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In che modo i curdi rivestono un interesse geopolitico per Gerusalemme?
Salvatore Ronzo
- Introduzione: perché i curdi oggi sono tornati centrali.
Sono ormai diversi anni che il Kurdistan iracheno è tornato al centro dell’attenzione dei principali attori regionali e globali assumendo un rilievo geopolitico che va ben oltre il suo peso demografico ed economico.
In particolare, per Israele il Kurdistan iracheno rappresenta uno dei pochi spazi geopolitici della regione non apertamente ostili collocati lungo l’arco strategico che dall’Iran si estende fino al Mediterraneo orientale. La progressiva erosione degli equilibri regionali successiva all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il conseguente confronto diretto con Teheran hanno ulteriormente accresciuto l’interesse di Gerusalemme verso i curdi, considerati potenziali partner regionali in grado di contribuire, seppur indirettamente, al contenimento della proiezione regionale iraniana.
L’analisi che segue, però, non può prescindere da una preliminare riflessione sulla caratteristica saliente della politica curda che continua ad essere segnata da una frammentazione strutturale che contrasta con le esigenze strategiche di un’area altamente esposta a pressioni esterne. I curdi, storicamente dispersi tra più entità statuali, hanno infatti sviluppato dinamiche conflittuali interne che, nel tempo, sono state sfruttate da potenze regionali quali Turchia e Iran, nonché attori esterni come gli Stati Uniti e lo stesso governo centrale iracheno per accrescere la propria influenza in quel delicato quadrante.
In questo quadro, il Kurdistan iracheno costituisce un caso emblematico: pur rimanendo formalmente parte integrante dello Stato iracheno, si configura come un’entità largamente autonoma da Baghdad, abitata da poco più di cinque milioni di curdi[1] ed articolata nei governatorati di Erbil, Sulaymaniyah e Duhok.
L’autonomia progressivamente acquisita dai curdi iracheni, al termine di un lungo ciclo di conflitti e negoziati con il potere centrale, ha rappresentato un passaggio decisivo nel più ampio progetto politico orientato alla costruzione di una realtà statuale completamente autonoma. In tale prospettiva, il Governo Regionale del Kurdistan (KRG) con sede ad Erbil ha consolidato un sistema di autogoverno dotato di ampi margini di indipendenza politica, amministrativa e di sicurezza rispetto a Baghdad. [2]
Tuttavia, sul piano interno, la rivalità tra il Partito Democratico Curdo (KDP) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) continua a rappresentare il principale elemento di fragilità del sistema curdo-iracheno, favorendo l’inserimento delle potenze regionali intenzionate a utilizzare tali divisioni per accrescere la propria influenza e rafforzare il potere negoziale delle diverse fazioni.
La competizione tra KDP e PUK non costituisce soltanto una dinamica interna al sistema politico curdo, ma rappresenta anche uno dei principali canali attraverso i quali Turchia, Iran e le potenze occidentali esercitano la propria influenza nel nord dell’Iraq.
Il KDP — storicamente radicato nei governatorati di Duhok ed Erbil — ha infatti progressivamente consolidato una convergenza strategica con la Turchia, funzionale sia al rafforzamento del controllo territoriale sia al contenimento della presenza e dell’influenza del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e che le organizzazioni ad esso affiliate consolidino una continuità politico-militare tra Iraq, Siria e Turchia. Solo in via subordinata contribuisce a limitare la capacità di penetrazione iraniana nel nord dell’Iraq.[3]
Parallelamente, Teheran ha mantenuto un approccio pragmatico nei confronti della Turchia, tollerandone — e talvolta favorendone — l’attivismo anti-curdo, sia per contenere le pressioni statunitensi sia per evitare l’estensione del fronte ostile regionale, ritenendo altresì prioritario impedire che Ankara consolidi una posizione egemonica nel nord dell’Iraq, preservando una propria capacità di influenza indiretta attraverso le milizie alleate.
E’ proprio all’interno di questa dinamica che la questione curda assume una particolare rilevanza per Israele, sia come possibile fattore di contenimento dell’influenza iraniana sia come elemento di pressione lungo alcune delle principali linee di frizione del Medio Oriente contemporaneo.
