scarica il file in pdf – capire la geostrategia della russia – settembre 2025 – sanfelice
CAPIRE LA GEOSTRATEGIA DELLA RUSSIA
Amm. Sq. Ferdinando SANFELICE di MONTEFORTE
Introduzione
La cosiddetta “Operazione Speciale” avviata dalla Russia il 24 febbraio 2022, ormai due anni e mezzo fa, nel tentativo di invadere e soggiogare l’Ucraina, ha riacceso i riflettori su questo Paese, che dal 2008 sta inanellando iniziative volte a recuperare con la violenza i territori perduti al momento dello smembramento dell’URSS nel 1991. Mentre il recupero dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, nel 2008, è avvenuto senza particolari difficoltà, l’Esercito Russo si è trovato in una situazione di stallo sul fronte ucraino, dove i progressi sono minimi, precari ed estremamente costosi in termini di perdite umane.
Capire le ragioni di questo insuccesso e quali possibilità disponga ancora il governo di Mosca, malgrado le debolezze strutturali che la geografia gli impone, è quindi sempre più importante. Da qui il ricorso a un’analisi geopolitica e geostrategica diventa essenziale.
Prima di parlare della Russia sotto questo profilo, però, è bene ricordare le definizioni di geopolitica e geo-strategia, e richiamare le loro origini e le loro “raisons-d’être”. I due termini, infatti, sono usati oggi fin troppo liberalmente, tanto da far perdere loro il significato originario.
Come osservava uno studioso tedesco, la geopolitica ha come obiettivo “la conoscenza degli aspetti durevoli, determinati dalla terra e legati al suolo, che caratterizzano la formazione, il mantenimento e la sparizione della forza nello spazio”[1].
Viene subito in mente la frase attribuita, a ragione o a torto, a un leader di un Paese del Golfo Persico, Sheik Rashid bin Said, fondatore di Dubai, il quale sembra avesse affermato “mio nonno cavalcava il cammello, mio padre pure, io guido una Mercedes, mio figlio giuda una Land Rover, ma un giorno il suo pronipote dovrà tornare a camminare con il cammello”.[2]
A prescindere dalla sua autenticità, questa affermazione – che rispecchia la preoccupazione, comune a tutti i leader dell’area, che un giorno i giacimenti di petrolio si potrebbero esaurire e la ricchezza finire – rende l’idea di come il suolo, la terra (e il mare), grazie alle loro risorse naturali, possano dare benessere e potenza, ma al loro esaurimento facciano decadere una Nazione in modo irreversibile, se non verranno presi provvedimenti adeguati. Naturalmente, esistono altri fattori di potenza e di debolezza causati dalla geografia di un Paese, che andranno esaminati, insieme a questi aspetti.
In generale, la geopolitica ricorda ai leader i condizionamenti e le potenzialità che la geografia impone, ancorando la loro opera alla realtà. Ma bisogna ricordare che, quando si parla di geografia, non si intende solo la conformazione fisica di un territorio, ma anche la sua economia, le sue ricchezze naturali, più o meno abbondanti, e soprattutto la popolazione, sul piano dell’indole, della cultura e dello sviluppo demografico.
Analogamente, «La geo-strategia è la scienza delle relazioni fra la strategia e la geografia»[3], questa volta orientate alla pianificazione strategica. Infatti, il suo fine è “lo sfruttamento sistematico delle possibilità offerte dai grandi spazi in termini di estensione, di forma, di topografia, e delle risorse di ogni ordine”[4].
Va ricordato che nella geografia non vi sono solo i fattori permanenti. Infatti, «l’evoluzione del mondo e i progressi delle scienze conferiscono una nuova importanza ai fattori variabili della geografia, rendendola una scienza ancora più viva. Al pari della geografia fisica, le altre branche: umana, economica e politica hanno un’influenza costante e profonda sulla vita delle nazioni, in pace come in guerra. La politica e la strategia ne sono direttamente influenzate, molto spesso da fattori comuni ai quali esse stesse reagiscono»[5]. Quindi, la geopolitica e la geo-strategia ancorano di fatto, rispettivamente il politico e lo stratega, alla realtà e ne limitano gli slanci ideali, orientandoli verso ciò che è fattibile.
Avvicinandoci al tema che si intende trattare, la geo-strategia della Russia, specie in relazione all’attuale guerra contro l’Ucraina, va richiamata anche l’osservazione che «nelle guerre, gli aspetti territoriali sono spesso stati decisivi; la configurazione del teatro di operazioni anche. Ecco una costante che ritroviamo in tutte le epoche della storia e che continua a far sentire degli effetti, malgrado lo sviluppo prodigioso dei mezzi di comunicazione»[6].
Naturalmente, in geo-strategia, mentre su terra gli aspetti orografici, la conformazione del terreno, la sua vegetazione e il clima sono essenziali per le forze aeroterrestri, sul mare esistono anche altri fattori geografici di cui tenere conto, come le zone tempestose o nebbiose, i fondali insidiosi e i passaggi obbligati che limitano la libertà d’azione delle forze aeronavali.
In definitiva, parlando dell’importanza della geografia, in rapporto alla Strategia, uno dei dati è evidentemente la situazione geografica da cui partire per stabilire la teoria che permetterà al politico o allo stratega di conseguire ciò cui mira, in quanto Nazione: situazione geografica che si estende dallo stato politico, finanziario, militare, dalla forma del territorio, dalla situazione dei vicini, alla natura dei diritti da difendere o delle rivendicazioni da avanzare, (cose) che rendono completamente diversa una Nazione dalle altre.
Va detto che l’origine del termine geo-strategia è più antico, rispetto alla geopolitica. Infatti, «il credito del(l’invenzione) del termine risale al generale piemontese Giacomo Durando. Nel (suo) “Della nazionalità italiana” (1846), egli forgiò simultaneamente i concetti di geo-strategia e di geo-tattica: “Mi sono servito di un termine che non credo sia stato usato fino ad oggi, quello di geo-strategia, ogni volta in cui mi è capitato di considerare il terreno in astratto e al di fuori dell’impiego delle forze organizzate, ma naturalmente sempre in relazione con queste. Di conseguenza, io parlo di condizioni geo-strategiche e geo-tattiche dell’Italia e della Spagna quando studio in astratto la struttura e le caratteristiche del terreno[7]».
Il termine “Geopolitica” fu coniato più tardi, nel 1899, dal geografo svedese Rudolf Kjellen, nel suo libro “Lo Stato come forma di vita”, nel quale egli aveva definito la geopolitica come “lo studio dei tratti fondamentali, legati al suolo e determinati dalla terra, dello spazio, della fondazione della Germania, della formazione del suolo e del Paese, appoggiandosi a Ratzel[8] ed essendo come lui del parere che, come l’economia politica fa scendere lo Stato dalla carta sul solido terreno, il compito che incombeva sulla geografia era quello di fornire la base della ricerca geopolitica e di ogni altra ricerca riguardante le scienze politiche”[9].
