scarica il file in pdf – somaliland – agosto 2026 – latini
Somaliland, ordine post-statale e sicurezza del Mediterraneo allargato – La restaurazione di Kasch
Parte Prima: Morfologia di popoli e il Grande Gioco nel Corno d’Africa
Luca Latini
Abstract: Il presente saggio offre una disamina critica e multilivello della parabola politica del Somaliland, analizzando il contrasto tra la sua consolidata stabilità interna e il persistente isolamento de jure nell’arena internazionale. Partendo dalla ricostruzione storica del collasso delle istituzioni centrali somale, lo studio approfondisce l’emergere del modello di governabilità ibrida che caratterizza Hargeysa, fondato sulla sintesi originale tra strutture statali moderne e autorità tradizionali claniche.
L’analisi sposta poi il focus sulle criticità contemporanee, bilanciando l’esame delle fragilità interne e delle dispute territoriali ai confini con lo studio del nuovo posizionamento geostrategico del territorio. In questo contesto, l’accesso alle rotte marittime del Mar Rosso e del Golfo di Aden trasforma il Somaliland in uno snodo fondamentale per le dinamiche di sicurezza, terrorismo competizione infrastrutturale del Corno d’Africa.
Premessa
Kasch non è un luogo. È una condizione d’essere che una data collettività assume prima di qualunque narrazione. E questa condizione esiste e sussiste nel “precipitato” dei popoli, leggasi anche sostrato invisibile che non si vede ma che ne fabbrica ineluttabilmente eventi e risvolti. Già le ricerche dell’antropologo tedesco Leo Frobenius avevano saggiato la realtà di una localizzazione porosa ed estremamente labile, testimonianza di una solenne genealogia tracciatagli sulle sabbie dal cammelliere Arach ben Hassul: «Questo è For (Darfur); questo è Napht (Napata, Jebel Barkal, Sudan). For era figlio di Napht. Questo è Habesh (Abissinia). Napht era figlio di Abesh. Questo è Kasch. Habesch e suo fratello Masr (Egitto) erano i figli di Kasch. Kasch era il mahdi del Kordofan (Sudan). Era venuto da lontano, di là dal mare[1]».
Tra le successioni di nomi che metonimicamente impersonano popoli, Kasch manifesta già da subito la sua natura mutevole e ondosa. Di là dal mare. Localizzarne l’origine è cosa estremamente complessa. Tuttavia è esattamente in quel mare, nella fattispecie sul Corno d’Africa, che la storia del mitico regno di Kasch si ascrive in tutta la sua complessa tragicità. Senza tracciare una sequenza filogenetica dei popoli in questione, né decriptare escatologicamente la sequela di simboli che ne popolano le vicende, occorre piuttosto indagare le condizioni d’essere che in questa data area del mondo sembrano destinate a ripresentarsi, mutando ogni volta solo le loro vesti ma non il tramestio di fondo.
Elemento fondativo della regalità ereditata dalle popolazioni dell’Africa Orientale è il sacrificio del capo, atto che si impone quale elemento essenziale della stessa. Il re “sacro” regnava sul popolo, appartato, velato e inconoscibile, ammantato da un’aura ineffabile. La storia più celebre di questa tradizione è la rovina del regno di Kasch. Un giorno però, all’uccisione regale del re seguì, per sostituzione, il racconto. Appena ultimata la “notte dei tempi”, giunse un mitico viandante, tale Far li Mas, che al fine di rimuovere dall’ultimo re Akaf l’inesorabile destino di essere vittima sacrificale (nonché soggetto sacrificante), trascinò nel deliquio i sacerdoti predisposti al rito mediante il racconto di storie. Questo grazie alla sottile capacità da parte di Far li Mas di eclissare loro l’osservazione degli astri – premessa condizionale per fissare i tempi dell’uccisione del re. Il rito venne perciò sostituito dalla narrazione. Kasch raggiunse il suo apogeo di potere e prosperità grazie alla sopravvivenza del re e all’abilità del suo precipuo nuovo consigliere Far Li Mas: per poi essere preda dei nemici passata appena una generazione. Se, come suggerisce Calasso[2], la modernità è il tempo della rovina in cui il legame tra rito e potere si è spezzato, il Somaliland rappresenta un tentativo anacronistico e potente di “restaurazione”. Non si tratta del ritorno a un passato polveroso, ma della ricostruzione di una legittimità politica ben distante dal concetto di legalità internazionale; legittimità che passa attraverso il consenso dei Guurti, gli anziani custodi del rito.
Il Somaliland sfida il disordine dell’entropia somala opponendo non una legalità imposta dall’alto (e dall’esterno), ma una legittimità cerimoniale e pragmatica che trasforma la polvere delle rovine post-belliche in un’architettura statuale di fatto. Sebbene non vi sia alcuna cerimonia che preveda il sacrificio umano di un re in quel del Corno d’Africa, tale principio, per una crudele analogia, si è abbattuto su grandi maglie della popolazione Isaaq (etnia principale dell’autoproclamata Repubblica di Somaliland) durante le pulizie etniche del regime di Siad Barre.
Dunque l’esecuzione “rituale” si è fatta di nuovo premessa e condizione della mitopoiesi con cui “Karsh” ha cooptato la propria restaurazione. Quest’ultima non fondata sul principio di legalità, perché tale assunto presupporrebbe l’accettazione che un “diritto internazionale” astratto e di cui non si stimano i mittenti debba essere la fonte da cui scaturisce ogni potere, sia esso controllo del territorio che monopolio della forza.
