scarica il fil in pdf – il ponte transatlantico – luglio 2025 – sanfelice
GLI STATI UNITI E IL PONTE TRANSATLANTICO
Amm. Sq. Ferdinando SANFELICE di MONTEFORTE
Le diversità tra Europei e Americani
L’attuale Amministrazione USA ha sorpreso i governi europei per i suoi toni di ostilità nei confronti dei loro Paesi. Come notava un’autorevole editorialista, commentando alcune conversazioni informali tra esponenti del governo americano, emerse nella scorsa primavera, grazie allo scandalo noto come “Signal-gate”, “l’astio verso l’Europa emerso nella chat riservata del team di sicurezza Usa rispecchia le dichiarazioni pubbliche dell’Amministrazione. La coerenza è evidente: Washington vede l’Europa come obsoleta, arrogante e parassitaria. Ciò che è sconvolgente, tuttavia, è che gli Stati Uniti non si limitano a considerare l’Europa come moribonda: i funzionari di Trump sembrano voler contribuire alla sua morte”[1].
Anche se la valutazione sugli atteggiamenti del governo USA appaiono eccessivamente allarmistici, va ammesso che quanto detto dagli esponenti governativi americani, in realtà, è solo l’espressione più recente di un sentimento diffuso in alcune fasce dell’elettorato americano, che si è manifestato più volte a livello politico, fin dagli inizi della vita degli Stati Uniti, e ogni tanto è riemerso con virulenza, complicando le relazioni transatlantiche. Non è un caso, infatti, che nella NATO l’approssimarsi delle elezioni presidenziali americane generi una riluttanza a prendere decisioni importanti, per paura che la nuova Amministrazione, emersa dalle elezioni, le sconfessi.
Prima di approfondire le ragioni di questa ostilità, va considerato che, come notava uno studioso francese:
“Le funzioni negative del mare sono meno numerose di quelle positive. Esse consistono
in un’idea forte, (ma) molto semplice: il mare è un ostacolo, ad un tempo politico e militare. Le società separate da un elemento liquido abbastanza esteso hanno meno contatti rispetto ai popoli che sono territorialmente contigui”[2]. In sintesi, noi e gli Americani siamo diversi: infatti, come notava lo studioso, accade spesso che due società separate da un oceano, come quella europea e quella americana, avendo avuto, fino all’inizio del XX secolo, contatti limitati tra di loro, si siano sviluppate in modo diverso e talvolta divergente, mentre ognuna trovava propri ideali, valori e comportamenti non necessariamente simili.
Questa diversità, prima conosciuta solo dagli addetti alle relazioni internazionali, negli ultimi ottant’anni è diventata visibile anche a livello di opinione pubblica. Valga come esempio quanto avvenne alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando le truppe americane invasero l’Italia e la nostra popolazione trovò davanti a sé persone apparentemente simili, ma che pensavano in maniera diversa.
Da notare che, a partire da questo incontro, si è avuta, nella nostra popolazione, un’alternanza tra la voglia collettiva di imitare gli usi e costumi d’oltreoceano (ben descritta dal film “Un Americano a Roma”) e un complesso di superiorità nei confronti dei modi semplici e delle abitudini informali dei cittadini statunitensi con i quali si entrava in contatto.
Questa diversità, tra popoli che hanno la stessa origine, deriva anche dal fatto che molti cittadini americani di discendenza europea hanno come antenati persone appartenenti a un gran numero di comunità, emigrate in America per sfuggire a situazioni intollerabili. I primi furono i “Padri Pellegrini” che si erano rifugiati prima nei Paesi Bassi all’inizio del XVII secolo, per sfuggire alla persecuzione religiosa di cui erano vittime, e poi, nel 1620 noleggiarono una nave, il “Mayflower”, per raggiungere il continente americano.
Ad essi seguirono gruppi della popolazione tedesca, decisi a non ottemperare alla leva di massa decretata dopo la sconfitta, subita dalla Prussia per mano di Napoleone nel 1806, nelle battaglie di Jena e Auerstadt. Dopo di loro vennero le ondate migratorie degli Scozzesi, che sfuggivano alla povertà accettando contratti capestro, da quattro a sette anni di lavoro gratuito, per ripagare chi aveva finanziato il loro trasferimento sul Nuovo Continente. A questi seguirono gli Irlandesi, che tentavano di sfuggire alla dominazione britannica, e soprattutto alla carestia del 1846-53, dovuta alla cattiva raccolta delle patate – all’epoca il cibo prevalente dei poveri irlandesi. Infine, bisogna citare l’emigrazione degli Italiani, peraltro iniziata agli albori del XIX secolo, sia pure in piccoli numeri, e trasformata in un esodo di massa nella seconda metà del XIX secolo, per poi proseguire fino a pochi decenni orsono. Molti dei nostri connazionali fuggivano dalla miseria, mentre altri, provenienti dal Meridione, appartenevano a quella parte di popolazione che aveva vissuto il trauma della “Lotta al Brigantaggio” con tutti i drammi e i guasti ambientali che aveva comportato.
Non parliamo poi delle comunità afroamericane e cinesi, perfettamente consapevoli che i loro antenati furono ridotti in schiavitù e comprati da trafficanti genovesi prima, francesi e inglesi poi, per essere rivenduti ai proprietari terrieri americani, per lavori sfibranti, come la coltivazione del cotone, per i primi e la costruzione della ferrovia transcontinentale per i secondi.
Tornando agli emigrati da tutta l’Europa, e i loro discendenti, non meraviglia che essi abbiano considerato la loro nuova Patria come “il luogo (nel quale) vi doveva essere un posto sicuro per la legge e un rifugio della civiltà”[3]. Le comunità afroamericane e cinesi, poi, dopo lotte accanite per superare resistenze anche violente, hanno raggiunto uno status che, forse, non avrebbero potuto conseguire, se fossero rimasti nei loro continenti di origine.
