scarica il file in pdf – conflitto russo ucraino – novembre 2025 – lanzara
Il conflitto russo ucraino tra zone grigie, percezioni, guerre ibride e non nel villaggio globale
Gino Lanzara
Il conflitto russo ucraino, nella sua imprevedibile durata, ha configurato forme di attrito caratterizzate da innovazioni inedite e volte a caratterizzare la guerra del XXI secolo. Percezioni collettive e basi della guerra cognitiva portano ad interpretare lo scontro sotto ulteriori e più approfondite prospettive.
Attacchi e resistenze
Come molti eventi, anche il conflitto russo-ucraino si alimenta del più ampio brodo di coltura del crollo sovietico fino ai peggioramenti del 2014; dopo l’estromissione del filo russo Viktor Yanukovych sull’onda di Euromaidan, Mosca ha annesso la Crimea, strategica e parzialmente russofona, in un crescendo di attriti culminati su più vasta scala nella guerra del 2022, che ha palesato non solo l’espressione della volontà di potenza russa ma anche di inaspettata e sorprendente resistenza ucraina. L’auspicio del Presidente Zelenski si è dunque rivolto alla stesura di un piano grazie al quale riconquistare i territori occupati, previo l’incremento del sostegno bellico da parte di un Ovest in ambasce per escalation aggressive e nucleari coinvolgenti la NATO; a latere, le critiche per le carenti strategie diplomatiche, comunque difficilmente accettabili, con il fiorire di sollecitazioni verso l’Ucraina sia per valutare negoziazioni utili ad evitare un ulteriore prolungamento del conflitto, sia nella considerazione che qualunque progetto può sortire effetti forieri di speranze infondate senza reali possibilità di successo.
Alleanze, post bellicismi, negoziati
Se per l’Ucraina, prodiga di know how in ambito UAV/droni[1] verso i maggiori player continentali[2], l’ingresso nel consesso atlantico è stato a lungo visto come un obiettivo strategico e securitario, l’aperta opposizione russa ha evidenziato l’insormontabilità di concreti fattori geopolitici. Tra gli altri, il problema consiste proprio nell’aperta conflittualità, visto che la NATO ha sempre evitato di accogliere membri coinvolti in situazioni belliche foriere di pericolose tracimazioni, vista la considerazione russa circa la politica atlantica volta verso oriente considerata come una minaccia diretta, argomento non a caso giustificativo dell’invasione ucraina. Una delle proposte di Kiev è stata dunque quella di condurre le operazioni anche extra territorio metropolitano, esportando il conflitto su territorio russo al fine di destabilizzare il fronte interno, assumendosi tuttavia l’onere di ulteriori rischi, a cominciare dai timori suscitati da una retorica, la nucleare, capace di produrre impatti psicologici e propagandistici, mentre lo sforzo generato oscilla tra gli estremi di un esaltante eroismo e quelli della più cupa disperazione. Se, da un lato, gli aiuti occidentali hanno impedito il blitzkrieg russo, dall’altro hanno prolungato la guerra: persistere sull’auspicio di una vittoria totale potrebbe rivelarsi strategia troppo rischiosa e incompatibile con la possibilità di un compromesso oggettivamente considerabile, pur tuttavia ricordando che limitare i supporti attenterebbe alla tenuta della resistenza costringendo a rivedere le strategie diplomatico-militari in essere. Di fatto, il conflitto si è internazionalizzato e gli interessi hanno cominciato ad oltrepassare i confini; in cambio di sostegno l’Ucraina, aprendo i mercati all’occidente, finanziariamente ha dovuto concedere molto, sì da mettere in discussione la propria sovranità economica. La gestione della crisi post-bellica richiederà dunque un equilibrio tra investimenti esterni e sviluppo sostenibile basato sulle risorse interne; la prospettiva di una pace stabile in Ucraina dipende dunque dalla capacità delle parti di raggiungere accordi che permettano normalizzazioni diplomatiche. Uno degli aspetti cruciali per il raggiungimento della pace attiene alla querelle riguardante i territori sotto controllo russo, per i quali qualsiasi posizione negoziale diventa ardua laddove priva di concessioni significative, cosa che pone Kiev in una situazione difficile, visto che da un lato accettare la perdita di territori rientrerebbe tra le sconfitte, mentre dall’altro insistere nel loro recupero prolungherebbe il conflitto; un risultato analogo a quello prodotto da tentativi negoziali che non contemplino la presenza di tutte le parti in causa.