Detto questo, è ora di parlare, finalmente, della geo-strategia della Russia. Per farlo, è bene iniziare da quanto è stato scritto in passato sull’argomento dagli studiosi più significativi della materia. Dall’insieme delle loro considerazioni, sarà possibile capire meglio il significato dei dati essenziali riguardanti questa Nazione, che saranno elencati alla fine di questo lavoro.
MACKINDER
Il primo studioso a parlare, tra l’altro, della Russia è stato, nel 1904, un giovane geografo, poi diventato famoso, appunto Halford John Mackinder, all’epoca lettore di geografia all’Università di Oxford e Direttore della Scuola di Economia e Scienze Politiche di Londra.
In una sua conferenza, dal titolo “Il perno geografico della Storia”, tenuta alla Royal Geographical Society, successivamente pubblicata nel Geographical Journal, egli fece una serie di affermazioni, meritevoli di considerazione ancor oggi.
Nel suo discorso, Mackinder pose, non a caso, come premessa l’osservazione che “le idee che portano a formare una Nazione sono di solito accettate sotto la pressione di una tribolazione comune, e sotto una comune necessità di resistenza a forze esterne»[10]. Questo, appunto, è il caso della Russia, e Mackinder lo sapeva bene!
Proseguendo nella conferenza, il giovane geografo notava che in Russia, in origine, «il nord ed il nord-ovest erano foreste interrotte solo da paludi, mentre il sud ed il sud-est erano una steppa erbosa, con alberi solo lungo i fiumi»[11]. Questa netta divisione in due del territorio della Russia europea non poteva che avere un’influenza determinante sulle popolazioni nel corso della Storia, come notava il conferenziere.
Oggi noi non capiamo, tra l’altro, le differenze tra Ucraini e Russi, perché non consideriamo l’influenza del fatto che i due popoli sono vissuti, per secoli, in ambienti profondamente diversi tra loro. Poi, come vedremo, ci si è messa la Storia a rendere queste diversità ancora più marcate.
Ma Mackinder aggiungeva, a proposito di quest’ultima parte del territorio russo, che «Il cuore dell’Eurasia è una terra di steppe che consente una diffusa, anche se scarsa, pastorizia, con non pochi fiumi, ma impenetrabile a mezzo vie d’acqua dagli oceani»[12].
Questi fiumi, come notava il conferenziere, “che scorrono dalle foreste (del Nord), fino al mar Nero e al Caspio, attraversano l’intero ambito del percorso nella terra delle steppe compiuto dai nomadi”[13]. Questi nomadi, da lui chiamati anche “cavalieri” penetrarono dall’Asia in Europa attraverso “l’ampio passaggio tra i monti Urali e il mar Caspio”[14] un passaggio poi usato dalla Russia imperiale per soggiogare i popoli dell’Asia Centrale.
Secondo l’autore, la nascita della Russia si deve al fatto che essa, una volta libera dalla pressione dei popoli asiatici che la invadevano periodicamente, «ha organizzato i Cosacchi e, emergendo dalle sue foreste del nord, ha controllato le steppe, mettendo i propri nomadi a contatto con i nomadi tartari»[15].
La successiva conquista di vasti tratti dell’Asia, come constatava l’autore, si deve al fatto che «furono i Greco-Slavi (oggi si direbbe “i Russi”) a cavalcare attraverso le steppe, conquistando il Turan (Asia Centrale). Oggi le ferrovie transcontinentali cambiano le condizioni del potere terrestre e non hanno in alcun luogo un effetto paragonabile a quello che hanno nella chiusa Heartland dell’Eurasia, nelle cui vaste aree né il legno né la pietra erano disponibili per costruire strade. Esse sostituiscono la mobilità a mezzo del cavallo e del cammello»[16].
Per effetto dell’espansione della Russia, secondo Mackinder, ai tempi attuali, «la vasta area dell’Eurasia, inaccessibile alle navi, è la regione-perno della politica mondiale. La Russia rimpiazza l’Impero dei Mongoli. La sua pressione sulla Finlandia, la Turchia, l’India e la Cina sostituisce i raid centrifughi degli uomini delle steppe. Essa occupa, a livello mondiale, una posizione strategica centrale (simile a quella) tenuta dalla Germania in Europa. Essa può colpire in ogni direzione ed essere colpita da ogni direzione»[17].
La Russia, quindi, secondo Mackinder, è lo Stato-perno del potere continentale, che domina su quello che l’autore chiamava “Il cuore della terra (Heartland)”, anche se già allora, egli non si nascondeva i limiti del potere terrestre. Proprio l’ultima parte della frase appena citata accenna alla principale vulnerabilità della Russia, che ha subito attacchi da Est (i Tartari, Gengiz Khan e non solo), dal Nord (i Vichinghi e poi gli Svedesi) e da Ovest (i Francesi di Napoleone e i Tedeschi di Hitler).
In realtà, la Storia insegna che i soli attacchi vittoriosi sono quelli da Est, malgrado gli altri invasori avessero ottenuto successi iniziali apparentemente strabilianti. In definitiva, il pericolo di essere invasi da direzioni diverse, diffusa nell’opinione pubblica russa, è più frutto di una paura irrazionale, piuttosto che essere un rischio da considerare come minaccia all’esistenza del Paese.
Ma Mackinder avvertiva anche che “uno sconvolgimento dell’equilibrio di potenza in favore dello Stato-perno, risultante dalla sua espansione verso le terre marginali dell’Eurasia, permetterebbe l’uso delle vaste risorse continentali, per l’impero del mondo. Ciò avverrebbe se la Germania si alleasse alla Russia»[18].
Non a caso, nei decenni successivi le Potenze europee hanno fatto di tutto per tenere le due Nazioni in campi opposti, e quando fu firmato il Patto Molotov-Ribbentrop, un brivido di paura attraversò le cancellerie di mezza Europa.
Il patto ebbe breve vita, limitata alla spartizione della Polonia, che fu invasa dagli eserciti dei due Paesi; quando, due anni dopo, la Germania occupò i Balcani, da sempre ritenuti dai governi di Mosca un’area di propria influenza, questa strana alleanza venne meno, in modo clamoroso.
Poco dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Mackinder scrisse un libro, “Democratic Ideals and Reality; a study in the Politics of Reconstruction” (Ideali democratici e realtà; uno studio sulle politiche della ricostruzione), in cui partiva da una nuova considerazione di base, ampliando il concetto di Heartland eurasiatica, per affermare che questa era solo una parte di un più vasto insieme. Infatti, secondo l’autore, «il continente unito dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa è ora effettivamente, e non solo teoricamente, un’isola (World Island)»[19] circondata a sua volta da quattro isole minori: Nord e Sud America, Australia e Malaya (Indonesia).