- I curdi iracheni: un’alleanza “non araba” sul fronte iraniano.
La questione curda, per Israele, ha progressivamente assunto una valenza strategica più che politico-identitaria. Sebbene i curdi siano da sempre “degli alleati naturali” in quanto considerati una minoranza storicamente marginalizzata (analogamente agli ebrei per gran parte della storia moderna), priva di un proprio Stato e frammentata a partire dal Trattato di Losanna del 1923 che ha dissolto ogni prospettiva di una sovranità statuale unitaria post-ottomana[4], la loro presenza si è configurata come una periferia regionale affidabile, caratterizzata da una significativa autonomia politica, consolidati rapporti con Washington, oltre che da relazioni economiche e militari informali con Gerusalemme.
Sotto il profilo geopolitico si tratta della naturale conseguenza dell’applicazione della “Dottrina della Periferia” elaborata da David Ben-Gurion negli anni Cinquanta, secondo la quale Israele avrebbe dovuto sviluppare relazioni privilegiate con gli attori non arabi della regione, tra cui Turchia, Iran e curdi, al fine di compensare il proprio isolamento strategico nel Medio Oriente arabo.[5]
Impostazione questa che è divenuta ancor più rilevante dopo l’affermazione dell’Iran islamico e il consolidamento dell’autonomia del Kurdistan irachena tanto che il fattore curdo è diventato per Israele un possibile elemento di contenimento della proiezione strategica iraniana lungo l’asse Teheran-Damasco-Beirut.
La prossimità geografica delle aree curde ai confini iraniani ha inoltre attribuito al Kurdistan iracheno un rilevante valore informativo, trasformandolo in un osservatorio privilegiato per monitorare movimenti militari, reti logistiche e attività delle organizzazioni filoiraniane operanti tra Iraq e Siria. [6]
La collaborazione non si è limitata però alla sola dimensione politico–militare, ma si è progressivamente estesa anche al settore economico e, soprattutto, energetico: la crescente autonomia del KRG gli ha consentito di utilizzare le proprie risorse petrolifere per sviluppare una rete di affari con Israele – e diversi paesi occidentali – che è diventato uno dei principali importatori di greggio curdo attraverso i terminali mediterranei quali l’Eilat-Ashkelon Pipeline.[7]
Secondo il Financial Times, tra il 2014 e il 2017 Israele ha acquistato milioni di barili di greggio provenienti dal Kurdistan iracheno e, in alcuni periodi, tali forniture hanno rappresentato una quota particolarmente significativa delle importazioni energetiche israeliane.[8]
La dimensione geoeconomica rappresenta oggi uno dei pilastri della relazione tra il KRG ed Israele soprattutto dopo lo scoppio del conflitto del 28 febbraio poiché sia Israele ma soprattutto gli Stati Uniti hanno interesse a preservare la continuità delle esportazioni petrolifere provenienti dall’Iraq al fine di contenere le accresciute tensioni sui mercati energetici internazionali. Ciò spiega anche la prudenza americana nei confronti delle aspirazioni politiche di Erbil: una rottura con Baghdad rischierebbe di compromettere un equilibrio energetico ritenuto essenziale.
Per i curdi iracheni ne deriva una posizione particolarmente vulnerabile. Pur continuando a dipendere dalla protezione statunitense, essi sono consapevoli dei limiti del sostegno americano al progetto nazionale curdo, già emersi in occasione del referendum per l’indipendenza del 2017. In quel contesto, il sostegno espresso da Benjamin Netanyahu all’indipendenza del Kurdistan rappresentò un’eccezione significativa nel panorama internazionale e fu accolto con favore dagli ambienti filo-Erbil.[9]
Anche la recente richiesta di maggiori garanzie militari da parte di Erbil, rimasta sostanzialmente priva di risposte concrete, conferma che i curdi continuano a essere considerati partner utili ma non strategicamente imprescindibili.
Teheran sa bene che condizionare il governatorato di Erbil significa incidere contemporaneamente sugli interessi americani, sulle proiezioni israeliane e sulle rotte energetiche del nord Iraq. Per questo motivo, gli attacchi condotti in quell’area nel marzo scorso possono essere letti anche come un messaggio rivolto non soltanto ai curdi iracheni, ma indirettamente agli Stati Uniti e ad Israele, entrambi interessati alla stabilità politica e alla sicurezza delle infrastrutture energetiche del nord Iraq.