Economia e sanzioni
È evidente come non esista alcun accordo in grado di soddisfare il massimalismo russo, proteso a porre la parola fine alla statualità ucraina, causa esistenziale del conflitto, mentre qualsiasi negoziato sarebbe considerato da Mosca come un’opportunità per la revoca delle sanzioni. Impossibile quindi giungere a ragionati convincimenti negoziali, pur in presenza di linee di combattimento frontali, statiche impositrici di tributi umani elevatissimi, di un’economia fiaccata da deficit crescenti e di un aumento del costo del servizio del debito. Di fatto, la pretesa sostenibilità economica russa appare come un miraggio, specie alla luce dei tentativi di svincolare il conflitto dalle relazioni con gli USA. L’auspicata mitigazione delle sanzioni non esclude la conquista dell’Ucraina; sarebbe dunque un errore esiziale anche solo ipotizzare l’instaurazione di normali relazioni economiche con il regime russo, le cui propensioni storico politiche sembrano apparire enigmatiche all’amministrazione americana. Le scelte ucraine sono drammatiche e conducono ad un’inevitabile reazione: solo un contrattacco coronato da successo può – forse – offrire a Kiev una chance, sostenuta sia da un’evoluzione dottrinale sia da una produzione bellica evoluta ed inaspettata. Pur a fronte del progresso tecnologico, è il capitale umano la risorsa ucraina più rilevante; Kiev dispone del secondo esercito europeo, una riserva di veterani, un’impareggiabile esperienza nella guerra moderna.
Infoware, guerra cognitiva
La guerra ucraina ha favorito l‘ascesa di una nuova metodologia bellica, sostenuta da psyops e infowars, secondo un’evoluzione graduale passata dalla Guerra Fredda alla globalizzazione ed all’ascesa delle società liquide; un modello destinato ad evolversi a lungo secondo una concezione dell’arte della guerra correlata ai progressi nelle neuroscienze conoscitive ed al decadimento cognitivo sociale. In accordo con la visione del generale USAF David Goldfein, la mente diviene luogo di attrito per la conquista del suo stesso dominio, un potere proiettato alla manipolabilità di tutti i manchurian candidate necessari allo scopo. La guerra cognitiva, cioè la guerra per il controllo intellettivo, pone l’inclusione della mente tra i 5 domini classici e la modellazione delle politiche statuali. Investire nelle neuroscienze e nella neurotecnologia, equivale ad incrementare le probabilità di trovare un vaccino alle armi cognitive e alle neuro-armi, visto che l’obiettivo consiste non solo nell’influenzare mutando ciò che le persone pensano, ma anche nell’agire, in modo da favorire gli obiettivi tattico-strategici dell’aggressore. La guerra cognitiva[3] si polarizza fino al punto di non ritorno, ovvero quando la società diventa nemica di sé stessa. Da un punto di vista cognitivo sono rilevanti sia le operazioni sino-russe in epoca pandemica, sia la campagna comunicativa ucraina. Gli strumenti preferiti del neuro-stratega sono i social network globali proiettati al futuro e i siti della controinformazione sostenuti, nel corrente villaggio globale, da un conclamato, generale ed irrimediabile impoverimento cognitivo. La guerra cognitiva semina dubbi, introduce narrazioni contrastanti, polarizza le opinioni, frammenta la società in bolle separate[4]. Gli attacchi ibridi sono emozionali, puntano ad indurre percezioni tali da influenzare governi e società, alla luce di un’evoluzione tecnica che ha condotto la strategia all’economia ed alla pervasività. IA generativa, analisi psicometrica e manipolazioni degli algoritmi consentono di condurre operazioni di ingegneria cognitiva alterando l’interpretazione degli eventi geopolitici. Mosca ha sacralizzato l’uso della guerra cognitiva, perfezionando l’arte della simulazione di realtà parallele[5], riscrivendo i contesti interpretativi con cui i soggetti razionalizzano gli eventi. In Ucraina