Il Somaliland restaurato vive di legittimità interna, ovvero di tradizione in grado di vivificare la verticale del potere. Al netto di qualunque riconoscimento o ostacolo. Se la rovina di Kasch segna il passaggio dal rito al racconto, il Somaliland contemporaneo si pone come il luogo in cui il racconto, fattosi istituzione, decide di rinunciare alla validazione dello sguardo esterno per farsi sostanza autarchica. Il Somaliland incarna la vittoria della realtà sulla rappresentazione. Mentre la Somalia centrale mantiene il seggio alle Nazioni Unite, la bandiera riconosciuta e il diritto di parola nei consessi internazionali — pur rimanendo spesso un’entità spettrale, incapace di esercitare quella sovranità che pure le viene attribuita per inerzia burocratica — il Somaliland opera nel vuoto pneumatico del non-riconoscimento. È uno Stato che possiede il corpo ma non l’ombra; ha i muscoli della sicurezza, il battito regolare delle tasse, il respiro ritmico delle elezioni, eppure non compare sulla mappa del diritto. È il fantasma di uno Stato che, paradossalmente, è l’unica entità solida in un oceano di finzioni diplomatiche. La modernità ha sempre preteso che l’esistenza di un ente politico dipendesse dal riconoscimento altrui, ovvero da un atto di narrazione esterna. Il Somaliland opera invece una forma di restaurazione metafisica: accetta l’anomalia come spazio vitale. Non cerca più compulsivamente di “diventare” come gli altri, ma sceglie di “essere” nell’eccezione. Senza negarsi migliorie future, eppure non designando la propria autorità su ciò. In questo senso, la sua legittimità non scende verticalmente da un ufficio di New York o di Bruxelles, ma risale orizzontalmente dalla polvere di Hargeysa, filtrata attraverso il consenso dei Guurti.
Il crollo dello Stato somalo (1991). La fine del regime di Siad Barre. Guerra civile e frammentazione.
Il crollo dello Stato della Somalia nel 1991 affonda le proprie radici nella fragilità istituzionale del periodo post-coloniale e nella lunga parabola autoritaria del regime di Siad Barre. Dopo la sconfitta italiana nella Seconda Guerra Mondiale, il territorio dell’ex Somalia italiana fu affidato all’Italia come Amministrazione Fiduciaria (AFIS) tra il 1950 e il 1960, sotto supervisione delle Nazioni Unite, con il compito di preparare il Paese all’indipendenza. In questo contesto, dunque, si formarono molti quadri amministrativi e militari somali, tra cui lo stesso Barre, che frequentò corsi militari in Italia dal 1952 al 1954 (Scuola allievi Sottufficiali Carabinieri di Firenze), successivamente promosso a maggiore appena rientrato a Mogadiscio e poi eretto a generale dell’esercito nel 1966, sotto la presidenza di Abdirashid Ali Shermarke, un Darod del sottoclan Majeerteen, principale gruppo tribale attivo nell’attuale regione nord orientale del paese: il Puntland.
La presenza di Shermarke ai vertici dello Stato rafforzava il peso politico dei Majeerteen ma non trasformava interamente la Somalia in uno “Stato clanico Darod”: troppi gli interessi potenzialmente confliggenti fuori dal tavolo in un contesto dove il sistema clanico e internazionale obbligava a coalizioni trasversali e attente sia ai desiderata di Mosca e non ostili a quelli di Washington, spettatore da sempre interessato alle vicende che aleggiano sul Golfo di Aden. Tuttavia, Shermarke fu ucciso il 15 ottobre del 1969 da una sua guardia del corpo.
Il colpo di Stato del 21 ottobre dello stesso anno segnò l’instaurazione di un regime militare che si autodefinì ispirato al “socialismo scientifico”, inizialmente vicino all’Unione Sovietica. Artefice: Siad Barre, Darod anch’egli ma del sottoclan Marehan, da sempre prospiciente per una trazione massimalista al potere.
Il nuovo governo avviò nazionalizzazioni, campagne di alfabetizzazione e un programma di centralizzazione statale volto formalmente a superare il sistema clanico, consolidando però al contempo un apparato repressivo fondato sulla personalizzazione del potere e sull’uso selettivo delle alleanze claniche. Stretto tra diverse pressioni, l’autocrate optò per un’alleanza con i sottoclan Darod: i Marehan (cuore del potere presidenziale nonché gruppo etnico del Barre), Ogaden e Dulbahante. Questi gruppi occuparono nel giro di un lustro posizioni chiave nell’esercito, nei servizi di sicurezza e nell’amministrazione, accessi privilegiati a risorse statali e incarichi pubblici. Il clan Marehan, in particolare, divenne predominante nelle strutture di sicurezza e nell’apparato repressivo[3]. Ma il rafforzamento del blocco MOD (Marehan, Ogaden e Dulbahante) generò squilibri e risentimenti, sopratutto tra gli Isaaq, tessuto clanico egemone soprattutto nel nord-ovest (oggi Somaliland)[4].
Gli stessi subirono una durissima repressione negli anni ’80, costituendosi nel Somali National Movement (SNM). Target secondari della repressione del regime furono gli Hawiye, inizialmente integrati in parte nel sistema, ma progressivamente alienati negli anni ’80, soprattutto a Mogadiscio. Più complessa la situazione dei Majeerteen, come i Marehan Darod anch’essi, protagonisti di un fallito colpo di Stato del 1978 guidato dagli ufficiali Majeerteen ancora fedeli all’idea somala di Shermarke. Molti fra loro furono epurati. Nonostante la svolta autoritaria, il regime solo nella forma mutò pelle, senza intaccare in modo significativo le tattiche (strategy) delle principali potenze della regione[5].
Il perno del sistema restava comunque la struttura clanica Darod, dunque la regione del Puntland. Dopo la rottura con Mosca in seguito alla guerra dell’Ogaden (1977–1978), il regime si riallineò con il blocco occidentale, mantenendo anche relazioni diplomatiche e programmi di cooperazione con l’Italia in una logica di pragmatismo geopolitico tipica della Guerra Fredda. Tuttavia, la combinazione di autoritarismo, crisi economica, repressione delle opposizioni (in particolare nel nord) e progressiva delegittimazione interna condussero al collasso del sistema: nel gennaio 1991 Barre fu costretto alla fuga e lo Stato somalo si dissolse, lasciando spazio a una guerra civile tra fazioni e a una frammentazione territoriale che avrebbe segnato profondamente la storia politica del Paese nei decenni successivi.
Tali tensioni claniche alimentarono i movimenti ribelli che poi condussero al collasso del regime. Nel gennaio 1991, la fuga di Siad Barre dalla capitale Mogadiscio non fu semplicemente la caduta di un dittatore ma la disgregazione simultanea di tutte le principali strutture statali della Somalia. Artefice principale fu un’alleanza di milizie ribelli guidate dal clan Isaaq tramite il Somali National Movement (SNM) insieme ad altre milizie del nord, del centro e del sud.
