scarica il file in pdf – somaliland parte seconda – settembre 2026 – latini
Somaliland, ordine post-statale e sicurezza del Mediterraneo allargato – La restaurazione di Kasch
Parte Seconda: I vettori del terrorismo, lobbying, migrazioni nel corno d’Africa
Luca Latini
Abstract: Il presente saggio esamina i vettori della minaccia terroristica nel Corno d’Africa, focalizzandosi sulle strategie operative e sulle reti di sostentamento di Al-Shabaab e della frangia regionale dello Stato Islamico (IS) in relazione alla singolare enclave del Somaliland. Nonostante l’apparente stabilità e la relativa capacità di contenimento delle autorità di Hargeysa rispetto al collasso statale somalo, il territorio rimane esposto a sottili dinamiche di penetrazione e strumentalizzazione asimmetrica. Lo studio analizza l’architettura finanziaria e logistica dell’estremismo violento, ponendo particolare attenzione al sistema informale di trasferimento fondi (hawala). Questa rete, se da un lato costituisce la spina dorsale dell’economia reale e dei flussi di rimesse, dall’altro viene opacamente sfruttata dai gruppi armati per il riciclaggio di denaro, l’estorsione transnazionale e il finanziamento del traffico d’armi tra lo Yemen e la Somalia.
Parallelamente, la ricerca mappa le componenti immateriali della minaccia: dalle tattiche di advocacy e reclutamento ideologico fino alle complesse attività di lobbying e influenza esercitate sia all’interno delle dinamiche claniche locali sia presso settori della diaspora somala all’estero. In conclusione, il lavoro delinea come l’intersezione tra vulnerabilità finanziarie informali, contese geopolitiche sul Mar Rosso e pressioni eversive metta a dura prova la resilienza del Somaliland, evidenziando il fragile equilibrio tra sovranità de facto e sicurezza sistemica regionale.
La restaurazione come ordine negoziato, non imposto. Il ruolo dell’Islam.
Contrariamente alla percezione popolare secondo cui il Somaliland sia stato immune all’ascesa dell’islamismo radicale nel Corno d’Africa, la realtà presentò ben altro assetto. Anche prima della guerra civile, l’Islam nelle regioni settentrionali era visto come particolarmente conservatore, influenzato in parte dalla vicinanza (commerciale ed educativa) agli stati del Golfo.
Gruppi islamici come Waxda (Al-Wahdat Al-Shabaab al-Islamiya, Unità della Gioventù Musulmana), inclini verso la più ampia Fratellanza Musulmana, sorsero alla fine degli anni ’80 a Hargeysa e Burco.
Represso da Siad Barre, Waxda trovò una causa comune con il Movimento Nazionale Somalo (SNM), considerò la resistenza al regime come jihad e stabilì una forte presenza a Borama, Hargeysa e Burco. Fu messo da parte dopo il 1991 a causa del sostegno all’unità continua della Somalia[1]. L’influenza islamista, inclusa quella salafita, continuò in particolare a Burco, dove la portata del governo era limitata come a Las Anood. Successivamente, la rivalità intestina tra Dhulbahante (Habar Garhaji e Habar Jeclo) offrì agli islamisti maggiori opportunità[2].
Tuttavia, gli ordini sufi (in particolare i Qaadiriya), saldamente integrati nel sistema dei clan e fortemente rappresentati tra le élite politiche, fornivano il discorso religioso pubblico. L’esistenza di un governo e di un’identità statale relativamente funzionanti ad Hargeysa attenuò ulteriormente l’attrattiva di un’agenda islamista sovraclan e surrettiziamente universalista. La maggior parte degli islamisti fu però costretta a operare all’interno dei confini dei clan, rendendo omaggio alla causa del Somaliland semplicemente con il non scollinare oltre il sistema clanico vigente; lo stato cooptò molti “sceicchi” di varie inclinazioni islamiche, rendendoli ulemaadowla (chierici ufficiali).
Nel sistema ibrido del Somaliland, il ruolo del clan nella mediazione dell’islamismo si mostrò dunque sia risorsa che argine all’appeal di tali movimenti.
L’islamismo, lungi dall’essere un corpo estraneo, si è adattato a tale configurazione, oscillando tra cooptazione, competizione sociale e radicalizzazione marginale.
Allo stesso tempo, la disputa con il Puntland ha offerto uno spazio politico in cui identità claniche, appartenenze religiose e rivendicazioni territoriali si intrecciavano, rendendo le regioni di Sool e Sanaag un laboratorio emblematico delle complesse trasformazioni del Corno d’Africa post-statuale.
Il contesto descritto ha paradossalmente favorito un processo di “restaurazione” dell’ordine politico interno, inteso non come ritorno a un passato preconflittuale, bensì come ricomposizione negoziata dell’autorità attraverso strumenti ibridi. La conflittualità diffusa dei primi anni Duemila, alimentata da rivalità tra sottoclan, infiltrazioni islamiste e contese su Sool e Sanaag, ha infatti indotto le élite di Hargeysa a rafforzare i meccanismi di integrazione tra Stato e strutture tradizionali, consolidando un modello di governance che combina istituzioni rappresentative, autorità consuetudinarie e cooptazione religiosa. Ne è derivato un assetto compattante in seno al clan Isaaq, lungi comunque dall’essere monolitico data la sotto tribalizzazione dello stesso in Habar Awal, Habar Jeclo, Habar Garhaji, storicamente coinvolti in competizione per l’accesso alle risorse e ai circuiti commerciali legati al porto di Berbera.
La fase di conflittualità interna che ha segnato i primi anni successivi alla dichiarazione d’indipendenza, inclusi scontri armati tra milizie affiliate a diversi segmenti Isaaq, ha reso evidente il rischio che la frammentazione intra-clanica potesse compromettere la sopravvivenza stessa del nuovo ordine politico.
Questa restaurazione intra-Isaaq ha prodotto un duplice effetto: da un lato ha rafforzato la coesione del gruppo dominante, consentendo allo Stato di presentarsi come relativamente stabile verso l’esterno; dall’altro ha cristallizzato un assetto di potere in cui l’egemonia Isaaq rimane il perno dell’equilibrio politico, generando tuttavia tensioni latenti con clan periferici esclusi o marginalizzati.
In tal senso, la restaurazione non ha superato la logica clanica, ma l’ha riorganizzata in forma statuale, rendendo il clan non un’alternativa allo Stato, bensì la sua infrastruttura fondamentale. Marginalizzando scientemente tutto ciò che era “altro da sé”. O che potesse somigliargli.
I vettori del terrorismo e della pirateria nel Somaliland
La sicurezza delle linee di comunicazione marittima che convergono verso Bab El-Mandeb rappresenta pertanto una variabile imprescindibile per la sostenibilità di qualsiasi progetto logistico nel Corno d’Africa; dunque, supply chain di vitale importanza per il quadrante del mediterraneo allargato ancorato alle rotte dell’Indopacifico.
Esploso tra il 2008 e il 2012, il fenomeno della pirateria somala ha costituito la prima manifestazione contemporanea della vulnerabilità sistemica della regione.
Gruppi armati radicati lungo le coste del Puntland e del centro-sud somalo hanno sfruttato l’assenza di un’autorità statuale efficace per colpire traffici commerciali internazionali, generando un incremento esponenziale dei premi assicurativi e una temporanea ridefinizione delle rotte.
La risposta internazionale si è tradotta nell’attivazione di missioni navali coordinate, tra cui l’iniziativa europea Operazione Atalanta, la missione NATO Operation Ocean Shield e la Combined Task Force 151[3] istituita nell’ambito della Combined Maritime Forces[4].
Tali dispositivi hanno contribuito a ridurre gli attacchi, dimostrando come la proiezione navale multilaterale possa ristabilire un livello (seppur minimo) di ordine marittimo anche in assenza di stabilità terrestre.
Tuttavia, la regressione statistica della pirateria non ha coinciso con l’eliminazione delle cause strutturali dell’insicurezza. Il vuoto di governance nell’entroterra somalo continua a offrire spazio operativo ad attori jihadisti, primo fra tutti Al-Shabaab, affiliato ad Al-Qaeda, pur perseguendo finalità e interessi non sempre allineati. Il gruppo di matrice terroristica ha dimostrato capacità di proiezione asimmetrica lungo la fascia costiera, minacciando infrastrutture portuali, personale straniero e corridoi logistici. In tale prospettiva, il rischio non si esaurisce nell’abbordaggio di mercantili ma intacca la sicurezza di terminal strategici, alla coercizione delle comunità costiere e all’infiltrazione delle catene di approvvigionamento. La dimensione marittima si intreccia così con quella terrestre in un continuum operativo che rende porosa la distinzione tra sicurezza interna e sicurezza delle rotte globali.
Porti come Berbera, Gibuti o Bosaso rappresentano potenziali obiettivi simbolici e materiali di attacchi volti a delegittimare attori statuali emergenti o a colpire interessi stranieri.
La presenza di basi militari emiratine, turche o statunitensi lungo l’arco del Mar Rosso meridionale accentua ulteriormente la rilevanza strategica di tali infrastrutture, trasformandole in snodi dual use, civili e militari. Nel contesto attuale, segnato anche dalle ripercussioni della guerra nello Yemen e dall’instabilità cronica somala, la sicurezza del Golfo di Aden dipende da un equilibrio fragile tra deterrenza navale internazionale e consolidamento istituzionale locale.
Nel contesto attuale, segnato anche dalle ripercussioni della guerra nello Yemen e dall’instabilità cronica somala, la sicurezza del Golfo di Aden dipende da un equilibrio fragile tra deterrenza navale internazionale e consolidamento istituzionale locale[5].
Senza un rafforzamento delle capacità di sicurezza costiera somale – incluse quelle del Somaliland – il rischio è che la minaccia asimmetrica si adatti alle nuove configurazioni infrastrutturali, spostando il baricentro dall’hijacking[6] tradizionale alla disruption[7] selettiva di nodi logistici ad alto valore strategico. In tale cornice, la proiezione emiratina a Berbera non può essere letta unicamente in chiave economica, ma anche come investimento nella sicurezza delle proprie linee marittime.
Analogamente, l’interesse statunitense e quello europeo per la stabilità del Somaliland si iscrivono in una logica di contenimento preventivo delle minacce ibride che potrebbero compromettere la libertà di navigazione verso Suez.
La dottrina delle open door resta un caposaldo del Dipartimento di Sicurezza degli Stati Uniti; dunque, la libertà di navigazione entro la propria sfera di influenza non è condizione negoziabile.
Diversi studi e report di intelligence sottolineano infatti che, pur non essendo storicamente un’organizzazione marittima, Al-Shabaab ha sviluppato nel tempo collegamenti funzionali con reti di pirateria somala, in particolare nel contesto della crisi di sicurezza che caratterizza il Golfo di Aden.
In un’analisi comparativa sulla sicurezza del golfo, viene evidenziato che la relazione tra Al-Shabaab e i pirati somali è di natura simbiontica e pragmatica, non dettata da un’identica ideologia ma da convenienze meramente opportunistiche: il gruppo jihadista, in virtù del controllo territoriale su ampie aree costiere, ha “licenziato” le attività pirata operanti sotto il suo ombrello, assicurandosi così una quota dei proventi dei riscatti che contribuivano stabilmente alle sue finanze in assenza di altri canali di finanziamento affidabili.
Questo tipo di accordo è stato documentato come una forma di cooperazione operativa che ha permesso ai pirati di ottenere protezione in cambio di contributi economici, mentre Al-Shabaab ha potuto consolidare rendite utili alla prosecuzione della propria insurrezione interna. La situazione è ulteriormente complicata dalle dinamiche regionali: rapporti recenti indicano che gruppi armati quali i ribelli Houthi dello Yemen hanno facilitato collegamenti logistici e di armamento tra Al-Shabaab e le reti di pirateria, consentendo l’acquisizione di equipaggiamenti più sofisticati da parte dei pirati e la possibile condivisione di intelligence sulla navigazione, con l’obiettivo di incrementare le incursioni nel Golfo di Aden[8].
