Scarica il file in pdf – 25 anni dall 11 settembre – settembre 2026- LQSdM
25 anni dopo l’11 settembre: il giorno che cambiò il mondo, la lotta al terrorismo jihadista e le attuali minacce alla Comunità internazionale
Laura Quadarella Sanfelice di Monteforte[1]
- 25 anni dall’11 settembre 2001
Sembra incredibile ma sono trascorsi 25 anni da quel giorno, dal “giorno che cambiò il mondo”, come si disse allora, e infatti così fu.
Chi come me era già grande ricorderà esattamente dove era e cosa faceva nel momento in cui ricevette la notizia, così come le sequenze degli attacchi alla prima e alla seconda torre del World Trade Center, il volo che si schiantò sul Pentagono e quello che cadde (fortunatamente) su un campo, grazie all’eroismo dei suoi passeggeri, salvando probabilmente la Casa Bianca …
Erano le 8.46 quando il primo Boing colpì la Torre Nord, entrando dentro di essa quasi nella parte più alta, le 9.03 quando il secondo Boing si schiantò contro la Torre Sud, questa volta poco sopra la metà, ed anch’esso senza riuscirne, restando dentro a bruciare e sciogliere il metallo, come realizzammo dopo.
Un paio di minuti, e alle 9.05 lo sguardo vitreo dell’attonito Presidente George W. Bush si bloccò nel vuoto: era in visita in una scuola elementare quando all’orecchio gli riferirono degli attacchi. Restò pietrificato per alcuni minuti, prima di alzarsi e poi parlare alle 9.30 alla nazione, ad una nazione sotto attacco. Quello sguardo era lo specchio del gelo e della paura che ognuno di noi provava davanti alla tv. Da casa, dal luogo di lavoro, dalla strada, dai negozi…il mondo si fermò ad osservare.
Le scritte nella striscia rossa nella parte bassa delle tv statunitensi erano più o meno le stesse su tutte le reti: “USA under attack”!
Quella scritta faceva scricchiolare le nostre certezze: era finita la Guerra Fredda, non avevamo più nemici! Ci sentivamo al sicuro!
Appartengo ad una generazione che era cresciuta con il mito americano e la paura sovietica, ma da alcuni anni ci eravamo adagiati su una sicurezza, evidentemente solo apparente: era caduto il Muro di Berlino, non sentivamo, noi in Occidente, di avere più nemici!
E invece li avevamo, e le immagini che iniziarono a scorrere in quella mattina di fine estate ce lo fecero capire di colpo: il nostro nuovo nemico era il terrorismo jihadista, come apprendemmo di lì a qualche giorno. Era un nemico che, ovviamente, non stava nascendo allora, ed un precedente attentato al World Trade Center del 1993 così come quelli ad alcune Ambasciate statunitensi in Africa nel 1998 erano stati campanelli d’allarme troppo inascoltati.
I giovani non possono capire pienamente cosa avvenne nelle due ore più drammatiche che abbiamo vissuto negli ultimi ottanta anni, ma furono due ore da incubo, due ore che ci fecero svegliare dal sogno di non avere più un nemico. Ed è anche per i giovani che dobbiamo ricordare cosa avvenne, dobbiamo lavorare per la conservazione della memoria, affinché non si dimentichi cosa è successo. Io di lì a pochi giorni decisi che avrei studiato e combattuto il fenomeno, e così feci a partire dal dottorato di ricerca iniziato nel mese successivo, ma solo negli Stati Uniti sono 100 milioni le persone nate dopo quegli eventi: si calcola che un americano su tre non ne abbia memoria, perché non era nato o era troppo piccolo per ricordare. Se allarghiamo il discorso, ben 3 miliardi di persone sono nate dopo l’11 settembre 2001, è quindi nostro dovere testimoniare, ricordare passo dopo passo cosa avvenne.
Torniamo quindi a quella mattina, quando alle 9.37 un terzo aereo colpì l’ala ovest del Pentagono. Dopo New York, Washington, dopo il cuore pulsante degli affari, la sede di quella che pensavamo essere la più potente e inattaccabile forza militare del mondo.
Quanti altri aerei kamikaze giravano sui cieli statunitensi pronti a colpire i loro obiettivi? Furono momenti di massima incertezza, paura, sgomento, terrore… L’obiettivo dei terroristi era raggiunto, il mondo era nel panico.
Si dice infatti che nel terrorismo si raggiunga con una qualunque modalità operativa l’obiettivo primario di spargere il terrore in una determinata comunità, con lo scopo ulteriore di sovvertirne l’ordine religioso, politico o sociale.
La modalità operativa utilizzata l’11 settembre 2001 non era neanche nuova, dopo le decine che il terrorismo di matrice palestinese aveva di volta in volta inventato nel corso della seconda parte del XX secolo, poiché Al Qaeda aveva quel giorno semplicemente fuso due modalità operative preesistenti: il dirottamento di aeromobili e l’attentato suicida. Eppure, eravamo impreparati! Ed è bene sottolineare che la Comunità colpita non era solo quella americana, ma quantomeno tutto l’Occidente. Quali sarebbero stati gli ulteriori obiettivi e quale il risultato finale cui miravano era in quel momento ignoto.
La Casa Bianca? Il Congresso? Non lo sapremo mai, perché un quarto aereo di lì a poco sarebbe precipitato in un campo, probabilmente grazie all’azione degli stessi passeggeri, che saputo ciò che stava accadendo avevano preso il controllo del volo e lo avevano fatto schiantare per impedire che colpisse l’obiettivo prestabilito, che avrebbe dovuto essere a Washington secondo i tracciati radar.
