggior parte delle migranti nigeriane avvia il proprio viaggio verso l’Europa da Benin City, nello stato di Edo, riconosciuta da decenni come hub principale per i gruppi criminali nigeriani attivi nel traffico di esseri umani. Questa città attira sia trafficanti sia donne provenienti dagli stati vicini, tra cui Ogun, Osun, Lagos, Anambra, Enugu, Imo, Rivers, Cross River, Delta e Akwa Ibom. La fase del viaggio rappresenta probabilmente quella che ha subito le trasformazioni più significative all’interno della “filiera” della tratta nigeriana. Anche in passato esistevano rotte e destinazioni differenti, legate alla provenienza geografica delle cellule criminali coinvolte, ma il mezzo più utilizzato per raggiungere l’Europa era principalmente l’aereo[47]. Per quanto riguarda l’Italia, la maggior parte delle donne partiva dall’aeroporto di Lagos, città situata sul Golfo di Guinea, con voli quasi mai diretti, spesso con scali in Ghana e a Cotonou. Talvolta la prima tappa era il Togo, da cui era possibile proseguire per la Spagna (a Barcellona o Madrid) e poi raggiungere l’Italia tramite gli aeroporti di Milano o Fiumicino.
Questo modello di viaggio ha iniziato a modificarsi a partire dal 2005, in concomitanza con politiche migratorie sempre più restrittive e con la necessità delle organizzazioni criminali di ridurre rischi e costi. Oggigiorno le donne nigeriane giungono in Europa, principalmente in Italia, Spagna, Malta e Grecia, soprattutto via mare attraverso il Mediterraneo. Si ritiene, che le principali rotte di uscita dalla Nigeria siano quattro:
- attraverso il confine settentrionale tra Nigeria e Niger;
- dallo stato di Lagos, uscendo dal confine sud-occidentale verso il Benin;
- dallo stato di Borno, passando dal confine nord-orientale tra Camerun e Ciad;
- voli da Lagos e dalla capitale Abuja.
Figura 10: le quattro rotte principali dei migranti per uscire dalla Nigeria. Fonte: https://www.internazionale.it/notizie/2016/09/13/rotte-migranti-africa-italia
Attualmente, solo le reti criminali più strutturate riescono ancora a organizzare viaggi aerei attraverso visti turistici o ricongiungimenti familiari.
Quanto al percorso tipico che conduce le migranti in Libia, esso passa attraverso le città di Kano, Ziden, Agadez, Gatron, Sabha, Brach, Tripoli e Zuwarah, dove sono presenti uomini del network criminale. Il trasporto da una tappa all’altra avviene spesso tramite autocarri e il tempo di percorrenza può variare dalle due settimane a un mese.
L’attraversamento dei confini comporta spesso il pagamento di tangenti, che molte migranti non riescono a sostenere. Questo provoca un prolungamento del viaggio e aumenta la vulnerabilità delle donne durante il percorso. Vi sono inoltre casi di donne che decidono di partire autonomamente, senza essere formalmente reclutate in Nigeria. Secondo il direttore di una ONG nigeriana, circa una donna su dieci proveniente dallo Stato di Edo intraprende il proprio viaggio migratorio senza alcun supporto economico esterno[48].
La rotta mediterranea ha profondamente modificato le modalità di sfruttamento delle donne nigeriane. Durante questi viaggi sempre più rischiosi, le migranti devono affrontare non solo violenze fisiche, ma anche la possibilità di annegare in mare, essere rimpatriate o respinte in Libia, dove spesso subiscono detenzioni e torture. L’arrivo a destinazione non è quindi affatto garantito. Il pericolo di “re-trafficking” è particolarmente alto per le donne intercettate dalla cosiddetta Guardia costiera libica, che le conduce nei centri di detenzione dove, come confermato dalle Nazioni Unite, rischiano di essere nuovamente inserite nel circuito della tratta a scopo sessuale.