Tale cooperazione riflette un interesse comune nella destabilizzazione delle rotte marittime e nella generazione di entrate attraverso il sequestro di navi commerciali e il pagamento di riscatti.
Tuttavia, il rapporto tra jihadisti e pirati non è sempre stato lineare né uniforme nel tempo.
In alcune fasi storiche Al-Shabaab si è opposto alla pirateria per motivi dottrinali, mentre in altre ha sfruttato le condizioni di anarchia istituzionale e la presenza di economie criminali per trarne vantaggio strategico.
Combattenti di Al-Shabaab attaccarono i pirati somali nella città costiera di Haradere nel 2008 in un tentativo di riaffermare un controllo ideologico sul territorio, pur senza instaurarne uno duraturo delle coste somale. Questo per una rigorosa interpretazione della shari’ha.
Declinazione transigente nella relazione tra Al-Shabaab e la pirateria si verificò nel 2010, quando il gruppo ottenne il controllo proprio di Haradere e iniziò a imporre tasse ai gruppi di pirati operanti nelle aree sotto il suo dominio. Il 25 aprile 2010, Al-Shabaab prese comando di Haradere e impose una tassa tra il 15 % e il 20 % sui riscatti ottenuti dai pirati attivi in quella zona, configurando così una forma di interazione economica.
La dinamica rispecchia così tanto gli impulsi ideologici quanto la pragmatica gestione delle rendite derivanti dal collasso statale somalo – con buona pace dell’interpretazione più intransigente delle scritture. Tale imposizione però ebbe conseguenze concrete: i pirati evitarono di utilizzare Haradere come base operativa, spostandosi verso altre città costiere per evitare tassazione e voce in capitolo del gruppo jihadista. Il seguente risvolto indebolì temporaneamente la presenza dei pirati nelle aree controllate da Al-Shabaab.
Nel tentativo di analizzare il rapporto tra pirateria somala e jihadismo insurrezionale, ogni ricostruzione che prescinda dalla dimensione clanica rischia di risultare fuorviante, o quantomeno incompleta. Non essendo la Somalia uno Stato nel senso westfaliano del termine, domini antropologici come appartenenza, protezione e accesso alle risorse sono mediate dal clan più che da istituzioni centralizzate.
In tale contesto, sia Al-Shabaab sia le reti di pirateria sviluppatesi lungo le coste del Puntland e del centro-sud devono essere interpretate come fenomeni che si innestano su questa infrastruttura sociale preesistente, pur perseguendo obiettivi e cornici ideologiche divergenti. Al-Shabaab (nella gemmazione in cui lo conosciamo oggi) nasce nel 2006 come ala giovanile radicale dell’Unione delle Corti Islamiche, in un momento in cui Mogadiscio e parte della Somalia meridionale erano attraversate da una violenta competizione tra signori della guerra.
Sin dalle origini, il gruppo ha cercato di articolare un discorso politico-religioso volto a superare il particolarismo clanico in nome di un’identità islamica unificante. Tuttavia, sul piano sociologico, la sua composizione non è mai stata neutra rispetto agli equilibri genealogici: una parte significativa dei quadri e dei combattenti proviene dalle regioni sud-occidentali abitate dai Rahanweyn (Digil-Mirifle), storicamente marginalizzati nei rapporti di forza somali, mentre segmenti rilevanti della leadership hanno avuto radici nei sottoclan Hawiye, in particolare nelle aree più urbanizzate della capitale. La pretesa universalistica jihadista si è dunque innestata al pragmatismo clanico[9] che ha dunque imposto al movimento di bilanciare rappresentanza interna, controllo territoriale e cooptazione delle élite locali.
La tensione tra una narrazione ideologica salafita e la persistenza del ruolo dei clan nelle società somale è importante: significa che Al-Shabaab non propone una simmetria completa con le strutture sociali tradizionali, quanto piuttosto un tentativo di sovrapporre l’afflato religioso alle articolazioni esistenti. Obiettivo dichiarato dunque è quello di rovesciare il governo federale somalo e allontanare tutte le forze straniere, per imporre una forma di governo aderente alla propria interpretazione della shariʿa. Esso rifiuta la legittimità dell’attuale sistema politico somalo, considerato troppo influenzato da attori esterni e non conforme alla legge islamica[10].
Sul piano transnazionale, l’organizzazione ha espresso in tempi non sospetti l’idea di una “Grande Somalia” sotto un unico Stato islamico, che teoricamente include anche aree con popolazioni somale in Kenya, Etiopia e Gibuti, oltre alla Somalia stessa.[11]
L’ideologia ufficiale tende a privilegiare un’identità religiosa che trascenda il clan, anche se nella pratica il gruppo si appoggia ancora (e molto spesso) a élite locali o compensazioni agricole per mantenere il controllo.
Tuttavia, epitome dalla dottrina riconducibile alla cellula madre al-Qaʿida, “gli occidentali hanno gli orologi, noi abbiamo il tempo”. In altre parole, l’anti-clanismo di Al-Shabaab è più strumentale che puramente ideologico: mentre critica l’eccessivo potere dei clan nella politica statale, utilizza elementi delle reti sociali già esistenti per rafforzare il proprio controllo su territori e popolazioni.
Di segno diverso appare, almeno in superficie, la configurazione delle reti di pirateria somala esplose tra il 2005 e il 2012. Queste ultime si sono sviluppate prevalentemente nel Puntland, regione nord-orientale a forte predominanza del macro-clan Darod, in particolare dei sottoclan Majerteen, Warsangeli e Dhulbahante. Le città costiere di Eyl, Hobyo e Harardere sono divenute snodi operativi di un’economia criminale strutturata, capace di integrare investitori, intermediari, milizie armate e reti di riciclaggio transnazionale. A differenza di Al-Shabaab, i pirati non hanno mai avanzato un progetto politico organico di trasformazione statuale; la loro legittimazione si è fondata piuttosto su una combinazione di protezione delle acque da pesca illegale e redistribuzione locale delle rendite da riscatto.
Le differenze strutturali tra i due fenomeni sono pertanto evidenti.
Al-Shabaab persegue il controllo politico-territoriale e l’istituzione di un ordine islamico, adottando una struttura gerarchico che si impernia su ideologia salafita-jihadista; le reti pirata operano secondo logiche reticolari e imprenditoriali, orientate al profitto immediato. Inoltre, la base clanica prevalente differisce: più trasversale e meridionale nel caso jihadista, più concentrata e nord-orientale nel caso pirata.
Laddove la pirateria generava flussi finanziari significativi, essa poteva tuttavia essere incorporata in un sistema di rendita più ampio, funzionale al finanziamento dell’insurrezione. Non si trattava necessariamente di una fusione organizzativa, ma di una silente permissività sul controllo territorio da parte di Al Shabaab, la quale rivendicava una sovranità fiscale sulle attività economiche, lecite o illecite che fossero[12].
Specularmente, per le reti pirata, l’interazione con un attore armato capace di esercitare controllo territoriale poteva offrire, in determinate circostanze, una cornice quantomeno di prevedibilità. In un contesto di anarchia istituzionale, la presenza di un’autorità riduceva il rischio di conflitti interclanici o di espropriazioni arbitrarie da parte di milizie concorrenti.
La convergenza era dunque fondata su un calcolo razionale di costi e benefici all’interno di uno spazio privo di sovranità statale consolidata.
In questa intersezione emerge una possibile convergenza strategica di interessi “di popoli”, al di là della religione. Tanto i combattenti di Al-Shabaab quanto i giovani arruolati nelle reti pirata provengono in larga misura da contesti caratterizzati da esclusione economica, scarsità di opportunità e marginalizzazione rispetto ai circuiti globali del commercio legale.
La scelta jihadista o quella criminale possono essere lette come risposte differenti a una medesima struttura di incentivi: accesso a reddito, status, protezione e appartenenza.
In tal senso, il clan funge da piattaforma di mobilitazione primaria, mentre ideologia o imprenditorialità armata rappresentano sovrastrutture adattive. Questa convergenza latente si manifesta anche nella comune dipendenza dal controllo dei nodi logistici e delle rotte commerciali. Se la pirateria agisce direttamente sul traffico marittimo internazionale attraverso sequestri e riscatti, Al-Shabaab mira a controllare porti, corridoi terrestri e mercati interni, imponendo tassazioni e regolamentazioni parallele. Entrambi, seppur con strumenti diversi, incidono sulla sicurezza delle linee di comunicazione che attraversano il Golfo di Aden e il Mar Rosso meridionale. La vulnerabilità delle infrastrutture portuali di Bosaso a Kismayo diviene così non solo un problema di ordine pubblico,ma una lasca questione di dinamiche locali e interessi globali. Ne deriva una distinzione netta tra jihadismo e criminalità marittima, pur analiticamente utile. La religione in questo quadro non scompare: si colloca accanto a variabili più strutturali quali accesso alle risorse, controllo territoriale, distribuzione delle rendite. Comprendere questa ambivalenza è essenziale anche per valutare le politiche di sicurezza marittima internazionale
La prassi terroristica nel Corno d’Africa.
Il terrorismo non è un soggetto geopolitico: è una tattica; prassi che un dato attore può assumere nel momento esatto in cui appura disparità tra le forze e risorse proprie e quelle dei suoi contendenti. Mancante una definizione univoca tra gli organi della comunità internazionale, può configurarsi la formulazione stabilita dalla NATO: l’uso o la minaccia di uso di comportamenti illegali o violenti contro individui o proprietà nel tentativo di condizionare o intimidire governi o società per raggiungere obiettivi politici, religiosi o ideologici. In questo senso, il Corno d’Africa rappresenta uno degli spazi contemporanei in cui tale tattica si è strutturata in forma sistemica, innestandosi su fragilità statuali, reti economiche informali e dinamiche transnazionali di mobilità già analizzate nei paragrafi precedenti.
Nel quadrante somalo-etiopico-eritreo, il terrorismo si configura come un prodotto endogeno di condizioni strutturali: vuoti di governance, competizione clanica, marginalità economica e interferenze esterne. In tali contesti, la violenza asimmetrica diventa uno strumento razionale attraverso cui attori non statali cercano di compensare la propria inferiorità materiale rispetto a Stati, coalizioni internazionali o potenze regionali.
La scelta della tattica terroristica non è dunque ideologica in origine, ma funzionale: è l’esito di un calcolo. All’interno di questo ecosistema, il caso paradigmatico è rappresentato da Al-Shabaab, principale attore jihadista della regione e vettore di instabilità a scala regionale. Nato nei primi anni duemila come ala militante dell’Unione delle Corti Islamiche e cellula di Al Qaida, il gruppo si è progressivamente trasformato in una delle più resilienti organizzazioni insurrezionali contemporanee, capace di adattarsi a mutamenti e pressioni politiche e trasformazioni sociali.
L’obiettivo dichiarato dell’organizzazione è la costruzione di uno Stato islamico in Somalia, attraverso il rovesciamento del governo federale e l’espulsione delle forze straniere. Tuttavia, ridurre il gruppo a una mera entità ideologica significherebbe fraintenderne la natura. Al Shabaab opera come un attore ibrido: al contempo organizzazione terroristica, proto-stato e rete economico-criminale. In questo senso, la violenza non è solo un fine politico, ma anche un mezzo di regolazione dello spazio.