Nel frattempo, in diretta seguivamo l’agonia delle Torri del World Trade Center e delle migliaia di persone al suo interno, che si vedevano numerose gettarsi dai piani in fiamme e da quelli sopra il punto dell’impatto, irraggiungibili, mentre pompieri e polizia in modo eroico cercavano di portare in salvo il maggior numero possibile di persone tra quelle che si trovavano sotto il punto di impatto degli aerei.
Alle 9.59 la Torre Sud collassò. Era stata colpita per seconda, ma più in basso rispetto a quella Nord. Urla, pianto e fumo, non ricordo altro di quegli istanti, che neanche i giornalisti riuscivano a descrivere: facendo zapping tra i canali italiani e le tv internazionali di tutto il mondo ricordo solo che cercavo di capire cose stesse succedendo, ma il fumo copriva tutto e ancora peggio fu al momento del crollo alle 10.28 della seconda Torre, la Torre Nord, che colpita per prima collassò per seconda, ma non perfettamente su sé stessa come invece aveva fatto la Sud, e fu solo da questo che capii che erano immagini nuove, e che erano quindi crollate entrambe.
Un pezzo di New York, non esisteva più, e aveva portato con sé un numero inimmaginabile di vite, migliaia.
A quel punto il panico e lo sgomento erano totali, mentre giungeva la notizia dello schianto al suolo di un quarto volo, avvenuto alle 10.03 ma di cui si seppe in ritardo non avendo colpito una zona coperta da telecamere. In quei momenti si susseguirono notizie drammatiche di altri potenziali attacchi, rivelatisi poi fortunatamente non veri.
Gli Stati Uniti erano sotto attacco, e con essi l’intera Comunità internazionale ed i valori su cui si fonda, quei valori che Al Qaeda voleva (e vuole) distruggere.
Lavoravo già nel mondo del diritto e delle relazioni internazionali, da quel giorno iniziai a studiare il terrorismo internazionale, a contrastarlo lavorando in più Amministrazioni statali, ed insegnando all’Università cosa è e come si contrasta, perché solo capendo un nemico possiamo combatterlo!
Sono trascorsi 25 anni, ed i giovani vedono l’11 settembre come qualcosa di lontano, un avvenimento che fa parte della Storia, che si studia sui libri, io lo sento ancora come qualcosa di vivo e presente. Tale è ancora oggi per me il terrorismo di matrice jihadista, che è mutato più volte in questi anni, ed è stato affiancato da nuove forme di integralismi, estremismi violenti e minacce multiformi anche grazie al progresso tecnologico, ma è ancora lì ed è sopravvissuto alla c.d. Guerra al Terrore, all’uccisione dei suoi vertici, alla nascita di una competizione intestina tra Al Qaeda e l’Islamic State, alla proclamazione del Califfato da parte di quest’ultimo e alla perdita del controllo territoriale in teatro siro-iracheno, adattandosi ad un mondo che è cambiato e ora vive sul web.
- La moltiplicazione delle minacce
Anziché scomparire, come ci illudemmo sarebbe avvenuto dopo la fine della Guerra Fredda, le minacce si sono moltiplicate e diversificate, al punto che oggi non si capisce quante e quali siano, da dove provengano e cosa vogliano ottenere.
Un’altra cosa che mai avremmo creduto essere possibile qualche decennio fa è che anche in caso di attacco, spesso, non se ne conosce con certezza l’origine: la fase più difficile è oggi quella dell’attribuzione di responsabilità.
Eravamo stati abituati ad attacchi statuali, che tra l’altro un tempo venivano sempre preceduti, o quantomeno accompagnati, da una formale Dichiarazione di Guerra che qualche imbarazzato Ambasciatore aveva il compito di recapitare.
Poi era stato il tempo degli attacchi del terrorismo, che venivano rivendicati dall’organizzazione che li aveva pianificati, perché voleva farsi pubblicità, voleva raccogliere i frutti del suo operato.
Quindi, una quindicina di anni fa, lo sviluppo del c.d. terrorismo fai da te aveva già creato molta incertezza sulla presenza o meno di un determinato gruppo jihadista o di un altro dietro alla realizzazione di un attacco nelle nostre città da parte di giovani radicalizzati che agivano (e agiscono) in modo più o meno autonomo.
Oggi, anche grazie al fatto che lo sviluppo tecnologico ha messo a disposizione di qualsiasi gruppo terrorista o criminale, o addirittura di singoli, armi che un tempo sarebbero state solo in mano agli Stati, è difficilissimo ad esempio stabilire con certezza chi ci sia dietro un attacco cyber o condotto con dei droni.
Risulta pertanto ormai chiaro che la priorità che è stata assegnata negli ultimi due decenni alla lotta al terrorismo jihadista sta venendo meno, davanti ad un moltiplicarsi di minacce, provenienti da più direzioni, in più campi e da parte di soggetti diversi. Si è infatti assistito, in questi ultimi anni, all’evoluzione delle minacce provenienti dal terrorismo jihadista, all’ascesa dell’estremismo violento, ai cambiamenti che la Comunità internazionale sta subendo per via di pandemia, sviluppi tecnologici, crisi economica ed energetica, nonché alle “manovre” per stabilire i nuovi rapporti di forza tra Potenze[2], con alcune che sono al centro dell’attenzione per via di loro azioni di aggressione nei confronti di altri Stati. Da alcuni anni stiamo registrando un crescente stato di tensione e conflittualità in molteplici quadranti e campi, compreso quello cibernetico, che è ideale per una grande varietà di attività, anche malevoli, condotte da attori statali e non statali.
Tutto ciò spinge inevitabilmente a riconsiderare l’ampia gamma di minacce, terroristiche e di altra natura, presenti a livello globale e la concorrente gamma di sfide alla sicurezza, e conseguentemente a rivedere le priorità e le strutture del counter-terrorism, così come quelle volte a rispondere alle altre tipologie di minacce, con un’attenzione sempre maggiore anche alle varie prospettive ideologiche.