L’eredità di Barre fu dunque duplice: da un lato l’annullamento di meccanismi formali di mediazione politica e decisionale, dall’altro l’inculcazione di dinamiche di potere competitive e violente tra i clan. L’assenza di un nucleo centrale di legittimità e controllo consentì alle milizie legate ai clan e ai sottoclan di riappropriarsi delle armi dell’ex esercito e di controllare gradualmente porzioni di territorio. I clan che avevano subito marginalizzazione o repressione da parte del regime di Barre — come gli Isaaq nel nord-ovest e gli Hawiye in alcune aree urbane — trovarono una forte motivazione politica nel rivendicare controllo territoriale, giustizia e risarcimento.
La mancanza di una transizione politica dopo il 1991 portò rapidamente alla frammentazione territoriale della Somalia in unità politiche de facto autonome: Somaliland e Puntland.
Il Somaliland, situato nel nord-ovest, era popolato in larga maggioranza da clan Isaaq e rivendicava la propria indipendenza basandosi non solo su affiliazioni genealogiche, ma anche su un forte senso di identità storica, economica e amministrativa specifica.
Dopo anni di repressione da parte del regime di Barre, il Somaliland promosse una serie di conferenze interclaniche (1991-1997) che portarono alla definizione di istituzioni locali condivise[6]. La conferenza di Burao (teatro di uno dei più violenti bombardamenti da parte di Mogadiscio) tra aprile e maggio del 1991 vide un vasto incontro di rappresentanti clanici e leader del SNM. La delibera promosse un governo ad interim con il mandato di guidare il nuovo ente politico, la cui leadership avrebbe fatto capo ad Abdirahman Ahmed Ali Tur, primo presidente della Repubblica del Somaliland. Sebbene la dichiarazione fosse formalmente un atto di secessione dalla Somalia, essa somigliava più a un atto di restaurazione dello status coloniale precedente all’unità somala del 1960. Il neonato “stato” continuò a registrare picchi di violenza interclanica e istituzioni deboli, con i Guurti (anziani) che intervennero per prevenire la degenerazione in una guerra civile prolungata.
Nel 1992, la prima delle due grandi conferenze dei clan, tenutasi a Sheekh, creò il Guurti nazionale, o consiglio degli anziani, il cui scopo era unire gli anziani di tutti i clan responsabili del controllo delle milizie. La seconda grande conferenza dei clan si tenne a Borama nel 1993, città nell’ovest del Somaliland, per quasi cinque mesi. Alla fine i Guurti optarono per una Carta Nazionale che stabilisse le strutture di governo e la separazione dei poteri per un periodo transitorio di due anni, in attesa dell’adozione di una nuova costituzione. La bicameralità faticosamente pattuita prevedeva una camera dei Guurti (House of Elders in dizione anglofona), alta, composta da anziani nominati dai clan secondo il meccanismo di rappresentanza con funzione di controllo sociale, arbitrato e mediazione, più una camera bassa (Golaha Wakiilada), formata da rappresentanti eletti su base clanica tramite un collegio elettorale tradizionale controllato da leader locali[7].
A livello esecutivo, l’accordo di Borama portò alla nomina del presidente Mohamed Haji Ibrahim Egal, eletto da un collegio di anziani e rappresentanti clanici per un periodo transitorio, segnando la prima transizione pacifica di potere dal leadership militare del SNM verso un governo civile.
Pur essendo stato concepito inizialmente come un organismo transitorio, il sistema di Borama è rimasto alla base dell’architettura politica del Somaliland negli anni successivi.
Il Puntland, nell’est e nord-est della Somalia, si affermò invece come entità autonoma nel 1998 con base clanica prevalentemente riconducibile ai Darod-Majeerteen. A differenza del Somaliland però il Puntland non proclamò l’indipendenza ma un’autonomia interna nell’ambito di una futura federazione somala, vidimazione di vedovanza della precedente postura di Shermarke. Sebbene la logica genealogica della sua élite dominante abbia pesato nelle dinamiche di potere, il modello istituzionale del Puntland cercò di integrare varie reti claniche in un progetto politico più consociativo, almeno formalmente orientato alla costruzione di istituzioni statali regionali[8].
Tale dinamica portò Mogadiscio a una guerriglia urbana prolungata tra diverse fazioni armate, con impatti devastanti sulla popolazione civile e sulle infrastrutture urbane. Il caos urbano del periodo fu caratterizzato da bombardamenti, barricamenti e cambi di controllo di quartiere, in un contesto in cui i concetti di sovranità territoriale e autorità statale avevano perso ogni significato concreto. Attori principali dello scontro furono la tribù Hawiye e i propri influenti sottoclan: Abgal, Habr Gedir, Murusade, non poco confliggenti con le ambizioni dei Rahanweyn, dei Digil e dei Mirifle, attivi nella regione del Baidoa e nelle zone del sud-ovest[9]. Questi clan presentavano strutture più decentrate, basate su comunità agricole. Intervennero in conflitti territoriali e difensivi contro incursioni di milizie Hawiye o Darod. Spettatrice interessata l’Etiopia, orbata del mare ma decisa a favorire le milizie anti-Barre: dunque principalmente Isaaq.
Negli anni successivi, il persistente vuoto di potere e la marginalizzazione socio-economica di intere regioni favorirono l’emergere di nuovi attori armati con motivazioni diverse, oltre il tradizionale schema clanico. Tra questi si sviluppò il movimento Al-Shabaab (lett. “i giovani”), un gruppo jihadista legato ad al-Qaeda, che capitalizzò il malcontento verso i governi federali percepiti come corrotti o illegittimi. La nuova milizia si premurò di offrire (almeno inizialmente) ordine, giustizia e una visione sociale basata su una rigida interpretazione religiosa. La maggior parte dei combattenti iniziali proveniva dai sottoclan Hawiye, in particolare gli Abgal, Habr, Gedir e Murusade, concentrati a Mogadiscio e nel centro-sud.
La capitale dunque rassomigliò al vero epicentro di reclutamento jihadista, che riuscì a convogliare alla causa anche alcuni membri Darod, soprattutto nelle zone di confine e in parti della regione Puntland (Ogaden e Marehan), per via dell’ormai intrinseca debolezza delle reti locali di potere e delle risorse economiche escluse dai governi federali.
L’affermazione di Al-Shabaab segnalava una nuova fase della guerra civile, in cui le dinamiche territoriali e genealogiche si intrecciavano con ideologie transnazionali, con impatti diretti sulla sicurezza regionale e sulle politiche di anti-terrorismo delle potenze internazionali. Il conflitto somalo, infatti, non fu più soltanto un conflitto interno: esso si inscriveva in un più ampio contesto di insicurezza nel Corno d’Africa, con implicazioni per i flussi migratori, la pirateria nel Golfo di Aden e i rapporti tra Stati della regione.