Pur trattandosi di migrazioni finalizzate allo sfruttamento, non mancano situazioni in cui le donne vengono abbandonate lungo tappe intermedie. Per tentare di raggiungere la meta finale, molte sono costrette a prostituirsi lungo il percorso.
Durante il viaggio, i migranti affrontano spesso traumi estremi come torture e violenze. Più del 90% degli intervistati ha dichiarato di aver subito violenze, torture e trattamenti inumani e degradanti sia nel paese di origine sia lungo la rotta migratoria, in particolare nei luoghi di detenzione e sequestro in Libia.
Le privazioni di cibo e acqua, le pessime condizioni igienico-sanitarie, le percosse frequenti e altri tipi di traumi costituiscono le forme più diffuse di maltrattamento. Esistono anche forme di tortura più specifiche, sia fisiche sia psicologiche, a cui i migranti sono sottoposti. Nove intervistati su dieci hanno inoltre riferito di aver assistito a persone che morivano, venivano uccise, torturate o picchiate[49].
Conclusioni
Nel contesto della criminalità transnazionale contemporanea, la criminalità organizzata nigeriana è frequentemente descritta come una vera e propria “multinazionale del crimine” per la sua elevata capacità di operare su scala globale e di adattarsi ai diversi mercati illeciti. Le sue principali attività riguardano il traffico di stupefacenti, la tratta di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione. Tale fenomeno presenta caratteristiche peculiari che lo rendono particolarmente complesso da contrastare: da un lato, conserva elementi riconducibili alla tradizione culturale nigeriana, quali rituali di affiliazione e legami simbolici; dall’altro, adotta strategie operative moderne, flessibili e fortemente orientate alla dimensione transnazionale. Questa duplice natura consente alle organizzazioni criminali nigeriane di mantenere una solida coesione interna e, al contempo, di inserirsi efficacemente nei circuiti criminali internazionali.
Questo fenomeno, diffuso su scala globale ma spesso “difficile da individuare”, trova le proprie radici nei processi di globalizzazione e nell’intensificarsi dei flussi migratori internazionali. L’espansione dei traffici illeciti ha contribuito alla ridefinizione delle dinamiche criminali contemporanee, mentre la comprensione del fenomeno e l’efficacia delle strategie di contrasto risultano ancora parziali e non sempre adeguate alla sua complessità.
Le organizzazioni criminali nigeriane operano attraverso una pluralità di attività illecite, perseguite con elevata intensità grazie a una fitta rete di relazioni transnazionali che coinvolge diversi attori criminali. L’analisi dei rapporti tra le organizzazioni mafiose autoctone e i secret cults nigeriani mette in luce una realtà criminale articolata, caratterizzata da dinamiche di cooperazione, subordinazione e autonomia che variano in funzione dei contesti territoriali e degli interessi economici coinvolti. Sebbene i gruppi nigeriani operino spesso in una posizione di subordinazione rispetto alle organizzazioni criminali storicamente radicate sul territorio, essi hanno progressivamente acquisito una crescente capacità di organizzazione e di gestione autonoma di specifiche attività illecite, in particolare nei settori del traffico di stupefacenti e della tratta di esseri umani.
La presenza di tali organizzazioni evidenzia come la criminalità contemporanea sia sempre più orientata verso modelli transnazionali, flessibili e adattabili, capaci di sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione e dalle vulnerabilità dei sistemi economici e sociali. In questo contesto, i secret cults nigeriani rappresentano attori criminali dinamici, in grado di instaurare relazioni pragmatiche con le mafie locali, evitando conflitti diretti e privilegiando forme di collaborazione funzionali al perseguimento dei rispettivi interessi.
La complessità di queste interazioni impone l’adozione di strategie di contrasto multidimensionali, fondate non solo sull’azione repressiva, ma anche sul rafforzamento della cooperazione internazionale, sullo scambio di informazioni tra autorità investigative e giudiziarie e sulla prevenzione dei fenomeni di sfruttamento che alimentano i mercati criminali. Solo attraverso un approccio integrato sarà possibile comprendere e contrastare efficacemente l’evoluzione delle reti criminali nigeriane e il loro crescente ruolo all’interno degli scenari della criminalità organizzata transnazionale.