Tra l’altro, pur in mancanza di una definizione universalmente condivisa sia di terrorismo che di estremismo violento, sta diventando per molti ovvio che le azioni di alcuni Stati nei confronti di altri, o persino dei propri cittadini, sono inquadrabili in “manifestazioni di violenza terroristica”[3]. Ma siamo ancora molto lontani dal trovare consenso sia intorno a definizioni giuridiche dei due fenomeni, sia a decidere a quale livello l’estremismo politico e sociale potrebbe essere considerato una minaccia terroristica, al di là di chi ne sia l’autore, statale o non statale[4].
Le attuali minacce. Una pluralità di minacce non statuali da fronteggiare[5]
Come detto, quindi, il mondo intelligence, orfano del nemico sovietico dopo la caduta del muro di Berlino, trovò all’inizio di questo millennio un nuovo nemico nel terrorismo jihadista.
Con gli attacchi dell’11 settembre Al Qaeda si era ufficialmente eletta a nemico pubblico numero uno di tutto l’Occidente, e quasi immediatamente tutti i Servizi Informazione dei Paesi occidentali (e non solo) si sono adeguati[6].
Mentre si operavano queste riforme per adeguare i comparti intelligence alla nuova società globalizzata, il terrorismo diede nuovamente un “nemico” contro il quale combattere, il terrorismo jihadista, identificato nell’organizzazione allora guidata da Osama bin Laden, Al Qaeda, e fisicamente collocabile in primis in Afghanistan, e in seconda battuta in alcune aree di Medio Oriente e Nord Africa, ove gli aspiranti terroristi erano costretti a recarsi per addestrarsi.
Ecco che venne di fatto nuovamente identificato un “nemico da combattere”, e sulla base di ciò furono individuate le tematiche e le aree geografiche su cui i Servizi intelligence dovevano maggiormente lavorare, perché da lì venivano le minacce.
Ma oggi è ancora così? La minaccia viene ancora da Al Qaeda e da alcune aree dell’Area MENA?
La risposta è, purtroppo, più articolata di quanto si possa pensare. Sì, si deve dire “purtroppo”, perché da un nemico ben identificato e conosciuto ci si riesce a difendere molto meglio rispetto a quanto si possa fare nei confronti di un nemico non altrettanto identificato e conosciuto[7], e se i nemici sono tanti e le minacce vengono da più fronti, la situazione si complica ancora più!
3.1. Le minacce dell’attuale terrorismo jihadista
Va innanzitutto detto che Al Qaeda, seppur non sia più l’organizzazione di due o tre decenni fa, ha dimostrato un’incredibile resilienza, sopravvivendo ad anni di “guerre”, all’uccisione dei suoi leader storici e alla concorrenza e competizione di altri gruppi jihadisti. Seppur strutturalmente modificata, Al Qaeda, da sempre caratterizzata dall’avere “pazienza” e “pacatezza”[8], è ancora attiva e pericolosa, ma opera in modo diverso[9]. Alcune cose però sembrano restare sempre le stesse, come il video in cui l’11 settembre 2026 ha celebrato gli attacchi di 25 anni prima: con un video di Hamza bin Laden, il figlio prediletto di Osama, che gli Stati Uniti avevano dichiarato di aver ucciso nel 2019[10].
Ad essa poi, anche solo guardando alla galassia jihadista, si sono affiancati altri non-state actor, suoi affiliati come Al Qaeda nel Maghreb Islamico o nella Penisola Arabica, e suoi competitor, come l’Islamic State e i numerosi gruppi che a lui hanno giurato fedeltà in un po’ tutti i continenti consentendogli di poter nominalmente avere “province” ovunque[11].
Questo proliferare di gruppi, oltre ad aver aumentato la minaccia per l’Occidente, attaccato talvolta anche in modo strumentale solo per guadagnare visibilità all’interno della galassia jihadista, ha reso impossibile circoscrivere geograficamente l’origine della minaccia stessa.
Va inoltre considerato che un po’ tutti questi gruppi hanno promosso, e promuovono, seppur in modo molto diverso tra loro, il c.d. terrorismo “fai da te”[12], ovvero gli attacchi compiuti in modo più o meno autonomo in Occidente da giovani che vi vivono e passano all’azione utilizzando i mezzi e le capacità che hanno. E questo rappresenta sicuramente un rischio reale[13] ancora maggiore rispetto a quello delle minacce dei grandi gruppi jihadisti.
Se vogliamo comprendere dove al momento è più forte l’organizzazione fondata da bin Laden va detto innanzitutto che oggi, nell’indifferenza quasi totale delle opinioni pubbliche occidentali, Al Qaeda sta acquisendo il controllo di ampie zone del Continente africano attraverso alcuni dei suoi gruppi affiliati.
In particolare, il gruppo JNIM (“Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin”, in francese Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans) nella fascia sahelo-sahariana ha negli ultimi anni preso il controllo di territori molto ampi a cavallo di numerosi Paesi, le cui Forze Armate nazionali a volte non riescono a controllare molto più delle aree vicino alle rispettive capitali, mentre i già da sempre porosi confini africani sembrano esser stati spazzati via, e anche i posti di confini sono controllati degli uomini di JNIM che impongono alle merci in passaggio il pagamento di quelli che chiameremmo dazi doganali. I jihadisti, anche approfittando della debolezza di molti dei regimi saliti negli ultimi anni al potere con colpi stato militari, del ritiro (forzato) delle truppe francesi, e della discussa presenza di milizie russe, amministrano ogni aspetto della vita degli uomini e delle donne che vivono sotto il loro controllo, riscuotendo tasse e fornendo servizi, e, purtroppo, anche compiendo stragi e razzie. Non si deve infatti tra l’altro mai dimenticare che in Africa le motivazioni dietro le azioni dei “miliziani religiosi” si sommano sempre ad un substrato di odio etnico tra tribù ed etnie, spesso difficili da comprendere dell’esterno.