Il movimento si articola lungo tre direttrici operative principali: controllo territoriale selettivo, governance parallela e proiezione terroristica, urbana e transnazionale. Al-Shabaab esercita un dominio prevalentemente rurale nel sud e nel centro della Somalia, evitando il controllo diretto dei grandi centri urbani quando ciò comporterebbe un’eccessiva esposizione militare.
Questo modello di “territorialità flessibile” consente al gruppo di mantenere profondità strategica e capacità di rigenerazione. Il nucleo ha sviluppato forme di amministrazione locale che includono giustizia, tassazione e sicurezza. In molte aree, esso supplisce alle carenze dello Stato, offrendo servizi che aumentano la sua legittimità presso le comunità locali. Parallelamente al controllo rurale, Al-Shabaab mantiene la capacità di colpire obiettivi urbani e regionali, utilizzando con eguale precisione attentati suicidi come operazioni di infiltrazione. Tali azioni mirano a destabilizzare governi, scoraggiare investimenti e dimostrare la persistente vulnerabilità degli Stati bersaglio.
Questa configurazione rende il gruppo estremamente resiliente: esso non necessita di vincere militarmente per ottenere risultati strategici, ma solo di impedire la stabilizzazione dell’avversario.
Dal punto di vista geografico, i vettori del terrorismo nel Corno d’Africa seguono in larga parte le stesse direttrici delle rotte migratorie e commerciali. La sovrapposizione tra mobilità umana e mobilità della violenza non è casuale: entrambe si sviluppano lungo infrastrutture informali, reti claniche e corridoi scarsamente controllati.
In Somalia, il cuore operativo di Al-Shabaab si estende dalle regioni meridionali fino alle aree centrali, con capacità di infiltrazione anche nella capitale Mogadiscio.
Lungo il confine kenyota, gli attacchi liminali e nelle grandi città rispondono a una logica punitiva nei confronti dell’intervento militare di Nairobi in Somalia.
In Etiopia, la penetrazione è più limitata ma significativa, soprattutto nelle aree periferiche e instabili. Questa dimensione transnazionale evidenzia un elemento centrale: il terrorismo nel Corno d’Africa non riconosce i confini statali: li utilizza. Le frontiere, lungi dall’essere barriere, diventano spazi di manovra, attraversati da reti di traffico, flussi migratori e circuiti finanziari informali.
Oltre ad Al-Shabaab, il panorama terroristico regionale include ulteriori attori, sebbene meno strutturati. Tra questi, si segnalano cellule affiliate allo Stato Islamico (IS-Somalia), attive principalmente nella regione separatista del Puntland. Queste formazioni, pur numericamente inferiori, svolgono una funzione competitiva e simbolica, tentando di attrarre combattenti (non necessariamente ossequiosi della Shari’a) e risorse attraverso una narrativa alternativa rispetto a quella qaedista di Al-Shabaab.
L’analisi della presenza di IS-Somalia nel Puntland richiede di superare una lettura puramente ideologica del fenomeno jihadista e di adottare una prospettiva centrata sulle dinamiche di potere locali. In Somalia, infatti, le strutture claniche rappresentano l’elemento fondamentale di organizzazione politica e sociale, rendendo gruppi come Al-Shabaab e lo stesso IS-Somalia non attori autonomi, ma piuttosto contenitori che si innestano su reti preesistenti.
In questo quadro, il Puntland, dominato dalla famiglia clanica Darod – in particolare dal sottoclan Majeerteen – presenta una configurazione in cui il gruppo dominante controlla già risorse politiche ed economiche, riducendo l’incentivo a sostenere formazioni alternative come ISIS.
Ne consegue che IS-Somalia tenda a reclutare non tanto su base clanica compatta, quanto piuttosto tra segmenti marginalizzati o esclusi all’interno dello stesso universo Darod, ossia individui privi di accesso alle rendite locali o coinvolti in dinamiche conflittuali intra-claniche. In tale prospettiva, l’adesione al gruppo non risponde primariamente a un processo di radicalizzazione religiosa, ma si configura come una strategia di riallineamento nel contesto della competizione per potere e risorse[13].
La stessa genesi di IS-Somalia, guidata da Abdulqadir Mumin, ex membro di Al-Shabaab, riflette dinamiche di scissione riconducibili a rivalità di leadership e alla ricerca di autonomia operativa, più che a una mera divergenza dottrinale tra jihadismo legato ad al-Qaeda e quello affiliato allo Stato Islamico. In questo senso, lo Stato Islamico può essere interpretato come una “exit option” per quadri e combattenti che non trovano spazio nelle gerarchie esistenti.
Il richiamo del brand globale, la possibilità di accedere a risorse esterne e la costruzione di una legittimazione alternativa rispetto al sistema clanico tradizionale rendono il gruppo particolarmente attrattivo per attori periferici.
La suddetta affiliazione appare meno come un movimento ideologico radicato e più come uno strumento funzionale attraverso cui specifici segmenti clanici tentano di rientrare nella competizione per il potere locale. La stessa tra gruppi jihadisti introduce la dinamica del terrorismo come mercato: reclutamento, finanziamento e visibilità diventano risorse contese; la violenza stessa si configura come strumento di branding.
Attacchi spettacolari non hanno solo un obiettivo militare ma anche (o soprattutto) comunicativo. Sul piano economico, le organizzazioni terroristiche del Corno d’Africa si sostengono attraverso tassazione coercitiva, traffico di armi, contrabbando e sfruttamento dei flussi migratori. In particolare, la connessione tra terrorismo e migrazione risulta cruciale: i migranti possono essere fonte di reclutamento, rappresentando potenzialmente asset in manodopera forzata o risorsa finanziaria attraverso estorsioni. Questa intersezione rafforza l’idea, già emersa nei paragrafi precedenti, secondo cui le rotte migratorie non siano semplicemente corridoi umanitari, ma infrastrutture strategiche contese. Il controllo di tali rotte consente non solo di regolare la mobilità, ma anche di alimentare economie parallele e reti di potere.
Le vittime principali di questo sistema sono, inevitabilmente, le popolazioni locali. Il terrorismo nel Corno d’Africa colpisce in primo luogo società già fragili, aggravando condizioni di insicurezza, povertà e disgregazione sociale. Gli attacchi contro civili e infrastrutture compromettono ulteriormente la capacità (già limitata) degli stati di fornire servizi e consolidare la propria legittimità. Al contempo, gli stati della regione si trovano intrappolati in una dinamica di dipendenza securitaria. La “lotta al terrorismo” ha favorito l’intervento di attori esterni – Stati Uniti, Unione Africana, potenze regionali – creando un sistema di sicurezza multilivello in cui la sovranità locale risulta spesso subordinata a interessi esterni. La presenza della Combined Joint Task Force – Horn of Africa, ad esempio, testimonia la dimensione globale della risposta al terrorismo nella regione[14].
Tuttavia, tali interventi non hanno eliminato la minaccia, ma ne hanno piuttosto modificato la forma. La pressione militare ha spinto gruppi come Al-Shabaab alla decentralizzazione per integrarsi ulteriormente nel tessuto sociale ed economico locale[15].
Il punto centrale è che il terrorismo non distrugge semplicemente l’ordine esistente, ma contribuisce a produrne uno alternativo, seppur violento e predatorio.
In assenza di stati pienamente funzionanti, tali organizzazioni riescono a imporsi come attori di regolazione, offrendo sicurezza selettiva e servizi minimi in cambio di lealtà e risorse. In conclusione, i vettori del terrorismo nel Corno d’Africa seguono una logica coerente con quanto emerso nell’intero capitolo: il controllo dei flussi – umani, economici, informativi – rappresenta la chiave del potere.
Le organizzazioni terroristiche non fanno eccezione, ma si inseriscono pienamente in questa grammatica strategica.
Al-Shabaab e gli altri gruppi attivi nella regione non sono anomalie del sistema, bensì sue espressioni. Essi operano negli interstizi della sovranità, sfruttano le fratture sociali e si alimentano delle stesse reti che sostengono la mobilità globale. In tale prospettiva, il terrorismo appare non come una deviazione, ma come una delle possibili configurazioni del potere in contesti di instabilità cronica.
Nel contesto del Corno d’Africa, il rapporto tra terrorismo e Somaliland non può essere letto attraverso categorie normative o dicotomiche quali stabilità contro instabilità, oppure legalità contro illegalità, bensì va ricondotto a una logica di competizione per il controllo dello spazio, in cui attori statuali e non statuali operano secondo razionalità convergenti, seppur con strumenti differenti.
In tale prospettiva, il Somaliland non si configura come un’anomalia virtuosa, ma come uno spazio che è riuscito, almeno temporaneamente, a chiudere parzialmente il proprio ambiente politico e securitario, sottraendosi alla frammentazione sistemica che caratterizza la Somalia meridionale. Tale chiusura non è il prodotto di una superiore legittimità normativa, bensì di un equilibrio pragmatico tra controllo clanico, capacità coercitiva limitata ma efficace e una gestione selettiva dei flussi.
Nel quadro somalo, le cellule di Al-Shabaab non “reclutano etnie” in senso stretto, ma operano tramite dinamiche legate ai clan e alle marginalità socio-politiche: prospettiva ampiamente assodata entro il dato milieu.
La struttura clanica somala determina l’accesso a risorse, protezione e status, e Al-Shabaab sfrutta proprio le fratture e le esclusioni generate da questo sistema per alimentare i propri ranghi. In particolare, studi e fonti istituzionali indicano che reclute provengono in misura significativa da gruppi storicamente marginalizzati o economicamente esclusi, come i clan Rahanweyn (Digil-Mirifle), le minoranze come Somali Bantu/Jareer e altri gruppi costieri, i cui membri spesso si trovano in posizioni subalterne nel sistema politico e sociale somalo e quindi più vulnerabili alle narrative di rivalsa e appartenenza offerte dal gruppo jihadista, in opposizione alla componente Isaaq del territorio somalilandese[16].
Questa strategia sfrutta tra l’altro rancori storici, discriminazione clanica e la promessa di status o protezione, elementi che risuonano maggiormente laddove il sistema clanico non offre alternative percorribili. In contrasto, gruppi e sottoclan percepiti come più integrati o privilegiati tendono a essere meno rappresentati nei ranghi di Al-Shabaab o sono impiegati piuttosto come combattenti “di facciata” che come leadership[17].
La coesistenza di reclutamento volontario, indotto e forzato in questi contesti sottolinea come la condizione di marginalità strutturale legata all’appartenenza di tipo tribale resti uno dei fattori più significativi nelle dinamiche di adesione alla tattica terroristica nel Corno d’Africa contemporaneo. È proprio questa configurazione a renderlo un caso problematico per le organizzazioni jihadiste attive nella regione, in primis Al-Shabaab, le quali non interpretano il Somaliland come un obiettivo di conquista immediata, bensì come uno spazio da neutralizzare strategicamente.
L’assenza di una penetrazione strutturata di tali gruppi nel territorio somalilandese non deve essere letta come una loro incapacità assoluta, ma come il risultato di un calcolo: aprire un fronte diretto contro Hargeysa comporterebbe costi elevati e benefici incerti, oltre al rischio di compattare attori locali altrimenti frammentati. In termini strettamente tattici, il Somaliland rappresenta un ambiente a bassa redditività operativa per il jihadismo, e pertanto viene affrontato attraverso modalità indirette.
Le organizzazioni terroristiche adottano quindi una postura che privilegia l’erosione rispetto alla conquista. Non si tratta di occupare il territorio, ma di impedirne la stabilizzazione definitiva; non di sostituirsi all’autorità locale, ma di limitarne la capacità di chiudere i propri spazi. In questo senso, la strategia jihadista si sviluppa lungo direttrici di infiltrazione logistica, sfruttamento di reti e connessioni con circuiti informali già esistenti, evitando il confronto frontale e privilegiando azioni di disturbo a bassa intensità ma ad alta persistenza.