Storia degli Isaaq. Il trauma del Nord. Il genocidio e la memoria collettiva e politica.
Ai rantoli di un potere non più aderente ai tessuti etnici sottoposti, Barre e la trazione Marehan-Darod del proprio regime individuarono nel clan Isaaq e nel Somali National Movement (consociazione armata dei sottogruppi dello stesso)[10] il nemico strutturale; motivo ricorrente nei processi storici, la legittimazione attraverso la violenza nei confronti dell’altro da sé. E altro da sé gli Isaaq certamente lo erano e sono. Il nome Isaaq è la traslitterazione anglofona di Is-hak, in riferimento a Sheikh Isaxaaq, storico predicatore sunnita attivo tra il X e l’XI secolo d.C, la cui biografia è in larga parte ricostruita da fonti agiografiche. Patriarca da cui discenderebbe il clan Isaaq, tra l’assenso e lo scetticismo degli studi a seguire, intraprese una serie di migrazioni per studiare e diffondere l’Islam viaggiando prima a La Mecca, poi in Egitto, Eritrea e infine a Zeila. Successivamente arrestatosi nell’area di Saba (attuale Yemen), sposò la sorella del leader del clan Al Haqar, ottenendo anche egli il titolo di Sheikh: Sheikh Ishaaq. Il predicatore si stabilì poi nel quadrante di Al Jawf, a nord dello Yemen, dove si risposò ed ebbe un figlio, Mansur, antenato del clan Al Mansur. Per ultimo si recò a Yaba dove si sposò di nuovo. Qui concepì Yusuf, capostipite del clan Al Yusuf, con basi nelle regioni di Yaba e Ma’rib.
La famiglia del clan Isaaq comprende molteplici ramificazioni, tra cui gli Habar Yooni, Habar Awal e Habar Ja’lo, ciascuno con le proprie suddivisioni profondamente elaborate e una sofisticatissima mappatura sociale e politica. Strutturalmente, infatti, il clan è diviso in due principali gruppi materni, motivo per cui molti nomi di sottoclan portano il prefisso somalo arcaico Habar, (“madre”). Politicamente, gli Isaaq come gli altri sottogruppi da sempre eressero una forma centrifuga di autorità.
Non esisteva un monarca ereditario ma una leadership generata da equilibri (spesso fragili) fra consigli di anziani (Guurti) – i quali esercitavano la xeer, ovvero la legge consuetudinaria – studiosi religiosi (wadaad) che offrivano arbitrato e corretta interpretazione delle scritture e guerrieri (waranle), cui spettava la difesa del territorio[11]. Qualsiasi decisione riguardasse la famiglia più ampia dei clan richiedeva una faticosa costruzione di consenso tra le linee costituenti e associate. Tale intelaiatura venne fissata quale conoscenza orale, trasmessa attraverso la recitazione di salmodie, rituali e l’intimo canto tra storie e paesaggi bruciati da sole.
Una notevole importanza la ricopriva senza dubbio la genealogia: in una recitazione, un passaggio sbagliato avrebbe comportato la messa in discussione dall’intera vicenda. In gran parte nel Corno, la tradizione orale non era una pratica speculativa ma rigido sistema di memoria storica, quindi foriera di legittimità. Derubricare il tutto a pura superstiziosa fantasmagoria significa ignorare il collante che ha tenuto unita per secoli una società complessa e non statuale.
La genealogia forniva il quadro immutabile per l’identità sociale e la base per il credito reciproco dei xoolo e diya (pagamenti). Le catene di discendenza (abtirsiinyo) restano comunque un rituale condiviso di convalida comunitaria attraverso le generazioni. Perché era il collettivo, non il singolo, ad avere preminenza sociale. Solo successivamente, la memoria orale mutò in testi genealogici scritti (shajara), senza comunque mai usurpare il ruolo del canto e del ricordo. Le alleanze, va detto, mostravano però una certa palta tellurica: famoso l’assioma somalo “io e mio fratello contro mio cugino; io e mio cugino contro lo straniero“.
I gruppi che competevano ferocemente per i diritti di pascolo (baar), pozzi (ceel), antichi porti costieri (Berbera su tutti) e vie commerciali potevano unirsi senza obbligo di continuità contro una minaccia esterna, o presunta tale. La mobilità pastorale restava il perno nella vita economica somala; i confini erano sempre stati regolati da complessi codici di movimento stagionale, accesso negoziato e consesso faticosamente raggiungibile.
Lungi dal ridurre tutto a uno sterile determinismo geografico, la definizione della morfologia del territorio ha comportato (e comporta) una notevole pista di comprensione per quelli che erano (e sono) i rapporti di forza nella regione. Una stretta pianura costiera lungo il Golfo di Aden cede spazio a scarpate e altopiani semi-aridi, geografia che ha direttamente influenzato l’insediamento e il sostentamento degli Isaaq.
Gli antichi porti di Berbera e Zeila sulla costa aprivano l’accesso alle reti commerciali del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, collegando i pastori Isaaq ai mercati dello Yemen (Seba) e al più ampio mondo islamico. Nell’entroterra, gli altopiani degli Sheikh e il vasto altopiano di Haud of frivano ricchi pascoli stagionali. Successivamente emersero centri urbani come Hargeysa al centro di questi nodi, con bestiame, merci e idee quali vettori di convergenza.
L’espansione degli Isaaq avvenne attraverso un’interazione dinamica con i gruppi vicini; a ovest varie famiglie del clan Dir avevano già da tempo fissato i propri avamposti e a est e a sud la marca Darod non lesinava il suo potere. Attive negli altopiani occidentali e nel Danakil erano le comunità Oromo e Afar, popolazioni non somale. Tale geografia favorì una sottile divergenza sociale all’interno degli stessi Isaaq. Le comunità costiere presentavano un maggior coinvolgimento nel commercio a lunga distanza, nei mercati “esteri” e nel flusso della spinta islamica.
Gli allevatori dell’entroterra presentavano invero un’adesione ancora marcata ai ritmi del bestiame e alla migrazione stagionale. Tuttavia, l’intrusione coloniale inglese nel Corno mutò tali equilibri secolari.