L’attacco contro Erbil conferma come il conflitto mediorientale abbia ormai superato i tradizionali fronti di guerra, estendendosi anche alle periferie strategiche della regione. Ciò consente di comprendere come il Kurdistan iracheno non rappresenti più una semplice retrovia geografica, ma uno snodo nel quale si intrecciano questioni di sicurezza, interessi energetici, attività di intelligence e competizione tra potenze regionali. Ne deriva un quadro nel quale gli equilibri del Medio Oriente non si misurano più soltanto nei centri tradizionali del potere politico e militare, ma anche nella capacità di controllare quelle aree periferiche che sempre più spesso si trasformano in fattori decisivi della competizione geopolitica.[10]
- I Curdi iraniani come leva strategica contro il regime di Teheran?
Sul fronte iraniano, la questione curda assume una valenza differente rispetto a quella descritta per l’Iraq. Infatti, i gruppi curdi attivi nelle province occidentali della Repubblica Islamica – tra cui il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI), il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK) e il Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK)[11] – non rappresentano un’entità politico-territoriale autonoma, bensì una componente periferica che, per la sua posizione geografica e per la storica contrapposizione a Teheran, potrebbe rivelarsi un fattore di pressione nei confronti del regime.
La rilevanza strategica di tali organizzazioni deriva non tanto dalla loro forza militare quanto dalla loro collocazione geografica lungo una delle aree periferiche più vulnerabili della Repubblica islamica, posta a ridosso del confine con l’Iraq e in prossimità delle direttrici che collegano Teheran al Levante.[12]
L’utilità di tali organizzazioni nell’ambito di strategie di pressione indiretta o di contenimento adottate da attori esterni deriva anche dalla loro capacità di operare lungo un confine particolarmente sensibile e di agire in un’area nella quale il controllo iraniano risulta maggiormente esposto ad infiltrazioni e attività transfrontaliere.
A tal proposito è opportuno ricordare che, nei primi giorni del conflitto, i bombardamenti condotti da Israele e dagli Stati Uniti hanno interessato anche diverse aree dell’Iran occidentale caratterizzate da una significativa presenza curda. Tale circostanza ha alimentato l’ipotesi che queste operazioni potessero contribuire ad aumentare la pressione sul sistema di difesa iraniano in quelle province, contribuendo ad aumentare la pressione sul sistema da parte di gruppi ostili a Teheran. Allo stato delle informazioni disponibili, tuttavia, non emergono elementi sufficienti per affermare l’esistenza di un coordinamento operativo diretto tra le forze che hanno condotto gli attacchi e le organizzazioni curde attive sul territorio iraniano.[13]
Pur in assenza di elementi pubblicamente verificabili che consentano di confermare tali ipotesi, è stato affermato che alcuni gruppi curdi operanti lungo il confine tra Iran e Iraq abbiano intrattenuto nel tempo contatti informali con attori occidentali e regionali interessati a monitorare e contenere la proiezione strategica della Repubblica islamica.[14]
Anche per tale ragione, la questione curda potrebbe rappresentare per Israele e Stati Uniti uno strumento di pressione indiretta nei confronti di Teheran; più che favorire un cambiamento di regime, l’obiettivo potrebbe essere quello di costringere la leadership iraniana a ridistribuire uomini, risorse e capacità operative tra il controllo delle aree interne, la gestione delle proprie proiezioni regionali e il confronto con Israele, aumentando così i costi politici, militari e di sicurezza della propria strategia.
La maggiore parte degli analisti ritiene, d’altro canto, che le organizzazioni curde iraniane soffrano di limiti strutturali significativi: frammentazione politica, limitata capacità militare convenzionale, ridotta profondità logistica e difficoltà nel coordinare le proprie attività con altre minoranze etniche presenti nel paese.[15]
Per tali ragioni, i curdi iraniani appaiono come una “forza irregolare” potenzialmente utilizzabile per aumentare i costi strategici sostenuti da Teheran nelle proprie regioni periferiche, senza richiedere un coinvolgimento diretto degli attori esterni.
