scarica il file in pdf – oceano indiano – ottobre 2026-cucchi
Brevi riflessioni del Generale Cucchi su…
Un affollatissimo Oceano Indiano[1]
Gen. C. d’A. Giuseppe Cucchi
Se ci si vuole veramente rendere conto della velocità con cui sta cambiando il mondo credo che non esista un modo migliore che osservare quanto sta succedendo a Gibuti, piccolo Stato sull’Oceano Indiano sito ove il nord della Somalia sfuma nel litorale dancalo e conosciuto fino a qualche decennio fa come il “Territorio degli Afar e degli Issa”, dal nome delle due etnie che componevano la maggioranza della sua popolazione.
Per Gibuti, l’indipendenza del territorio (23000 km quadrati, più o meno come una media regione italiana ) venne con un po’ di ritardo rispetto al resto dell’Africa e fu pesantemente condizionata dal fatto che la Francia, potenza coloniale di riferimento, non volle rinunciare né alla base aeronavale che manteneva in area addirittura dagli anni 80 dell’800, né a quella forma di neo colonianesimo più o meno mascherato cui si dava il nome di “ France d’Afrique” e che ha avuto fine grazie ai fatti del Sahel solo in tempi molto recenti.
All’epoca, comunque, il “Territorio degli Afar e degli Issa “, divenuto Gibuti, sembrava interessare strategicamente soltanto i nostri cugini transalpini, e ciò malgrado il fatto che con una posizione geografica che consentiva di controllare da Est Bab el Mandeb, e quindi l’imbocco da sud del Mar Rosso e del Canale di Suez, la potenzialità del luogo dovesse già apparire rilevante.
Si trattava però di tempi relativamente tranquilli per la navigazione e quindi per un certo periodo Gibuti continuò a comparire nella cronaca occidentale soltanto per le splendide foto dei bambini e delle donne Afar ed Issa, non ancora acconciati alla Occidentale, che la grande fotografa etnografica Angela Fisher scattava per il National Geografic Magazine.
Col trascorrere degli anni le cose sono però cambiate rapidamente, mentre i rischi per la navigazione costituiti dalla pirateria somalo/yemenita da un lato, nonché dalle guerre che coinvolgevano le rotte del petrolio arabo ed iraniano dall’altro, costringevano parecchi paesi a seguire l’esempio della Francia installando anche essi una base in area.
Con l’inasprirsi senza soluzione del conflitto fra l’Etiopia e l’Eritrea a ciò si è aggiunta poi anche la pressione esercitata da Addis Abeba, che dipende interamente da Gibuti per il suo sbocco al mare e quindi per l’accesso ai grandi flussi di commercio internazionali.
Nel frattempo, una dopo l’altra, anche le basi navali internazionali hanno cominciato a spuntare localmente come funghi, sotto l’occhio compiaciuto di un governo che le considera come una garanzia per la sua stabilità ed apprezza molto anche il fatto che dal punto di vista economico la loro presenza contribuisca per più del 25% al reddito annuo del piccolo paese ; peccato soltanto che da qualche tempo il paese abbia dovuto affrontare la concorrenza del confinante Somaliland, anche lui ben deciso a profittare in futuro dell’Eldorado costituito dalla presenza di basi straniere, oltretutto di Stati dotati di valuta forte.
Alla presenza francese su quello che un tempo era il Territorio degli Afar e degli Issa si è affiancata infatti dal 2001 quella USA di Camp Lemonnier, che tra l’altro con i suoi 4500 uomini è l’unica grande installazione statunitense nel continente africano.
Hanno poi fatto seguito la Cina nel 2016 con circa 2000 uomini e poi il Giappone, a segnalare da un lato un crescente interesse asiatico alle rotte navali e dall’altro come i due paesi rivali, per entrambi i quali Gibuti è la prima base estera, si marchino stretti a vicenda.
Segue poi la nostra Italia, con una presenza di 80 uomini che possono arrivare a 300 in caso di necessità, concentrati nella “base militare italiana di supporto” intitolata alla memoria di Amedeo Guillet, il leggendario “Comandante diavolo” dei nostri ascari nella Seconda Guerra Mondiale.