Parlando della Russia, Mackinder osservava che «L’enorme porzione (di territorio) che si estende dalle rive ghiacciate e piatte della Siberia alle torride, ripide coste del Belucistan e della Persia (può essere) chiamata lo Heartland del continente»[20] dove non arriva il Monsone. Ma, secondo lui, «La Russia – la vera Russia – si trova totalmente in Europa e occupa solo circa la metà di ciò che noi comunemente chiamiamo Russia in Europa»[21] anche perché, come notava l’autore, era la parte più densamente popolata.
Passando poi alle considerazioni sulla Prima Guerra mondiale, che si era appena conclusa, quando il libro fu scritto, Mackinder notava, anzitutto, che questo conflitto «iniziò in Europa per la rivolta degli Slavi contro i Tedeschi»[22]. Per l’autore, quindi, l’attentato di Sarajevo non era frutto dell’iniziativa di pochi estremisti, ma era una provocazione sostenuta dall’alto, e nel dire questo corroborava la posizione del governo austro-ungarico, dimenticando che il proprio governo, come fu ammesso vari mesi dopo lo scoppio del conflitto, evitò la propria usuale opera di mediazione, convinto come era che, prima o poi, Gran Bretagna e Germania dovessero decidere chi dei due dovesse prevalere sull’altro, mediante l’uso delle armi.
Ma, secondo lui, «se la Germania avesse deciso di rimanere sulla difensiva lungo la sua breve frontiera con la Francia e avesse scagliato la sua forza principale contro la Russia, non è improbabile che oggi il mondo sarebbe nominalmente in pace, ma oscurato da un’Europa orientale tedesca al comando di tutto lo Heartland»[23]. In effetti, qui Mackinder sopravvalutava, quanto meno, la vulnerabilità della Russia ad attacchi da occidente, dimenticando Napoleone e la sua odissea nelle innevate steppe russe del 1812, odissea che si sarebbe ripetuta pochi anni dopo, con l’invasione del territorio russo da parte tedesca, nel 1941.
Ma l’autore aggiungeva comunque una considerazione interessante, che prefigurava il modo con cui i Sovietici resistettero a Hitler, e cercarono di crearsi uno schermo di protezione sul proprio settore occidentale per il futuro, un problema che ancor oggi è di estrema attualità.
Egli, infatti, iniziava affermando che «i Russi sono disperatamente incapaci di resistere alla penetrazione tedesca, se non grazie a un’autocrazia militare, a meno di non essere protetti contro un attacco diretto»[24], continuando poi con una proposta che peraltro fu messa in pratica in sede di riassetto dell’Europa, durante le trattative di pace a Versailles. Infatti, secondo lui, “la condizione di stabilità dell’Europa Orientale è tale che la sua suddivisione dovrebbe essere in tre e non in due sistemi statali (oggi si direbbe “blocchi”). È una necessità vitale che ci sia una fascia di Stati indipendenti tra la Germania e la Russia”[25]. Quando oggi si parla di “Intermarium” come associazione di Stati dell’Europa Centro-Orientale, sia pure all’interno dell’Unione Europea, si rivaluta proprio questa proposta di Mackinder.
SPIKMAN
Durante la Seconda Guerra mondiale, uno studioso di geografia e geopolitica americano, Nicholas John Spykman, professore all’università di Yale, pubblicò un libro “America’s Strategy in World Politics”, nel quale analizzava il rapporto tra Potenze marittime e Potenze continentali, inserendo il concetto di “Rimland”, per indicare le fasce costiere, e ampliando le analisi di Mahan sulla geo-strategia del mare.
In questo lavoro, egli dedicò alcuni passaggi significativi alla situazione dell’Unione Sovietica. Anzitutto, egli notava che “il cuore della terra (Heartland) del continente europeo è dominio dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, lo Stato più vasto al mondo. Molto del suo territorio è l’inutile Artico, zone desertiche, e catene di monti inospitali, ma vi rimangono vaste aree adatte all’agricoltura e un sottosuolo ricco di risorse minerali. Vi è spazio per una popolazione ben al di là dell’attuale consistenza di quasi duecento milioni”[26].
Già allora, la principale debolezza dell’Unione Sovietica allora (e della Russia di oggi) – la scarsa popolazione – era evidente agli occhi dell’autore, consapevole che senza un significativo sviluppo demografico l’URSS di allora (e la Russia di oggi) sarebbe stato uno scatolone vuoto, aperto a invasioni e a migrazioni di massa.
Parlando poi delle tendenze che erano emerse nel corso del conflitto mondiale, allora in atto, Spykman notava che «in Europa, la Germania si muove verso Est e in Asia il Giappone si muove verso Ovest, pronto ad avanzare verso la Siberia Orientale. Se questi due partner avranno successo, la Russia sarà spinta indietro al di là degli Urali e del lago Baikal. Il risultato sarà la rimozione finale di ogni minaccia al potere terrestre dell’Europa e dell’Estremo Oriente proveniente dallo Heartland del continente»[27]. Sulla fattibilità di quanto osservato ci sarebbe da discutere, ma non c’è dubbio che, se si inserisse in questo discorso la Cina al posto del Giappone, il rischio per la Russia diventerebbe reale.
Quanto detto vale anche per la successiva osservazione dell’autore, il quale continuava sostenendo che, si conseguenza, se gli Stati Uniti fossero rimasti legati a quello che Spykman chiamava “Isolamento”, in caso di vittoria della Germania e del Giappone i governi di Washington si sarebbero trovati in difficoltà, dato che “il Nuovo Mondo sarebbe circondato da due Imperi giganteschi in grado di controllare enormi potenziali bellici”[28]. Questa minaccia, secondo l’autore, era insostenibile per gli Stati Uniti, tanto che proprio “l’alleanza tra Germania e Giappone ha trascinato gli Stati Uniti nella guerra»[29].
Ma l’autore era stato tra i primi a notare l’importanza del Golfo Persico come via sicura di rifornimento per i rifornimenti alla Russia. Infatti, “nel sud, la Russia può essere raggiunta dall’Oceano Indiano, grazie al Golfo Persico e alle vie terrestri attraverso la Persia”[30]. Fu infatti questa la via principale attraverso la quale l’URSS ricevette i rinforzi e i mezzi da parte degli Anglo-americani, previa occupazione militare dell’Iran.
Però, secondo l’autore, permettere all’URSS di trionfare sulla Germania comportava un pericolo non indifferente. Secondo lui, infatti, «uno Stato russo dagli Urali al Mare del Nord non può essere un miglioramento notevole rispetto a uno Stato tedesco dal Mare del Nord agli Urali»[31]. Purtroppo, questa osservazione fu recepita dal governo di Washington troppo tardi, quando l’Armata Rossa aveva ormai occupato mezza Europa, e non vi fu alternativa alla strategia del contenimento, decisa dall’Amministrazione Truman. In definitiva, Spykman avvertiva il pericolo di una Russia troppo assertiva, un avvertimento che ancor oggi è di attualità.
