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CATTIVI PRESAGI DALLO YEMEN[1]
Amb. Giacomo SANFELICE di MONTEFORTE
Lo Yemen è tornato nei giorni scorsi a far parlare di sé sui media di tutto il mondo: e questa di solito, non è una buona notizia, soprattutto se, come in questo caso, ha gli Houthi come protagonisti.
Dal 2014 in controllo “de facto” della capitale Sana’a e del nord dello Yemen, gli Houthi – guidati da Abdul Malik al Houthi – hanno l’ambizione di unificare l’intero Paese ed essere riconosciuti come Governo legittimo al posto di quello attualmente in esilio, con sede provvisoria ad Aden, guidato dal Presidente Rashad al Alimi, sostenuto dall’Arabia Saudita e internazionalmente riconosciuto.
L’ultima comparsa all’attenzione mondiale di questo movimento yemenita islamico – che proclama “morte all’America, morte ad Israele e vittoria all’Islam” – era stata nel corso della crisi mediorientale seguita ai tragici avvenimenti di Gaza del 7 ottobre 2023.
Allora gli Houthi, alleati di Hamas e dell’Iran, fino all’ottobre 2025 attaccarono Israele ed il naviglio di bandiera o di interesse israeliano e statunitense in transito nel Mar Rosso, provocando una significativa riduzione dei traffici attraverso quello specchio d’acqua, a difesa dei quali intervennero le missioni “Prosperity Guardian”, “Aspides” e “Poseidon Archer”.
Ora, questa nuova apparizione sulla scena mediatica internazionale del movimento shiita dello Yemen è motivata dal successo della fulminea conquista da parte degli stessi Houthi – con il probabile concorso operativo dei Guardiani della Rivoluzione iraniani – della storica città di Mokha e dell’intera costa occidentale yemenita del Mar Rosso, compresa la strategica isola di Perim che incombe sullo stretto di Bab el Mandeb.
Questo folgorante successo militare ha messo in condizione il movimento ribelle nord yemenita di ottenere due risultati rilevanti: di rafforzare in maniera decisiva il suo controllo sullo Stretto di accesso al Mar Rosso (quindi anche del Canale di Suez), minacciando una rotta strategica in particolare per le esportazioni petrolifere dell’Arabia Saudita, ed, in secondo luogo, di alterare a proprio favore i rapporti di forza con le varie milizie armate che, meno coordinate tra loro, pur con il pieno sostegno di Riad (dopo il ritiro dalla scena degli Emirati Arabi Uniti nei primi mesi di quest’anno), combattono da anni gli Houthi, contendendosi in particolare il controllo del centro e del sud del Paese.
In effetti, al di là della preoccupata eco internazionale suscitata dall’offensiva degli Houthi, sono proprio le ragioni politiche interne allo Yemen che possono aiutare a comprendere meglio le ragioni e i possibili effetti di questa loro inattesa proiezione verso lo Stretto che dà accesso al Mar Rosso.
Gli Houthi non vogliono sfidare il mondo intero perché sanno di non avere i mezzi per poterselo permettere. Ciò è dimostrato tra l’altro dal fatto che essi stessi hanno tenuto subito a precisare il carattere selettivo del divieto da loro annunciato al transito attraverso lo stretto di Bab el Mandeb, “riservandolo” esclusivamente al naviglio mercantile dell’Arabia Saudita, ove Riad non ritiri il blocco asseritamente esercitato da parte saudita al territorio nord-yemenita sotto il loro controllo.
Tre sono gli obiettivi che gli Houthi perseguono in Yemen, tutti con Riad come controparte: innanzitutto unificare il Paese sotto la loro leadership; ottenere poi il riconoscimento internazionale come Governo legittimo dello Stato; e, infine, liberarsi del “patronato” – a fasi alterne più o meno ostile – da sempre esercitato dall’Arabia Saudita sul loro Paese.
Per raggiungere il primo obiettivo gli Houthi hanno da tempo dimostrato di voler perseguire una doppia strategia, politica e militare.
Sul piano politico, essi hanno indirizzato messaggi concilianti e di disponibilità a collaborare politicamente con le altre componenti politiche presenti nel Paese, a cominciare dai partiti e dalla popolazione del Sud dello Yemen (già Repubblica Democratica Popolare alleata dell’URSS dal 1967 al 1990, con Aden come capitale). Popolazione quest’ultima che – mai pienamente assimilata nel successivo processo di unificazione con lo Yemen del Nord – vanta una storia e tratti culturali profondamente diversi dalle più tradizionaliste popolazioni settentrionali, delle quali gli Houthi sono certamente l’espressione più oscurantista.