Il Somaliland diventa così un obiettivo negativo: non ciò che deve essere conquistato, ma ciò che non deve essere lasciato consolidare. La sua stessa esistenza come entità relativamente stabile rappresenta una minaccia simbolica e strategica, poiché dimostra la possibilità di un ordine alternativo alla governance jihadista o al caos frammentato della Somalia meridionale. Per gruppi come Al-Shabaab, la posta in gioco non è quindi il controllo diretto di Hargeysa, ma la sua traiettoria politica: impedire che essa si trasformi in un modello replicabile o, peggio, in un partner pienamente riconosciuto a livello internazionale. Specularmente, il Somaliland adotta una strategia altrettanto pragmatica e ambivalente. La sua sopravvivenza dipende dalla capacità di mantenere un equilibrio tra apertura e chiusura: un’eccessiva permeabilità esporrebbe il territorio alla penetrazione jihadista, mentre una chiusura totale comprometterebbe le basi economiche e sociali su cui si regge l’entità stessa.
In assenza di riconoscimento internazionale, il Somaliland non può permettersi di interrompere i flussi di merci, persone e capitali che lo connettono alle reti regionali e diasporiche; tuttavia, tali flussi coincidono spesso con le stesse direttrici utilizzate da attori illeciti. Ne deriva una gestione selettiva della mobilità, in cui il controllo non è assoluto ma graduato: sufficientemente efficace da limitare la penetrazione di cellule terroristiche, ma non tale da soffocare il sistema economico locale.
In questo senso, il Somaliland non elimina il rischio (sarebbe impossibile), ma lo amministra, accettando una quota fisiologica di permeabilità come costo necessario alla propria sopravvivenza. Questa dinamica riflette una logica più ampia, già emersa nell’analisi delle politiche statali: gli attori non operano esclusivamente per massimizzare benefici diretti, ma anche per impedire ad altri di consolidare la propria influenza. Il Somaliland, pur nella sua condizione di Stato de facto , agisce secondo questa duplice direttrice. Da un lato, mira a rafforzare la propria stabilità interna e a presentarsi come interlocutore affidabile nella cooperazione securitaria regionale; dall’altro, lavora per evitare che il proprio territorio venga utilizzato come piattaforma operativa da attori jihadisti o da potenze concorrenti. La sicurezza diventa così non solo un’esigenza interna, ma una leva di proiezione esterna, funzionale a costruire legittimità in assenza di riconoscimento formale.
Le organizzazioni terroristiche, dal canto loro, adottano una logica speculare.
Laddove non sia possibile esercitare un controllo diretto, diventa prioritario impedire la piena stabilizzazione dello spazio sotto il controllo altrui. Ciò si traduce in una strategia di pressione indiretta, volta a mantenere aperti corridoi alternativi e a preservare una soglia minima di instabilità. In tale prospettiva, anche la semplice possibilità di infiltrazione o di destabilizzazione latente rappresenta un successo strategico, poiché impedisce la chiusura definitiva dello spazio politico e operativo.
Il terrorismo, in questo contesto, non vince conquistando, ma evitando che altri vincano e che troppe bandiere siano piantate in territori reputati vitali per i propri interessi. In ultima analisi, il rapporto tra terrorismo e Somaliland conferma una dinamica più ampia che attraversa l’intero Corno d’Africa: il potere non si esercita esclusivamente attraverso il controllo diretto dello spazio, ma anche attraverso la capacità di modularne l’accesso, di filtrare i flussi e di impedire la chiusura operata da altri attori.
Il Somaliland è stabile non perché sia intrinsecamente più forte, ma perché nessuno è ancora riuscito a renderlo instabile in modo irreversibile; allo stesso tempo, le organizzazioni terroristiche non perseguono necessariamente la conquista territoriale, ma operano per mantenere aperti gli spazi in cui possono continuare a muoversi e sopravvivere. Ne deriva una competizione non per il dominio assoluto, ma per il controllo relativo dei margini: chi riesce a restringerli esercita potere; chi riesce a mantenerli aperti garantisce la propria persistenza.
In questo senso, la stabilità del Somaliland non rappresenta una deviazione dall’ordine regionale, ma una delle sue possibili e storicamente recidive configurazioni, continuamente negoziata e mai definitivamente acquisita.
Somaliland come attore sub-statale nella competizione multipolare.
Pur operando senza riconoscimento internazionale formale, il Somaliland occupa oggi una posizione strategica che gli consente di esercitare influenza significativa nel Corno d’Africa. Questa centralità infrastrutturale permette al Somaliland di costruire relazioni di tipo pragmatico con i feroci appetiti di potenze regionali e globali, orientando la propria politica estera non tanto verso il riconoscimento immediato, quanto seguendo un consolidamento della legittimità attraverso cooperazione economica e mediazione diplomatica. In prospettiva, Hargeysa può consolidare la propria posizione come hub commerciale, fungere da mediatore tra Etiopia e attori del Golfo, oppure rafforzare il ruolo di garante della sicurezza marittima regionale ospitando infrastrutture logistiche e basi navali.
Tali scelte implicano opportunità e rischi differenti: mentre un impegno nella diplomazia multilaterale e nello sviluppo infrastrutturale potrebbe aumentare l’influenza sub-statale del Somaliland, la crescente militarizzazione del Mar Rosso e del Golfo di Aden comporta tensioni potenziali con Mogadiscio e potenze concorrenti. Primum vivere dunque, obiettivo esistenziale. Secondo un’analisi pubblicata su Medium, l’espansione della presenza militare turca in Somalia rappresenta un rischio significativo per l’esistenza del Somaliland.
Data la viva memoria storica delle devastazioni subite dal popolo Isaaq sotto il regime di Barre, un potenziale rafforzamento delle capacità belliche di Mogadiscio potrebbe materializzare nuovamente minacce analoghe alle principali aree urbane del Somaliland.
La crescita del footprint militare turco in Somalia, incluso il potenziamento delle forze armate locali con equipaggiamenti moderni, potrebbe perciò alterare l’equilibrio già fragile e porre in discussione la stabilità conquistata dal Somaliland, richiamando l’attenzione internazionale sulla necessità di non ignorare il rischio di un’escalation che potrebbe colpire direttamente la sua autodeterminazione e sicurezza[18]. Inoltre, un eventuale isolamento diplomatico o pressioni coordinate della Somalia federale e dei suoi alleati potrebbe limitare la capacità di Hargeysa di muoversi autonomamente, rendendo il Somaliland più dipendente dagli investimenti esterni, da ripagare a tempo debito e nella moneta non necessariamente “gradita”. In questo contesto multipolare, la strategia futura del Somaliland dipenderà dalla sua abilità nel bilanciare la stabilità interna, le relazioni economiche con attori regionali e le pressioni geopolitiche esterne, trasformando la marginalità giuridica in una leva di influenza politica e negoziale.
Ma la prospettiva è tutt’altro che serena. Secondo un’analisi pubblicata dall’International Institute for Strategic Studies (IISS) nel Military Balance Online Analysis[19], il riconoscimento diplomatico formale del Somaliland da parte di Israele (26 dicembre 2025) potrebbe aprire la strada a un accesso della Israel Defense Forces (IDF) a infrastrutture strategiche quali il Berbera International Airport. Non solo. La recente guerra all’Iran avrebbe portato gli alti comandi dello Tsahal (IDF) a ventilare la possibilità di installare avamposti militari gerosolimitani.
Il ministro della Presidenza del Somaliland Khadar Hussein Abdi ha vaticinato una (più che probabile) partnership. «In termini di sicurezza, avremo una relazione strategica che comprende molti aspetti», ha dichiarato il suddetto, aggiungendo sì che la possibilità di un’installazione militare non è stata ancora formalmente discussa, ma di non aver «…discusso con loro se diventerà una base militare, ma sicuramente a un certo punto verrà fatta un’analisi». Una procrastinazione che ha più il sentore di conferma che di smentita. Già fitte sono dunque le corrispondenze fra le autorità di Israele e quelle di Hargeysa, includendo la possibilità di una cooperazione difensiva e accesso logistico per l’IDF. Tutto allo scopo di ridurre significativamente le distanze operative verso lo Yemen e il Mar Rosso rispetto al rivale turco e persiano. Houthi avvisati. Con il beneplacito dell’attuale presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi (detto “Cirro”), che in tempi non sospetti ha incontrato Isaac Herzog e l’imprenditore Eric Trump (figlio del presidente USA Donald) al World Economic Forum di Davos, in Svizzera[20]. Fondi legati allo sviluppo del settore agroalimentare; il bestiame rappresenta la principale esportazione del territorio, principalmente verso l’Arabia Saudita. Abdirahman Bayle, consigliere del leader della Somaliland, ha detto alla BBC che Eric Trump avrebbe “espresso interesse per il Somaliland e le opportunità che offre”. «Tra le questioni di cui abbiamo discusso c’erano gli investitori globali nei settori dell’allevamento e dell’agricoltura, così da poter industrializzare questi settori ed esportare nel resto del mondo», ha sentenziato Bayle.
Frettolose o ingenue che siano le parole dello spin doctor di Hargeysa, le tattiche della giovane repubblica sembrano essere piuttosto chiare: agganciarsi al traino israelo-americano. Finché tale dittologia reggerà.
La formazione della diaspora somala negli Stati Uniti: Minnesota come hub principale.
La diaspora somala negli Stati Uniti si sviluppa principalmente a partire dagli anni Novanta, in seguito allo scoppio della guerra civile in Somalia nel 1991 e al collasso dello Stato. Il conflitto, accompagnato da instabilità politica, crisi umanitarie e carestie, ha generato un massiccio movimento migratorio verso diversi paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti. Gran parte dei somali arrivati negli USA è entrata attraverso programmi di accoglienza per rifugiati o tramite ricongiungimenti familiari. Darod, Hawiye, Dir e Isaaq le componenti presenti, senza alcuna registrazione etnico clanica sul suolo statunitense.
Le prime comunità somale negli Stati Uniti hanno beneficiato di programmi federali (resettlement dei rifugiati), gestiti in collaborazione con organizzazioni religiose e agenzie umanitarie locali. In questo contesto, il Minnesota è diventato progressivamente il principale polo di insediamento della diaspora somala nel paese[21].
Il Minnesota ospita dunque la più grande comunità somala degli Stati Uniti. La concentrazione è particolarmente elevata nell’area metropolitana Minneapolis–Saint Paul, recentemente attenzionata dall’interesse della pubblica opinione dopo i recenti fatti legati all’operato dell’ICE. Diversi fattori hanno contribuito alla centralità del Minnesota come perno dell’American Dream secondo la prospettiva somala.
Agenzie di accoglienza come Lutheran Social Services e Catholic Charities hanno facilitato l’insediamento dei rifugiati somali nello Stato, fornendo assistenza per l’alloggio, l’inserimento lavorativo e l’apprendimento della lingua. Progressivamente inseriti (con risultati alterni) nel tessuto americano, molti dei primi migranti somali trovarono occupazione nel settore della lavorazione della carne e in altre industrie manifatturiere che offrivano accesso al lavoro anche a persone con limitata conoscenza dell’inglese. Una volta stabilite le prime comunità, nuovi migranti hanno scelto di trasferirsi nello stesso territorio per la presenza di reti sociali, familiari e religiose già consolidate (chain migration)[22].
Questo fenomeno ha rafforzato la concentrazione geografica della diaspora. Il Minnesota era percepito come uno Stato con un buon sistema di welfare, servizi per i rifugiati e opportunità educative, fattori che hanno favorito ulteriori insediamenti.