In definitiva, per Israele il valore geopolitico dei curdi iraniani non risiede nella capacità di rovesciare il regime di Teheran, bensì nella possibilità di contribuire ad accrescere la pressione sulle province periferiche della Repubblica islamica obbligandola a distribuire risorse e capacità operative su una pluralità di fronti simultaneamente, senza indurre Teheran ad una reazione di massa che, attraverso repressioni di “collaborazionisti”, rischierebbe di trasformarli in capri espiatori interni anziché in veri attori del cambiamento politico.[16]
- Conclusioni.
Il 7 giugno scorso, il cessate fuoco entrato in vigore il 17 aprile è stato nuovamente violato, determinando una nuova fase di instabilità rendendo più difficili i negoziati per la ricerca di una tregua stabile nella regione.
A riattivare una fase di conflitto aperto sono stati i raid israeliani sulla capitale libanese (in particolare del 6 e 7 giugno, insieme ai nuovi ordini di evacuazione per Tiro), che hanno provocato la reazione di Teheran. A complicare ancor più lo scenario è stata anche la ripresa dei bombardamenti USA sul territorio iraniano del 10 giugno con la conseguente risposta di Teheran.
Nonostante la ripresa dei combattimenti nella notte tra l’11 e il 12 giugno (ora italiana), il Presidente Trump [17] ha dichiarato che un accordo per porre fine alla guerra con Teheran era stato trovato e che la sua firma era imminente.[18]
Da un punto di vista geopolitico ciò conferma l’ipotesi che il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti sembra essersi trasformato in una crisi regionale a bassa intensità ma ad elevata persistenza, caratterizzata dall’alternanza tra cessate il fuoco temporanei, operazioni militari limitate e costante competizione strategica.
In questa prospettiva anche alcuni centri di analisi strategica evidenziano come la crisi in corso non debba essere interpretata come un semplice episodio contingente, bensì come una fase di ridefinizione degli equilibri regionali, nella quale deterrenza, profondità strategica, controllo delle rotte energetiche e sicurezza delle periferie assumono un peso crescente nella competizione tra le potenze in Medio Oriente.[19]
Tale analisi trova sostegno dalla nuova postura di Israele che, dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, ha progressivamente adottato una visione della sicurezza regionale fondata sulla “neutralizzazione preventiva” di ogni minaccia potenzialmente in grado di comprometterne la sicurezza nazionale. L’obiettivo non è più soltanto contenere gli avversari, ma impedire che essi possano sviluppare capacità militari, convenzionali o asimmetriche, tali da alterare gli equilibri strategici a sfavore di Gerusalemme. In questa logica si inseriscono le operazioni militari condotte a Gaza, in Libano e contro l’Iran, finalizzate anche a ristabilire una capacità di deterrenza fortemente messa in discussione dagli eventi del 7 ottobre.
In tale visione, l’Iran continua a rappresentare il principale avversario strategico di Israele. La rete di alleanze e organizzazioni armate sviluppata da Teheran tra Libano, Siria, Iraq, Yemen e Gaza, unitamente all’avanzamento del programma nucleare iraniano, è stata ed è ancora percepita dalla leadership israeliana come un sistema di accerchiamento volto a limitarne la libertà di azione e a eroderne progressivamente la superiorità strategica.
È in questo quadro che va collocata la possibile valorizzazione della componente curda. In tale prospettiva i curdi iracheni e quelli iraniani assolvono funzioni differenti ma complementari. I primi rappresentano per Israele un interlocutore politico, economico e informativo collocato in una delle aree più sensibili del Medio Oriente; i secondi costituiscono invece una potenziale leva di pressione indiretta nei confronti della Repubblica islamica, capace di aumentarne i costi di sicurezza nelle regioni periferiche.
Dal punto di vista meramente tattico, l’eventuale attivazione della leva curda potrebbe contribuire ad aumentare la pressione sul fianco occidentale iraniano, costringendo Teheran a impiegare uomini, risorse e capacità di sicurezza su più direttrici contemporaneamente. Tuttavia, tale opzione presenta limiti politici evidenti. La storia della regione dimostra che l’utilizzo delle minoranze armate come leve geopolitiche raramente produce nuovi equilibri stabili e genera più spesso dinamiche di instabilità prolungata, repressione e aspettative disattese.