la Russia ha plasmato un meta-racconto che revisiona la storia novecentesca, scaricando sull’Occidente un’aleatoria ingiustizia postbellica, fino a negare la legittimità statuale di Kiev: la storia assurge dunque al rango di arma cognitiva, cambia il passato, riscrive il futuro. Nella riduzione della capacità critica collettiva, la vulnerabilità cognitiva consente una manipolazione sistemica ed infiltrante, senza giungere alla correzione delle debolezze; di fatto, rispetto all’information warfare tradizionale, l’obiettivo non è arrivare a sapere cosa si pensa, ma come, ricorrendo ad un’architettura tecnologica che combina IA generativa, reti neurali e sistemi di behavioral analytics. Non è un caso che Mosca abbia manipolato gli algoritmi di Tik Tok per influenzare l’opinione pubblica occidentale sul conflitto ucraino. Il dominio delle percezioni viene quindi utilizzato come strumento offensivo al di sotto della soglia di un conflitto armato; un esempio di guerra cognitiva è dato dal concetto di controllo riflessivo russo, che presuppone la manipolazione delle percezioni di un avversario a proprio vantaggio, senza che quest’ultimo se ne avveda, cosa che in Ucraina ha determinato la diffusione di narrazioni storiche sui territori occupati con la rappresentazione di un Occidente moralmente corrotto. Ecco che la guerra cognitiva si configura come arma della battaglia geopolitica che si dipana attraverso le interazioni tra le menti umane collocandosi in un vuoto giuridico, mentre vengono condotte operazioni d’informazione per mezzo dell’IA. Il conflitto cognitivo, collocato in una zona grigia, è evidente nella guerra russo-ucraina e la Federazione russa vi ha fatto massivamente ricorso per destabilizzare Kiev, grazie alla diffusione di fake news, manipolando le narrazioni, distorcendo i fatti, ricorrendo a piattaforme digitali ed alla loro capacità di infiltrare un pubblico vasto in tempi brevi, presentando l’Ucraina come uno stato nazista, secondo le linee di una campagna di disinformazione capace di alimentare divisioni politico-sociali anche in occidente. In ambito intelligence le agenzie di sicurezza hanno assunto un ruolo strategico, identificando o contrastando la disinformazione secondo approcci multidimensionali che monitorano social e narrazioni ostili, oppure che si concentrano sull’identificazione delle reti che diffondono bias cognitivi utilizzando falsi account. Altro elemento peculiare emerso è stato quello dell’iper-competizione[6], ovvero uno stato di attrito in accelerazione, in cui le parti cercano di ottenere vantaggi strategici attraverso un’evoluzione tattica; nel contesto in esame, l’iper-competizione si è indirizzata al controllo dell’informazione, per cui ogni azione prima viene trasformata in narrazione mediatico-strategica, poi amplificata via social. Mentre Mosca è ricorsa a canali mediatici statali e reti di disinformazione per giustificare l’aggressione, Kiev ha organizzato una contro-propaganda concentrata sulla denuncia delle violazioni dei diritti umani. Il controllo delle narrazioni è dunque divenuto elemento strategico chiave. Questo conduce ad una constatazione, per cui gli attriti determinati dalla contrapposizione degli interessi si stanno convogliando su conflitti a bassa intensità, cosa che fa riflettere su come la Russia possa già considerarsi in guerra con l’Occidente secondo forme ibride come nelle aree baltica e scandinava, un vero e proprio laboratorio così come accaduto con l’Ucraina da Euromaidan in poi. Tutto evolve: molte delle tattiche ora utilizzate contro l’Europa, hanno trovato applicazione in un’Ucraina da destrutturare a partire dal 2014 ed in un’Europa priva di coordinamenti, evitando di provocare risposte militari specie dall’area settentrionale, più sollecita e attenta alle minacce, o dalla Moldova, ultimamente ancor di più oggetto di attenzioni asimmetriche.