Altra area africana in cui si registra un consolidamento di AQ è il Corno d’Africa, con la somala Al Shabaab che si sta sempre più rafforzando e dopo anni di un accerchiamento sempre più stretto della capitale riesce ormai ad agire quasi indisturbata anche nel cuore di Mogadiscio.
Oltre al Continente africano, ove non va ovviamente dimenticato che permane la presenza di altri affiliati in altre zone, AQ resta ancora molto attiva soprattutto in Yemen, con l’azione di Al Qaeda nella Penisola Arabica, che tuttavia non è più il potente gruppo che fino ad alcuni anni fa era in grado di agire in ogni continente, e nella zona tra Afghanistan e Pakistan.
Quanto all’Islamic State, la perdita del controllo territoriale tra Siria ed Iraq ha rappresentato solo la caduta del Califfato, non la fine del gruppo, la cui forza e la cui attrattività sui giovani non è diminuita più di tanto.
La sua azione è adesso prevalentemente sul web e attraverso alcune delle sue c.d. Province.
Tra quelle più importanti dobbiamo ricordare le africane (Islamic State Central Africa Province – ISCAP, Islamic State Wes Africa Province– ISWAP, ma anche Islamic State Mozambico, e tante altre minori) e soprattutto la branca afghana, quella del Khorasan (ISIS-K), che rappresenta al momento la maggiore minaccia anche per il Vecchio Continente. ISIS-K ha infatti negli ultimi anni assunto il ruolo di branca globale, internazionale, con il compito di agire online di varie lingue per raggiungere giovani di ogni continente ed in grado di pianificare e condurre a termine attentati eclatanti in Asia, Europa e America. Il suo ruolo, che ricorda quello che per anni ha rivestito AQAP per AQ, rende il gruppo una minaccia globale.
Da un punto di vista strutturale, AQ non ha più la forma monolitica di un tempo, ma una struttura a cerchi concentrici il cui nucleo centrale è ancora Al Qaeda Core, ma poi vi è il cerchio dei pochi gruppi ufficialmente affiliati (AQAP, AQMI (e JNIM), AQIS, Al Shabaab), che devono seguire la strategia globale e affiancarla a quella locale ed essere fedeli ai principi e alla leadership di AQ, e quindi il cerchio più esterno dei semplici simpatizzanti.
L’Islamic State ha ancora al suo vertice il Califfo, che però non è più la figura carismatica di un tempo e di cui dall’esterno non si conosce la vera identità, vi è poi un Vice Califfo, ed entrambi sono coadiuvati da una sorta di “Consiglio dei Ministri” (“The Delegated Commitee”) e un “Consiglio religioso” (“The Shura Council”), quindi numerosi Ministeri (“Diwan”) e diversi “Offices and Committees” (uffici e comitati) per materie specifiche e con personale specializzato. Da notare, per comprendere l’evoluzione della struttura di IS, che tra questi vi era l’ “Administration of Distant Wilayat” fino ad alcuni anni dopo la caduta del Califfato, ma poi è stato sostituito da un “Direttorato delle Province” che oggi non distingue più tra Province dentro o fuori il territorio del Califfato.
Un elemento importante da sottolineare è l’incredibile resilienza di entrambi i network, sopravvissuti all’uccisione di numerosi loro leader e capaci di vivere sul web al di là di chi sia l’attuale capo e di dove si trovi.
D’altronde, come diceva già alcuni anni fa uno dei massimi esperti di counter-terrorism, è il jihadismo che si deve “combattere” e non un determinato gruppo terrorista[14]. Il principale errore della Guerra al Terrore fu quello di mirare alla distruzione di un gruppo e all’uccisione dei suoi leader, ma Al Qaeda, l’Islamic State e le altre organizzazioni che ci sono adesso o ci saranno in futuro sono la manifestazione di un movimento sociale, politico e “religioso” con ampio seguito. Sono le idee quelle che dobbiamo “contrastare”!
Fino a quando resteranno le idee questi gruppi le sfrutteranno, come stanno sfruttando da anni tutti gli importanti avvenimenti delle relazioni internazionali. Sia Al Qaeda che l’Islamic State hanno infatti sfruttato, soprattutto con la loro potente propaganda, i grandi avvenimenti internazionali, dalla pandemia di COVID-19 agli scontri razziali, dalla guerra russo-ucraina a quella tra Israele ed Hamas, e oggi quella con l’Iran, che li pone davanti ad un dilemma: sostenere il panarabismo o attaccare gli sciiti?[15]
3.2. La minaccia viene oggi anche da altre direzioni, ad iniziare dall’estremismo violento
Nessuno deve dimenticare che il terrorismo è un metodo, storicamente da sempre utilizzato, e la minaccia viene oggi, ad esempio, anche da un grande numero di movimenti del c.d. “estremismo violento”, tanto ampio e frastagliato quanto difficile da identificare, ma potenzialmente capace di trasformarsi in un attimo in terrorismo, come da anni sancito anche in tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aventi il terrorismo per oggetto[16].
È soprattutto negli Stati Uniti, dopo l’attacco al Congresso del 6 gennaio 2021, che si è iniziato a guardare con occhi diversi all’ “estremismo bianco”, identificandolo come “terrorismo interno” e conseguentemente “nemico interno”, accostando la sua potenziale pericolosità a quella del terrorismo jihadista[17], da sempre considerato in America come un terrorismo che viene dall’estero.