In parallelo, vista la scarsa presa di questi argomenti politici sugli yemeniti del sud, gli Houthi hanno dispiegato una strategia di conquista militare, di cui l’ultima offensiva su Mokha è parte a pieno titolo. Altri possibili attacchi potrebbero essere diretti alla conquista delle città di Marib (al centro dei maggiori campi petroliferi yemeniti), di Taiz (snodo militarmente strategico tra nord e sud del Paese) e dell’Hadramaut.
Il secondo ed il terzo obiettivo, rispettivamente – riconoscimento internazionale e indipendenza da ogni ingerenza saudita – dipendono sostanzialmente da decisioni che sono nelle mani di Riad, potenza egemone della Penisola arabica, riconosciuto pilastro degli interessi (petroliferi e non) del mondo occidentale in Medio oriente nonché suo interlocutore privilegiato.
Per l’Arabia Saudita, la sola prospettiva di vedere il confinante territorio yemenita interamente nelle mani del movimento Houthi – ora pare dotato anche di un sofisticato arsenale missilistico – rappresenterebbe una permanente minaccia alla sua sicurezza: ne sono palese testimonianza le reciproche espressioni di ostilità, radicata in 8 anni di aperto conflitto – sospeso nel 2022 da una fragile tregua – che ha scavato un solco profondo tra i due Governi ed arrecato danni quasi incalcolabili alla popolazione del nord dello Yemen.
Su questo sfondo di reciproca, consolidata animosità politica e militare, la progressione verso il sud dello Yemen delle forze degli Houthi rappresenta per Riad il possibile riproporsi di un “secondo fronte” sul suo fianco sud-occidentale, con la probabile ripresa degli scontri armati in Yemen – tra le fazioni pro-sauditi e quelle degli Houthi – se non addirittura, nella peggiore delle ipotesi, tra i due Paesi, in fatale coincidenza con l’acuirsi della minaccia della Repubblica Islamica di Iran verso l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo.
È proprio questo momento di debolezza dell’Arabia Saudita che gli Houthi avrebbero dimostrato di saper cogliere – senza ovviamente escludere Teheran dalla condivisione del merito di questo “tempismo” – nell’attaccare le posizioni delle forze militari sostenute da Riad lungo la costa del Mar Rosso. D’altra parte, l’alto livello di preoccupazione prodotto nella capitale saudita da questa mossa degli Houthi sarebbe ben dimostrato dall’accorato appello che Mohammad Bin Salman, secondo fonti stampa americane, avrebbe personalmente rivolto al Presidente Trump sollecitando un intervento militare americano contro gli Houthi, che Washington avrebbe ritenuto di non (poter) accogliere, malgrado la straordinaria fase di prossimità personale e politica tra le due leadership.
In tutto questo, la Repubblica Islamica d’Iran sta con ogni probabilità a guardare con compiacimento l’Arabia Saudita, il proprio antagonista regionale, alle prese con la crescente minaccia rappresentata dal bellicoso movimento Shiita yemenita: un alleato ormai storico di Teheran che porta in dote alla sua destabilizzante strategia militante in Medioriente una posizione geografica “chiave”, una comprovata militanza armata anti-Israele e anti-occidentale in nome della forte affinità politico-religiosa, ma di converso, pochezza di risorse economiche ed un’agenda politica, come detto sopra, concentrata prioritariamente sulle dinamiche interne allo Yemen, anch’esse peraltro, in prospettiva, coerenti con i disegni egemonici regionali dell’Iran.
Così, la recente caduta nelle mani degli Houthi dello stretto di Bab el Mandeb pone alla dirigenza saudita – minacciata nelle sue vie di esportazione petrolifere ora anche su quello Stretto – un grave dilemma su come ricondurre alla ragione gli irriducibili ribelli Shiiti del nord dello Yemen: usare la forza o la diplomazia?
Dilemma, da cui dipende in buona misura anche la sorte della popolazione del nord dello Yemen, esposta ad una sistematica violazione dei diritti civili, soggetta come è ad un regime, quello degli Houthi, violentemente repressivo, ed a condizioni di vita definite dalle Nazioni Unite nel 2022 come prossime alla “catastrofe umanitaria”.
Un dilemma di non facile soluzione, che Farea Al Muslimi, specialista dello Yemen presso Chatham House, ha brillantemente sintetizzato al New York Times ricordando come, negli anni, i Sauditi nei riguardi degli Houthi abbiano, successivamente, “tray to buy them, tray to bomb them, tray to fight them, try to visit them, try to invite them. None of this has worked”.
[1] LETTERA DIPLOMATICA n. 1433 – Anno MMXXVI, 30 settembre 2026, CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI.