CÉLÉRIER
Negli anni successivi alla Seconda Guerra mondiale, l’Ammiraglio Pierre Célérier pubblicò per le edizioni universitarie francesi un libro di sole 127 pagine, intitolato “Géopolitique et Géostratégie”, divenuto un classico riferimento nel proprio Paese per gli studiosi della materia ma – purtroppo – ancora poco conosciuto all’estero.
In quest’opera l’autore non poteva evitare una serie di riferimenti all’Unione Sovietica, iniziando da una considerazione generale che ben si attaglia a quella Nazione: «L’accesso al mare è una condizione estremamente favorevole all’espansione di un Paese. Vi è qualche esempio di grande potenza ottenuta senza di esso; ma il Paese in questo caso è fisicamente investito, e quindi facilmente contenuto, e tornerà fatalmente alla sua condizione di mediocrità. Da qui gli sforzi considerevoli di Paesi come la Germania e la Russia per accedere al potere navale»[32].
Proprio per la contrapposizione tra l’Unione Sovietica e il mondo occidentale tipica di quel periodo – si era in piena “Guerra Fredda”, – l’autore, citando Mackinder e la sua teoria sulla distinzione tra Potenze continentali e Potenze marittime, osservava che “bisogna impedire (alla Russia) di ottenere l’accesso ai mari aperti se si vuole impedirle l’egemonia mondiale”[33].
Un’altra considerazione importante dell’autore riguardava la ricerca dell’equilibrio tra Potenze, e i rischi di un conflitto tra loro. Non a caso, egli osservava, a proposito del confronto sovietico-americano, che la possibilità di una tale competizione era stata già prevista da tempo: «Tocqueville poteva scrivere profeticamente nel 1835: vi sono oggi sulla terra due popoli che, partiti da due punti differenti, sembrano avanzare verso lo stesso scopo: sono i Russi e gli Anglo-Americani, ed egli prevedeva la loro lotta».[34]
Ma Célérier non si nascondeva i pericoli insiti nella sensazione di insicurezza del popolo russo, dovuta alla situazione geopolitica dell’URSS. Infatti, egli notava che «Uno Stato (in posizione) centrale, sentendosi circondato, quando la propria potenza si è affermata, oscilla tra due sentimenti. Quello di sentirsi incatenato nella sua azione lo porta, in periodi di sviluppo, ad aumentare il proprio spazio vitale. In periodi di crisi, esso si sentirà minacciato dai propri vicini ed accentuerà il suo isolamento: la sua politica lo porterà a creare e controllare quegli «Spazi tampone», la cui sorte diventerà presto poco invidiabile. Lo Stato centrale nutre talvolta simultaneamente un bisogno di espansione e un complesso di accerchiamento. L’URSS, forse, vi si trova»[35]. Vedremo che questa osservazione, che spiegava l’assertività dell’URSS ieri e della Russia oggi, verrà ripresa anni dopo, anche perché spiega cosa stia accadendo nei corridoi del Cremlino anche ai nostri giorni.
L’autore, infatti, era consapevole che «Il blocco sovietico è essenzialmente continentale e massiccio, enorme, molto variegato nella sua struttura fisica e nelle sue popolazioni. Esso occupa la posizione centrale nell’Eurasia. Se si esclude il lontano litorale cinese e il porto di Murmansk, il solo libero dai ghiacci tutto l’anno, il blocco sovietico non ha alcun accesso al mare libero»[36].
Per questo, l’autore avvertiva che questa situazione «porta l’URSS a riprendere naturalmente la vecchia politica russa, i cui principi (sono oggi):
- isolamento completo dei Paesi comunisti per promuovere lo Stato socialista;
- creazione di Stati-tampone lungo le proprie frontiere;
- mire sugli stretti, particolarmente il Bosforo, per raggiungere il Mediterraneo»[37].
Va detto, però, che in questa ricerca della sicurezza, la leadership del Cremlino non ha avuto cura di evitare le politiche di prevaricazione e sfruttamento dei Paesi soggetti, sia come repubbliche dell’URSS, sia come alleati nel Patto di Varsavia, che, unite ad altre misure vessatorie e balzelli economici, hanno avuto un peso determinante per creare una vera e propria “cortina di odio” tutto intorno alla attuale Federazione Russa.
In definitiva, il peggior nemico della Russia è la sua paranoia e la scarsa attenzione a quelle che in Europa vengono chiamate le “Politiche di (buon) vicinato”.
GORSHKOV
La visione degli studiosi occidentali di geopolitica sulla sindrome di accerchiamento della Russia ha trovato, negli anni 1970, una conferma nel libro dell’Ammiraglio sovietico Sergey Gorshkov, un eroe della Seconda Guerra mondiale, che era stato a lungo capo della Marina sovietica.
L’introduzione al libro è decisamente esplicativa del modo russo di vedere la situazione mondiale ai tempi della Guerra Fredda, anche se le sue considerazioni rispecchiano l’atteggiamento della leadership di Mosca anche oggi. Nell’introduzione, infatti, egli iniziava osservando che «estese aree dell’Oceano Mondiale sono state trasformate dagli Imperialisti in punti di lancio per piattaforme di missili a lungo raggio, altamente mobili, operanti di nascosto, sempre pronte al combattimento»[38].
Proseguendo nella sua analisi, l’Ammiraglio forniva un’interessante visione di come la “Strategia di Contenimento” attuata dal Presidente USA Truman, e sviluppata, nelle sue implicazioni militari dalle FFAA americane veniva vista a Mosca: «I missili del sistema nucleare della Marina USA sono puntati sulla Russia da diverse direzioni. Inoltre, lungo le frontiere marittime dello Stato sovietico, numerose basi navali e aeree sono state impiantate dagli USA e dai blocchi aggressivi anti-Sovietici – NATO, CENTO e altri – che possono dispiegare le loro forze a distanze da cui i bersagli principali nel territorio dell’Unione Sovietica e dei Paesi della comunità socialista sono entro la loro portata»[39].
Di conseguenza, proseguiva l’autore, parlando dell’Unione Sovietica, «Oggi noi siamo minacciati da una coalizione di potenze marittime che, insieme alle forze di terra, le aviazioni e le forze missilistiche, dispongono di forze navali potenti»[40].
Per sventare queste minacce, l’autore notava che «Il nostro Paese ha costruito una flotta moderna e l’ha mandata lontano negli oceani, per assicurarsi la protezione degli interessi dello Stato e per difendersi in modo credibile da attacchi provenienti da estese direzioni oceaniche»[41].
Ma la flotta sovietica, secondo l’autore, non doveva limitarsi a svolgere solo compiti di natura bellica. Come osservava l’autore, “le azioni dimostrative da parte delle flotte, hanno reso possibile in molti casi di conseguire fini politici senza ricorrere alla lotta armata”[42].