Ma il pericolo che viene dall’estremismo bianco razzista, xenofobo, antisemita e islamofobico è ormai avvertito chiaramente un po’ ovunque, e si è già drammaticamente concretizzato in attacchi sanguinosi in diversi continenti, seppur condotti in modo apparentemente autonomo e da persone con motivazioni non totalmente affini.
Si tratta, per lo più, di movimenti non gerarchicamente strutturati, privi di una chiara leadership e di uno stabile sistema di finanziamento, che vivono e operano prevalentemente sul web e con comunità di aderenti e simpatizzanti che si incontrano virtualmente sui social, e magari vedono dei singoli passare all’azione dopo aver diffuso il loro personale manifesto[18]. Ma ciò non rende la minaccia meno reale o potenzialmente di minor portata, potendo anche un singolo autore, o piccolo gruppetto di estremisti, rendersi autore di attacchi dalle conseguenze devastanti.
La risposta militare, giuridica e sociale agli attacchi dell’11 settembre fu talmente globale da indirizzare verso un’unica direzione le attenzioni e gli sforzi di responsabili politici, funzionari della sicurezza e, in generale, delle stesse opinioni pubbliche mondiali, lasciando crescere quasi indisturbato l’estremismo di estrema destra. Questo, seppur sotto molteplici e differenti declinazioni, si è alimentato in parte con la stessa “guerra al terrore”, oltre che con le crisi economiche e sociali che hanno colpito l’Occidente negli ultimi due decenni, trasformandosi a detta di numerosi esperti, soprattutto negli Stati Uniti, nel maggiore pericolo per la sicurezza nazionale nelle società occidentali[19].
E anche quando si parla di estremismo violento è impossibile classificarlo in modo chiaro, ne fornire una elencazione esaustiva delle sue varie tipologie, laddove oggi, solo per fare un esempio, non si parla più solo di estremismo di destra, come quello del suprematismo bianco, o di sinistra, come quello degli anarchici, ma di Violent Nihilism, per indicare quei movimenti che radicalizzano i giovanissimi senza avere un’ideologia alle spalle, ma solo l’esaltazione della violenza fine a sé stessa[20].
3.3 Le minacce legate ai non-state actor nascono anche da altri fattori, quali: il rimescolamento dei ruoli di forza tra Potenze
Le attività tanto dei gruppi terroristi quanto dei movimenti estremisti possono, inoltre, essere finanziate e/o strumentalizzate anche da Potenze straniere, come il sempre più diffuso ambito di studi sulla c.d. “proxy war” dimostra.
Inoltre, l’attuale situazione geopolitica, con la guerra scatenata in Ucraina dalla Russia, l’attuale difficilissima situazione in Terra Santa e nel Golfo Persico, e un più generale rimescolamento dei ruoli di forza tra le Potenze mondiali[21], dovuto anche alle conseguenze economiche e sociali della pandemia da COVID-19[22], rende poi sempre più possibile un qualche attacco non convenzionale da parte di entità statuali, soprattutto mediante l’utilizzo dei nuovi strumenti che l’evoluzione tecnologica rende facilmente disponibili sia in ambiente cyber che nel mondo di tutti i giorni.
Ecco che risulta sempre più difficile capire chi sia il responsabile di tali attacchi, o meglio “chi ci sia dietro”, e questo è sotto gli occhi di tutti, con la Russia che è ad esempio qui in Occidente spesso sospettata di essere il “regista” di attacchi cyber e sabotaggi in Europa, mentre l’Iran starebbe dietro gli attacchi di gruppi come gli Houthi ed Hamas.
3.4 Le opportunità offerte anche ai singoli dal progresso tecnologico (dagli attacchi cyber all’Intelligenza Artificiale e all’uso di droni)
Ma quando si parla delle opportunità offerte dal progresso tecnologico si deve riconoscere come si tratti, a pensar bene, di potenzialità che sono oggi a disposizione anche di non-state actor, se non addirittura di singoli, perché qualsiasi estremista potrebbe trasformarsi in terrorista realizzando, solo per fare degli esempi, un attacco cibernetico contro un’infrastruttura critica o un vero e proprio attentato con strumenti orami acquistabili sul dark web, compresi gli ormai famosi droni kamikaze che stiamo vedendo ampiamente utilizzati nella guerra russo-ucraina e sarebbero, da parte russa, acquistati dall’Iran in violazione dell’embargo ancora imposto al Paese.
Inoltre, tra l’estate e l’autunno 2025 i droni si sono trasformati in un’arma anche quando non armati: si sono infatti moltiplicati in Europa gli episodi di chiusure di aeroporti civili o interi spazi aerei nazionali per il sorvolo di droni, anche di grandi dimensioni. Da chi fossero in questi casi manovrati tali droni non è così semplice di dire. Russia? Probabile, ma non certo, sia perché a volte i Paesi agiscono spinti da interessi nazionali difficile da immaginare per i non addetti ai lavori, sia perché si tratta di “armi” ormai a disposizione quasi di tutti. Si pensi, ad esempio, che sono stati utilizzati in buona parte dell’America Latina da e contro le bande criminali[23].
Anche grazie al progresso tecnologico, prevenire e “difendersi” diviene sempre più difficile! …e non serve un attacco convenzionale da parte di uno Stato per provocare gravi danni ad un altro Paese.
Anche l’incredibile attacco realizzato da Hamas il 7 ottobre 2023 ha infatti dimostrato come un non-state actor può mettere in ginocchio quello che è forse universalmente riconosciuto come il miglior sistema di sicurezza del mondo: quello israeliano!