Da considerare infine come molti altri paesi, come Germania, Turchia, Spagna ed Arabia Saudita, pur non disponendo di una vera e propria base, approfittino della disponibilità di paesi amici per ospitare presenze permanenti.
Infine in questo ultimo periodo si è diffusa la voce, che sembra prossima ad essere confermata, del fatto che anche India ed Etiopia sarebbero sul punto di avanzare la richiesta di poter installare nell’area una propria base.
Da chiedersi a questo punto quali pedine internazionali manchino ancora perché il controllo navale di questa parte nord dell’Oceano Indiano divenga completo e del tutto inclusivo.
La risposta pressoché immediata e più semplice indica, infatti, pressoché con immediatezza l’assenza di almeno tre dei possibili protagonisti del controllo di un accesso al Mediterraneo che sembra destinato a divenire di giorno in giorno sempre più difficile.
Il primo per è l’Egitto, che però, preso da altri problemi, sembra per il momento volersi accontentare del controllo del Canale di Suez e non nutrire altre aspirazioni.
Il secondo è invece un gruppo tutt’altro che omogeneo costituito dagli Stati minori della penisola arabica, molti dei quali continuano a nutrire aspirazioni sproporzionate rispetto alle loro possibilità, e quindi fortemente destabilizzanti, relative al loro ruolo mentre altri, vedasi lo Yemen, non riescono a garantire un controllo dei movimenti estremisti che essi albergano tale da impedire che vengano posti ostacoli alla libertà di navigazione.
Ed il pensiero va ovviamente subito agli Houti.
Si tratta insomma di un gruppo su cui sarebbe opportuno esercitare un controllo abbastanza stretto, e forse gli unici che potrebbero garantirlo sarebbero gli USA, considerato anche come alcuni dei suoi componenti siano da tempo coinvolti nella guerra civile sudanese e quindi potenzialmente in grado di far danni colpendo i flussi del commercio navale tanto da est quanto da ovest.
Infine ci sono i russi, che come è noto aspirano, grazie alla presenza terrestre di una Wagner divenuta ora Africa Korps in tutta l’area sahelica del continente, e ad una presenza navale i cui termini debbono ancora essere definiti con precisione, a ritagliarsi anche essi un ruolo condizionante e per l’Africa e per il commercio estero internazionale.
Il progetto, in discussione da tempo e che ha già formato oggetto di parecchi accordi e quello di installare una base, all’inizio relativamente piccola ma destinata ovviamente ad ingrandirsi, a Suakim, sulla costa sudanese, cioè più a nord e più prossima al Canale di Suez rispetto a Gibuti ed a tutte le basi che tale Stato ospita.
La cosa ci interessa?
Certamente, perché il commercio marittimo può essere assimilato alla vena giugulare che alimenta un paese essenzialmente manifatturiero come il nostro.
Ci interessa, oltretutto, al punto che oltre a mantenere la nostra minuta base di Gibuti – una cosa assolutamente al di fuori della politica navale italiana attuale – partecipiamo anche già con nostre navi ad alcune missioni dirette a contrastare la pirateria e a preservare la libertà di navigazione nelle varie strettoie (choke points) dell’area.
A breve – così almeno si spera! – potremmo poi essere chiamati a contribuire con i nostri dragamine allo sminamento di Hormuz.
Ci siamo quindi per vari motivi anche noi nella folla di paesi che sgomitano per garantirsi un posto di prima fila nell’Oceano Indiano.
E cerchiamo di restarci, anche se missioni a tanta distanza dalla madre patria possono, in determinati momenti apparire come troppo costose. Se vogliamo “le nozze “ricordiamoci però che, come dice il vecchio proverbio, “le nozze non si possono fare con i fichi secchi”!
[1] Mediterranean Insecurity ha il piacere di ospitare delle brevi e personali considerazioni del Generale di Corpo d’Armata Giuseppe Cucchi, già Direttore Generale del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza della Presidenza del Consiglio.