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[1] Carchedi F., La criminalità transnazionale nigeriana. Alcuni aspetti strutturali, in Becucci S., Carchedi F., (a cura di), Mafie straniere in Italia. Come operano, come si contrastano, Milano, Franco Angeli, 2016.
[2] Dopo l’esperienza coloniale inglese, che aveva accompagnato il paese dal 1914 al 1960, nel 1963 la Nigeria si proclama Repubblica Federale. La prima Repubblica viene soffocata da un colpo di stato militare nel 1966. Anche la seconda Repubblica (1979-1983) venne rovesciata da un colpo di stato militare alla fine del 1982. Nel 1993, nonostante le elezioni democratiche, il potere venne conquistato nuovamente dall’esercito, con conseguente fallimento del tentativo di costruire una terza Repubblica. In questo trentennio si sono succeduti ben sette colpi di stato militari.
[3] Gli Hausa e i Fulani costituiscono il 29% della popolazione, gli Yoruba il 21%, gli Igbo (Ibo) il 18%. Questi sono i principali gruppi etnici, in una nazione che ne conta ben 250. Gli Hausa-Fulani sono musulmani, nomadi e pastori, e sono stanziati nel nord del paese. Gli Yoruba e gli Igbo, presenti rispettivamente nella regione sud-occidentale e in quella sud-orientale, sono invece cristiani, tradizionalmente contadini. Tra gli altri gruppi etnici più numerosi vi sono gli Ijaw (10%), Kanuri (4%), Ibibio (3,5%), Tiv (2,5%). Per una distribuzione geografica dei principali gruppi etnici nigeriani vedi Figura 1.
[4] Intorno al 1980, la Nigeria ha vissuto un’epoca considerata “l’età dell’oro della corruzione”, caratterizzata da un’elevata propensione sistemica alla malversazione, in particolare durante la Seconda Repubblica (1979-1983). Questo fenomeno, alimentato dai proventi del petrolio (il cosiddetto “oil boom” degli anni ’70), ha reso la corruzione endemica, pervasiva e istituzionalizzata, estendendosi profondamente nel settore pubblico e colpendo duramente l’economia
[5] Ebbe O., “Organized Crime in Nigeria”, in Siegel D., Van de Bunt H. (a cura di), Traditional Organized Crime in the Modern World, Springer Science+Business Media, New York, pp.169-188, 2012.
[6] Federico A., “L’organizzazione criminale nigeriana in italia: modelli di interazione con le mafie autoctone tra dimensioni locali e traffici internazionali“, (2023). https://air.unimi.it/retrieve/146c2e0f-48f3-416a-b286-57d7361c1310/phd_unimi_R12552.pdf
[7] De Giorgio M., I delitti di favoreggiamento delle migrazioni illegali, in Degl’Innocenti L. (a cura di), Stranieri irregolari e diritto penale, Milano, Giuffrè, 2013.
[8] Becucci S., Carchedi F., (a cura di), Mafie straniere in Italia, Franco Angeli s.r.l., Milano, 2016.
[9] Ellis S., Campus Cults in Nigeria: The development of an anti-social movement, in Ellis S. (a cura di), I.V.K., Movers and Shakers: Social Movements in Africa, vol. 8, 2009.
[10] Ragazzini G., Il Ragazzini 2020, Dizionario Inglese – Italiano, Italiano – Inglese, Bologna 2019.
[11] Soyinka è uno scrittore, saggista, drammaturgo e poeta, Premio Nobel per la letteratura nel 1986. È considerato il maggiore drammaturgo africano e uno dei più importanti esponenti della letteratura dell’Africa sub-sahariana.
[12] Ellis S., Campus Cults in Nigeria: The development of an anti-social movement, in Ellis S. (a cura di), Op. cit.
[13] Bergman B., “From Fraternal Brotherhood to Murderous Cult: The Origins and Mutations of Southern Nigeria’s Confraternities from 1953 Onwards”, “Pursuit – The Journal of Undergraduate Research at The University of Tennessee”, Vol. 7: Iss. 1, Article 5, 2016.