Per questa ragione il ruolo dei curdi va interpretato soprattutto all’interno di una “strategia di logoramento e contenimento dell’Iran”, piuttosto che come il presupposto per un immediato cambiamento di regime. Essi possono contribuire ad aumentare i costi strategici sostenuti da Teheran e a complicarne il processo decisionale, ma non sembrano in grado di determinare, da soli, una trasformazione degli assetti politici della Repubblica islamica.
La loro funzione rimane quindi quella di un attore periferico ma strategicamente rilevante: sufficientemente importante da essere corteggiato dalle potenze regionali e globali, ma al tempo stesso sufficientemente vulnerabile da rischiare di diventare una variabile sacrificabile nel più ampio confronto tra Israele, Stati Uniti e Iran.
Proprio in questa ambivalenza risiede il loro interesse geopolitico per Gerusalemme: più che un alleato militare tradizionale, il mondo curdo rappresenta una leva indiretta di contenimento dell’influenza iraniana. In un Medio Oriente sempre più frammentato, la questione curda non appare come un capitolo secondario del confronto tra Israele e Iran, bensì come una delle variabili attraverso la quale si misura la capacità delle potenze regionali di proiettare influenza oltre i propri confini. I curdi, per le ragioni illustrate, non possiedono la forza necessaria per determinare autonomamente l’esito del confronto, ma possono incidere sugli equilibri strategici in misura superiore al loro peso militare effettivo. Per Israele ciò significa disporre di una leva indiretta capace di aumentare la pressione sull’Iran senza aprire necessariamente nuovi fronti convenzionali.
Resta però un interrogativo aperto: verificare se l’utilizzo di questa leva sia realmente in grado di produrre degli effetti duraturi sugli equilibri regionali o se, al contrario, sia destinata ad alimentare ulteriormente la frammentazione di un Medio Oriente già caratterizzato da un’instabilità crescente e dove i rapporti di forza sono ancora tutti da definire.
[1] House of Commons Library. Kurdistan Region of Iraq: Introductory Profile «Research Briefing CBP-10398 », 5 Dec. 2025 pp. 4-5, disponibile in https://researchbriefings.files.parliament.uk/documents/CBP-10398/CBP-10398.pdf.
[2] Palazzo G. “Geopolitica del Kurdistan iracheno: dinamiche interne e interessi regionali” in CESI del 21.03 2021 disponibile in https://www.cesi-italia.org/it/articoli/geopolitica-del-kurdistan-iracheno-dinamiche-interne-e-interessi-regionali
[3] Mandiraci B. “Turkey’s PKK Conflict: A Regional Battleground in Flux” disponibile in https://www.crisisgroup.org/cmt/europe-central-asia/turkiye/turkeys-pkk-conflict-regional-battleground-flux
[4]Il Trattato di Losanna del 1923 consolidò la cornice statuale che lasciò i curdi senza un riconoscimento politico unitario, frammentandoli entro confini diversi e chiudendo la prospettiva di uno Stato o di un’autonomia internazionale che il precedente trattato di Sèvres del 1920 aveva soltanto abbozzato. Per la diaspora curda, quella decisione segnò l’inizio di una condizione strutturale di dispersione: non solo l’esilio geografico, ma anche la difficoltà di tradurre una memoria nazionale condivisa in rappresentanza politica coerente, sospesa tra Stati diversi.