Percezioni e Propaganda
Le percezioni dell’Ovest sull’Ucraina in tema securitario ruotano intorno a diverse tematiche di base: ritorno della guerra e minaccia dall’est; rafforzamento dell’Alleanza Atlantica, che potrebbe valutare una risposta armata alla guerra ibrida russa[7] specie con l’adesione di Svezia e Finlandia e con l’aumento dell’impegno finanziario per la difesa; sicurezza e monopolio energetici; cyber sicurezza; escalation ed impieghi nucleari. In questo contesto Kiev è percepita come l’ultima linea difensiva di un ordine internazionale fondato su regole, un limes su cui valorizzare l’autonomia strategica continentale a fronte della minaccia esistenziale russa, protesa verso gli ex satelliti ora NATO. Malgrado il contenimento del teatro, l’espansione russa ha assunto caratteri generali, dato che riguarda l’assetto diplomatico-strategico mondiale ed un prezzo politico che la Russia corre il rischio di dover pagare, laddove sia considerata non solo attrice ma anche posta in gioco. A parità di comparazioni iterative, la Finlandia della Guerra Fredda riproduce l’essenza delle relazioni con l’URSS; all’indomani del patto germano-sovietico del 1939, Mosca iniziò a chiedere territorio a Helsinki, previa una campagna di disinformazione che definiva la dirigenza finnica come una cricca fascista reazionaria, salvo poi attaccare la Finlandia nel novembre 1939 annettendo più del 10% del territorio. Dopo la guerra, la Finlandia, pur con un’economia di mercato, rimase vincolata ad una neutralità che impedì l’integrazione in ambito euro-atlantico secondo i parametri della finlandizzazione, ovvero con obblighi di cessione territoriale e con una neutralità favorevole a Mosca in cambio di un’indipendenza nominale. Un modello che alcuni in Occidente reputano idoneo per l’Ucraina, benché le differenze siano evidenti, e siano utili per rammentare come, per Kiev, si punti alla cancellazione dell’identità nazionale.
Come sempre esiste una correlazione tra propaganda e percezioni, posto che anche in Ucraina esistono diverse tecniche di modellazione basate sulla componente emozionale, sui bias e sul modo in cui gli eventi vengono descritti; il tutto filtrato soggettivamente da percezioni selettive che indulgono alla ricerca di gratificazioni adeguate ad una versione verosimile e ripetuta di una realtà funzionale agli scopi. Ecco, dunque, l’ingegnerizzazione delle percezioni di massa, di improbabile ausilio per la soluzione di un conflitto in cui la strategia si indirizza, più che alla conquista di territorio, all’annientamento delle capacità di combattimento ucraine; la posta in gioco, per Mosca, è la definizione di un nuovo ordine mondiale. Il fatto che l’uso delle armi non convenzionali sia inedito e massivo rende la situazione ancora più complessa perché distorta da narrazioni strategiche pilotate, indirizzate alla creazione di una realtà parallela utilizzabile anche dai media mainstream[8].
Le conseguenze parziali del conflitto sono comunque interessanti, visto che Mosca ha indirettamente rafforzato sia le capacità produttive sia lo spirito di indipendenza ucraino, al pari dell’errore occidentale di voler sostenere Kiev solo per contenere l’attacco russo, posto che, peraltro, il sostegno a Putin non appare granitico come si vuol far intendere, prova ne siano incidenti inspiegabili ed avvicendamenti repentini nelle principali cariche.
Economia
Anche l’economia dice la sua; la bozza di bilancio triennale russo ha contemplato una leggera riduzione di spesa, la prima, dove la quadratura ha più a che fare con l’arte del compromesso tra fronte di guerra ed economisti, con un aggravio fiscale a carico sociale. Mosca sta per entrare in un tunnel di bassa crescita stagnante, con un rallentamento inflattivo intorno al 4% ed una contrazione della domanda con tassi di interesse elevati e maggiore indebitamento. Il voler rendere il bilancio meno sensibile alle fluttuazioni petrolifere, impone la dipendenza da entrate non legate alle risorse fossili, mentre la quota parte dell’economia legata al complesso militare industriale diventa ineliminabile fattore strutturale in ascesa, anche perché la riduzione nominale della spesa non fornisce segnali circa la volontà di concludere la guerra, visto che dal 2027 spesa per la difesa e spesa per la sicurezza interna aumenteranno di nuovo, considerando l’ipotesi che i canali economici in quanto ad adattamenti alle sanzioni, si siano istituzionalizzati secondo assestamenti che vedono i costi integrati nei prezzi e nei margini. La percezione economica è di fatto quella che prevede una generazione di occupazione e domanda ma senza risultati a lungo termine, peraltro sostenuti dalle entrate fiscali e non dalla crescita. Un’ipotesi da non sottovalutare consiste dunque nello stimare la persistenza di un’ipertrofica e specialistica produzione di armamenti, ricorrendo tuttavia alla Cina per ovviare a gap tecnologici e di personale specializzato.