Da qui trae origine “quell’antico senso di superiorità morale e di missione mondiale americana che non era mai mancato dalla fondazione della Nazione”[4]. Anche il termine “Old World” (Vecchio Mondo) e “Old Continent” (Vecchio Continente), particolarmente diffusi nella letteratura accademica sulle Scienze Politiche, sono indicativi di un certo modo di vedere gli Europei.
In sintesi, mentre noi Europei guardiamo con sufficienza gli Americani, una parte di loro ci guarda con diffidenza, se non con disprezzo, in quanto appartenenti a un mondo che loro hanno abbandonato, rigettandolo, o che ha fatto soffrire i loro antenati. Fortunatamente, vi sono eccezioni: tra le varie comunità, quella italiana ha mantenuto legami con il nostro Paese, e questo spiega, almeno in parte, il “rapporto speciale” che esiste da oltre un secolo tra le due Nazioni. Ma gli Stati Uniti non sono legati, da tempo, solo al nostro Paese.
Il rapporto con la Gran Bretagna
Nei due secoli e mezzo della loro vita, gli Stati Uniti hanno contratto altri legami, più o meno permanenti, per soddisfare le necessità essenziali della loro crescita. Malgrado fossero nati grazie alla lotta per affrancarsi dal dominio coloniale britannico, al prezzo di ben due guerre di indipendenza, combattute grazie anche all’aiuto delle Potenze europee rivali della “Perfida Albione”, la dipendenza economica degli Stati Uniti rispetto alla Gran Bretagna era rimasta notevole, dato che il governo di Washington si trovava spesso costretto a contrarre prestiti con le banche inglesi, e gli investimenti britannici negli USA erano notevoli. Su questo argomento Henry Clay, un eminente politico originario del Kentucky, affermò che “gli Stati Uniti rischiavano di rimanere una specie di colonia indipendente dell’Inghilterra – libera politicamente, schiava economicamente”[5].
Si verificò quindi, fino alla fine del XIX secolo, una situazione paradossale. Gli Americani, da un lato “desideravano sfuggire all’ombra del loro antico padrone coloniale, (dall’altro) restavano dipendenti dagli investimenti, dal commercio e dalla potenza britannici”[6].
Oltre alla dipendenza economica, dovuta ai prestiti che il governo americano aveva contratto e continuò per decenni a contrarre – con le banche di Londra – si era infatti creato nel tempo un altro tipo di rapporto con la Gran Bretagna: pur di allontanare le Potenze europee dal continente americano, fin dall’epoca del Presidente Washington, gli Stati Uniti si erano appoggiati per periodi anche piuttosto lunghi al potere marittimo britannico, nonostante l’esistenza di un notevole gruppo di politici che simpatizzavano con la Francia, grazie alla cessione dei cosiddetti “Territori della Luisiana” che comprendevano l’intero corso del Mississippi, fino ai Grandi Laghi; da notare che l’acquisizione di questo enorme territorio era stata resa possibile grazie a un prestito di grande entità, contratto naturalmente a Londra.
Ma il rapporto con l’Inghilterra continuò a essere poco popolare tra la popolazione americana. Basti pensare che, malgrado la Marina, per bocca dell’Ammiraglio Mahan, divenuto scrittore di successo, sostenesse da alcuni anni la necessità di un avvicinamento alla Gran Bretagna, in funzione antitedesca, l’opinione pubblica americana continuava a vedere la Gran Bretagna con diffidenza.
Mahan, va detto, non era un sentimentale, ma era fermamente convinto che “gli interessi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna coincidevano sotto tanti aspetti e in tanti luoghi che cooperare sarebbe stato vantaggioso per ambedue”[7].
Alcuni dei suoi discepoli, però, andavano oltre, convinti che i legami di sangue e di lingua dei popoli anglo-sassoni fossero prevalenti rispetto a considerazioni di storia e di geopolitica. Fu così che uno degli allievi preferiti di Mahan, il Comandante (poi Ammiraglio) William S. Sims incorse in un incidente che avrebbe potuto costargli la carriera. Infatti, “una (sua) dichiarazione indiscreta di fronte a un uditorio londinese nel 1910, (in un discorso nel quale il Comandante affermò che) gli Inglesi avrebbero potuto sempre contare sui loro affini al di là del mare, attirò una secca reprimenda da parte del Presidente”[8] William Howard Taft.
Va detto, per amore di giustizia, che lo stesso Presidente, nelle sue memorie, ammise di aver rimproverato Sims per aver detto qualcosa che, anni dopo, sarebbe stata attuata, con la dichiarazione di guerra alla Germania, nel 1917, quando gli Stati Uniti fornirono un aiuto decisivo per la vittoria dell’Intesa. Non a caso, fu proprio l’Ammiraglio Sims a essere inviato a Londra con l’incarico di comandare le forze navali americane nel teatro europeo.
Malgrado l’alleanza con l’Intesa, e la stretta collaborazione operativa tra le due Marine, alla fine della guerra gli Stati Uniti vararono un ambizioso programma navale, teso ad acquisire la parità di forze rispetto alla Gran Bretagna. La ragione di questo sforzo fu indicato chiaramente nei documenti che lo supportavano: “ogni grande rivale commerciale dell’Impero Britannico si è trovato alla fine in guerra con la Gran Bretagna – ed è stato sconfitto”[9]. In definitiva, a Washington erano ormai in pochi a credere che, dopo la fine della guerra, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avrebbero continuato a collaborare. Piuttosto, faceva paura la prospettiva di un’accesa competizione per il commercio internazionale.
Alla fine, va detto, grazie anche alle minacce, da parte del governo di Londra di non partecipare alla Società delle Nazioni, si raggiunse un compromesso, ma alla successiva Conferenza di Washington sul disarmo navale, nel 1921, il problema della parità navale tra USA e Gran Bretagna venne fuori di nuovo, e Londra dovette cedere, vista la disastrosa situazione economica del Paese.
Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, il rapporto tra Stati Uniti e Gran Bretagna non fu idilliaco, tanto che più volte i militari si trovarono in disaccordo, e i leader politici dovettero intervenire. Va peraltro ricordato che, una volta terminato il conflitto, quando divenne chiaro a Washington che l’Europa, sfinita dalla guerra, rischiava di cadere sotto l’influenza sovietica, il Presidente Truman – convinto dal Premier britannico – non esitò a impegnare gli Stati Uniti, per la prima volta nella loro storia, in una alleanza permanente, convincendo il Congresso a ratificare il Trattato di Washington e così aderire alla NATO. Come si vedrà nel seguito, però, anche in questo caso non tutto è andato liscio, negli oltre settanta anni di vita dell’Alleanza.
In realtà, il rapporto tra Stati Uniti e Gran Bretagna continua a essere, almeno a tratti, tempestoso. Il tentativo del governo inglese, negli ultimi anni, di compensare l’uscita dall’Unione Europea stabilendo accordi economici privilegiati con gli Stati Uniti è sostanzialmente fallito, forse anche a causa dell’animosità tra le due popolazioni che non si è mai sopita.
In quest’ottica va visto anche lo sgarbo, nel luglio del 2018, commesso dal Presidente Trump, che arrivò con un quarto d’ora di ritardo all’appuntamento con la regina Elisabetta II, e non le fece l’inchino protocollare, limitandosi a stringere la mano della sovrana.
Il Neutralismo delle origini
Un pilastro storico della politica estera americana ci è dato dalla posizione del Presidente Washington, contrario alle alleanze permanenti tra gli Stati Uniti e altre Nazioni. Infatti, nel suo discorso di commiato, il Presidente “pose l’enfasi sulla grande regola di minimizzare per quanto possibile i legami politici con il Vecchio Mondo, (oltre ad affermare) la necessità di evitare alleanze permanenti”[10].
Come nota uno studioso, “l’insicurezza degli Stati Uniti nel XIX secolo era duplice: essi erano deboli rispetto alle potenze del Vecchio Mondo che dominavano le questioni internazionali, ed erano internamente vulnerabili”[11], o perlomeno si sentivano tali.
All’inizio, una volta conclusasi l’epoca napoleonica, le Potenze europee erano troppo occupate a mantenere basso il livello di competizione tra loro, anche se occasionalmente si intromettevano nelle questioni americane, senza peraltro fare troppo danno. I timori degli Americani nei confronti degli Europei, bisogna ammetterlo, si concretizzarono qualche decennio dopo, durante la Guerra Civile, grazie all’aiuto che Gran Bretagna e Francia fornirono ai Confederati, durante buona parte del conflitto.
La Francia, in particolare, profittando della debolezza americana in quegli anni tormentati, tentò di attrarre il Messico nella sua orbita, proponendo nel 1861 il principe Massimiliano d’Asburgo come suo imperatore, a garanzia del debito estero che il governo messicano aveva smesso di pagare. L’operazione si era svolta con il consenso delle altre Potenze europee creditrici, la Gran Bretagna e la Spagna, senza che gli Stati Uniti potessero intervenire per contrastare questa intromissione al loro confine meridionale, impegnati come erano il Nord e il Sud a combattersi tra loro.
Una volta finita la guerra, con la sconfitta della Confederazione, però, il governo di Washington, fomentando la ribellione dei Messicani contro gli occupanti stranieri, ed esercitando forti pressioni diplomatiche, riuscì anzitutto a convincere l’Austria-Ungheria, il cui governo “contemplava l’intervento in Messico per salvare Massimiliano, figlio dell’Imperatore”[12] a desistere da tale proposito, e quindi costrinse la Francia a ritirarsi, nel 1867, abbandonando il povero Massimiliano alla sua sorte.
La Dottrina Monroe e l’anticolonialismo
Nel primo secolo di vita della Nazione, il governo di Washington cercò sempre in tutti i modi di allentare i legami tra le Potenze europee e i territori che queste avevano colonizzato. Questa tendenza era emersa alla fine della seconda guerra di indipendenza contro la Gran Bretagna del 1812-14, e si rafforzò quando le colonie spagnole, che profittavano delle traversie subite dalla madrepatria per effetto dell’invasione francese, si sollevarono.
L’azione degli Stati Uniti nel sostenere le rivolte del Sud America si materializzò nell’invio di armamenti e ingenti somme di danaro, rendendo impossibile alla Spagna di prevalere sui rivoltosi. Nonostante questa azione, il continente americano vedeva ancora una forte presenza delle Potenze europee, che dominavano ancora vasti tratti di territorio, strutturato in colonie. L’espansione degli Stati Uniti verso Ovest, ad esempio, era destinata a scontrarsi di nuovo con la Spagna, che deteneva ancora terre nel Nord e Centro America, la cosiddetta “Nuova Spagna”.
Questa volontà di ridurre – se non di eliminare del tutto – le colonie europee nel continente americano è concretizzata in un documento che, ancor oggi, viene considerato una pietra miliare della dottrina strategica del Paese, ed è l’espressione di un pilastro del cammino degli USA verso lo status di Grande Potenza, appunto l’anticolonialismo.
Nell’autunno del 1823, a Washington, l’Amministrazione Monroe, “temeva che le potenze europee cercassero di ricolonizzare gli Stati da poco indipendenti dell’America spagnola, un fatto che (secondo i suoi esponenti) avrebbe potuto mettere in pericolo gli stessi Stati Uniti”[13].
In effetti, il governo di Washington, da un lato vedeva il Sud America come possibile zona di influenza americana, tanto che molti politici affermarono che “il Sud America sarà per il Nord America ciò che l’Asia e l’Africa sono per l’Europa”[14].
Ma nel governo americano persisteva la paura di essere coinvolti in una guerra con le Potenze europee, tanto che il Segretario di Stato John Quincy Adams sostenne, il 4 luglio 1821, che gli Stati Uniti “applaudissero la causa dell’anticolonialismo e dell’indipendenza, (ma rimanendo) defilati. (egli disse che) dovunque la bandiera della libertà e dell’indipendenza è stata e sarà sventolata, lì ci sarà il cuore dell’America, la sua benedizione e le sue preghiere. Ma essa non andrà oltremare, in cerca di mostri da distruggere”[15].