[5] Alpher Y. “Periphery: Israel’s Search for Middle East Allies” Lanham: Rowman & Littlefield, 2015, pp. 7-9. disponibile in https://www.rahs-open-lid.com/wp-content/uploads/2024/01/Alpher-Yossi-Periphery_-Israel_s-Search-for-Middle-East-Allies-Rowman-_-Littlefield-2015.pdf
[6] Tranchina S. “Israele, i curdi e la gerarchia delle priorità” Bet magazine Mosaico disponibile in https://www.mosaico-cem.it/attualita-e-news/mondo/israele-i-curdi-e-la-gerarchia-delle-priorita/
[7] NdR. La Trans-Israel Pipeline, nota anche come Eilat-Ashkelon Pipeline o Europe-Asia Pipeline, è un oleodotto che collega il Golfo di Aqaba, sul Mar Rosso, al Mediterraneo attraverso un tracciato di circa 254 chilometri, consentendo il trasferimento di greggio tra il porto di Eilat e quello di Ashkelon. Realizzata originariamente per il trasporto del petrolio iraniano verso Israele e i mercati europei, l’infrastruttura conserva ancora oggi una rilevante funzione geopolitica ed energetica.
[8] Hoyos, C. “How Kurdish Oil Found Its Way to Israel.” Financial Times “https://www.ft.com/content/150f00cc-472c-11e5-af2f-4d6e0e5eda22?syn-25a6b1a6=1 e «Israel said to import $1 billion in oil from Iraqi Kurds » https://www.timesofisrael.com/report-israel-imported-1-billion-in-oil-from-iraqi-kurds/
[9] https://www.limesonline.com/dossier/strillone-beirut-rassegna-mediorientale/israele-sostiene-l-indipendenza-del-kurdistan-iracheno-14681280/
[10] Gagliano g. “Kurdistan iracheno: Teheran manda un messaggio a Washington colpendo una base dei peshmerga nella provincia di Erbil” Report Difesa disponibile in https://www.reportdifesa.it/kurdistan-iracheno-teheran-manda-un-messaggio-a-washington-colpendo-una-base-dei-peshmerga-nella-provincia-di-erbil/
[11] UK Home Office. «Iran: Kurds and Kurdish Political Groups. Country Policy and Information Note» Version 5.0, Oct. 2025. https://assets.publishing.service.gov.uk/media/68e3be2d49e17d00a56ffe1f/IRN%2BCPIN%2BKurds%2Band%2BKurdish%2Bpolitical%2Bgroups.pdf.
[12] Gunter M. “The Factors Behind Rebellion in Iranian Kurdistan.” Combating Terrorism Center at West Point, 2010. disponibile in https://ctc.westpoint.edu/the-factors-behind-rebellion-in-iranian-kurdistan/.
[13]https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/03/04/news/trump-e-netanyahu-vogliono-mobilitare-i-curdi-contro-l-iran-8737210
[14] Stewart, P, et al. “Trump’s Mixed Messages and Iran’s Bombs Kept the Kurds Out of the War.” Reuters, 8 Apr. 2026. https://www.reuters.com/investigations/trumps-mixed-messages-irans-bombs-kept-kurds-out-war-2026-04-08/.
[15] Barkey Henri J.. “Are the Kurds in Iran Capable of Challenging the Islamic Regime?” Council on Foreign Relations, 6 Mar. 2026, disponibile in https://www.cfr.org/articles/are-iranian-kurds-capable-of-challenging-the-islamic-regime.
[16] Muratore A. “Iran, Usa e Israele accarezzano l’ipotesi curda: Il piano per spaccare il Paese”. disponibile in https://it.insideover.com/guerra/iran-usa-e-israele-accarezzano-lipotesi-curda-il-piano-per-spaccare-il-paese.html/amp
[17] https://www.agi.it/estero/news/2026-06-12/iran-trump-notizie-12-giugno-37512890/
[18]Il Memorandum firmato è articolato su 14 punti e prende in esame gli aspetti più delicati che sono alla base del conflitto che saranno oggetto di negoziazione nei prossimi 60 giorni. Per un eventuale approfondimento si rimanda a Galiano G. “Guerra Usa-Iran: il Golfo dopo la tempesta. La tregua che può cambiare il Medio Oriente. L’intesa non chiude la partita ma ridisegna il campo di gioco.” In Report Difesa disponibile in https://www.reportdifesa.it/guerra-usa-iran-il-golfo-dopo-la-tempesta-la-tregua-che-puo-cambiare-il-medio-oriente-lintesa-non-chiude-la-partita-ma-ridisegna-il-campo-di-gioco/
[19] https://www.ispionline.it/en/publication/the-gcc-amid-regional-war-cohesion-or-fragmentation-237058