In particolare, l’autore evidenziava l’importanza della diplomazia navale, in tempo di pace: “le visite amichevoli da parte dei marinai sovietici offrono l’occasione alle popolazioni dei Paesi visitati di vedere da soli la creatività dei principi socialisti, la genuina parità dei popoli dell’Unione Sovietica e il loro elevato livello culturale”[43].
Ma l’autore non si nascondeva le difficoltà per la flotta sovietica di svolgere i propri compiti in pace e in guerra. Infatti, egli ammetteva che “le nostre forze, prive di basi oltremare, per raggiungere gli oceani, sono costrette a coprire distanze enormi e forzare gli stretti controllati o sorvegliati dagli Imperialisti»[44].
L’autore, su questo argomento – che conferma la perenne aspirazione ad uscire fuori dai mari chiusi che circondano la Russia – non si nascondeva, quindi, le difficoltà per la flotta sovietica di raggiungere, in tempo di guerra, i mari aperti. Infatti, egli ammetteva che “Persino in tempo di pace, (gli Imperialisti), possedendo il controllo degli stretti e dei passaggi obbligati, cercano di creare tutti i prerequisiti per acquisire il dominio delle aree strategicamente importanti[45]».
In effetti, il fatto di dover forzare stretti controllati da potenziali nemici, per esercitare un’influenza sugli eventi nel mondo ha costretto la Russia, per secoli, ad esercitare la propria azione prevalentemente nel proprio vicinato.
La mancanza di basi all’estero, quindi, è da decenni alla base della ricerca di Paesi amici, in altri continenti, come Cuba e il Venezuela, nel mar dei Caraibi, il Vietnam in Asia, la Libia (dopo la perdita delle basi siriane) e il Sudan in Africa. Ma gli Stretti che bloccano gli accessi della Russia ai mari aperti rimangono un ostacolo maggiore, e Gorshkov lo aveva ben capito.
KAPLAN
Giornalista, politologo, professore universitario, insegnante all’Accademia Navale di Annapolis e consulente del governo americano per la politica estera, Robert D. Kaplan si è dedicato alla geopolitica e alla geo-strategia da molti anni, scrivendo libri di indubbio interesse per le sue analisi approfondite delle realtà mondiali. Non poteva mancare, in uno dei suoi ultimi lavori, un’analisi della situazione geo-strategica della Federazione Russa, non priva di conferme su quanto detto da altri autori e quindi di spunti di riflessione.
Anzitutto, egli nota, in generale, riprendendo le riflessioni di Mackinder, che “le Potenze terrestri sono perennemente insicure. Senza il mare a proteggerle, sono sempre insoddisfatte e sentono di doversi espandere o essere conquistate”[46], aggiungendo che “questo è particolarmente vero per la Russia, la cui estensione pianeggiante è quasi priva di frontiere naturali e consente poca protezione[47]”.
Riprendendo il discorso di Célérier, l’autore notava quindi che «l’insicurezza è la principale emozione nazionale russa. La Geografia, non la Storia ha dominato il pensiero russo: in altre parole, è proprio la natura pianeggiante della Russia, estesa dall’Europa all’Estremo Oriente, con poche frontiere naturali ovunque e con la tendenza a creare centri abitativi sparsi, invece di concentrazioni urbane, l’ha resa per un lungo periodo un panorama di anarchia, nel quale ogni gruppo era permanentemente insicuro”[48].
Come reazione, è stato lo stesso “senso di essere indifesi a inculcare la necessità di conquiste”[49]. Infatti, a dimostrazione di quanto asserito, l’autore nota che “i Russi si sono spinti nell’Europa Centrale e Orientale per bloccare la Francia del XIX secolo e la Germania del XX secolo, in Afghanistan per bloccare i Britannici in India e si sono spinti nell’Estremo Oriente per bloccare la Cina”[50]. L’unica frontiera naturale, per la Russia, è a sud. Infatti, “per quanto riguarda il Caucaso, quelle montagne sono la barriera che i Russi devono dominare per essere al sicuro dalle eruzioni politiche e religiose del Grande Medio Oriente”[51].
Come nota l’autore, che ricorre a numerosi esempi storici, il fatto di vivere in una immensa pianura ha portato la Russia a essere invasa, e a invadere a sua volta i vicini. Ma il popolo Russo ha una capacità che pochi posseggono “mentre gli altri imperi sorgono, di espandono, e collassano – e di loro non si sente più nulla – l’Impero Russo si è espanso, è collassato, e risorto più volte”[52]. Infatti, avverte l’autore, di non dare mai la Russia per scontata: è come un serpente a cento teste che risorge immancabilmente dopo essere stato apparentemente ucciso.
Dopo questa affermazione, Kaplan fa un’altra osservazione che pochi prima di lui avevano fatto. Egli, infatti, nota che «l’altro fattore geografico della Russia è il suo gran freddo, che sembra aver sviluppato nei Russi una capacità di sofferenza, un certo senso comunitario, persino la volontà di sacrificare il bene individuale a quello collettivo»[53].
Ma il clima freddo della Russia ha sempre avuto anche un altro effetto: “la sua pianura si estende dalle insenature dell’Oceano Artico del mar Bianco e del mar di Kara al Caucaso, e dalla catena dell’Hindu Kush e dei monti Zagros dell’Afganistan e dell’Iran, tanto che l’imperialismo russo è sempre stato tentato dalla vaga speranza di uno sbocco nelle acque calde dell’Oceano Indiano”[54].
Nei secoli passati, la Russia aveva tentato di raggiungere il Mediterraneo, dopo aver occupato l’Ucraina – Crimea inclusa – ed essere giunta a un passo dagli Stretti Turchi, un tempo noti come il Bosforo e i Dardanelli. La sua invasione dell’Afganistan, nel 1979, secondo Kaplan, si può anche spiegare come un tentativo di trovare un altro sbocco, appunto nell’Oceano Indiano.
Ma la Russia, come giustamente nota Kaplan, ha oggi un altro, grave problema alle sue frontiere meridionali in Asia. Infatti, egli osserva che “ora che la Cina è forte e la Russia relativamente debole, la frontiera (tra le due Potenze) è di nuovo sotto pressione da parte di residenti e compagnie cinesi che cercano di spostarsi verso nord per sfruttare il petrolio, il gas naturale, il legno e altre risorse. La Geografia impone un rapporto perennemente teso tra Russia e Cina, oscurato dalla loro alleanza tattica anti-USA del momento”[55].
Non bisogna dimenticare, infatti, che la Russia e la Cina sono giunte sull’orlo della guerra nucleare nel 1969, durante un conflitto non dichiarato durato ben sette mesi, con scontri particolarmente violenti nella Siberia Orientale, lungo il fiume Ussuri e nella regione dello Xinjiang. Oggi, il governo di Mosca, che dipende dal governo di Pechino per la continuazione del suo sforzo bellico contro l’Ucraina, è costretto a ignorare le proteste dei governanti delle regioni siberiane, preoccupati della crescente infiltrazione di masse di Cinesi che si dislocano al di là della frontiera tra i due Stati per motivi di lavoro, rimpiazzando i cittadini russi che dopo il 1991 avevano abbandonato molte città siberiane, lasciando deperire miniere ed altre attività estrattive.