Sostenuta dal Segretario agli Esteri britannico, George Canning – contrario alla Santa Alleanza europea che si era arrogata il diritto di intervenire in Spagna – l’Amministrazione americana, e in primis il Presidente George Monroe, pur condividendo con Londra il timore che le Potenze europee alleate estendessero il loro intervento al Sud America, era contraria a una dichiarazione congiunta anglo-americana.
Quindi, l’Amministrazione decise che il Presidente inviasse un messaggio al Congresso nel quale si ponessero dei punti fermi sui rapporti tra Europa e gli Stati Uniti, e in particolare escludessero interventi europei nel continente americano.
Dopo un lungo giro d’orizzonte sulla situazione internazionale e su quella interna, il Presidente, nel suo messaggio, ribadì tre principi che il suo Paese avrebbe seguito nel futuro. Il primo fu l’impegno a “non interferire negli affari europei e di rispettare gli accordi coloniali stabiliti prima del 2 dicembre 1823”[16], malgrado un cenno di simpatia per la rivolta della Grecia contro il dominio ottomano.
Il secondo – la parte più dura del discorso – sosteneva che “gli Stati Uniti avrebbero considerato ogni intervento nell’America spagnola come una minaccia alla propria sicurezza. (Questa clausola di non colonizzazione) sosteneva che i continenti americani, per le condizioni libere e indipendenti che hanno assunto e mantengono, non debbono quindi essere considerati come soggetti di colonizzazione da parte di qualsiasi potenza europea”[17]. Questa clausola è da allora nota con lo slogan, da sempre riportato da tutti i manuali di Storia, della “America agli Americani”.
Il terzo principio – quello meno noto – “celebrava la tradizione americana di espansione. (Il Presidente, infatti, dichiarò che) l’espansione della nostra popolazione e l’accesso di nuovi Stati nell’Unione hanno avuto gli effetti più positivi per tutti i loro interessi più alti. Questo ha eminentemente incrementato le nostre risorse e aumentato la nostra forza e rispettabilità come potenza”[18].
L’azione americana in Messico, subito dopo la fine della Guerra Civile, l’espansione americana verso ovest, con l’acquisizione dei territori della Nuova Spagna, e la guerra di Cuba (e delle Filippine) del 1898, che sradicò definitivamente il potere coloniale spagnolo dal continente americano, rientrano tutte in questa politica, anche se furono ammantate dalla volontà di “liberare” le popolazioni oppresse.
A questa espansione si aggiunsero la cessione dell’Alaska, da parte della Russia, incapace di difendere quei territori dalla Gran Bretagna, con la quale esisteva una competizione strisciante per il dominio dell’Asia, nota come il “Grande Gioco”, e la presa delle Hawaii, malgrado le rivendicazioni giapponesi, che avrebbero voluto dominare questo arcipelago, popolato da una forte minoranza nipponica.
In definitiva, la dottrina Monroe è stato il documento che ha influenzato la politica americana per i decenni successivi, e le cui tracce si riscontrano ancor oggi.
Il ritorno del neutralismo
Alla fine della Prima Guerra mondiale, il Presidente americano Thomas Woodrow Wilson si era impegnato per creare un ordine mondiale stabile, che garantisse la pace, la libertà l’indipendenza e la democrazia ai popoli del mondo, oltre a permettere la ripresa economica dell’Europa e, di riflesso del mondo. La sua dichiarazione dei 14 punti, unita alla proposta di creare la Società delle Nazioni, come organo che sovraintendesse alle dispute tra i Paesi, sembrava l’inizio di una nuova era di pace, dopo la “inutile strage” della guerra, un termine coniato dal papa Benedetto XV e ben presente nella mente dei governanti post-bellici.
Chi fece fallire questo ambizioso disegno fu un Senatore americano dell’Idaho, Wiliam Edgar Borah. Avvocato per formazione, egli era stato eletto al Senato nel 1906 all’età di quarantun anni; da questa posizione, egli influenzò la politica estera americana fino all’attacco giapponese di Pearl Harbour, convincendo il Congresso e il Senato a rinunciare al progetto wilsoniano e allontanarsi dalle politiche europee.
Come ricorda un suo biografo, egli era “da sempre diffidente verso le potenze europee, e sosteneva che si avesse il meno possibile di rapporti con loro. (In particolare) egli considerava la Gran Bretagna come specialmente pericolosa perché troppi Americani presupponevano (l’esistenza di) una comunanza di interessi con i Britannici che, a suo parere, non esisteva”[19]. In questa dichiarazione si può notare un velato accenno alle dichiarazioni del Comandante Sims che avevano sollevato forti polemiche in Patria.
Animato da un elevatissimo senso morale, era intransigente ogni qualvolta notava che la politica americana, sia essa estera o interna, veniva influenzata da interessi di parte, specie quelli delle grandi concentrazioni industriali. Indicativo fu il suo atteggiamento verso l’Amministrazione Wilson quando in Messico il Presidente Francisco Madero, che aveva promesso una rivoluzione a danno degli interessi economici di investitori americani, venne ucciso e il capo del colpo di Stato, il generale Victoriano Huerta, salì al potere al suo posto. Ne seguì una guerra civile di tutti contro tutti, con fazioni dell’Esercito tra loro contrapposte, che si alleavano a gruppi di rivoltosi, per poi tradirli. Personaggi come Venustiano Carranza, Emiliano Zapata e Pancho Villa furono gli attori principali di questo bagno di sangue durò fino al 1920.
Borah, che da tempo aveva deciso di “dedicarsi quasi esclusivamente a combattere ciò che considerava la sovversione dei tradizionali principi Americani”[20] vide in questo golpe la mano del suo governo, e lo accusò di servire gli interessi privati anziché quelli del Paese. Infatti, egli “vedeva il Messico e l’America Centrale come un’esca perenne per l’espansionismo americano, un impulso che egli riteneva costante e suscettibile di manipolazioni deliberate da alcuni gruppi di interesse”[21].