Nuovi ordini politici
Intanto, al Valdai Club le osservazioni del Presidente russo hanno puntato ad un nuovo ordine mondiale quale spazio creativo entro cui pressare Kiev terrorizzando l’Europa; mentre tenta di debellare l’Ucraina, l’est cerca di infliggere una sconfitta ibrida all’Ovest olisticamente inteso, mentre a sua volta Kiev costringe la società russa a provare sulla propria pelle gli effetti della guerra. Pur avendo dichiarato la NATO e tutti gli alleati occidentali dell’Ucraina il vero nemico, Mosca ha preso di mira solo Kiev, motivo per cui Finlandia e Svezia sono entrate nella NATO. Mentre sta crescendo la percezione russa di aver scelto un competitor decisamente coriaceo, rimane il convincimento che una vittoria sull’Ucraina è sì fondamentale per correggere una presunta ed opinabile ingiustizia storica, ma è poco funzionale alla chiusura dell’ombrello NATO sull’Europa. Al momento, se le iniziative russe non hanno prodotto risultati convincenti, hanno però consentito a UE e NATO di rispondere eterogeneamente, ovvero utilizzando gli attacchi russi come motivo per una mobilitazione, pur non essendo però considerati così aggressivi da giustificare l’attivazione dell’art. 5. Eppure, apparentemente, dato che come con l’Ucraina gli obiettivi potrebbero palesarsi irrealizzabili, per evitare di dover patire un’ulteriore debacle ancorché simbolica, Mosca sarà costretta ad avvicinarsi alle minacce concrete per non perdere il suo residuo appeal egemonico. In sintesi, non ci sono garanzie che la Russia non reiteri l’errore del 2022, visto che potrebbe cedere al convincimento di un’incoercibile debolezza di un Occidente privo di personalità carismatiche alla Churchill o alla de Gaulle.
Altro punto non trascurabile è la percezione che si ha della consistenza numerica delle forze d’invasione, viste le difficoltà nel reperimento di volontari, tanto da dover prendere atto del ruolo crescente interpretato dai belligeranti stranieri tra le fila dell’esercito federale, decimato dalle perdite, tra cui cubani e nord coreani, un reclutamento più economico e politicamente meno rischioso. Con il decremento numerico dei russi disposti a mettere in gioco la vita in cambio di improbabili incentivi finanziari peraltro spesso postumi, il Cremlino dovrà optare tra una mobilitazione impopolare o un ulteriore allargamento della campagna di reclutamento internazionale, benché non in grado di realizzare la forza operativa decisiva per sconfiggere l’Ucraina, Paese quanto mai tenace. Secondo le stime di Yuval Noah Harari[9], teoricamente, al ritmo attuale, ci vorranno non meno di 100 anni e decine di milioni di vittime per sottomettere tutta l’Ucraina, cosa che potrebbe far intendere come le notizie provenienti dalle prime linee possano essere imprecise e fuorvianti.
Impianti energetici e cohalition of willings
Intanto gli attacchi russi agli impianti energetici si susseguono su vasta scala, tanto da essere diventati un problema non circoscrivibile a Kiev, ma coinvolgente i mercati europei, con restrizioni alle reti logistiche che stanno producendo un impatto diretto sull’Ucraina e con le tariffe che potrebbero aumentare considerevolmente dal prossimo gennaio; a ciò va aggiunto il fatto che dazi elevati o blocchi delle infrastrutture generano rischi per l’intera regione, posto che la ridotta capacità di stoccaggio potrebbe limitare la vendita statunitense di GNL a clienti dell’Europa centro-orientale.
In questo melange di contesti trovano spazio anche cohalition of willings, su cui tuttavia pesano le incognite americane, un cessate il fuoco effettivo su cui vigilare con una forza di peacekeeping, l’assenso russo al dispiegamento di forze prospicienti le linee di cessate il fuoco. Di fatto, l’invio di truppe resta un punto di faglia per il quale un’alta percentuale di europei si dice contraria.