La visione dei leader dei due Paesi, Putin e Xi, mano nella mano durante il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) alla fine di agosto del 2025 non può far dimenticare che da anni la dirigenza cinese si lamenta per il “Secolo dell’Umiliazione”, quando l’Occidente e la Russia, nella seconda metà del XIX secolo, imposero alla Cina i cosiddetti “Trattati Ineguali”, che le tolsero enormi fette del suo territorio. Mentre i possedimenti occidentali sono tutti stati restituiti, al termine della Seconda Guerra mondiale, rimangono solo quelli ancora in possesso della Russia.
In definitiva, la Russia è stata costretta a gettarsi tra le braccia del suo peggior rivale geopolitico.
La Storia della Russia
Le considerazioni degli studiosi di geopolitica fin qui riportate, sono spesso legate alla storia della Russia, ben più di quanto non si creda. La storia della Russia, infatti, è particolarmente tormentata, e può essere divisa in tre capitoli distinti, non necessariamente in sequenza temporale tra loro, anzi spesso in contemporanea, o almeno con sovrapposizioni notevoli.
Il primo riguarda le sofferenze subite sotto la pressione di invasioni e migrazioni provenienti, che hanno compattato la Nazione. Infatti, la Russia è stata invasa, nei secoli:
- dall’Est: Sciti (VII secolo a.C.); Sarmati (III secolo a.C.);
- da Nord: Goti (200 d.C.); Lituani e Tedeschi (1500); Svedesi (1707);
- di nuovo dall’Est: Unni (370 d.C.); Cazari (VII secolo d.C.); Slavi (VII secolo d.C.); Mongoli e Tatari (1223); Tamerlano (1395);
- Da ovest: Napoleone (1812); Hitler (1941).
Gli invasori, peraltro, si sono concentrati spesso sulla parte meridionale, le steppe dell’Ucraina, meglio percorribili e ricche di grano, ed hanno toccato solo in parte la zona del Granducato di Mosca. Va detto che queste invasioni da est sono le uniche ad avere avuto quasi sempre successo. Questo spiega perché le capitali russe che si sono succedute nel tempo (Kiev, Novgorod, Mosca, San Pietroburgo) sono l’indicazione di un graduale spostamento del centro politico, nei secoli, dal Sud – il più minacciato dalle invasioni – verso il Nord.
Mentre le capitali si allontanavano dall’area più minacciata, non appena cessarono le invasioni dall’est (XVII secolo) iniziò la corsa per conquistare il Sud (i mari caldi) e, un secolo dopo, l’Est (le ricchezze dell’Asia Centrale e della Siberia Orientale), per allontanare la minaccia principale all’esistenza del Paese.
Partendo dalla “Corsa verso il Sud”, questo capitolo della Storia russa iniziò con la graduale presa di possesso dell’attuale l’Ucraina, dando peraltro origine ad una prima disputa storica, che dura tuttora: l’accordo/tradimento (a seconda delle interpretazioni) di Perejslav (1654).
Mentre gli storiografi russi sostengono che furono gli Ucraini a giurare fedeltà al Granducato di Mosca, sottomettendosi, gli storici ucraini sostengono che, mentre i rappresentanti delle loro popolazioni si aspettavano che il loro giuramento di fedeltà allo Zar di Mosca fosse reciprocato – un modo usato allora per suggellare un’alleanza – il rappresentante dello Zar non giurò a sua volta, a nome del suo sovrano, di proteggere l’Ucraina dai Polacchi.
L’accordo, quindi, venne ritenuto imperfetto e nullo – addirittura un tradimento – da parte ucraina, ma venne considerato, all’epoca e ancor oggi, dai Russi la base giuridica della (asserita) volontà ucraina di unione con Mosca. Ci volle un’incursione nel Sud, da parte del Granducato di Mosca, nel 1659, per controllare la regione, all’epoca divisa in varie entità politiche.
Presa l’Ucraina, la corsa verso Sud comportò la lotta contro l’Impero Ottomano, che controllava la Romania, la Bulgaria, la Crimea e il Caucaso. Ma già dal 1568, a parte temporanee alleanze con la Sublime Porta, per sconfiggere i Persiani, la Russia aveva iniziato a combatterla e condusse ben 12 guerre fino al 1917.
Il terzo capitolo della Storia della Russia, come accennato prima, riguarda la corsa verso est, che ispirò, tra gli altri, il romanziere Jules Verne, inducendolo a scrivere uno dei suoi capolavori, “Michele Strogoff”. L’espansione verso est fu iniziata, nel 1717, dallo zar Pietro il Grande, sul quale esiste una disputa storica ancora più nota.
Infatti, da allora, una storia mai verificata, probabilmente apocrifa e fatta circolare dai nemici della Russia, fa riferimento a un supposto testamento/viatico dello zar, il quale, sul letto di morte avrebbe segretamente ordinato ai suoi eredi e successori di perseguire quello che riteneva il destino storico della Russia: il dominio del mondo.
In realtà, questo testamento era un bufala scritta nel 1756 su commissione dei servizi di propaganda francesi; in esso si attribuiva al grande Zar l’ammonimento ai suoi sudditi e successori circa la missione divina della Russia: “In nome della Santissima e indivisibile Trinità, noi, Pietro, imperatore e autocrate di tutte le Russie, (..) rischiarati con la luce di Dio a cui dobbiamo la nostra corona (…) ci permettiamo di guardare il popolo russo come chiamato per il futuro al dominio generale dell’Europa”[56]. Inutile dire che, con il progredire dell’espansionismo russo, e con l’arrivo delle truppe dello Zar a Parigi nel 1814, questa calunnia fu usata sempre più spesso, persino dai Britannici, all’epoca del “Grande Gioco”, essendo questi ultimi timorosi di una possibile minaccia all’India da parte delle truppe zariste.
La penetrazione russa in Asia viene divisa, dagli storici, in più fasi:
- 1580-1639. Espansione nel nord della Siberia fino alla Kamchatka;
- 1640-1778. Consolidamento e repressione delle rivolte delle popolazioni locali;
- 1850-1860. Conquista dall’Amur alla Manciuria e delimitazione dei confini con la Cina (Trattati di Aigun e Pechino più noti come “Trattati Ineguali”);
- 1865-1885. Conquista dell’Asia Centrale.