Sta di fatto che le pressioni di Borah costrinsero il Presidente a non riconoscere il governo Huerta, ma fu necessario, poco dopo, dispiegare forze navali per fermare il contrabbando di armi a favore di quest’ultimo. In quest’ambito, la Marina e l’Esercito americani occuparono Vera Cruz e la tennero dall’aprile al novembre 1914, un impegno gravoso proprio mentre in Europa scoppiava la Prima Guerra mondiale.
Questa serie di eventi confermò la visione del Senatore Borah, convinto che “ogni situazione conteneva la propria logica degli eventi, che i partecipanti sono spesso impossibilitati ad alterare. Ogni azione, per quanto innocua o benintenzionata alla superficie, poteva scatenare una successione di conseguenze del tutto impreviste al suo inizio”[22].
Lo scoppio della Prima Guerra mondiale vide il Senatore impegnato a tenere il suo Paese fuori dal conflitto da quella che considerava un’esclusiva contesa europea. Egli, all’inizio, considerò il conflitto “il risultato inevitabile di odio tra Nazioni e ciniche lotte di potere che avevano piagato l’Europa per secoli. Per lui la diplomazia europea, che si svolgeva dietro porte chiuse senza riguardo ai desideri del popolo, era l’essenza della depravazione del Vecchio Mondo”[23]. Successivamente egli divenne più ottimista predicendo che “la Vecchia Europa sarebbe stata spazzata via dalla guerra, il suo popolo sarebbe stato libero dalle pratiche maledette e infami, dalle trappole e dagli oneri delle monarchie”[24].
Durante il periodo di neutralità, Borah fu fautore di una politica di “neutralità muscolare” in cui “l’America contrastasse le violazioni ai diritti dei neutrali da parte di ogni belligerante con la forza, anziché con proteste”[25]. Questo fu il motivo che lo spinse a votare a favore per l’entrata in guerra, sia pure con riluttanza, consapevole com’era del rischio di conseguenze imprevedibili.
Una volta finito il conflitto, il Senatore Borah si oppose fermamente al progetto wilsoniano di una Società delle Nazioni, che – secondo lui – era “uno schema per piazzare gli Stati Uniti nell’occhio del ciclone delle politiche europee”[26]. Egli riuscì a convincere i membri del Partito Repubblicano, di cui era membro, malgrado molti tra loro avrebbero preferito una soluzione di compromesso, attenuando le clausole del trattato, così come erano state scritte dal Presidente.
Il principale punto di disaccordo era l’articolo 10 del trattato, che affermava: “I Membri della Società si impegnano a rispettare, e a proteggere contro ogni aggressione esterna, l’integrità territoriale e l’attuale indipendenza politica di tutti i Membri della Società. In caso di aggressione, minaccia o pericolo di aggressione, il Consiglio avviserà ai modi nei quali quest’obbligo dovrà essere adempito”[27].
Fu proprio l’intransigenza di quest’ultimo, che non accettò alcun emendamento al suo progetto, a favorire Borah e convincere il Partito Repubblicano a bocciare la partecipazione americana alla Società delle Nazioni. Ma Borah non riuscì solo a portare il suo partito a condividere le sue vedute. Il voto finale, il 19 marzo 1920, vide “l’Amministrazione provare febbrilmente a controllare i Democratici traballanti. Alcuni defezionarono, un numero sufficiente di loro si unì agli irreconciliabili (oppositori) nel bloccare l’approvazione”[28]. Fu così che la Società delle Nazioni restò priva del proprio membro fondatore, e visse una vita difficile, non avendo spesso la forza per imporre la pace alle parti in conflitto, anche se ebbe successo nel sedare numerose crisi minori.
Con l’aggravarsi della situazione internazionale, negli anni 1930, “il popolo americano e i suoi leader cercarono una formula per consentire al Paese di evitare un altro conflitto maggiore”[29]. Tutti i partiti erano d’accordo sul fine da perseguire, ma il disaccordo su come applicare le misure adatte allo scopo.
Il Senatore Borah, naturalmente, fu in prima linea nel definire queste misure. Secondo lui, “qualora vi fosse un confronto (armato) gli Stati Uniti avrebbero dovuto evitare persino un accenno di favoreggiamento di una parte contro l’altra, e soprattutto evitare designare e tentare di coartare le parti ritenute colpevoli”[30] .
Da queste discussioni emersero quelli che poi divennero i “Neutrality Act” del 1935, 1936, 1937 e 1939. Il primo, del 1935 si limitava a prevedere un embargo di armi e munizioni ai belligeranti, nonché ad avvertire i cittadini americani che viaggiare su un mezzo appartenente a una parte in conflitto sarebbe stato a proprio rischio e pericolo.
Dato che la prima legge aveva una scadenza di sei mesi, fu necessario un secondo atto, nel 1936, che, oltre a prolungare le disposizioni dell’atto precedente di 14 mesi, aggravava le misure, proibendo prestiti o crediti alle parti in conflitto. Ma nel frattempo era scoppiata la Guerra Civile in Spagna, e fu necessaria una terza legge, nel 1937, per rendere permanenti queste misure e includere la Spagna tra i Paesi oggetto di embargo. La durezza di queste misure, però, fu attenuata da un articolo, inserito su richiesta del Presidente Roosevelt, detto del “Cash and Carry”, che consentiva ai belligeranti di ritirare armi e munizioni a condizione di pagare anticipatamente in contanti e ritirare i materiali negli USA.
Infine, nel 1939, dopo l’invasione della Polonia da parte tedesca e la dichiarazione di guerra da parte della Gran Bretagna e della Francia, un’altra legge venne varata, per estendere la durata del “cash and carry” ma anche per annullare le clausole delle leggi precedenti. La strada per gli accordi successivi con i vecchi Alleati della Prima Guerra mondiale era aperta.
Il Senatore Borah morì il 19 gennaio 1940, all’età di 75 anni, giusto in tempo per non vedere né la legge “Affitti e Prestiti” che vanificava i suoi sforzi per una neutralità americana equidistante dalle parti in conflitto, né tantomeno l’attacco giapponese di Pearl Harbour, che segnò l’ingresso degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, cosa che lui aveva cercato di evitare a ogni costo. Come nota un suo biografo, egli considerava che “l’America esisteva in un mondo di rapaci Stati-Nazione, il cui comportamento giustificava l’affetto che uno potrebbe avere per un branco di barracuda”[31] e questo giudizio severo è più volte riapparso a livello politico e nell’opinione pubblica americana.