La popolazione somala negli Stati Uniti ha incrementato le proprie unità fino alle 250.000 300.000 persone[23]. Oltre 100.000 di queste persone risiedono nel Minnesota, di cui 84.000 nell’area metropolitana di Minneapolis–Saint Paul.
Questa concentrazione ha portato alla formazione di quartieri con forte presenza somala, come Cedar-Riverside a Minneapolis, spesso soprannominato “Little Mogadishu”.
Sebbene l’origine di gruppo rifugiato abbia spinto diversi soggetti a costruire forti reti di solidarietà per fronteggiare discriminazione e isolamento, i legami tradizionali basati sui clan si riproducono anche nella diaspora, sopratutto per la componente più attempata: Darod, Hawiye, Dir e Isaaq continuano a costituire punti di riferimento identitario e, in alcuni casi, influenzano le dinamiche sociali e persino le alleanze locali nelle Twin Cities, fungendo da reti di supporto reciproco ma anche da possibili fonti di divisione interna quando competono per spazio politico e risorse nel nuovo ambiente sociale[24].
L’Islam e le istituzioni religiose inoltre svolgono un ruolo cruciale nella coesione sociale: le moschee non sono solo luoghi di preghiera, ma diventano centri di socialità, educazione culturale e organizzazione comunitaria, fornendo un senso di continuità culturale e spirituale in un ambiente spesso percepito come ostile o estraneo. In un contesto socialmente evolutivo (depurando tale parola da ogni accezione qualitativa) gli immigrati di prima generazione spesso mantengono un forte attaccamento a tradizioni, lingua e struttura familiare, riverberando addosso al sentimento antagonista di giovani (seconda generazione) che invece crescono in un contesto sensibilmente difforme e variegato rispetto a quello originario.
Tale processo ha prodotto tensioni intergenerazionali legate alle aspettative educative, al ruolo dei giovani nella comunità e alla percezione del proprio ruolo come americani e come somali.
Le rimesse economiche. Remittances e impatto sul PIL del Somaliland. Sistema hawala.
Le rimesse economiche inviate dalla diaspora rappresentano uno dei pilastri fondamentali dell’economia del Somaliland, arrivando a costituire una quota stimata tra il 30% e il 50% del PIL e provenendo in larga parte da comunità stabilite in paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti e in città come Minneapolis; tali flussi sono resi possibili soprattutto dal sistema informale hawala, basato su reti di fiducia personale spesso strutturate lungo legami familiari e clientelari, dunque clanici[25].
Il sistema hawala è centrale per comprendere l’intero ecosistema transnazionale che lega diaspora, economia e politica nel caso del Somaliland e della comunità somala negli USA. Dal punto di vista funzionale, la hawala permette di trasferire rimesse con rapidità e bassi costi, bypassando la formalità bancaria a favore di reti fiduciarie avviluppate a legami clanici e comunitari. Dal punto di vista antropologico, la hawala non è solo un mezzo di trasferimento di denaro, ma un sistema culturale e sociale: riflette norme di fiducia reciproca, obblighi morali comunque puntellati da un do ut des squisitamente familistico e da responsabilità comunitarie che fissano le relazioni tra le reti diasporiche e il territorio di origine. L’informalità del sistema e la sua dipendenza dalla reputazione personale dei mediatori rendono evidenti dinamiche di reciprocità e prestigio, spiegando perché reti claniche come quelle del clan Isaaq, sensibilmente più interni nei gineprai dei think tank USA, trovino naturale sostegno nella hawala.
Questo meccanismo consente alla diaspora, ad esempio a Minneapolis, di sostenere direttamente le famiglie e le economie locali nel Somaliland, alimentando progetti sociali, infrastrutture e addirittura microimprese.
Sviluppata questa rudimentale quanto tentacolare forma di mutualità economica, lo stesso capitale può essere convertito in capitale politico attraverso lobbying, advocacy e addirittura partecipazione a forum negli Stati Uniti.
In prospettiva analitica, il senso antropologico della hawala può essere tracciato osservando come legami comunitari si traducano in strumenti di governance abbastanza robusti da sostenere sistemi di welfare paralleli, influenzando a determinati livelli anche le politiche pubbliche attraverso una forma di “potere transnazionale” che, pur non essendo formalmente statuale, agisce in parte sulle relazioni geopolitiche e sulle narrative internazionali.
In questo senso, la hawala è glutine invisibile tra la vita quotidiana delle famiglie, la politica locale e le strategie di legittimazione internazionale del Somaliland. Se però il meccanismo sostiene direttamente consumi e sostanziale accesso a servizi – che poi si tramutano in salvadanaio di piccole attività locali – allo stesso tempo produce una forte dipendenza dall’esterno e una limitata istituzionalizzazione dell’economia. Le medesime reti che rendono operativo il sistema delle rimesse costituiscono quindi l’infrastruttura sociale della diaspora e, in alcuni casi, possono facilitare pratiche opache o fraudolente, come emerso negli scandali legati alla gestione di fondi pubblici a Minneapolis.
Lobbying, advocacy e riconoscimento internazionale. Relazioni con il Congresso USA. Think tank e reti politiche.
Parallelamente, la diaspora svolge un ruolo politico cruciale, trasformando il capitale economico in capitale politico attraverso attività di lobbying e advocacy presso il Congresso degli Stati Uniti e collaborazioni con think tank come la Heritage Foundation e (più tiepidamente) l’Atlantic Council, promuovendo l’immagine del Somaliland come entità quantomeno affidabile sul piano della sicurezza internazionale, con l’obiettivo di ottenere un riconoscimento formale. In questo senso, la diaspora somala si configura come un attore transnazionale nelle interconnessioni tra migrazione, finanza informale e azione politica. Allo stesso tempo l’eccessiva rumorosità del denaro sonante e dei discorsi profusi ha tuttavia esposto il sistema a vulnerabilità reputazionali e legali, vista la repellenza degli apparati securitari verso tutto ciò che depauperi la tracciabilità di capitali e influenze informali.
Va specificato poi che il flirting riconducibile a tranci della policy community statunitense nei confronti del Somaliland non appare riconducibile a un’influenza diretta e formalizzata di tipo clanico, bensì a una convergenza progressiva tra l’azione di advocacy della diaspora somalilandese negli Stati Uniti e specifici interessi strategici americani nel Corno d’Africa.
In particolare, think tank come la Heritage Foundation hanno articolato posizioni esplicitamente favorevoli al riconoscimento del Somaliland[26], sottolineandone la relativa stabilità politica, il funzionamento istituzionale e la potenziale utilità come partner nella competizione geopolitica contro attori come la Cina; istituzioni come l’Atlantic Council invece, pur mantenendo un approccio più analitico e meno normativo, contribuiscono a legittimarne il ruolo attraverso una rappresentazione tecnica del territorio come attore affidabile e funzionale agli equilibri regionali[27].
Se non si può proclamare la necessità del Somaliland, nulla osta ad ammiccamenti. Ne deriva pertanto un processo di influenza che si configura come un ecosistema di relazioni, ciascuna delle quali con sottotrame in cui interessi diasporici e agende statunitensi tendono ad allinearsi verso la narrazione di un Somaliland quale entità de facto e geopoliticamente rilevante, contribuendo così a rafforzarne le aspirazioni di riconoscimento internazionale. Questo predominio della componente somalilandese è spiegabile con la maggiore organizzazione e integrazione politica della diaspora negli Stati Uniti, che le consente di mobilitare risorse economiche, reti comunitarie e strumenti di advocacy continuativa, nonché di strutturare messaggi efficaci valorizzando la stabilità politica, la governance democratica e l’affidabilità del Somaliland come partner strategico.
Tale scenario evidenzia come il lobbying pro-Somaliland negli USA non sia soltanto un’estensione della politica estera di Hargeysa, ma un fenomeno transnazionale guidato dalla diaspora, in grado di influenzare il dibattito su riconoscimento internazionale e sicurezza regionale in modo più incisivo delle iniziative formali del governo federale somalo[28]. Convergenza che però non è passata inosservata.
La capitale del Minnesota è stata epicentro di una vasta frode ai danni di programmi pubblici di assistenza alimentare durante la pandemia di Covid 19, in particolare il caso legato all’organizzazione Feeding Our Future, con centinaia di milioni di dollari sottratti attraverso la creazione di beneficiari fittizi e rendicontazioni false. Alcuni degli imputati appartengono alla comunità somala locale.
In questo contesto, il sistema hawala può aver svolto un ruolo accessorio nel trasferimento all’estero di parte dei fondi illeciti grazie alla sua natura non tracciabile e basata su reti fiduciarie, sebbene non costituisca il fulcro delle accuse giudiziarie, tutt’oggi incentrate sulla frode e sull’uso improprio di risorse pubbliche. Non si tratta dunque di approfittare di una possibile cerniera con attori rilevanti, ma la possibilità per la diaspora somala di imbullonarsi alla potenza egemone del pianeta e condizionarne (laddove possibile) le scelte a proprio vantaggio. Ma le decisioni politiche hanno dovuto comunque far fronte a una società statunitense sempre più divisa e reciprocamente confliggente tra costa post storicista ed entroterra sanguigno e conservatore, nel cuore e nella prassi. Se le prime fazioni assicurano sensibilità avvitate ai diritti civili, le seconde percepiscono il “diverso” (solitamente un “non bianco”) come sospetto o minaccioso. In tutto ciò, l’apparato securitario si è ritrovato a deambulare tra le due opposte (e spesso poco funzionali) visioni della realtà. Il “diverso” può essere risorsa laddove concorra a mutuare interessi prima strategici e tattici poi, facilmente rivendibili alla componente progressista come “umani” e alla commestibilità delle opinioni pubbliche (cancellerie annesse) europee. Il Dipartimento del Tesoro USA ha dichiarato che parte dei fondi in esame è stata inviata all’estero (anche in Somalia). Alcune indagini federali parlano quindi di monitoraggio di money transfer businesses, con fondati sospetti su flussi verso l’estero, non esclusa tra le ipotesi anche la cassa di Al Shabab. Ed è qui che l’agenda federale ha rimandato tutti gli altri appuntamenti per occuparsi di Minneapolis[29].
L’intervento delle autorità statunitensi, in particolare dell’ICE in contesti urbani, sembrano configurarsi come un violento processo di securitizzazione in cui reti diasporiche transnazionali vengono progressivamente rilette come potenziali fotoni di rischio.
In questo quadro, l’infrastruttura che sostiene l’influenza della diaspora può essere percepita dagli apparati di enforcement come opaca, quindi suscettibile di abusi soprattutto alla luce degli scandali legati a frodi nei programmi pubblici[30]. Ne deriva una tensione non esplicita ma strutturale tra integrazione e sospetto, in cui la diaspora si trova simultaneamente riconosciuta come risorsa geopolitica ma problematizzata in virtù di un contesto securitario mai appianato dal ‘91.
Tuttavia, tali modanature riguardano più le priorità della politica domestica statunitense in materia di immigrazione e ordine pubblico. A livello reputazionale e con parecchi nemici alla finestra, Washington non può esibire crepe nella sua capacità di controllo. Se basta una comunità di richiedenti asilo e semplici immigrati per bypassare il controllo di capitale e influenze decisionali, la faccenda si fa molto seria. Possibilmente spiegato dunque (la giustificazione o il biasimo li lasciamo ad altre sedi) il rabbioso pattugliamento dell’ICE per le strade delle Twin City settentrionali. Dunque, l’analisi della dinamica tra diaspora somala, Somaliland e apparati statunitensi suggerisce che l’intervento dell’ICE a Minneapolis nel periodo 2025–2026 possa essere interpretato secondo più livelli di lettura complementari.