Questa formidabile espansione, che aveva creato serie apprensioni nelle cancellerie europee, ebbe però una fine molto brusca. Infatti, a partire dal 1904, la Russia, dopo aver minacciato i domini indiani della Gran Bretagna e strappato alla Sublime Porta quasi tutti i suoi territori europei, subì una serie di disfatte:
- guerra con il Giappone (1904-5) che comportò la rinuncia alla Manciuria e alla penisola del Liao Tung, con l’annessa base navale di Port Artur;
- guerra contro gli Imperi Centrali/Prima Guerra Mondiale, (1914-17), in cui l’offensivismo ad ogni costo dei Russi causò perdite enormi di uomini, costringendo l’esercito dello Zar all’abbandono della Polonia e dando origine alle rivolte interne che culminarono nella “Rivoluzione di Ottobre” 1917;
- guerra civile (1917-1922) tra i Bolscevichi e i “Russi Bianchi”, le armate fedeli al deposto zar Nicola II.
Da queste tragedie nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, più nota con il suo acronimo URSS.
Storia dell’URSS
L’Unione Sovietica, dopo il suo trionfo, cercò di espandere la rivoluzione in tutto il mondo, ma, di fronte all’opposizione dei Paesi europei, che l’avevano messa sotto embargo, dovette rinunciarvi (1923) decretando il «Socialismo in un solo Paese», anche per ricostruire la Nazione su nuove basi, non lesinando in azioni di notevole violenza; in particolare, è passato alla Storia il cosiddetto “Holomodor”, la strage per fame della popolazione, per colpire quella fascia di piccoli proprietari ucraini, che resistevano alla collettivizzazione delle terre.
Si calcola che i morti siano stati tra i 1,5 e i 4 milioni di persone. Altre stime arrivano a cifre ancora maggiori, ma la verifica è difficile, visto che i risultati del censimento del 1937 furono secretati da Stalin, anche se l’evento è stato riconosciuto anche a livello delle Nazioni Unite.
L’alleanza tra questa e la Germania, per invadere la Polonia nel 1939, creò le premesse per una dominazione del mondo da parte dello Heartland, ma questa alleanza non poteva durare, e le profezie di Mackinder sulla capacità tedesca di sottomettere la Russia, o di dominare il mondo insieme a lei, non si avverarono.
In effetti, l’occupazione da parte della Germania dell’intera penisola balcanica convinse Stalin a passare nel campo alleato. Purtroppo per lui, i preparativi dell’Armata Rossa per attaccare la Germania furono ben presto scoperti e la Germania, con l’Operazione Barbarossa, invase il territorio russo, catturando enormi quantitativi di materiale bellico, una perdita che, per essere rimpiazzata, grazie alle donazioni degli Alleati anglo-americani, richiese circa due anni. Solo nel 1943, quindi, iniziò la controffensiva sovietica che si concluse a Berlino nel 1945.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica estese la propria area di influenza su tutta l’Europa centro-orientale, annettendo le Repubbliche Baltiche e creando un’alleanza, nota come “Patto di Varsavia” composta dai Paesi dell’Europa Centro-Orientale che erano stati occupati dall’Armata Rossa. Ma le perdite umane durante la Seconda Guerra Mondiale erano state pesantissime (27 milioni tra civili e militari) e i governi del Paese ebbero difficoltà a invertire la tendenza demografica dell’URSS.
Gli ulteriori tentativi sovietici di espandere la propria influenza nel mondo furono contenuti dalle potenze marittime della NATO, fino alla clamorosa implosione dell’Unione Sovietica del 1991.
Storia della Federazione russa
Nel 1991, l’implosione dell’URSS, unita allo scioglimento del Patto di Varsavia, la causa prima della perdita di influenza sull’Europa Centro-Orientale, comportò smembramento dell’Unione e la nascita delle seguenti Repubbliche e/o Regioni:
- Stati Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania);
- Bielorussia;
- Ucraina;
- Moldavia e Transnistria;
- Repubbliche dell’Asia Centrale (Kazakstan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan);
- Caucaso (Armenia, Georgia, Azerbaijan).
Non a caso, il presidente russo “Putin aveva, nel 2004, definito il collasso del Paese in cui era nato come la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo, e negli anni successivi il presidente russo si è configurato sempre di più come un leader post-traumatico, che attingeva la sua legittimità da quel momento di shock e formulava la sua missione come un tentativo di rimediarvi”[57].
La Russia in cifre
Per capire le ragioni che hanno spinto il Presidente Putin a rilasciare la dichiarazione appena citata, alcune cifre sono necessarie.
Anzitutto, la superficie del territorio della Federazione Russa è pari a 17,1 milioni di chilometri quadrati, a fronte dei 22,4 milioni di Km² dell’URSS, una riduzione del 24% rispetto al passato. Nonostante ciò, la Federazione russa rimane lo Stato più esteso al mondo.
Il PIL della Russia, invece, è il dato che ha subito meno variazioni, avendo raggiunto nel 2024 la cifra di 2,2 migliaia di miliardi di $, a fronte dei 2,66 migliaia di miliardi di $ dell’URSS al suo massimo. Ma queste cifre mostrano una delle principali debolezze della Russia. Infatti, basta confrontare queste cifre con il PIL dell’Italia, sempre nel 2024, che è stato pari a 2,37 migliaia di miliardi di $.
La Russia, quindi, con un PIL dello stesso ordine di quello del nostro Paese si atteggia a Grande Potenza e scatena guerre di conquista (o riconquista, secondo la sua leadership), senza avere la necessaria potenza economica.
Ma il problema maggiore della Russia è un altro: la guerra in corso contro l’Ucraina, che secondo alcune stime ha causato finora oltre un milione tra morti e feriti russi, è destinata a incidere sulla popolazione che, oggi, è già scarsa, essendo pari a 143,5 milioni di abitanti, a fronte dei 294,1 milioni di abitanti dell’URSS. La densità di popolazione, infatti, è di meno di 9 abitanti per chilometro quadrato, ed è destinata a peggiorare, non solo a causa dei morti in guerra, ma anche per la fuga di decine di migliaia di cittadini della Russia europea, per sfuggire all’arruolamento forzato, un fatto destinato a rendere ancora più basso il tasso di natalità del Paese.
Come osserva uno studioso contemporaneo, “in Patria, la Russia fronteggia molte sfide, non ultima quella demografica. Il netto declino della crescita della popolazione potrebbe essersi arrestato, (in effetti, la popolazione, fino al 2020, è rimasta alla stessa consistenza numerica), ma essa rimane un problema. L’aspettativa media di vita per un Russo è al di sotto dei 65 anni, ponendo la Russia nella metà inferiore rispetto ai 193 Stati membri dell’ONU”[58] per quanto concerne questo parametro.
In definitiva, la Russia è un Paese scarsamente abitato, che può subire immigrazioni di massa, come sta già avvenendo in Siberia, con il rischio che prima o poi i suoi vicini rivendichino ampie porzioni del suo sottosuolo, ricco di risorse estrattive, dall’oro ad altri minerali pregiati, e soprattutto gas e combustibili fossili.