Il secondo dopoguerra e la NATO
Quando scoppiò la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti cercarono di restare fuori dal conflitto, anche se presero provvedimenti fin troppo favorevoli alla Gran Bretagna, come la già citata legge del “Cash and Carry”, apparentemente imparziale, ma in realtà cucita su misura per le Potenze marittime, e quella che venne denominata “Affitti e Prestiti”, uno scambio apparentemente equo, secondo cui la Gran Bretagna cedeva basi, utili agli Stati Uniti solo in caso di guerra contro l’Asse, in cambio di armamenti.
Per trascinare gli Stati Uniti nel conflitto mondiale ci volle l’attacco diretto di Pearl Harbour, seguito dalle improvvide dichiarazioni di guerra di Germania e Italia. Ancor più di come era avvenuto nel 1917-18, fu la potenza industriale e demografica americana a determinare l’esito del conflitto.
Alla fine della guerra, però, divenne chiaro che gli obiettivi della dirigenza sovietica e quelli della leadership anglo-americana divergevano sempre più. Come notava uno storico americano, “Il Cremlino pensava solo in termini di sfere di interesse: sopra tutto, i Russi erano determinati a proteggere le loro frontiere, specialmente quella occidentale, attraversata tanto spesso e con tanto spargimento di sangue nel corso tragico della loro storia. Queste frontiere occidentali erano prive di mezzi di difesa naturale – niente grandi oceani, montagne inaccessibili, paludi fumanti o giungle impenetrabili. La prassi russa, quindi, prevedeva l’ampliamento dell’area di influenza”[32]. E l’Europa Centro Orientale, da poco occupata dall’Armata Rossa, era il terreno che l’Unione Sovietica intendeva usare come cordone sanitario, per proteggersi dall’Occidente.
Il rifiuto sovietico di tenere libere elezioni nei territori dell’Europa Centro Orientale, con l’instaurazione di regimi comunisti, fu quindi un segnale di allarme per l’Amministrazione americana, che si era illusa di portare la libertà e la democrazia in tutte l’Europa. Washington si trovava quindi di fronte a una situazione in cui l’Armata Rossa, che non si era smobilitata, era schierata lungo il fiume Elba, tagliando in due la Germania. Ad oriente di questa linea, regnavano regimi communisti, creando una situazione che fu ben descritta da Churchill, con il termine “Cortina di Ferro”.
La situazione ad occidente di questa linea, però, la situazione non era meno preoccupante: nelle zone dell’Europa che erano state occupate dagli anglo-americani, le forze di questi ultimi stavano smobilitando e rientrando in Patria, lasciando un pericoloso vuoto di potere. L’intera Europa occidentale, che era stato il campo di battaglia negli ultimi tre anni, era un ammasso di rovine, e fasce non limitate delle popolazioni sembravano vedere nel comunismo l’ideologia ideale per l’ordine post-bellico. In questo senso vanno viste, in quegli anni, la guerra civile in Grecia, fomentata da gruppi che si richiamavano all’ideologia comunista e la presenza in Francia e in Italia di potenti partiti di sinistra.
Oltretutto, sembrava che le ambizioni espansionistiche del Cremlino non avessero limiti: le minacce alla Turchia, il blocco di Berlino e il golpe in Cecoslovacchia facevano temere il peggio. Questo provocò un drastico cambio di strategia da parte degli Stati Uniti, che fino ad allora era partita “dal presupposto che i Paesi dell’Europa occidentale si sarebbero ripresi economicamente e politicamente, avrebbero riassunto le responsabilità derivanti dalla loro stessa protezione. Così essi avrebbero permesso agli Stati Uniti di ricadere, non nell’isolazionismo, ma in una posizione di minore responsabilità e di più o meno consapevole riserva strategica rispetto all’Eurasia occidentale e di partecipazione benevola ma non costosa alle organizzazioni internazionali”[33].
La nuova strategia si concentrò su alcuni punti, tra loro concatenati. Il primo fu una dichiarazione, fatta dal Presidente Truman al Congresso il 12 marzo 1947, secondo cui gli Stati Uniti erano pronti ad “aiutare i popoli liberi a mantenere le loro libere istituzioni e la loro integrità nazionale contro movimenti aggressivi che cercano di imporre loro regimi totalitari”[34]. Nasceva così la “Dottrina Truman” che non era altro che una strategia di contenimento dell’espansionismo sovietico di quegli anni, ma fornì la ragion d’essere dei passi successivi.
Il secondo fu il ben noto “Piano Marshall” che prese il nome dall’allora Segretario di Stato. Il piano, varato dal Congresso nella primavera del 1948, mirava ad accelerare la ripresa economica europea, in modo da assicurare rapidamente un livello di benessere dei popoli europei, tale da far desistere gli elettori dall’appoggiare movimenti comunisti. È ben vero che “i dollari prestati ai governi europei, in gran parte, furono spesi negli Stati Uniti. Questo servì a stimolare l’economia americana, oltre a rivitalizzare quella del Vecchio Mondo, e i risultati furono sensazionali”[35].
Era così confermato quanto sostenuto da Will Clayton, allora Segretario di Stato per gli affari economici, convinto che “gli Stati Uniti non avrebbero prosperato se nel resto del mondo non ci fosse stato il benessere”[36]. Va detto che Clayton, un self-made man che aveva fatto carriera nell’industria del cotone, avendo iniziato come stenografo, parlava per esperienza vissuta, anziché per effetto di studi teorici, studi che aveva dovuto interrompere per difficoltà economiche della famiglia.
Il terzo passo fu l’abbandono del neutralismo. Il 17 marzo 1948 era stato firmato il Patto di Bruxelles “tra Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, quale alleanza militare di mutua difesa e assistenza”[37]. L’artefice di questo accordo era stato il Ministro degli Esteri britannico Ernest Bevin, il quale però era perfettamente consapevole che tale patto – dal quale poi nascerà l’UEO (Unione dell’Europa Occidentale) – non era altro che un’unione di debolezze, poco credibile per fermare l’espansionismo sovietico.