E in breve l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale potrebbe aprire nuovi pericolosi scenari laddove un suo uso malevolo da parte di Stati così come da parte di terroristi, estremisti e criminali, ci esporrà a nuove minacce.
Le minacce informatiche si manifestano già oggi nei siti web gestiti dai terroristi, nel passaggio degli estremisti violenti a piattaforme di social media alternative o marginali, nell’uso del web decentralizzato, del gaming e di piattaforme adiacenti, e nell’abuso delle tecnologie di live streaming per massimizzare l’impatto dei loro attacchi. Oltre a queste attività online, esiste anche la minaccia di operazioni informatiche più distruttive o destabilizzanti da parte di attori estremisti, come gli attacchi Distributed Denial-of-Service (DDoS) e l’hacking di infrastrutture critiche come ospedali o centrali nucleari, che potrebbero causare vittime civili.
- Dal punto di vista strategico, una realtà complicata, tra minaccia multipla, diffusione di potenza e concentrazione delle forze. Il futuro del counter-terrorism[24]
Va detto, quindi, che si prospetta una delle realtà più complicate dal punto di vista strategico[25], che potremmo definire di “minaccia multipla”, espressione con la quale possiamo identificare la situazione nella quale le minacce vengono da vari “oppositori”, che usano mezzi differenziati e non coordinati.
Il fatto che ci si trovi, poi, in una situazione di “diffusione di potenza”, con attori anche piccoli che possono procurarsi armi letali, semplici ma in grado di creare difficoltà agli Stati, complica ancor più la situazione securitaria.
Ne consegue, allora, che dobbiamo necessariamente prioritizzare le minacce. Si tratta di un concetto sempre più di uso comune soprattutto in ambito cyber, ove si deve necessariamente stabile una priorità tra le tante minacce, di differenti forme, che vengono da più direzioni, rendendo indispensabile tale attività per le minacce, le vulnerabilità ed i rischi. In ambiente cibernetico vale infatti la seguente formula: vulnerabilità + minaccia = rischio.
Tale prioritizzazione si rende necessaria a livello strategico di uno Stato in quanto tra i principi della strategia vi sono infatti quello della “concentrazione delle forze” e quello dell’ “economia delle forze”, che sono principi fondamentali, perché noi italiani sappiamo bene come va a finire la “strategia” del “molti nemici molto onore”.
La “prioritizzazione delle minacce” chiede ai nostri servizi intelligence uno sforzo aggiuntivo, per capire sia su quali minacce ci si debba maggiormente concentrare, sia come affrontare tanto le nuove quanto quelle già note, mentre va riconsiderato il sistema di difese dell’ambiente cyber. Dobbiamo quindi rafforzare le nostre capacità, e farlo anche, mi sia permesso il gioco di parole, sapendo “prioritizzare le priorità”.
In relazione all’ambiente cyber, va detto che è allo stato attuale difficilissimo circoscrivere l’ambito, gli autori e la portata di una eventuale minaccia cyber, laddove all’iniziale cyber-crime si sono pian piano affiancate altre realtà quali il cyber-terrorismo, lo spionaggio cibernetico (soprattutto nei confronti delle imprese, per carpirne i segreti industriali) e, più recentemente, scenari di vera e propria “guerra cibernetica”, potenzialmente realizzabile da attori statali mediante attacchi informatizzati nei confronti di infrastrutture critiche di un altro Paese[26]. Ne consegue che il Comparto andrà ristrutturato per “creare le condizioni organizzative tali da assicurare una capacità di reazione immediata anche nei confronti di attacchi su larga scala, che coinvolgano una pluralità di soggetti”[27].
Le nuove minacce, così come l’evoluzione di quelle che abbiamo considerato prioritarie negli ultimi due decenni, non rendono poi il counter-terrorism meno importante, sia chiaro, ma richiedono una nuova cultura nel contrasto al terrorismo, all’estremismo violento ed alle altre minacce globali.
Ricordiamo che le sfide per i servizi di sicurezza sono più complesse che mai, anche per le connessioni transnazionali di organizzazioni e individui, che fanno dell’estremismo violento e del terrorismo una questione veramente globale, ancor più di quanto non sia stato dopo l’11 settembre.
Vi sono oggi, da un lato, l’incredibile facilità con cui ogni individuo può in internet venire a contatto con idee radicali di ogni tipo, radicalizzarsi e persino essere addestrato, e, dall’altro, una sempre più stretta interazione tra gruppi terroristi (e movimenti estremisti) con la criminalità organizzata transnazionale. E sappiamo quanto sia difficile prevenire e fermare gli attacchi del c.d. terrorismo “fai da te”, così come individuare e combattere le connessioni tra criminalità transnazionale e terrorismo internazionale, per non parlare della difficoltà di monitorare e bloccare ciò che circola sul web.
Ci si deve, pertanto, sempre più concentrare sia sull’ambiente cyber che su approcci contestualizzati e individualizzati come base degli sforzi per progettare programmi e attività efficaci contro il radicalismo, sempre implementati con un approccio guidato dal rispetto dei diritti dell’uomo.
È inoltre necessario concentrarci sulla comprensione di come le disuguaglianze socioeconomiche, razziali, di classe, o di altro tipo, accrescano quella insicurezza e insoddisfazione che spinge taluni ad essere più facilmente avvicinabili e predisposti per un’eventuale radicalizzazione, ed altri ad avere una maggiore percezioni di insicurezza, che può portare a reazioni altrettanto pericolose, anche alla luce della potente forza della disinformazione (che può “di per sé” essere considerata come una minaccia).
Tutto ciò richiede inevitabilmente anche un sempre maggior coinvolgimento di tutte le comunità locali, in ogni realtà geografica ed economica, con un counter-terrorism che non deve essere più esclusivamente “lotta al terrorismo”.