Da un lato le operazioni di enforcement rientrano in quella logica di civiltà stanca e paranoica, caratterizzata da retorica anti-immigrazione e da pressioni elettorali sul controllo della legalità; dall’altro lato, l’operazione può essere letta come un segnale attendista e simbolico rivolto alla comunità somala e somalilandese negli Stati Uniti. Sottotesto operativo che definisce l’influenza politica e il lobbying, pur in grado di generare capitale politico presso il Congresso degli Stati Uniti, non sovrastanti la soglia del controllo federale. Né devono pensare di farlo. In questa prospettiva, la hawala e le reti claniche — in particolare quelle del clan Isaaq — svolgono una funzione ambivalente: da un lato consentono il trasferimento di risorse economiche e il sostegno a iniziative politiche e sociali nel Somaliland, dall’altro generano vulnerabilità percepite dagli apparati di sicurezza.
La suddetta ambivalenza permette di interpretare l’azione dell’ICE non solo come enforcement tecnico, ma anche come strumento di gestione del rischio politico, calibrato per mantenere l’equilibrio tra rispetto della legge interna, relazioni con Mogadiscio e possibilità di consolidare rapporti strategici con un Somaliland stabile e collaborativo, particolarmente rilevante nella competizione geopolitica con la Cina e per la sicurezza nel Corno d’Africa. Tutto questo però con discrezione e quieta attesa che le circostanze fermentino al punto che una posizione definitiva possa essere divulgata. In definitiva, il dispiegamento federale rappresenta un esempio paradigmatico di come le politiche interne, la governance diasporica, il controllo economico informale e le strategie di politica estera si intersechino in un tetro quadro di segnali, precauzioni e opportunità transnazionali. Una visibile condiscendenza sarebbe stata troppo.
La riluttanza degli Stati Uniti a riconoscere formalmente il Somaliland non deriva tanto da una “paura” in senso stretto, quanto da una valutazione dei rischi sistemici che una tale decisione comporterebbe nel Corno d’Africa e nei conseguenti equilibri globali, sempre suscettibili agli “effetti farfalla”.
In primo luogo, Washington ha storicamente sostenuto l’integrità territoriale della Repubblica Federale di Somalia, anche in coordinamento con organismi come l’Unione Africana, che teme fortemente l’effetto domino di riconoscimenti secessionisti: legittimare il Somaliland potrebbe incoraggiare movimenti analoghi in altre aree fragili del continente, destabilizzando ulteriormente regioni già esposte a conflitti. In secondo luogo, sul piano della sicurezza, il riconoscimento rischierebbe di compromettere la cooperazione con il governo federale somalo nella lotta contro gruppi jihadisti come Al Shabaab, creando una frattura politica che potrebbe essere sfruttata dagli attori armati per rafforzarsi o riorganizzarsi.
Dal punto di vista geopolitico, la questione si intreccia con la competizione tra grandi potenze: se da un lato il Somaliland viene talvolta presentato (anche in ambienti vicini alla Heritage Foundation) come un potenziale partner strategico utile in funzione anti-cinese, dall’altro gli apparati statunitensi temono che un riconoscimento unilaterale possa generare instabilità regionale tale da favorire proprio l’ingresso di attori rivali.
La Cina, già fortemente presente nel Corno d’Africa attraverso investimenti infrastrutturali e basi militari (leggasi Gibuti), non si farebbe la benché minima remora nello sfruttare eventuali tensioni tra Mogadiscio e Hargeysa per rafforzare la propria influenza, giocando perciò su più tavoli. Inoltre, il riconoscimento del Somaliland complicherebbe i rapporti con altri partner regionali chiave che hanno interessi divergenti e delicati equilibri interni, Turchia e Arabia Saudita su tutti. Per Washington, dunque, il Somaliland rappresenta un paradosso strategico: da un lato è visto come relativamente stabile, collaborativo e potenzialmente utile; dall’altro, il suo riconoscimento formale rischierebbe di produrre effetti a catena difficilmente controllabili — dalla frammentazione statale africana alla ridefinizione degli equilibri di sicurezza regionale — con possibili vantaggi indiretti per competitori globali come la Cina. Per questo motivo, la linea prevalente resta quella del sostegno informale e pragmatico, senza un riconoscimento diplomatico ufficiale. Tale strategia si inserisce in una lettura multilivello e calibrata, in cui le azioni di enforcement interno, come quelle condotte dall’ICE a Minneapolis, servono a dimostrare il rispetto della legge e a contenere eventuali percezioni di impunità all’interno della diaspora, garantendo al contempo il controllo politico e la legittimità di apparati federali tutt’altro che allineati in questo secolo.
Washington preserva la possibilità di rafforzare i legami con Hargeysa in chiave anti terrorismo e anti-Cina.
La combinazione di pressione interna, gestione dei segnali politici e attesa strategica esterna costituisce così un ecosistema integrato, volto a mantenere margini di flessibilità per decisioni future: gli Stati Uniti possono sostenere il Somaliland come partner stabile e geopoliticamente rilevante, ma solo quando le condizioni interne e regionali saranno valutate sicure e vantaggiose, garantendo un equilibrio tra controllo interno, stabilità regionale e interessi strategici globali. La componente diasporica e secessionista legata al Somaliland ha finora giocato un ruolo significativamente più attivo e visibile nelle attività di lobbying e advocacy rispetto ai gruppi rappresentativi del governo federale somalo.
Organizzazioni come il Somaliland Strategic Advisory Group (SL-SAG) hanno promosso campagne volte a sensibilizzare il Congresso degli Stati Uniti e i think tank americani sull’opportunità di riconoscere Hargeysa quale partner stabile e democraticamente consolidato, mentre il governo della Repubblica Federale di Somalia ha cercato di opporsi a tali iniziative mediante l’ingaggio di agenzie di lobbying private, spendendo ingenti risorse per sostenere la narrativa unionista, ma con risultati percepiti come limitati.
Radicalizzazione marginale e narrativa securitaria. Il caso Al-Shabaab negli USA. Integrazione e cittadinanza attiva.
Come già riportato, l’agenda di Al-Shabaab non è anti-clanica in senso stretto, bensì mirante al superamento del familismo clanico tramite l’affermazione di un’identità basata sulla shariʿa. In teoria, il gruppo si presenta come superiore alle identità claniche tradizionali, cercando di mobilitare sostenitori sulla base di un discorso salafita anelante la gemmazione di un “stato islamico” fondato sulla propria interpretazione della legge religiosa, oltre che libero da ingerenze straniere e governi percepiti come “apostati”[31].
Obiettivo dichiarato resta quello di rovesciare il governo federale somalo e allontanare tutte le forze straniere, per imporre una forma di governo aderente alla propria interpretazione della shariʿa. Esso rifiuta la legittimità dell’attuale sistema politico somalo, considerato troppo influenzato da attori esterni e non conforme alla legge islamica[32]. Sul piano transnazionale, l’organizzazione ha espresso in tempi non sospetti l’idea di un “Grande Somalia” sotto un unico Stato islamico, che teoricamente include anche aree con popolazioni somale in Kenya, Etiopia e Gibuti, oltre alla Somalia stessa[33]. Netta, durante gli anni, è risultata la componente Hawiye e Darod all’intero dell’organizzazione (74% in due).
Per quel che concerne diaspora somala negli Stati Uniti — incluse quelle comunità consolidate nel Minnesota — l’adesione o il supporto ad Al-Shabaab è estremamente limitata e marginale rispetto alla norma comunitaria.
I casi di cittadini o residenti statunitensi che si sono uniti al gruppo sono pochissimi e sono spesso associati a profili di radicalizzazione personale, non a un’adesione collettiva di massa. Dal punto di vista ideologico, dunque, Al-Shabaab non offre un programma politico o sociale coerente in grado di attrarre le esigenze e le aspirazioni di gran parte della diaspora somala negli Stati Uniti, che aspira invece a integrazione, prosperità economica, cittadinanza attiva e sicurezza per le famiglie.
L’interpretazione estremista della shariʿa imposta dal gruppo è alquanto distante dalle pratiche religiose e culturali moderatamente islamiche prevalenti nella diaspora somala americana. Ma l’inesorabile livellamento potrebbe diventare un discorso riesumabile (dunque appetibile) a data da destinarsi per il gruppo terroristico. E parte della galassia conservatrice, oltre al discorso meramente securitario con salature suprematiste, potrebbe averlo intuito. L’aspetto più urticante della storia della frode ascritta a Minneapolis è la portata dei costi che ammonterebbero a miliardi di dollari dei contribuenti. Secondo alcuni rapporti, si stima che il quaranta percento delle famiglie in Somalia riceva rimesse dall’estero. Solo nel 2023, la diaspora somala ha restituito circa 1,7 miliardi di dollari, cifra addirittura più alta del bilancio del governo somalo per quell’anno[34].
Ingenti somme sfuggite (?) al puntuto controllo federale.
Oltretutto, secondo un’indagine del City Journal[35], parte del denaro sarebbe stata destinata addirittura al gruppo terroristico islamico Al-Shabaab, abrasione del tessuto permessa da una rete hawala. Secondo Glenn Kerns, un detective in pensione del Dipartimento di Polizia di Seattle con quattordici anni nella Joint Terrorism Task Force federale (JTTF), alcuni somali gestivano una sofisticata rete di denaro che si estendeva da Seattle a Minneapolis, spostando importi su voli commerciali dall’aeroporto di Seattle alle reti hawala in Somalia. Una di queste, affermò Kerns, inviava venti milioni di dollari all’estero, di cui consistenti percentuali a irrorare di Al-Shabaab in Somalia.
Al netto della veridicità delle informazioni (ancora da comprovare), tale pista suggerisce la netta acrimonia presente tra numerose fasce della popolazione americana e l’idea di una nutrita presenza migratoria capace di advocacy; livore anche maggiore laddove vi sia la percezione di non essere in pieno controllo di comunità allogene sufficientemente “elettrificate”.
Nonostante la realtà della diaspora somala negli USA sia dominata da percorsi di integrazione e costruzione di capitale sociale, l’idea che all’interno dell’hawala permangano tracce di dissesto è stata più che sufficiente a marcare crescenti sospetti verso l’influenza che è possibile esercitare all’interno del proprio territorio, al di là della presenza (più o meno imponibile) del gruppo qaedista. La radicalizzazione associata ad Al-Shabaab, se osservata attraverso una lente antropologica e dei rapporti di potere, rivela la complessità delle differenze strutturali tra contesti locali e transnazionali, con implicazioni significative per il controllo sociale, la legittimità politica e la gestione delle risorse.
Nei paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti, la radicalizzazione dei membri della diaspora somala non rappresenta un fenomeno collettivo, ma si manifesta attraverso percorsi individuali e marginali.
Le vulnerabilità personali, come traumi legati alla migrazione, discriminazioni sistemiche, isolamento sociale e percezione di esclusione dalla comunità di riferimento, si intrecciano con la narrativa ideologica proposta dal gruppo. Laddove la diaspora vive in contesti istituzionali stabili e strutture di protezione sociale efficienti, la forza coercitiva di Al-Shabaab si riduce: la narrativa jihadista diventa uno strumento simbolico più che pratico, mediato da materiali online, video e discorsi mediatici, con capacità limitata di mobilitare direttamente le comunità. In questa prospettiva, la radicalizzazione non va intesa come progetto unitario o collettivo, ma come una negoziazione individuale di potere: il singolo soggetto interagisce con un sistema ideologico preesistente, adattandolo alle proprie fragilità e aspirazioni in un dialogo implicito tra autoaffermazione e percezione di subalternità[36].