Tra il 1884 e il 1887 la Gran Bretagna stipulò una serie di trattati con gli Isaaq e altri capi clan somali, formalizzando il Protettorato del Somaliland. La corona monopolizzava affari esteri e amministrazione costiera, garantendo protezione dalle minacce esterne e una vaga autonomia interna attraverso i Guurti, intermediari ufficiali per controversie tramite un ibrido tra principi giuridici britannici e lo xeer locale[12]. L’istituzione del protettorato però sconvolse inevitabilmente gli equilibri più antichi. Se da una parte la stessa soppresse le guerre interclan, la tassazione coloniale impose nuove esigenze di liquidità a un’economia prevalentemente pastorale e di sussistenza. Conservando infrastrutture coloniali modeste (strade, linee telegrafiche e edifici fatiscenti), gli apparati inglesi concentrarono peso economico e politico nelle città commercialmente appetibili: Berbera e Hargeysa. Molti leader Isaaq videro un vantaggio strategico nella collaborazione con l’occupante anglofono, altri scelsero invece la resistenza attraverso il sostegno al movimento dei dervisci guidato da Sayyid Mohamed Abdullah Hassan (1899–1920).
È importante notare, tuttavia, che anche qui si trattava di una lotta interclan: i Dervisci combatterono sia i colonizzatori sia gli Isaaq fiancheggiatori dei britannici (con l’Impero Ottomano spettatore interessato). La strategia generale del nucleo Isaaq, infatti, rassomigliava più a una negoziazione per salvaguardare quanta più autonomia e vantaggi possibile. Sedate le rivolte, i centri urbani in crescita come Hargeysa contribuirono al pullulare e alla mescita di studenti provenienti da diversi clan, generando un pubblico ricettivo alle idee anticoloniali e nazionaliste attive in Africa e Asia. Contemporaneamente, la migrazione lavorativa (porto di Aden su tutti) espose i lavoratori somali al sindacalismo e alle correnti politiche socialiste, diluendo ulteriormente le visioni particolari del tribalismo, ancora però marcato. L’urbanizzazione è stata poi vero moltiplicatore di comunità pastorali prima disperse e ora coagulate in nuove formazioni sociali, quali professioni condivise atte a creare solidarietà trascendenti la pura e mnemonica parentela. Il successivo regime sulla carta socialista di Barre de facto fu il principale aggregatore delle istanze centripete da tempo fermentate sotto l’occupazione di Londra.
Questi, se con una mano denunciava pubblicamente il “tribalismo” (qabiil) come anti-rivoluzionario, con l’altra abbisognava della lealtà dei clan (Darod su tutti) per consolidare il potere, privilegiando le linee del sud e emarginando deliberatamente gli Isaaq, “colpevolmente” conniventi o troppo transigenti con il fu invasore Britannico.
Gli Isaaq dunque sperimentarono prima una sottorappresentazione, investimenti economici provocatoriamente indirizzati verso le regioni meridionali e per ultima la punizione collettiva volta alla soppressione del gruppo, con i bombardamenti di Hargeysa e Burao, esecuzioni di massa, distruzione di fonti d’acqua e deportazioni a scopo di sterminio. Le stime dei decessi potrebbero toccare le 200.000 vite o più, dato che proprio nel gennaio 2026 è stato trovato un ulteriore sito di sepoltura di massa. Lo Human Right Watch[13] e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti[14] documentarono contemporaneamente la violenza e la natura sistematica degli attacchi ai civili in base all’identità clanica: pianificazione di regime sovvenzionata dalle risorse di uno stato di cui, solo in linea teorica, facevano parte anche gli Isaaq.
Gli Isaaq metropolitani fuggirono in Etiopia e Gibuti, le comunità pastorali persero il bestiame e l’accesso ai pascoli tradizionali. Scuole, ospedali, mercati furono interamente distrutti.
La dichiarazione di indipendenza del Somaliland nel maggio 1991 rappresentò quindi un episodio centrale nel travagliato processo di disgregazione dello Stato somalo conseguente la caduta di Barre. Raccolti i frammenti di ciò che restava dei clan settentrionali e affiliati, le milizie del Movimento Nazionale Somalo (SNM) occuparono la regione proclamando la restaurazione della Repubblica del Somaliland sulla base delle frontiere dell’ex protettorato britannico, occupante che, seppure la matrice imperialista, comprese l’importanza di un limes ben specifico riguardo le genti occupate.
Il conflitto con il Puntland: le regioni di Sool e Sanaag. La crisi di Las Anod.
Dalla dichiarazione di indipendenza del 18 maggio 1991, nel quadro del Somaliland la struttura clanica ha costituito nucleo dell’ordine para-istituzionale, articolando in modo dinamico i rapporti di potere tra le principali famiglie. Il litorale nord-orientale della regione è tradizionalmente dominato dal ceppo Isaaq, che rappresenta la maggioranza demografica nonché serbatoio del movimento armato e politico (Somali National Movement, SNM). Tradotto: legittimazione attraverso l’uso della forza. Accanto agli Isaaq però si trovano i Darood, in particolare i sottogruppi Harti come i Dhulbahante e i Warsangeli, insediati tradizionalmente nelle regioni orientali di Sool e Sanaag. La relazione tra questi e l’autorità di Hargeisa è storicamente conflittuale e complessa. Nonostante i ripetuti tentativi degli Isaaq di canalizzare la tensione autonomista dei Dhulbahante e Warsangeli, l’adesione al progetto secessionista da parte di questi ultimi è sempre stata condizionata da percezioni di marginalizzazione politica, producendo nel tempo tensioni persistenti e, in alcune fasi, resistenze o richieste di maggiore autonomia o riconciliazione negoziata. Percezione non solo figurata.
Dal 1991, le regioni di Sanaag, Sool e il versante meridionale del Togdheer posero le sfide più aggrovigliate nella costruzione del Somaliland, soprattutto dopo la creazione del Puntland nel 1998.
Tale blocco, geograficamente parlando, rappresenta un quadrilatero al cui interno l’altopiano di Haud a sud e le catene montuose del Golis a nord costituiscono un territorio di cerniera tra il Somaliland occidentale e il Puntland orientale. La capitale del Sool, Las Anod, si trova lungo l’asse viario che collega Burao a Garowe, rendendo la regione cruciale per il controllo delle rotte terrestri interne e per la continuità territoriale rivendicata dal Somaliland.
La morfologia aperta e la scarsità di barriere naturali facilitano movimenti di milizie e rendono il territorio militarmente permeabile. Al contempo, la dipendenza dalle risorse pastorali e dai pozzi d’acqua accresce la competizione locale, intrecciando vulnerabilità ecologica e tensione clanica.