Bevin, quindi, esercitò pressioni sul governo di Washington, per convincerlo a unirsi agli alleati europei, incontrando una risposta favorevole da parte dell’Amministrazione Truman. Il Presidente, infatti, lo stesso giorno della firma del Patto di Bruxelles, aveva “salutato la decisione dei firmatari e riconfermato che, se i Paesi europei erano decisi a difendersi, l’America li avrebbe aiutati”[38].
A fare da ponte tra le pressioni europee e le intenzioni del Presidente Truman provvide il Senatore Arthur Vandenberg, il quale presentò una risoluzione, secondo la quale “gli Stati Uniti riconfermavano la validità delle Nazioni Unite per la difesa dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ne riconosceva il ruolo negli sforzi per il mantenimento della pace, ma dichiarava altresì l’intenzione del governo americano di associarsi a tutti quei patti collettivi e regionali fondati sulla reciproca collaborazione e il reciproco aiuto e relativi alla sicurezza nazionale”[39].
Bisognò aspettare, però, l’esito delle elezioni presidenziali americane perché Truman, rieletto con largo margine, potesse dare il via al Patto Atlantico, e alla Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, più nota con il suo acronimo inglese, NATO (North Atlantic Treaty Organization), firmandolo il 4 aprile 1949.
Ci fu, per gli Europei, una sola, grande e poco piacevole sorpresa. Da un lato, il Patto di Bruxelles prevedeva, al suo Articolo V, che “se una delle Alte Parti Contraenti fosse oggetto di un attacco armato in Europa, le altre Ale Parti Contraenti, in accordo con quanto previsto dall’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, (che sanciva il diritto all’autodifesa), forniranno alla Parte attaccata tutto l’aiuto militare e altra assistenza in loro potere”[40].
Dall’altro lato, l’analogo Articolo 5 del nuovo trattato prevedeva solo che “le Parti concordano che un attacco armato contro una o più di loro in Europa o Nord America sarà considerato un attacco contro tutte loro e di conseguenza concordano che, se un tale attacco armato avesse luogo, ognuna di loro, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, assisterà la Parte o le Parti attaccate in questo modo, prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre, tutte le azioni ritenute necessarie, incluso l’impiego di forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza dell’area del Nord Atlantico”[41].
Il raffronto tra i due testi è rivelatore, dato che il secondo fu considerato, fin dall’inizio, una versione “annacquata” del primo.
Fu detto, a giustificazione di questa attenuazione del vincolo di difesa collettiva, che il Congresso americano non avrebbe mai ratificato il Trattato nella versione identica a quella usata per il Patto di Bruxelles. Ironia ha voluto che l’unico caso di applicazione dell’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, scritto pensando a una possibile aggressione dell’Europa da parte dell’URSS, si è avuto a favore degli Stati Uniti, quando essi furono attaccati l’11 settembre del 2001 dai membri di Al Qaeda.
In quasi ottant’anni di vita della NATO, i rappresentanti degli Stati Uniti hanno più e più volte sollecitato i Paesi membri europei ad impegnarsi maggiormente nello spendere per la difesa e sicurezza. Nel 1974, ad esempio, il Congresso americano votò il cosiddetto “Jackson-Nunn Amendment” che “ordinava agli Stati Uniti di ridurre i propri livelli di truppe in Europa proporzionalmente a ogni carenza degli alleati NATO di compensare il deficit della bilancia dei pagamenti USA. Essenzialmente, se gli alleati della NATO non avessero compensato appieno gli USA per le sue spese militari in Europa, gli Stati Uniti avrebbero ridotto la presenza delle proprie truppe per una percentuale corrispondente”[42] .
La contesa riguardante il cosiddetto “Burden Sharing” (suddivisione degli oneri) non ha mai lasciato le aule della sede dell’Alleanza per tempi lunghi, dato che i rappresentanti americani l’hanno periodicamente sollevata, fino ai giorni nostri.
La minaccia del ritiro, però, non è mai stata spinta fino in fondo da parte USA. Infatti, le basi USA in Europa, dopo la caduta del Muro di Berlino, si sono rivelate essenziali per consentire la proiezione di forze USA nei teatri dell’Asia occidentale.
Conclusione
Alla fine di questa lunga serie di citazioni, si può affermare che l’opinione pubblica americana – i cui interpreti sono i politici – è storicamente divisa in tre categorie principali, con mille sfumature tra l’una e l’altra.
La prima include coloro che sono favorevoli a un legame stretto con l’Europa. Questa categoria include, tra gli altri, i filo-britannici (l’Ammiraglio Sims è l’esempio storico che la rappresenta al meglio), ed i discendenti degli emigrati italiani.
La seconda categoria include l’aliquota dell’opinione pubblica americana poco favorevole all’Europa, in parte per convinzione, in parte perché gli Americani attuali portano dentro di loro il ricordo, consapevole o meno, delle sofferenze subite dai loro antenati per mano di Europei.
La terza categoria, da non sottovalutare, è quella che ragiona sul piano geopolitico, ed è preoccupata dall’accumularsi degli impegni mondiali del proprio Paese, e vedrebbe con piacere una riduzione degli impegni e, un maggiore impegno da parte degli alleati, nel risolvere i problemi mondiali. Va detto che questo gruppo di leader e di opinion makers dimentica un “piccolo particolare”: come osservava tanti anni fa uno studioso di Strategia francese ben noto negli Stati Uniti, visto che generazioni di ufficiali dalla US Army hanno studiato sui suoi testi, Antoine Henri Jomini, “quando si interviene con un contingente mediocre, per effetto di trattati stipulati, non si è che un accessorio, e le operazioni sono dirette dalla Potenza principale. Quando si interviene entro una coalizione e con un esercito imponente il caso è differente”[43]. Quindi, se gli Stati Uniti decidessero di defilarsi parzialmente rispetto alla NATO, perderebbero quella dominanza che attualmente posseggono in campo decisionale.