[14] Ellis S., Campus Cults in Nigeria: The development of an anti-social movement, in Ellis S. (a cura di), op. Cit.
[15] Ciappina V., “Mafia Nigeriana e secrets cults”, in Razzante R. (a cura di), Antiriciclaggio & Compliance, in Rivista italiana dell’antiriciclaggio, 2020.
[16] Ciappina V., “Mafia Nigeriana e secrets cults”, in Razzante R. (a cura di), op. Cit.
[17] I nuovi arrivati, mentre percorrono in ginocchio un breve tratto di strada, al fine di saggiarne il coraggio, vengono frustati ad opera di quattro saggi, con un frustino chiamato il kebobo.
[18] Tale procedura ricorda il rito di affiliazione che svolgono i mafiosi italiani all’atto dell’ingresso nell’organizzazione criminale.
[19] I Dove sono responsabili del servizio di sicurezza delle riunioni al secret cult, chiamate flight, per impedire eventuali attacchi da parte degli altri cult. In ogni città ci sono da tre a cinque Dove, tra cui lo Special Dove che ha il compito di proteggere l’Ebaka.
[20] Questo secret cult si ispirerebbe alla mafia siciliana. I capi, infatti, vengono chiamati Don, come i Padrini in Cosa Nostra.
[21] Becucci S., “Organizzazioni criminali nigeriane e commercio internazionale di droga.”, in Quaderni di Sociologia 95, no. 95-LXVIII (2024).
[22] Bergman B., “From Fraternal Brotherhood to Murderous Cult: The Origins and Mutations of Southern Nigeria’s Confraternities from 1953 Onwards”, op. cit.
[23] ELLIS S., Campus Cults in Nigeria: The development of an anti-social movement, in Ellis S. (a cura di), op. cit.
[24] Ebbe O., “Organized Crime in Nigeria”, in Siegel D., Henk Van de Bunt H. (a cura di), op. Cit.
[25] Ellis S., Campus Cults in Nigeria: The development of an anti-social movement, in Ellis S. (a cura di), op. Cit.
[26] Easo (European Union Agency for Asylum) 2021 Nigeria, Trafficking in Human Beings, Country of Origin, Information Report, European Asylum Support Office, aprile 2021.
[27] Orizio P., “La criminalità organizzata nigeriana”, in “Rassegna dell’Arma dei Carabinieri”, n. 4, Anno LXVII, Poligrafico e Zecca dello Stato Italiano, ottobre/dicembre 2019.
[28] Dal momento che i dati riportati fanno riferimento a quelli dell’Istat, che si basano sulle residenze anagrafiche fornite
dai Comuni, ciò implica che per avere un numero quanto più reale della popolazione nigeriana in Italia occorrerebbe
aggiungere ai numeri ufficiali quelli delle persone irregolari, sebbene non sia facile calcolarne una stima.
[29] Le statistiche relative ai cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti includono tutti gli stranieri di Stati terzi rispetto all’Unione Europea che risultano in possesso di un valido documento di soggiorno (permesso di soggiorno o permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo). Non tutti i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti rientrano nel conteggio dei residenti in Italia: la fonte statistica prescelta comprende pertanto anche i cittadini stranieri che per qualunque motivo non abbiano ancora ottenuto la residenza in Italia.
[30] Per minore straniero non accompagnato (MSNA), si intende “il minorenne non avente cittadinanza italiana o di altri Stati dell’Unione Europea, il quale si trova, per una qualsiasi causa, nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti, per lui legalmente responsabili, in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano” (V. art. 2, L. 47/2017).
[31] Dati aggiornati sulla presenza di minori stranieri non accompagnati sono sempre disponibili nella apposita dashboard consultabile all’indirizzo https://analytics.lavoro.gov.it/t/PublicSIM/views/HomePage/HomePageSIM?%3Aembed=y&%3Aiid=1&%3AisGuestRedirectFromVizportal=y
[32] Il grado di squilibrio di genere è dato dalla differenza, priva di segno, tra le incidenze percentuali dei due generi.