Alle rivalità (dunque divergenza strutturale) tra Isaaq e Dhulbahante seguì una militarizzazione e disgregazione di lealtà già frammentate, in un contesto di allineamenti flebili tra “stato” e Guurti, indispensabili fin qui per la risoluzione di conflitti endemici. Frattura comunque inevitabile.
Nel 1998 il Puntland si dichiarò “stato autonomo all’interno di una futura Somalia federale”.
Se nella costruzione di un muro è fondamentale guardare chi si lascia fuori, di non meno rilevanza è stabilire chi si immette dentro. E il ceppo Dhulbahante ne è storica e brutale espressione.
Dopo la famigerata “visita” del presidente somalo Dahir Riyale Kahin nel 2002 a Las Anod, seguita dalla spinta del Puntland nel 2003 a rafforzare le amministrazioni locali di Heylaan e Cayn nei territori rivendicati dal Somaliland, la tensione toccò un punto di non ritorno. Per gli Isaaq fu tradimento. Per il ceppo Harti dei Darod il preambolo di una Somalia alternativa.
La defezione verso il Somaliland nell’ottobre 2007 si consumò quando il ministro dell’interno del Puntland, Ahmed Abdi Xaabsade, vicino ad Hargeysa per affiliazione, permise al Somaliland di “rioccupare” Sool e Sanaag allo scopo di rilanciare un conflitto localizzato contro un debole e male organizzato Puntland. Come ampiamente pronosticabile, la polarizzazione della contesa portò all’ascesa nel Somaliland dell’Habar Jeclo, radicale ramificazione degli Isaaq. Vinse nel 2010 il leader Silanyo, nazionalizzando ulteriormente le lunghe dispute e rivendicazioni locali Isaaq contro i Dhulbahante (in particolare i Faraax Garaad).
La possibilità di sfruttamento di petrolio e gas mise ulteriormente a dura prova i rapporti tra centro e Dhulbahante, e la resistenza locale concepì un gruppo autonomo nel Puntland: il SSC Khatumo, espressione politico-militare Dhulbahante. La tensione aumentò nel giugno 2014, quando le forze del Somaliland interruppero la Terza Conferenza di Khaatumo, questo per scongiurare le velleità federali dei gruppi etnici legati al Puntland[15].
Tuttavia, nel gennaio 2014, la promozione di un dichiarato unionista come Abdullahi Omar Amaye a vicepresidente della suddetta regione indebolì sì il Khatumo, ma al contempo irritò il governo di Hargeysa. Seguì l’ennesimo detonatore della crisi nel dicembre 2022.
Un giovane politico locale e dirigente del principale partito di opposizione nel Somaliland (Waddani), al secolo Abdifatah Abdullahi Abdi (noto anche come Hadrawi, nonché originario del clan Dhulbahante) fu assassinato a Las Anod poco dopo essere uscito da una moschea.
L’episodio innescò proteste diffuse contro l’amministrazione del Somaliland, accusata di non garantire sicurezza. Le manifestazioni evolvettero rapidamente in mobilitazione armata locale, tanto che tra gennaio e febbraio 2023 scoppiarono scontri su larga scala tra forze del Somaliland e milizie locali legate al SSC-Khatumo.
Il conflitto urbano provocò centinaia di vittime e un massiccio sfollamento di civili. Attento agli sviluppi di Las Anod, il Governo federale somalo espresse apertura al dialogo con SSC, mentre l’ala “moderata” dei Guurti del Puntland sostenne la posizione Harti senza però intervenire direttamente in modo ufficiale su larga scala.
Nell’estate–autunno 2023, previa mancanza di sostegno esterno, le forze del Somaliland si ritirarono progressivamente da Las Anod e da alcune aree circostanti, segnando una perdita significativa di controllo territoriale nella regione di Sool.
SSC–Khatumo consolidò de facto la propria presenza amministrativa. Ironico rovescio della d’azegliana concezione degli stati precursori dei popoli: qui, le genti erano già presenti.
A lambire il bisogno di confini era il neonato “stato” del Somaliland[16].
Stabilità interna e tensioni periferiche. Meccanismi di cooptazione politica.
Il dialogo con il Somaliland si dimostrò comunque più proficuo nella vicina regione del Sanaag abitata dai Warsangeli. Infatti, nel Sool e nel lembo meridionale del Togdheer l’amministrazione del Sanaag mostrò un volto sempre più militare, a causa, almeno in parte, dell’ascesa dei movimenti militanti e del conflitto tra i clan Warsengeli e il Puntland. Nel bailamme di fuoco incrociato, a inserirsi con perfetto e brutale tempismo fu Al-Shabaab, sfruttando i conflitti locali e insediandosi nella strategica catena montuosa del Golis.
Per la tribù dei Gadabursi (regione di Awdal), la fedeltà al Somaliland si dimostrò meno discontinua per via degli interessi localizzati in Gibuti ed Etiopia. L’indomani dell’indipendenza del Somaliland, i Gadabursi riuscirono nell’ingrato e difficile compito di mediazione nei conflitti intestini[17].
Ciò è stato evidente nella successione fluida del vicepresidente Gadabursi, Riyale, dopo la morte improvvisa del presidente Egal nel 2002. La sua elezione del 2003 incoraggiò un ulteriore sostegno al proprio clan. Anche dopo la sconfitta di Riyale contro Silanyo nel 2010, i Gadabursi continuarono a legittimarsi politicamente con Abdirahman Saylici come vicepresidente e tredici membri del parlamento, sebbene il decennio successivo (2010-2020) mostrò un progressivo incancrenirsi dei rapporti con gli Isaaq ormai sempre più radicali e proiettati in un funzionale (e reciproco) abbraccio con l’Etiopia.
A conferma di ciò, le entrate provenienti dal porto di Berbera, controllato dal clan Isaaq, rappresentavano la principale fonte di finanziamento pubblico, mentre i porti minori della regione occidentale di Awdal, come Saylac e Lughaya, risultavano marginalizzati nei circuiti commerciali e negli investimenti infrastrutturali. Tale asimmetria alimentò un discorso incentrato sulla presunta concentrazione delle risorse a favore delle aree Isaaq, a scapito delle comunità Dir dell’ovest, rafforzando sentimenti di esclusione economica e politica. In tale quadro, il porto di Berbera assunse una funzione strategica crescente quale alternativa parziale alla dipendenza etiopica dal porto di Gibuti, generando un asse di cooperazione economica fondato su sicurezza, infrastrutture e commercio transfrontaliero.