Realismo e conclusioni
L’attualità del vincolo tra potere e legittimità può fornire la chiave di lettura utile a comprendere perché Kissinger abbia mutato opinione circa l’ingresso ucraino nella NATO; inizialmente persuaso della necessità di tranquillizzare Mosca circa il fatto che l’adesione di Kiev non fosse all’attenzione, Kissinger pensava che le scelte da operare non avrebbero riguardato solo l’Ucraina, ma anche la stabilità dell’Europa orientale, elemento indispensabile all’Ucraina stessa. Kissinger, dunque, suggeriva la necessità di definire un ordine che potesse incontrare l’approvazione di Mosca. L’inattesa resistenza ucraina ha tuttavia stravolto il contesto strategico, visto che con il cambiamento delle condizioni oggettive di riferimento, sono mutate anche le politiche; è dunque verosimile, colpi di scena permettendo, che le trattative di pace si aprano con parte dei territori ucraini ancora occupati da Mosca. La perdita di sovranità di Kiev su parte di questi territori, esistenziali per il prestigio moscovita, darebbe il via a nuove prospettive, considerato che le concessioni negoziali sarebbero costretti a farle tutti, aspetto questo che potrebbe rendere ipotizzabile l’ingresso di Kiev nella NATO, unica possibile garanzia contro i ritorni di fiamma russi. Del resto, nella prospettiva kissingeriana, quando l’equilibrio di potenza risulta irraggiungibile, l’equilibrio della minaccia costituisce l’unica forma di bilanciamento funzionante.
[1] L‘Operation Spiderweb di giugno ha mostrato la vulnerabilità delle forze nucleari strategiche russe, e che la dottrina atomica di Mosca rimane mirata agli USA; si è trattato di un attacco a un elemento della triade nucleare, dove la responsabilità sta nell’inerzia strategica. La pianificazione russa ha presupposto che un attacco alla parte aerea della triade fosse improbabile, poiché avrebbe potuto provocare una risposta nucleare. L’attacco ucraino è stato paragonato all’offensiva con i cercapersona esplosivi israeliani contro Hezbollah. La guerra ucraina sta disegnando come saranno combattuti i conflitti nel XXI secolo e, secondo alcuni, gli attacchi ucraini dovrebbero indurre l’amministrazione Trump a riconsiderare i piani per lo scudo di difesa missilistica Golden Dome, visto che lo scudo missilistico non proteggerebbe gli USA dal tipo di droni utilizzati da Kiev.
[2] Il Regno Unito ha confermato che inizierà la produzione di droni in collaborazione con l’Ucraina per rafforzare il fianco orientale della NATO.
[3] La NATO ha riconosciuto la cognizione come sesto dominio affiancandola a terrestre, marittimo, aereo, cibernetico e spaziale.
[4] Vd. commenti della portavoce del Ministero degli esteri russo a seguito del crollo della Torre dei Conti a Roma e successivi interventi social.
[5] Vd. operazioni Doppelgänger: clonazione di siti giornalistici ed istituzionali per diffondere versioni alterate di eventi reali, confondendo la fonte autentica con la manipolata
[6] L’iper-competizione riguarda la narrativa circa l’assedio di Mariupol; dal punto di vista russo una vittoria strategica, da quello ucraino il teatro di violazioni dei diritti umani.
[7] Oltre alla Polonia, droni russi hanno sorvolato anche il territorio rumeno mentre i caccia hanno attraversato l’Estonia. Nel frattempo, decine di droni non identificati hanno interferito con l’attività degli aeroporti di Belgio, Danimarca e Germania.
[8] Il sistema disorienta il pubblico; vd. il caso del presunto scherzo telefonico fatto alla premier Giorgia Meloni, una misura attiva, amplificata dal mainstream, con lo scopo di mettere in difficoltà le istituzioni. L’analisi delle narrative strategiche russe sulla guerra ucraina diffuse in Italia, prima e dopo il 7 ottobre 2023, permette di osservare che l’obiettivo russo è affermare che l’Ucraina non riceverà più alcun aiuto da USA e UE perché l’Occidente è impegnato a sostenere Israele e che l’Ucraina è sull’orlo del collasso per via di contrasti interni.
[9] Storico, filosofo e saggista israeliano.