Conclusioni
Dopo questa panoramica degli scritti dei classici della geopolitica e geo-strategia sulla Russia, seguita dal pur breve e schematico resoconto sulla Storia della Russia e quindi dalle cifre della sua situazione geografica, economica e demografica, è necessario trarre alcune conclusioni. Anzitutto, la Russia occupa una posizione centrale, che le permette di agire in tutte le direzioni, ma anche a doversi difendere a 360°.
La conformazione del suo territorio europeo, per secoli, è stata caratterizzata da una serie di foreste e paludi al nord, e da una vasta distesa di steppe al sud, in comunicazione con l’Asia Centrale, attraverso l’ampio passaggio tra i monti Urali e il mar Caspio.
A causa della mancanza di ostacoli orografici nella sua parte meridionale, stepposa, le sue vulnerabilità esterne provengono, storicamente, da Est, ma l’assenza di confini difendibili ad ovest e a nord l’ha obbligata, per secoli, a cedere spazio per difendersi, in caso di invasione. Va detto, però, che questa capacità di poter logorare l’avversario, facendolo avanzare nelle enormi distese pianeggianti russe, ha portato alla sconfitta prima Carlo XII di Svezia (1709), poi Napoleone (1812) e infine Hitler (1941-45).
In tempo di pace, però, per evitare il ripetersi di queste invasioni, la Russia ha storicamente cercato di occupare più territori possibile di Paesi confinanti, per acquisire maggiore profondità strategica, anche a costo di vessare le popolazioni delle aree occupate.
Il secondo aspetto riguarda la lontananza dalle acque oceaniche. Isolata com’è dal mare aperto, la Russia ha cercato da sempre di controllare gli stretti ed i passaggi obbligati che sono per lei una specie di «Forche Caudine» (Dardanelli, Skagerrak, Catena delle Curili) e, in generale, di accedere ai mari caldi e alle distese oceaniche, spingendosi con le sue conquiste verso Sud.
Il terzo aspetto riguarda il popolo russo, fatalista e paziente, che sopporta tutto fino al momento in cui esplode (vds. 1917 e 1991). Il fatto che non vi siano state ancora rivolte per gli scarsi esiti dell’invasione dell’Ucraina e per il notevole numero di perdite umane in battaglia non può portare, però, alla conclusione che un’ulteriore esplosione interna sia improbabile. Il rischio, in sintesi, può essere un ulteriore smembramento della Federazione Russa, che finirebbe sminuzzata.
Si è già parlato della scarsa densità della popolazione russa. Questa vulnerabilità può portare a conseguenze catastrofiche. Infatti, le ricchezze del sottosuolo della Russia asiatica, non ancora sfruttate appieno per mancanza di popolazione, fanno gola alla Cina, che le ha ceduto immensi territori (350.000 miglia quadrate) nel XIX secolo, durante quello che la leadership di Pechino chiama “Il Secolo dell’umiliazione”. Non a caso, l’unico Paese che non ha ancora restituito alla Cina i territori strappati con i “Trattati Ineguali” è proprio la Russia.
In definitiva, nubi oscure si affacciano all’orizzonte della Federazione Russa, che si sta indebolendo sempre più a causa del proprio eccesso di assertività. Vi sono, infatti, serie possibilità che il mondo debba assistere, presto o tardi, all’ennesima implosione del Paese, con il rischio che questa volta la storica resilienza del suo popolo sia messa a dura prova.
[1] K. HAUSHOFER, De la Géopolitique. Ed. Fayard, 1986, pag. 102.
[2] Frase probabilmente apocrifa, in quanto mai corroborata né dall’interessato, né dai suoi discendenti.
[3] P. CÉLÉRIER, Géopolitique et Géostratégie. Ed. Presses Universitaires de France, 1955, pag. 87.
[4] H. COUTAU-BÉGARIE, Traité de Stratégie. Ed. Economica, 2006, pag. 753.
[5] P. CÉLÉRIER. Op. cit. pag. 5.
[6] H. COUTAU-BÉGARIE, Op. cit. pag. 701.
[7] H. COUTAU-BÉGARIE. Op. cit. pag. 709.
[8] Friederich Ratzel (1944-1904) fu un geografo tedesco, autore del libro “Antropogeographie” ritenuto il precursore degli studi di geopolitica.
[9] K. HAUSHOFER, Op. cit. pag. 100.
[10] H. J.MACKINDER, The Geographical Pivot of History. In The Geographical Journal, Vol. 23 N° 4 (April 1904) pagg. 422-423
[11] Ibid, pag. 424.
[12] Ibid, pag. 429.
[13] Ibid, pag. 427.
[14] Ibid.
[15] Ibid. pag. 433.
[16] Ibid.
[17] Ibid, pagg. 434 – 435.
[18] Ibid. pag. 436.
[19] H.J.MACKINDER, Democratic Ideals and Reality; a study in the Politics of Reconstruction. Ed. Bibliolife, 1919, pag. 81.
[20] Ibid. pag. 96.
[21] Ibid. pag. 148.
[22] Ibid. pag. 178.
[23] Ibid, pag. 193.
[24] Ibid, pag. 205.
[25] Ibid, pag. 204-205.
[26] N. J. SPYKMAN, America’s Strategy in World Politics. Ed. Transaction Publishers, 1942, pag. 182.
[27] Ibid, pag. 183.
[28] Ibid, pag. 194.
[29] Ibid, pag. 198.
[30] Ibid, pag. 184.
[31] Ibid, pag. 460.
[32] P. CÉLÉRIER, Géopolitique et Géostratégie. Presses Universitaires de France, 1955, pag. 27.
[33] Ibid, pag. 16.
[34] Ibid, pagg. 31-32.
[35] Ibid, pag. 32.
[36] Ibid, pag. 50.
[37] Ibid.
[38] S.G. GORSHKOV, The Sea Power of the State. Ed. Pergamon Press, 1979, pag. x
[39] Ibid.
[40] Ibid.
[41] Ibid. pag. 180.
[42] Ibid, pagg. 247-248.
[43] Ibid, pag. 252.
[44] Ibid, pag.183.
[45] Ibid.
[46] R.D. KAPLAN, The Revenge of Geography. Ed. Random House, 2012, pag. 155.
[47] Ibid.
[48] Ibid, pag. 159.
[49] Ibid, pag. 160.
[50] Ibid, pag. 155.
[51] Ibid. pag. 155.
[52] Ibid, pag. 160.
[53] Ibid. pag. 158.
[54] Ibid, pagg. 168-169
[55] Ibid, pag. 171.
[56] G. ROSSI, Russofobia, due secoli di “fake news”. Blog, Il Giornale.it, 6 gennaio 2017.
[57] A. ZAFESOVA, La “sciagura storica”: Putin e l’eredità dell’ideologia sovietica. In Affari Internazionali, 18 dicembre 2021.
[58] T. MARSHALL, Prisoners of Geography. Ed. Elliott and Thompson, 2015, pag. 31.