Tuttavia, gli attacchi terroristici verificatisi a Gibuti nel maggio 2014 e il conseguente irrigidimento dei controlli di frontiera da parte etiopica e gibutiana produssero effetti a catena sui flussi commerciali regionali, determinando temporanee restrizioni, rallentamenti logistici e un generale clima di incertezza che colpì il Somaliland. La riduzione dei traffici e l’aumento dei costi di transito ebbero ripercussioni soprattutto nelle aree di confine occidentali del Somaliland, dove l’economia locale dipendeva in misura significativa dagli scambi con Etiopia e Gibuti.
In questo contesto emersero con maggiore evidenza tensioni già latenti legate alla distribuzione delle entrate doganali e alla percezione di squilibri nella gestione delle risorse statali. Percezioni di ingiustizie e vicini profittatori dietro l’angolo. La combinazione tra contrazione dei traffici regionali, percezione di ingiustizia fiscale e competizione intra-clanica contribuì così alla crescita di movimenti locali critici verso il governo centrale di Hargeysa e, in casi limitati, alla formazione di piccole milizie anti Somaliland nelle zone di confine occidentali, fenomeno che pur non assumendo dimensioni tali da minacciare la sopravvivenza dell’entità politica, ne mise in luce le fragilità strutturali, considerando le già intemperanze del Sool e Sanaag, in cui parte della popolazione guardava già con maggiore favore al Governo Federale Somalo (SFG) piuttosto che alle autorità di Hargeysa.
L’approssimarsi delle scadenze elettorali del 2016-2017 acuì tali dinamiche, poiché gruppi Dir e Harti/Darod manifestarono l’interesse a partecipare ai processi politici federali somali, mettendo implicitamente in discussione l’autorità esclusiva del Somaliland sui territori contesi. In questo scenario, Addis Abeba svolse un ruolo eminentemente pragmatico: pur senza riconoscere formalmente l’indipendenza del Somaliland, ne sostenne la stabilità come fattore funzionale ai propri interessi di sicurezza e commercio, mantenendo una presenza attiva nelle aree di confine e cooperando con le autorità locali per prevenire escalation armate che potessero favorire gruppi jihadisti o destabilizzare la regione somala etiopica. La postura etiopica fu dunque oscillazione tra sostegno fattuale e neutralità formale, con l’obiettivo di evitare che le tensioni interne al Somaliland o le rivalità con la Somalia federale degenerassero in conflitto aperto[18].
Bab el-Mandeb e le rotte globali: Suez, energia e supply chain. Vulnerabilità marittime. Nel quadro del Mediterraneo allargato, i chokepoints marittimi rappresentano dispositivi strutturali di potere. Si parla di “colli di bottiglia” attraverso cui si concentrano flussi energetici, commerciali e militari, generando al contempo opportunità di controllo e vulnerabilità sistemiche[19].
Sin dall’età imperiale romana, il controllo degli snodi marittimi e delle rotte commerciali costituiva un pilastro della proiezione di potenza: l’egemonia della Res Pubblica prima e del Principato Romano sul Mediterraneo – il Mare Nostrum – si fondava sulla capacità di presidiare stretti, porti e linee di comunicazione marittima, assicurando la continuità dei traffici granari dall’Egitto e la sicurezza delle province costiere.
Tale logica geopolitica si è riprodotta nei secoli successivi nelle strategie imperiali greco-costantinopolitane, veneziane, normanne, ottomane francesi e britanniche, incentrate sulla protezione delle rotte verso l’India e l’Indo Pacifico. La situazione trova oggi una declinazione contemporanea nella competizione tra potenze globali e regionali per il controllo degli stretti strategici. In questo contesto, lo stretto di Bab el-Mandeb costituisce uno dei nodi più sensibili del sistema marittimo globale[20].
Collocato tra il Corno d’Africa e la Penisola Arabica, esso connette il Mar Rosso al Golfo di Aden e, attraverso il Canale di Suez, al Mediterraneo, configurandosi come segmento esistenziale della rotta Europa–Asia. Attraverso Bab el-Mandeb transitano rilevanti volumi di idrocarburi provenienti dal Golfo Persico diretti verso i mercati europei (energivori) e nordamericani, nonché una quota significativa del traffico containerizzato globale, con impatti diretti sulle catene del valore e sulle supply chain euro-asiatiche.
La sua eventuale interdizione per conflitto armato, pirateria, terrorismo, azioni di guerra ibrida comporterebbe la deviazione delle rotte attorno al Capo di Buona Speranza, con aumento dei costi assicurativi, dei tempi di trasporto e conseguentemente dei prezzi dell’energia. La convergenza di interessi a Bab el-Mandeb dunque è multilivello: politico-strategica anzitutto, per la proiezione di potenza nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano occidentale; militare, per il controllo delle linee di comunicazione marittima (SLOC) e infine economica, per la tutela dei flussi energetici e commerciali. L’ultimo dominio, in ottica puramente di potenza (non di benessere), rappresenta il mezzo e non il fine nella logica di una grande potenza.
Controllare strategici “colli di bottiglia” comporterebbe non solo la facoltà di disporre o meno l’accesso ai liberi mercati ma la possibilità di impedire la proiezione sul mare di paesi e popoli percepiti come minacciosi. L’area del suddetto stretto vede la presenza di basi militari allogene in stati come Gibuti ed Eritrea e l’attivismo di potenze regionali quali Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran, oltre al coinvolgimento ormai pluridecennale di attori globali come Stati Uniti e il progressivo capolino della Cina.
Nel teatro strategico del Mar Rosso e dello strettissimo di Bab el-Mandeb, il cui etimo, quasi per uno scherzo del destino, è in arabo “porta delle lacrime”, la competizione per il controllo del traffico marittimo e delle linee di comunicazione marittima assume sfumature multipolari, intrecciando interessi di attori globali mai profondamente alleati quanto piuttosto allineati su alcuni dossier regionali in un contesto di complessa interdipendenza energetica, commerciale e militare.
