scarica il file in pdf – choke points e commercio mondiale – maggio 2026-cucchi
Brevi riflessioni del Generale Cucchi sui Choke points e sul commercio mondiale[1]
Gen. C. d’A. Giuseppe Cucchi
In un corpo umano una delle cose più importanti è che la circolazione sanguigna fluisca correttamente.
In parallelo, allorché si passa dai flussi che tengono in vita il nostro corpo a quelli che condizionano il commercio mondiale – e di conseguenza quella parte dell’economia che da esso dipende – il corretto fluire delle merci da una destinazione all’altra del globo appare fondamentale per la sopravvivenza della società in cui viviamo nonché, almeno in una certa misura, del benessere che essa ci fornisce.
Per ragioni di costo, buona parte dei nostri maggiori flussi commerciali avvengono per via marittima, evitando percorsi terrestri che, oltre a rivelarsi in molte forme più lenti, disagevoli e pericolosi, non consentono oltretutto l’impiego di mezzi di trasporto tali da poter competere dal punto di vista della capacità di carico con quelli marittimi.
Il mare quindi è ancora al giorno d’oggi la strada maestra di ogni transazione commerciale, mentre rimane interesse comune il fatto che la navigazione lungo le principali rotte non debba confrontarsi con ostacoli capaci, foss’anche solo temporaneamente, di rallentare, ostacolare o addirittura interdire la navigazione in alcuni settori.
Si tratta di qualcosa che noi italiani, popolo essenzialmente marinaro, cittadini dell’unico Stato che domini tanto il bacino occidentale che quello orientale del Mar Mediterraneo, paese con un incredibile numero di chilometri di coste, conosciamo benissimo, anche se ormai sono lontani i tempi in cui potevamo permetterci di considerare il bacino interno ove vivevamo come il “Mar Nostrum”.
Un mare interno, che tra l’altro riveste caratteristiche tanto particolari da rimanere sempre al centro dell’attenzione non soltanto dei paesi rivieraschi, ma anche delle medie e grandi potenze del momento Per la Russia esso costituisce infatti la potenziale porta d’accesso alle acque calde per la via del Mar Nero e poi degli Stretti. Per la Cina è il punto di arrivo tradizionale di tutte le “Vie della Seta”, terrestri, marittime o miste che esse siano.
Dagli Stati Uniti, perlomeno sino a poco tempo fa, esso è stato infine utilizzato come un avamposto in cui schierare una forza navale che potesse, in caso di necessità, o fronteggiare i sovietici oppure correre in soccorso di Israele nel momento in cui qualcuna delle ricorrenti offensive arabe contro il paese apparisse destinata a divenire realmente pericolosa. Il guaio con il Mediterraneo consiste comunque nel fatto che si tratta di un mare chiuso, in cui il volume del traffico può essere facilmente condizionato dalla apertura o meno di una o più delle sue tre porte di accesso ed uscita (Gibilterra, il Bosforo ed il Canale di Suez) nonché dalle difficoltà che potrebbero eventualmente sorgere per il passaggio nella strettoia del Canale di Sicilia
Logico quindi che in queste condizioni anche l’Italia si trovasse sin dall’inizio fra i Paesi su cui la NATO contava, sin dalla fondazione della Alleanza Atlantica , per mantenere aperta questa fondamentale via d’acqua.
Si è trattato di un incarico che , almeno per i due choke points che ci interessavano, vale a dire il Canale di Sicilia ed il Canale di Suez (gli atri due, Gibilterra e gli Stretti Turchi essendo affidati ad altre cure ) noi abbiamo svolto molto bene, e con estrema discrezione, per parecchi decenni.
Del Canale di Sicilia abbiamo infatti sempre curato di poter controllare le due sponde, badando a conservare con la Libia, cui ci legava tra l’altro un lungo periodo di storia comune, un rapporto quanto più possibile armonioso pur nell’alternarsi a Roma di Governi diversamente colorati. Si è trattato di una condizione che soltanto la rovinosa decisione della NATO di attaccare il Colonnello Gheddafi ha in seguito interrotto, precipitando quell’area in una instabilità che soltanto di recente la Turchia ha saputo parzialmente arginare.
Con il Canale di Suez, posto sotto la sovranità dell’Egitto, ed il suo accesso da Sud – lo Stretto di Bab-el-Mandeb – su cui incombeva una congerie di altri Stati, il gioco è stato invece più difficile e sottile, nonché condotto su tavoli molto differenziati fra loro.