Il confronto con altri gruppi jihadisti transnazionali, come lo Stato Islamico o Boko Haram, mette in luce una peculiarità strategica di Al-Shabaab: il suo attivismo internazionale è meno orientato alla propaganda mediatica aggressiva verso le diaspore occidentali e più avviluppato sul mantenimento di reti di controllo politico, militare ed economico locali. Questa scelta influenza direttamente la struttura dei rapporti di potere all’interno della diaspora, che diventa terreno di osservazione e di analisi dei meccanismi simbolici della narrativa jihadista, più che arena di mobilitazione operativa.
La marginalità della radicalizzazione oltreoceano, quindi, non implica assenza di influenza, ma indica che l’efficacia della narrativa ideologica dipende dalla convergenza tra vulnerabilità individuali, percezione di ingiustizia, discriminazione e opportunità di autoaffermazione. Studi su giovani somalo-canadesi[37] hanno infatti evidenziato come la negoziazione tra narrativa ideologica e capitale sociale disponibile determini l’esito del processo di radicalizzazione, rivelando come i rapporti di potere locali e transnazionali interagiscano con fattori psicologici, sociali ed economici.
Inoltre, la pedagogia post storicista rende i soggetti di seconda generazione meno permeabili a narrazioni identitarie, così come meno suscettibili alle ferite che la storia ha inferto alle proprie collettività d’appartenenza. In Somalia e nel Corno d’Africa, invece, Al-Shabaab ha costruito un sistema di potere territoriale sofisticato e stratificato, fondato sulla convergenza tra identità clanica, religione, controllo economico e sicurezza coercitiva. La manipolazione delle tensioni interclaniche e la capacità di alternare consenso e coercizione consentono al gruppo di stabilire un dominio sociale capillare, dove la legittimità politica non è imposta soltanto attraverso la forza, ma attraverso il controllo delle risorse e l’integrazione nella vita quotidiana delle comunità. In questo contesto, la radicalizzazione è profondamente collettiva, radicata in reti di interdipendenza sociale e nella percezione di una legittimità politica alternativa a quella dello Stato federale somalo.
La narrativa ideologica, pur basata sul superamento del clanismo attraverso un’interpretazione rigorosa della shariʿa, si trasforma in strumento di governo locale, mediando tra imposizione religiosa, controllo sociale e gestione delle risorse economiche. L’esercizio del potere, in questo senso, non è mai neutro, ma intreccia coercizione, distribuzione selettiva di benefici e consolidamento di alleanze politiche e militari, creando un ecosistema in cui radicalizzazione e adesione collettiva coincidono con dinamiche di dominio concreto. Dal punto di vista antropologico, il contrasto tra contesti somali e occidentali rivela la centralità dei rapporti di potere nella radicalizzazione.
Negli Stati Uniti, l’influenza di Al-Shabaab è mediata da fattori di integrazione sociale, capitale culturale e reti di protezione, e l’adesione ideologica resta marginale, legata a nicchie estremamente ristrette. La narrativa jihadista diventa così uno spazio simbolico di contestazione e identificazione, piuttosto che un progetto operativo diretto.
La diaspora somala negli Stati Uniti e in Europa si trova a mediare tra aspirazioni di cittadinanza attiva, sicurezza economica e coesione comunitaria, generando una condizione di controllo sociale diffuso: le comunità stesse funzionano come barriera naturale alla radicalizzazione collettiva.
Tuttavia, l’attenzione dei policy maker, il discorso securitario e la percezione di minaccia alimentano una sorta di controllo simbolico aggiuntivo, rafforzando la centralità della narrativa di Al-Shabaab nella gestione dell’identità e della reputazione della diaspora. Un ulteriore elemento di potere emerge nella dimensione economico-finanziaria: le reti hawala, pur essendo strumenti tradizionali di solidarietà transnazionale, possono diventare canali indiretti di finanziamento per il gruppo, incidendo sulla percezione di vulnerabilità securitaria da parte delle autorità statunitensi e rafforzando il discorso securitario. L’analisi dei flussi economici mostra come la gestione del denaro diventi un dispositivo di potere simbolico e materiale, in cui la percezione di infiltrazioni influenza le relazioni interne alla comunità e contribuisce alla costruzione di discorsi securitari. Questo esempio evidenzia come la radicalizzazione non sia un fenomeno solo ideologico, ma profondamente intrecciato con la distribuzione di risorse, il controllo territoriale e la percezione di minaccia all’interno dei sistemi sociali.
La narrativa ideologica di Al-Shabaab rimane il collante transnazionale tra contesti somali e occidentali, capace di veicolare valori salafiti e aspirazioni politico-religiose, ma con efficacia variabile secondo la disponibilità di risorse sociali, culturali ed economiche per l’integrazione. Da un punto di vista antropologico, il discorso di Al-Shabaab rappresenta uno spazio di tensione tra imposizione di un ordine ideologico e resistenze locali: mentre la radicalizzazione individuale nelle diaspore occidentali resta frammentaria, quella collettiva nei territori somali emerge come effetto di dominio, consenso e controllo economico. L’analisi di tali rapporti suggerisce quanto la capacità di attrarre adesioni si configuri proporzionalmente al controllo esercitato sul territorio e sulle risorse disponibili, oltre che alla capacità di intrecciare coercizione e consenso. A riprova di quanto tutto ciò demarchi l’intreccio tra strutture materiali e simboliche nella costruzione della legittimità ideologica.
In prospettiva strategica, questo approccio implica che interventi di prevenzione e deradicalizzazione non possano limitarsi a misure di sicurezza o repressione, ma debbano considerare i rapporti di potere locali e transnazionali: programmi di integrazione, educazione e inclusione sociale nella diaspora non solo rafforzano le capacità di resilienza individuale, ma ristrutturano le gerarchie simboliche e relazionali all’interno delle comunità, riducendo lo spazio di operatività della narrativa estremista. L’analisi antropologica suggerisce che il successo della deradicalizzazione dipenda dalla capacità di combinare interventi strutturali con una comprensione profonda dei sistemi di potere, delle dinamiche claniche e delle reti sociali che regolano l’adesione ideologica, riconoscendo come le strategie di Al-Shabaab siano sempre adattive e contestuali, capaci di rimodellare la loro influenza in funzione del contesto, della marginalità percepita e della gestione delle risorse.
Le rotte migratorie dal Corno: Yemen, Sudan, Libia.
Le rotte migratorie che originano dal Corno d’Africa costituiscono una delle infrastrutture umane più persistenti e complesse dello spazio afro-eurasiatico, articolandosi lungo direttrici che connettono aree di crisi strutturale a nodi di transito quasi mai stabili. La questione ovviamente avviluppa anche le sorti dei confini esterni dell’Europa. Somalia, Etiopia ed Eritrea rappresentano i principali bacini di partenza, alimentati da una combinazione di fattori che intrecciano insicurezza cronica, fragilità statale, pressione demografica e vulnerabilità economica. In questo quadro, la mobilità non si configura come fenomeno episodico, bensì come processo sistemico nel tempo e progressivamente adattatosi alle trasformazioni geopolitiche regionali.
Punto principale da stabilire è che in ogni processo antropologico non esiste il vuoto pneumatico: a una data situazione corrisponderà chi – laddove non possa manipolarne il processo – ha necessità di controllarlo. Necessità reale o percepita che sia. Sedimento di tale dottrina è il bisogno del controllo dello spazio, non solo per quanto concerne il flusso delle merci (prospettiva economicistica) ma, soprattutto, per il controllo delle rotte umane. Ciò poiché le questioni di sicurezza (anche qui reale o percepita) affondano sempre in dinamiche prima antropologiche e poi economiche. Sapere chi transita attraverso un dato vettore, perché, e cosa potrebbe comportare tale spostamento rientra nell’alveo delle Grand Strategy che ogni potenza ha interesse a fissare – strategie in senso stretto, non meramente tattiche. E le storie dei popoli rimarcano tale dinamica. Durante l’espansione Rashidun la componente araba comprese solo parzialmente il ruolo fondamentale che il controllo di Aden avrebbe comportato.
I nuovi e prolifici dominatori della penisola, complice il massimalismo della neonata confessione islamica, si imposero di presidiare coste e attaccare popoli attigui, ma furono gli Abbasidi a penetrare il senso del controllo dei vettori umani. Banu Hashim con visione più “globale” rispetto ai Banu Ummaya precedenti, gli Abbasidi allegarono al controllo anche l’assimilazione della componente allogena. Spostato l’epicentro dell’Impero a Baghdad al fine di perpetrare il proposito verso Iranici e Persiani (indoeuropei), la nuova trazione comprese l’importanza di fasciare entro le proprie “reti” somali ed etiopi in qualità di manodopera, intermediari o militari ausiliari, vista la ora lontananza dal continente africano.
I porti somali (Mogadiscio, Barawa, Zeila) divennero punti nodali di scambio di persone, prima ancora che di beni. Ciò al fine di controllare la foce del Nilo e subappaltarla alle élite locali in funzione antifatimide, questi ultimi Hashimiti sciiti e nemici naturali degli Abbasidi sunniti, oltre che crescente e preoccupante potenza arabofona nel Nord Africa. Grammatica strategica vuole infatti le foci importanti tanto quanto i bacini.
Tuttavia, l’afflato globalista del fu impero Abbaside generò una figliolanza di imperi estranei alla regione: gli Ayyubidi (curdi) e Mamelucchi (circassi e turcici del caucaso, mercenari dei primi). Entrambi incastellati sul delta del Nilo e ben coscienti della necessità di canalizzare i flussi umani del Mar Rosso e del Corno d’Africa, per consolidare reti di lealtà in una porzione di mondo che li percepiva comunque come stranieri. I clan locali poterono dunque beneficiare di protezione in cambio di tributi, leva militare e adesione alla Umma islamica che i nuovi dominatori si imposero di rappresentare attraverso l’assicurazione delle vie di pellegrinaggio verso i luoghi sacri.
Dimensione che i successivi e turcici Ottomani appresero, applicando tale massima con rinnovata potenza e ben più sensibili risorse. Per chiunque vi si imbattesse (portoghesi e inglesi compresi), la via del Corno d’Africa dimostrava un semplice quanto replicabile significato: qualunque potenza straniera (fosse essa turcica, circassa o europea) aveva necessità di controllare il flusso di esseri umani per assicurarsene la lealtà e assorbirli entro il proprio tessuto sociale. Tutto ciò in funzione oppositiva alla componente “indigena” tra le due sponde di Bab El Mandeb o alla potenza allogena e contestatrice dell’area. Le principali direttrici migratorie che vedono la regione quale nodo focale di partenze si articolano, oggi come nel passato, lungo tre assi fondamentali: la rotta orientale verso la Penisola Arabica, via Yemen; quella settentrionale attraverso il Sudan e l’Egitto, e quella nord occidentale che converge sulla Libia come principale piattaforma di accesso al Mediterraneo centrale. Ciascuna di queste direttrici presenta caratteristiche specifiche; tutte però condividono una struttura reticolare basata su intermediari informali, economie di traffico e una naturale esposizione alla violenza sistemica[38] La cosiddetta “Eastern Route”, che collega il Corno d’Africa allo Yemen attraverso il Golfo di Aden, rappresenta uno dei corridoi migratori più antichi e paradossali: nonostante la realtà conflittuale protrattasi nello Yemen, migliaia di migranti continuano ad attraversarlo ogni anno, attratti dalla prospettiva di raggiungere l’Arabia Saudita o altri Stati del Golfo. Secondo l’International Organization for Migration (IOM)[39], nel 2023 oltre 97.000 persone hanno intrapreso questa rotta, in gran parte etiopi e somali, spesso affidandosi a reti di trafficanti che operano tra le coste di Gibuti e del Puntland[40]. Il carattere apparentemente controintuitivo di questa direttrice – migrare verso un paese in guerra – è spiegabile con la presenza di reti diasporiche consolidate nella Penisola Arabica e con la percezione, spesso distorta, di opportunità economiche relativamente accessibili. Lasciar passare o bloccare i flussi è artigianato strategico, manipolabile a seconda delle convenienze; aumentarne il numero in arrivo, solitamente genera pressione su mercato del lavoro, sicurezza interna, gestione delle frontiere. Leve in passato sfruttate da tutti gli imperi che hanno affondato il proprio piede sul territorio.