Conseguentemente, servono anche una maggiore connessione tra ricerca, politica e azione pratica, e la nascita di una nuova cultura del counter-terrorism.
Questa esigenza è ancor più avvertita nel nostro Paese[28], ove la tematica sembra esser relegata alle discussioni e all’opera di pochi addetti ai lavori, e solo alcuni master post-laurea vedono, nell’ambito di lezioni sull’intelligence e sulla sicurezza internazionale, delle lezioni su cosa sia il fenomeno del terrorismo e come si possa contrastarlo.
Nell’attuale contesto internazionale, anche alla luce del progresso tecnologico, si deve infine considerare come il lavoro dell’ Intelligence non sia oggi solo volto a prevenire e contrastare le minacce, ma anche a capirne l’origine. Per alcune di esse è infatti molto complesso il processo di attribuzione di alcuni attacchi, come quelli cibernetici o condotti con droni: nell’ambito del c.d. “ciclo intelligence”, che deve soddisfare l’interesse informativo del decisore politico, vanno ricercate, analizzate e fornite le informazioni necessarie per l’individuazione dell’autore dell’attacco, sia esso statale o non statale. E ciò è oggi sempre complicato!
[1] Le opinioni sono espresse a titolo personale e non sono riconducibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
[2] Per tutti questi aspetti, si veda, Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Sanfelice di Monteforte F, Le nuove dimensioni delle minacce. Il mondo va in pezzi?, Roma, 2025, ma anche: Sanfelice di Monteforte F, Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Il mondo dopo il COVID-19. Conseguenze geopolitiche e strategiche. Posture dei gruppi jihadisti e dell’estremismo violento, Mursia, Milano, 2020.
[3] Si veda in tal senso sempre White J., Looking to the Future of Counterterrorism, in RUSI, 19 October 2022.
[4] Per la mancanza di una definizione giuridica universalmente riconosciuta di terrorismo e di estremismo violento, si veda, tra i miei scritti, da ultimo Quadarella Sanfelice di Monteforte L., La minaccia proveniente dal terrorismo internazionale, in Rivista Marittima, marzo 2022, e bibliografia ivi citata.
[5] Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Sanfelice di Monteforte F, Le nuove dimensioni delle minacce. Il mondo va in pezzi?, Roma, 2025
[6] Rileva come, finita la Guerra Fredda e la minaccia “militare” del blocco del Patto di Varsavia, i servizi intelligence hanno adeguato le loro funzioni guardando alla più vasta tutela degli “interessi nazionali”, disegnando di fatto organismi più moderni e versatili, volti a tutelare “gli interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia”, tanto per citare la legge 124 del 2007, che per il nostro Paese ha ridisegnato il Sistema di informazioni per la sicurezza, con DIS, AISE e AISI sotto l’alta direzione e responsabilità generale del Presidente del Consiglio, sostituendoli al sistema stabilito dalla Legge 801 del 1977, che prevedeva SISMI e SISDE, alle dirette dipendenze rispettivamente del Ministro della Difesa e dell’Interno, con il Presidente del Consiglio che coordinava i due organismi tramite il CESIS. Si veda il sito del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, in particolare la pagina dedicata alla riforma del 2007, https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/documentazione/la-legge-1242007-in-breve.html
[7] Per la facilità che si ha a combattere un nemico conosciuto, rispetto ad uno non conosciuto, si veda: Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Al Zawahiri è stato “eliminato”. Un successo? Sicuramente una vendetta! Ma ora cosa accadrà?, in Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Mediterranean Insecurity Vol. 4, 2023, 398ss.
[8] Scriveva Hoffman che Al Qaeda avrebbe ereditato dal suo fondatore, Osama bin Laden, la pazienza, caratteristica che fa parte da decenni del suo DNA. Si veda Hoffman Bruce, Inside Terrorim, New York, 2017, 329s.
[9] Per l’evoluzione del terrorismo jihadista, si veda: Quadarella Sanfelice di Monteforte L., L’evoluzione del terrorismo jihadista e i suoi riflessi nell’area mediterranea, in Mediterranean Insecurity, in Quadarella Sanfelice di Monteforte L. (a cura), Mediterranean Insecurity Vol. 3, 2022, 318ss.
Per la resilienza di Al Qaeda, si veda: Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Il ritorno dei talebani al potere in Afghanistan farà rinascere Al Qaeda? In realtà il gruppo non è mai stato sconfitto. AQ e i suoi venti anni di resilienza, in Mediterranean Insecurity, in Quadarella Sanfelice di Monteforte L. (a cura), Mediterranean Insecurity Vol. 3, 2022, 200ss.
[10] Sarebbe stato ucciso nel 2019, ma le immagini, se non verranno smentite da analisi informatiche capaci di dimostrare che si tratta, ad esempio, di un video generato con l’intelligenza artificiale, dimostrano il che il figlio scelto da bin Laden come suo erede nell’organizzazione terrorista da lui fondato è ancora vivo.
[11] Per la competizione interna alla galassia jihadista, per vedere come ci sia stata da parte dell’Islamic State una sorta di “campagna acquisti” che lo ha portato ad accettare qualsivoglia gruppo o katiba giurasse fedeltà al Califfo, e per vedere come la competizione tra Al Qaeda e Islamic State ha portato ad un aumento esponenziale degli attacchi del c.d. terrorismo “fai da te” in Occidente, si veda, soprattutto, Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Perché ci attaccano. Al Qaeda, l’Islamic State e il terrorismo fai da te, Aracne, Roma, 2017 (seconda edizione).
[12] Per il terrorismo fai da te e lo stillicidio di attacchi condotti nelle città europee si veda: Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Perché ci attaccano. Al Qaeda, l’Islamic State e il terrorismo “fai da te”, op.cit.; Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Terrorismo “fai da te” – Inspire e la propaganda online di AQAP per i giovani musulmani in Occidente, Aracne, 2013.