Da quanto detto, si può capire perché la NATO aspetti di sapere chi verrà eletto Presidente negli USA, prima di prendere decisioni importanti. Fortunatamente, anche quando, come in questi mesi, viene eletto un leader legato a questa aliquota che si potrebbe definire anti-europea, alla fine si raggiunge un compromesso, basato sulla ragionevolezza, anche se non sull’amicizia. Infatti, non è l’Europa la sola ad aver bisogno degli Stati Uniti: è vero anche il contrario: nessun governo americano può influenzare gli eventi mondiali senza l’appoggio europeo.
Bisogna però ricordare che le alleanze non sono solo politiche e militari, ma includono anche aspetti economici, da non sottovalutare: non si può essere alleati e condurre guerre commerciali, perché queste minano alla base la solidarietà tra i Membri dell’Alleanza. La Storia, infatti, insegna che ogni riduzione dei commerci tra due parti viene seguita da una riduzione proporzionalmente uguale della solidarietà reciproca, e non solo. Anche nel commercio internazionale vale il detto: “Quando si chiude una porta, si apre un portone”.
Diceva uno studioso americano, Alfred T. Mahan, a proposito del commercio internazionale che “il mare è solo un grande mezzo di circolazione (delle merci) creato dalla natura, proprio come il denaro è stato creato dall’uomo per lo scambio di prodotti. Cambiate il flusso di uno qualsiasi di questi fattori come direzione o intensità, e modificherete le relazioni politiche e industriali del genere umano”[44] .
I produttori europei, nel caso di un’eventuale riduzione degli scambi commerciali transatlantici, cercheranno altri mercati, e se li troveranno stabiliranno buoni rapporti con i loro clienti, troncando quelli con i clienti precedenti. Dal livello di rapporti tra commercianti a quello tra Stati il passo è breve, come avvertiva Mahan.
Se l’America perde i mercati europei, nel tentativo di rifarsi troppo rapidamente degli oneri sostenuti per garantire la sicurezza degli alleati, la sua economia si ritroverà in crisi, come aveva previsto, molti decenni fa, il Segretario Clayton. Ma, come si è detto, l’America metterebbe in pericolo soprattutto il “Ponte Transatlantico”: i Paesi europei, se insoddisfatti per gli ostacoli al loro commercio, tratterebbero gli Stati Uniti come Paese con il quale intrattenere rapporti cordiali, ma non necessariamente amichevoli.
Il ponte transatlantico, nel caso di una riduzione degli scambi commerciali tra le due sponde dell’Atlantico del Nord, rischierebbe, in definitiva, di fare la fine di tutti i ponti non più frequentati e poco manutenuti, finendo per essere travolto dalle acque, o crollare per vetustà, e gli Stati Uniti finirebbero per ripiombare nella neutralità, con meno potere di influenzare gli eventi del mondo, per mancanza di alleati.
[1] N. TOCCI, Il disprezzo di Trump. In “Affari Internazionali” 8 aprile 2025.
[2] H. COUTAU-BÉGARIE, Traité de Stratégie, Ed. Economica, 2006, pagg. 815-817
[3] W. W. ROSTOW, Gli Stati Uniti nell’arena mondiale”. Ed. Il Mulino, 1960, pag. 56.
[4] Ibid.
[5] J. SEXTON, The Monroe Doctrine. Ed. Hill & Wang, 2011e pag. 20.
[6] Ibid. pag. 7.
[7] W.D. PULESTON, Captain. USN, Mahan. Ed. Jonathan Cape, 1939, pag. 329.
[8] H. & M. SPROUT, The Rise of American Naval Power. Princeton University Press, 1939, pag. 281
[9] H. & M. SPROUT, Toward a new order of Sea Power. Princeton University Press, 1943, pag. 69.
[10] J. SEXTON, Op. cit. pag. 24.
[11] Ibid. pag. 10.
[12] J. SEXTON. Op. cit. pag. 155.
[13] J. SEXTON, Op. cit.pag. 3.
[14] Ibid. pag. 41.
[15] Ibid. pag. 41.
[16] Ibid, pag. 60.
[17] Ibid.
[18] Ibid. pag. 61.
[19] R.J. MADDOX, William E. Borah and American foreign policy. Louisiana State University Press, 1969, pag. xviii.
[20] Ibid. pag. 3.
[21] Ibid. pag. 6.
[22] Ibid. pag. 8.
[23] Ibid. pag. 12.
[24] Ibid.
[25] Ibid. pag. 16.
[26] Ibid, pag. 52.
[27] Patto della Società delle Nazioni, art. 10. In “Studi per la Pace” https//www.studiperla pace.it>socnazioni
[28] R.J. MADDOX, OP. cit. pag. 70.
[29] Ibid. pag. 224.
[30] Ibid. pag. 225.
[31] Ibid. pag. 249.
[32] A, M. SCHLESINGER, jr. The cycles of American History. Houghton Mifflin co. 1986, pagg. 171-172.
[33] W.W. ROSTOW. OP. cit. pag. 245.
[34] D. PERKINS, The Evolution of American Foreign Policy. Oxford University Press, 1948, pag. 111.
[35] Ibid. pag. 112.
[36] W.W.ROSTOW. Op. cit. pag. 260.
[37] G. MAMMARELLA, L’America da Roosevelt a Reagan. Ed. Laterza, 1984, pag. 164.
[38] Ibid.
[39] Ibid, pag. 165.
[40] TRATTATO DI BRUXELLES. Art, V. In “Studi per la Pace” https//www.studiperla pace.it>UEO.
[41] THE NORTH ATLANTIC TREATY, Art. 5., in www.nato.int
[42] JACKSON/NUNN Amendment, 1974. In CIA, https//www.cia.gov>readingroom>docs
[43] A. H. JOMINI, Précis de l’Art de la Guerre. Ed. Ivrea, 1994 pag. 30.
[44] A.T.MAHAN. Strategia Navale. Ed. Forum Relazioni Internazionali, 1997. Vol. I, pag. 201.