[33] ISTAT, “Previsioni della popolazione residente e delle famiglie” del 01/01/2022” https://www.istat.it/it/files/2023/09/Previsionipopolazione-e-famiglie.pdf .
[34] Carchedi F., La criminalità transnazionale nigeriana. Alcuni aspetti strutturali, in Becucci S., Carchedi F. (a cura di), op cit.
[35] Lupo S., Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, Einaudi, Torino, 2008.
[36] Tali dati sono stati elaborati a partire da quelli Istat e si riferiscono all’1° gennaio 2021.
[37] Annoni A., “Gli obblighi internazionali in materia di tratta degli esseri umani”, in FORLATI S. (a cura di), La lotta alla tratta di esseri umani, fra dimensione internazionale e ordinamento interno, Jovene, Napoli, 2013.
[38] Varese F., Mafie in movimento, Einaudi, Torino, 2011.
[39] Spada S., “Se tutto è mafia, niente è mafia”. Riflessioni antropologico giuridiche sulla criminalità organizzata nigeriana”, Antropologia Pubblica 9, n. 2 (2023).
[40] Carchedi F., La criminalità transnazionale nigeriana. Alcuni aspetti strutturali, in Becucci S., Carchedi F. (a cura di), op. Cit.
[41] Nel corso delle indagini condotte contro il cult Black Axe, ad esempio, sono stati monitorati numerosi corrieri che, in autobus o in treno, giungevano nel capoluogo siciliano da Castel Volturno. Alcuni trasportavano chili di “fumo” nello zaino; altri la coca mediante il sistema degli ovuli conservati nell’intestino; altri ancora nascondevano nelle scarpe l’eroina da tagliare (I.M.D., 2019, 75). Sempre con riferimento al panorama siciliano, anche operazioni più recenti, come “Sister White” (2020), della Polizia di Stato di Palermo, e “Ika Rima” (2021), della Procura di Caltanissetta, hanno accertato l’arrivo di cocaina ed eroina provenienti dalla provincia di Napoli attraverso una rete di corrieri ovulatory.
[42] Di Martino A., “Caporalato” e repressione penale. Appunti su una correlazione (troppo) scontata, in Rigo E. (a cura di), Leggi, migranti e caporali. Prospettive critiche e di ricerca sullo sfruttamento del lavoro in agricoltura, Pacini, collana Quaderni de L’altro diritto, Pisa, 2015.
[43] Palidda S., Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Cortina, Milano 2008.
[44] Comunicazione della Commissione Europea al Parlamento e al Consiglio sullo stato di attuazione delle azioni prioritarie intraprese nel quadro dell’agenda europea sulla migrazione (febbraio 2016). Fonte: https://ec.europa.eu/home‐affairs/sites/homeaffairs/files/what-we-do/policies/european-agenda-migration/proposal‐implementation‐package/docs/managing_the_refugee_crisis_state_of_play_20160210_it.pdf
[45] Mannoia M., (a cura di), Sulla pelle dei migranti, PM edizioni, Varazze (Sv), 2020.
[46] Di Iorio T., Parente M., Le vittime di tratta: confronti tra criminalità, mafia nigeriana mafia dell’est Europa, in Amato F., Amato V., De Falco S., La Foresta D., Simonetti L. (a cura di), Catene/Chains, Società di Studi Geografici. Memorie geografiche NS 21, 2022.
[47] Ambrosini M., Comprate e vendute. Una ricerca su tratta e sfruttamento di donne straniere nel mercato della prostituzione, Franco Angeli, Milano, 2002.
[48] Mannoia M., (a cura di), Sulla pelle dei migranti, op. Cit.
[49] Baldoni E., Racconti di trafficking, Franco Angelo, Milano, 2007. Si veda anche https://www.internazionale.it/notizie/2016/09/13/rotte-migranti-africa-italia
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