Con l’Egitto abbiamo così instaurato per decenni un rapporto politico così stretto da farci considerare a Il Cairo come il primo di gran lunga degli amici europei, condizione da cui in tempi più recenti soltanto gli eventi del disgraziato caso Regeni ci hanno fatto decadere.
Un poco più a Sud, in Sudan, siamo stati per lunga pezza il primo dei paesi donatori in tempi in cui la nostra cooperazione era ben più ricca di fondi di quanto essa non sia attualmente.
Con l’Etiopia, l’Eritrea e la Somalia usammo tutti i mezzi a nostra disposizione in aree in cui la nostra presenza si misurava a decenni e quanto essa potesse contare è dimostrato dal fatto che fu il nostro intervento a convincere Mogadiscio ed Addis Abeba a porre termine a quel “conflitto dell’Ogaden” che minacciava di divenire la solita sanguinosa e crudele guerra fra poveri.
Quando poi le acque iniziarono ad intorpidirsi, dagli anni ‘80 in poi, non avemmo alcuna esitazione ad impegnare in zona anche le nostre Forze Armate, tanto in azioni marittime che in operazioni terrestri.
Tra le prime ci sono da ricordare lo sminamento degli approcci da Sud del Canale di Suez (1984) nonché a vari intervalli, a partire dal 1987, le presenze nel Golfo Persico per preservare la libertà di navigazione posta in forse dagli scontri fra Iran ed Iraq.
Tra le seconde il posto d’onore spetta alla nostra presenza in Somalia, un conto che saldammo purtroppo con un doloroso numero di caduti ma in cui ci comportammo talmente bene da essere noi che garantimmo, con militari di leva, il reimbarco in catastrofe degli sperimentati professionisti USA dopo l’episodio che il film del “Black Hawk Down” descrive magistralmente.
Non è poi che dopo l’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso le missioni siano cessate. In realtà esse sono aumentate di numero e la nostra presenza si è fatta talmente articolata da costringerci ad aprire una base a Gibuti e a dislocare reparti italiani nella penisola arabica.
A quel punto però la responsabilità della gestione era cresciuta di livello, passando nelle mani delle Nazioni Unite, della NATO, della Unione Europea o di coalizioni di volonterosi, complessi in cui la nostra Italia era solo una pedina fra tante altre. L’intervento più recente, in questo ambito, è stato il nostro intervento a Bab-el-Mandeb per proteggere il nostro traffico mercantile dagli attacchi degli Houthi.
Lo sconvolgimento generato in tempi recenti in ambito internazionale dal Presidente Trump sembra però in questo momento voler proporre di nuovo alla attenzione una rinnovata centralità mediterranea.
In tale ottica il bacino non sarebbe più un mare interno sostanzialmente quasi chiuso, bensì una grande via di scorrimento navale capace di permettere un rapido travaso di merci o di forze militari fra l’Oceano Atlantico e quello Indiano. E viceversa ovviamente! In questa visione “interoceanica” particolarmente caldeggiata dalla Rivista di geopolitica “Limes”, all’ Italia spetterebbe un ruolo determinante, considerata la centralità di un territorio che le consente di dominare l’intero bacino.
È comunque ovvio come ciò avverrebbe soltanto nel caso che la nostra politica divenisse un poco più realistica, tenendo conto anche dei bisogni del nostro paese e non soltanto di quei valori che, spinti purtroppo sino alla esasperazione, ci hanno travolti nel culto di una pace teorica ed impossibile, e che oltre tutto noi non sapremmo e potremmo mai difendere fino a che resteremo nelle condizioni attuali.
Ci conforta in ogni caso il fatto che gli avvenimenti più recenti, avendo posto in chiara evidenza come una gestione sbagliata od inadeguata dei choke points possa porre in manifesta crisi anche colossi del livello degli StatiUniti, ci costringeranno quasi certamente a rivedere tutta la materia ad essi connessa in maniera che risulti in linea con quel futuro diverso che per ora si intravede soltanto a grandi linee ma che dovrebbe riuscire a definirsi meglio in tempi relativamente limitati. O almeno così si spera.
[1] Mediterranean Insecurity ha il piacere di ospitare delle brevi e personali considerazioni del Generale di Corpo d’Armata Giuseppe Cucchi, già Direttore Generale del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio.