[13] Per la differenza tra “minaccia” e “rischio reale”, si veda Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Perché ci attaccano. Al Qaeda, l’Islamic State e il terrorismo “fai da te”, op. cit., 71ss. e 79ss.
[14] Neumann Peter R, Radicalized – New Jihadists and the Threat to the West, 2016, 9ss.
[15] Per la diversa postura di AQ e IS davanti a questo nuovo scontro con l’Iran si veda: Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Le posture dei principali gruppi terroristi dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran, in Quadarella Sanfelice di Monteforte L. (a cura), Mediterranean Insecurity Vol. 8, 2026, 302ss.
[16] Il concetto di estremismo violento ha iniziato ad emergere in ambito Nazioni Unite, accanto a quello di terrorismo, già dalle prime Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza aventi per oggetto i Foreign Fighter (esempio la 2178 del 2014), ma è solo nel 2016 che ha preso forma, pur senza una chiara definizione. Nel 2016, infatti, l’Assemblea Generale dell’ONU nell’adottare la Quinta Revisione Biennale della Global Strategy contro il terrorismo (A/RES/70/291) ha di fatto recepito un altro documento “strategico”, presentato dal Segretario Generale alcuni mesi prima: il “Plan of Action to Prevent Violent Extremism” (A/70/674), visto come una grave minaccia contro la pace. Il Piano d’azione, che ha lo scopo di prevenire l’estremismo violento, lo considera e lo affronta “come, e quando, tendente al terrorismo” (“violent extremism as and when conducive to terrorism”).
[17] In tal senso, si veda: Miller-Idriss C., From 9/11 to 1/6. The War on Terror Supercharged the Far Right, in Foreign Affairs, September/October 2022, https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2021-08-24/war-on-terror-911-jan6?utm_medium=newsletters&utm_source=weekend_read&utm_content=20221105&utm_campaign=FA%20Weekend%20Read_110522_From%209/11%20to%201/6&utm_term=FA%20Weekend%20Read-012320 .
[18] Per comprendere quali siano le principali caratteristiche dei movimenti dell’estremismo bianco, e in cosa si differenziano dai gruppi terroristi, si veda: Sanfelice di Monteforte F, Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Il mondo dopo il COVID-19. Conseguenze geopolitiche e strategiche. Posture dei gruppi jihadisti e dell’estremismo violento, op. cit., Cap. 1, § 2.
[19] Si veda Miller-Idriss C., From 9/11 to 1/6. The War on Terror Supercharged the Far Right, in Foreign Affairs, September/October 2022.
[20] Si veda, Gatto Gabriele, Nihilistic Violent Extremism: l’estremismo post ideologico e la radicalizzazione dei giovanissimi, in Mediterranean Insecurity, settembre 2026.
[21] Si veda, Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Sanfelice di Monteforte F, Le nuove dimensioni delle minacce. Il mondo va in pezzi?, Parte Prima.
[22] Si veda: Sanfelice di Monteforte F, Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Il mondo dopo il COVID-19. Conseguenze geopolitiche e strategiche. Posture dei gruppi jihadisti e dell’estremismo violento, Milano, Mursia, 2020.
[23] Si veda: Jaramillo Juan Camilo, Drones Fuel Criminal Arms Race in Latin America, in InSightCrime, 6 Mar 2025, https://insightcrime.org/news/drones-fuel-criminal-arms-race-latin-america/ ; Ziemer Henry, The Future of Criminal Drone Use in Latin America, in War on the Rock, 9 September 2025, https://warontherocks.com/2025/09/the-future-of-criminal-drone-use-in-latin-america/ ; Daverio Laura, Droni e criminalità: l’America Latina nell’era del conflitto tecnologico. L’attacco in Haiti è solo l’ultimo capitolo di un’escalation che coinvolge governi, cartelli e civili intrappolati nel mezzo, in RSI, 24 settembre 2025, www.rsi.ch/info/mondo/Droni-e-criminalit%C3%A0-l%E2%80%99America-Latina-nell%E2%80%99era-del-conflitto-tecnologico–3144231.html
[24] Quadarella Sanfelice di Monteforte L., Sanfelice di Monteforte F, Le nuove dimensioni delle minacce. Il mondo va in pezzi?, op. cit., Parte seconda.
[25] Per l’analisi delle principali teorie strategiche e dei principi della Strategia, si veda, Sanfelice di Monteforte F. (a cura), La Strategia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2010.
[26] In tal senso, si veda: De Gennaro G., I Servizi si confrontano sull’arma 2.0, in Formiche, agosto-settembre 2022, 86.
[27] Ibidem.
[28] Per le sfide che attendono la nostra intelligence, si vedano alcuni degli ultimi articoli del Prof. Mario Caligiuri, Presidente della Società Italiana di Intelligence (SOCINT): Caligiuri M., Per la sicurezza nazionale serve educazione (non gestione). I consigli di Caligiuri, in Formiche, 21/10/2022, https://formiche.net/2022/10/sicurezza-nazionale-caligiuri/ ; Caligiuri M., La nomina di Mantovano tra intelligence e sicurezza. Scrive Caligiuri, in Formiche, 6/11/2022, https://formiche.net/2022/11/mantovano-caligiuri/?s=03 ; Caligiuri M., Cyber e 007, così riformiamo l’intelligence. I consigli di Caligiuri, in Formiche, 15/08/2022, https://formiche.net/2021/08/cyber-e-007-cosi-riformiamo-lintelligence-i-consigli-di-caligiuri/
[1] Le opinioni sono espresse a titolo personale e non sono riconducibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.