Oggi il controllo della Eastern Route si configura come una forma di governance frammentata della mobilità, articolata lungo una pluralità di livelli e attori.
Lungi dall’essere monopolio statale, esso è esercitato in maniera discontinua da reti di trafficanti, autorità locali a sovranità limitata e gruppi armati che, nei diversi segmenti del percorso tra Corno d’Africa e Yemen, regolano, sfruttano o reindirizzano i flussi secondo logiche opportunistiche. In questo quadro, gli Stati dotati di maggiore capacità coercitiva, come l’Arabia Saudita, esercitano un controllo prevalentemente terminale e selettivo, fondato su dispositivi securitari di contenimento. Ne deriva una configurazione in cui la mobilità non è semplicemente tollerata o repressa, ma strategicamente modulata, divenendo al contempo risorsa economica, strumento di potere e vettore di influenza nei rapporti regionali. Tuttavia, la rotta yemenita si configura come uno spazio di violenza estrema: numerosi rapporti documentano abusi sistematici, detenzioni arbitrarie, sfruttamento lavorativo e violenze perpetrate sia da gruppi armati locali sia dalle stesse reti di trafficanti.
In questo senso, la mobilità lungo la Eastern Route assume i tratti di una migrazione circolare forzata, in cui il confine tra transito e intrappolamento risulta sempre più sfumato. Parallelamente, la rotta settentrionale attraverso il Sudan rappresenta un corridoio storico di mobilità che collega il Corno d’Africa al Nord Africa e al Mediterraneo. Tradizionalmente utilizzata da eritrei ed etiopi in fuga da regimi repressivi o condizioni economiche precarie, questa direttrice ha subito una profonda trasformazione a seguito dello scoppio della guerra civile sudanese nel 2023. Il conflitto ha infatti convertito il Sudan da paese di transito relativamente stabile a epicentro di una crisi umanitaria multilivello, moltiplicando i rischi per i migranti e frammentando ulteriormente le reti di mobilità. Nonostante ciò, il Sudan continua a funzionare come snodo cruciale: da qui, i flussi migratori si biforcano verso l’Egitto o verso la Libia, seguendo traiettorie gestite da network criminali altamente adattivi. La crescente militarizzazione del territorio e la presenza di milizie irregolari hanno trasformato il viaggio in un processo caratterizzato da estorsioni sistematiche, rapimenti e tratta di esseri umani, configurando una vera e propria economia della coercizione.
La rotta libica, infine, rappresenta il segmento più esposto e politicamente sensibile dell’intero sistema migratorio, in quanto costituisce il principale punto di accesso al Mediterraneo centrale e, quindi, all’Europa. La Libia, a seguito del collasso statale post-2011, si è consolidata come uno spazio di transito dominato da attori armati, milizie e reti di traffico che operano in un contesto di sostanziale assenza di governance unitaria. I migranti provenienti dal Corno d’Africa, dopo aver attraversato Sudan e Niger, vengono convogliati verso le coste libiche, dove affrontano condizioni di detenzione spesso descritte come disumane da organizzazioni internazionali come l’UNHCR. Secondo dati dell’UNHCR e dell’International Organization for Migration, una quota significativa dei migranti che attraversano il Mediterraneo centrale proviene proprio da paesi del Corno d’Africa, con eritrei, somali ed etiopi tra le nazionalità più rappresentate. La rotta libica si configura pertanto come punto di convergenza di dinamiche regionali e globali: qui si intrecciano traffici illegali, politiche di contenimento europee e strategie di esternalizzazione delle frontiere[41].
Nel loro complesso, queste rotte non possono essere interpretate unicamente come percorsi geografici, ma piuttosto come sistemi socio-politici complessi, in cui mobilità, violenza e governance informale si sovrappongono. Le reti di traffico operano secondo logiche simili a quelle osservate nel sistema hawala: fiducia, reputazione e appartenenza comunitaria fungono da collante per infrastrutture transnazionali che sfuggono in larga parte al controllo statale.
Tale analogia consente di leggere le rotte migratorie non solo come conseguenza della crisi statale, ma anche come forme alternative (e predatorie) di organizzazione dello spazio e delle relazioni economiche. Potenze imperiali confliggenti quali inglesi e turchi ottomani ne avevano a suo tempo compreso il senso: il controllo delle aree a nord e ad est del Corno d’Africa avrebbe rappresentato un vantaggio determinante sul congestionamento o la colatura dei flussi umani, da usare in funzione antagonista al rivale di turno. La mancata penetrazione portoghese nelle suddette aree spiega in buona parte perché il tallone di Lisbona abbia avuto durata essenzialmente breve nella regione di Aden (un sessantennio circa): non controllare deflussi e approdi ricorrenti dei quadranti sui quali si vuole proiettare influenza, comporta il non controllare affatti. In questo contesto, il Corno d’Africa emerge come uno dei principali generatori di mobilità globale, ma anche come laboratorio di interazione tra crisi locali e dinamiche sistemiche. Le rotte verso Yemen, Sudan e Libia non rappresentano semplicemente vie di fuga, bensì corridoi attraverso cui si ridefiniscono continuamente i rapporti tra sovranità e sicurezza nel sistema internazionale contemporaneo.
Somaliland: fattore di contenimento o zona di transito?
Il Somaliland, pur non riconosciuto come Stato dalla comunità internazionale, si configura come un nodo strategico fondamentale lungo le rotte migratorie del Corno d’Africa, agendo simultaneamente come filtro di contenimento e come corridoio, se non obbligato, assolutamente rilevante verso Yemen, Sudan e Libia.
La posizione geografica prospiciente il Golfo di Aden e adiacente ai porti storici di Berbera e Zeila lo rende una cerniera marittima e terrestre per chi parte dai bacini interni della Somalia o dell’Etiopia. Storicamente, i porti del Somaliland hanno avuto un ruolo analogo a quello dei centri costieri somali medievali: luoghi in cui la gestione dei flussi umani si fondeva con l’esercizio del potere e la proiezione di influenza.
Come precedentemente detto, dai tempi degli Abbasidi, passando per gli Ayyubidi e i Mamelucchi, le autorità che dominavano il Mar Rosso e le coste del Corno d’Africa avevano compreso che il controllo dei flussi di persone era strumentale alla capacità di influenzare le regioni adiacenti. Uscendo dall’equivoco che vede i porti meri punti di imbarco o scalo commerciale, questi in realtà rappresentano infrastrutture strategiche in cui la mobilità può essere canalizzata, tassata e utilizzata per costruire reti di fedeltà locale o mercenaria. L’importanza di Berbera e Zeila, in questo senso, si manifesta già nell’epoca pre-coloniale europea, quando le rotte marittime lungo il Golfo di Aden erano parte integrante delle relazioni tra città-stato costiere, potenze regionali e imperi stranieri.
La stabilità del Somaliland consente alla regione di svolgere un ruolo di contenimento selettivo, fungendo da filtro naturale prima che i migranti raggiungano le rotte verso Yemen, Sudan e Libia. L’analisi delle rotte storiche e contemporanee mostra chiaramente come Hargeysa rappresenti un equilibrio dinamico tra sicurezza interna, pressione esterna e opportunità di transito.
La mancanza di riconoscimento internazionale, tuttavia, ne limita le possibilità di cooperazione con attori esterni, rendendo la regione vulnerabile all’infiltrazione di milizie locali che sfruttano l’assenza di una governance multilaterale per imporre tariffe (se non estorsioni) e forme di controllo coercitivo sui migranti.
L’ecosistema migratorio del Somaliland è, in questo senso, sintomatico di un modello di governance della mobilità che combina elementi di autorità de facto e pratiche informali. Le autorità locali, pur dotate di strumenti di controllo, non hanno la capacità di monopolizzare completamente i flussi senza negoziazioni continue con clan, operatori portuali e reti transnazionali di traffico. Questa forma di governance mista consente al Somaliland di esercitare un controllo strategico limitato, trasformando la mobilità in risorsa economica, leva politica e strumento di influenza regionale[42]. Dal punto di vista storico, il Somaliland non rappresenta una perpetuazione delle dinamiche imperiali osservate nel Corno d’Africa. Oggi chi controlla i porti e i corridoi interni può assorbire parte dei flussi, senza garantire la fedeltà dei migranti e contrastare interamente l’influenza di attori esterni o rivali. La differenza rispetto al passato è che oggi il controllo è frammentato: non esistono eserciti imperiali o flotte permanenti, ma una pluralità di attori locali, ognuno con obiettivi specifici e capacità variabili di intervento[43].
Nonostante l’economia del Somaliland si basi su attività portuali e commercio transfrontaliero, la pressione demografica nelle regioni interne della Somalia e in alcune zone etiopi alimenta un flusso costante di persone alla ricerca di sicurezza o opportunità economiche, rendendo il Somaliland un cuscinetto essenziale tra bacini di partenza e nodi di transito più avanzati.
Organizzazioni internazionali, come l’UNHCR e l’IOM, hanno documentato casi in cui migranti etiopi e somali vengono detenuti in condizioni precarie, sottoposti a violenze fisiche o economiche e, in alcuni casi, costretti a collaborare con network criminali per continuare il viaggio. Queste dinamiche sottolineano come la mobilità migratoria non sia mai neutra, ma sempre intrecciata con potere, sicurezza e interesse economico, riflettendo in piccolo la logica dei grandi imperi del passato.
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dall’influenza esterna. Pur non essendo direttamente coinvolto in operazioni militari, il Somaliland è soggetto alle pressioni di potenze regionali e globali, interessate a limitare i flussi verso la Penisola Arabica o a utilizzare i corridoi migratori come strumenti di pressione politica e commerciale. Ryad esercita un controllo terminale e selettivo attraverso meccanismi di filtraggio alle frontiere, mentre operatori internazionali e ONG cercano di intervenire nei porti per garantire assistenza e monitoraggio.
Nel ribollio del dato quadrante, la capacità di contenere e canalizzare il transito diventa un indicatore della resilienza istituzionale e della stabilità politica del Somaliland. Clan e comunità locali partecipano attivamente alla gestione dei flussi, spesso integrando migranti nelle reti di lavoro temporaneo, commercio o supporto logistico.
Questo meccanismo riflette una continuità con le pratiche storiche di incorporazione di popolazioni esterne osservate durante l’espansione islamica o l’amministrazione ottomana: il controllo dei flussi è anche controllo della lealtà e della coesione sociale, uno strumento attraverso cui la società locale assicura stabilità interna e tutela dei propri interessi economici. In sintesi, il Somaliland si configura come laboratorio di governance mista della mobilità, dove i flussi umani sono al tempo stesso risorsa economica, leva politica e strumento di potere.
La sua funzione di filtro, pur limitata dalla mancanza di riconoscimento internazionale consente di modulare le migrazioni, creando una rete di transito adattiva che integra dinamiche storiche, sociali e geopolitiche. Sperequazione in cui comunque Hargeysa assume le sembianze di microcosmo delle dinamiche migratorie regionali; un luogo dove la gestione dei flussi umani riflette in miniatura le logiche di potere, sicurezza e controllo che da secoli caratterizzano l’intero Corno d’Africa.
La capacità di navigare tra contenimento, transito e sfruttamento economico conferma la centralità della regione nel sistema migratorio afro-eurasiatico contemporaneo, e rende evidente che la mobilità umana sia sempre, inevitabilmente, uno strumento di potere, sia nel passato che nel presente
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