Gli Stati Uniti, riconoscendo la centralità del corridoio marittimo che collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo tramite il Canale di Suez[21], hanno istituito e sostenuto coalizioni navali come la Combined Task Force 153[22] e altre iniziative multinazionali per garantire la libertà di navigazione, contrastare le minacce asimmetriche di gruppi armati e contenere l’influenza iraniana nella regione[23]; tale presenza si inserisce in una strategia più ampia di proiezione di potenza e di tutela delle SLOC vitali per l’economia globale (leggasi “flusso del dollaro”) e per la sicurezza energetica occidentale.
Parallelamente, gli Emirati Arabi Uniti hanno perseguito una politica di espansione della loro influenza marittima e logistica attraverso investimenti in infrastrutture portuali e basi avanzate lungo la costa meridionale della Penisola Arabica e nel Corno d’Africa, volte sia a contrastare l’avanzata delle milizie filo-iraniane come gli Houthi sia a consolidare un network di hub commerciali alternativi; l’impegno emiratino si riflette anche nella sponsorizzazione di attori non statali e nella collaborazione con Addis Abeba, in particolare nel potenziamento del porto di Berbera e nel riconoscimento (per l’appunto) di asset strategici in Somaliland.
L’Etiopia, essendo un’importante potenza demografica e industriale priva di sbocchi marittimi propri, ha intessuto accordi con il Somaliland per ottenere accesso costiero e diritti di utilizzo portuale, mossa che riconfigura gli equilibri di potere nell’Africa orientale e suscita reazioni contrapposte da parte di Mogadiscio, Il Cairo e altri spettatori regionali con l’aspirazione a divenire attori principali.
Dal canto suo, l’Iran, pur formalmente assente come potenza navale convenzionale nel Mar Rosso, esercita un’influenza indiretta attraverso il supporto logistico e militare agli Houthi yemeniti, i quali possono minacciare il traffico commerciale e creare un leverage strategico aggiuntivo rispetto al già critico Stretto di Hormuz nel Golfo Persico; tale dinamica consente a Teheran di proiettare potere a costo relativamente basso e di sfidare le linee di comunicazione occidentali senza un impegno diretto.
In questo contesto, Israele, interessata non solo alla sicurezza delle rotte energetiche ma anche alla normalizzazione delle relazioni con gli Stati del Mar Rosso, ha esplorato strumenti di cooperazione e potenziali basi operative nell’Africa orientale, incluso l’ormai ufficiale riconoscimento del Somaliland. Questo al fine di spostare la linea del conflitto contro gli Houthi yemeniti[24] in prossimità di Aden e monitorare la sempre più crescente pressione e proiezione di Ankara. Imperativo che impone monitoraggio e mitigazione delle minacce provenienti dal quadrante meridionale, inserendosi in un asse strategico con gli Emirati e altri partner (per ora e in ottica di pura deterrenza) pro-occidentali[25].
Infine la Turchia. Ankara ha da tempo ampliato la sua presenza sullo stretto attraverso accordi di cooperazione navale e formazione militare con la Somalia; ciò per consolidare la propria proiezione di potenza nell’Africa orientale e contrastare le iniziative etiopiche e di altri attori esterni. Tale visione geopolitica interpreta il Mar Rosso come estensione naturale dell’area di influenza turca nel contesto indo-oceanico. Nel loro insieme quindi, molteplici sono gli interessi che convergono a Bab el-Mandeb: nodo strategico attraverso cui transita una porzione significativa dell’energia, delle merci e delle comunicazioni globali, e la cui stabilità o instabilità può fungere da leva per proiezioni di potenza, competizioni regionali e alleanze transregionali.
Il porto di Berbera. Gli investimenti degli Emirati Arabi Uniti e la competizione logistica regionale.
Nel quadro della competizione per il controllo dei chokepoints e delle linee di comunicazione nel Mediterraneo allargato, il porto di Berbera si configura come infrastruttura strategica emergente. capace di ridefinire gli equilibri logistici del Mar Rosso meridionale.
Situato lungo la costa del Somaliland, Berbera rappresenta un caso emblematico di intersezione tra geopolitica delle infrastrutture, diplomazia economica e competizione per la legittimità statuale[26]. Dal punto di vista storico-politico, il Somaliland ha costruito nel corso di oltre tre decenni un sistema istituzionale relativamente stabile rispetto al contesto somalo. Nel 1992 il centro nevralgico degli ombrinali di Hargeysa ruotava attorno al controllo del porto di Berbera e al diritto di tassazione dei cargo transitanti. Le distribuzioni verticalmente esclusive in mano agli Isaaq, almeno nel breve e medio termine, si configuravano come leve necessarie alla rapidità decisionale. Dopo la conferenza di Borama nel 1993 infatti il neo-presidente Egal agì rapidamente per coinvolgere i principali vettori di commercio, le cui attività dipendevano dall’accesso sicuro alle strutture del porto di Berbera che da creditori per finanziare la demobilizzazione.
Tuttavia, l’assenza di riconoscimento internazionale limitò fortemente l’accesso ai circuiti finanziari globali e agli organismi multilaterali, rendendolo dipendente da partnership bilaterali selettive e da investimenti infrastrutturali in grado di rafforzarne la sostenibilità economica e la credibilità politica.
È in tale cornice che si inserisce l’intervento degli Emirati Arabi Uniti attraverso la compagnia logistica DP World, la quale ottenne una concessione pluridecennale per lo sviluppo e la gestione del porto di Berbera[27]. L’investimento emiratino non si limitò all’ammodernamento delle infrastrutture portuali, ma si estese alla creazione di una free zone atta a potenziare i collegamenti terrestri verso l’entroterra etiopico orbato dei mari[28]. In tal modo, Berbera viene proiettato come hub alternativo ai porti tradizionalmente utilizzati dall’Etiopia, primo tra tutti Gibuti. Per le velleità di Addis Abeba la diversificazione degli sbocchi marittimi costituisce una priorità strategica strutturale. La serratura clavicolare delle acque comporta un deciso contenimento alle proiezioni tuttora parzialmente imperiali della popolazione di stampo Amhara. Oltre il novanta per cento del commercio estero etiopico transita attraverso Gibuti, generando una dipendenza potenzialmente vulnerabile sotto il profilo politico ed economico. L’apertura del corridoio Berbera–Etiopia consente quindi non soltanto di ridurre tale dipendenza ma anche di acquisire margini negoziali nei confronti di Gibuti e dei suoi partner internazionali, tra cui la Cina, fortemente radicata nelle infrastrutture gibutine[29]. Dal punto di vista emiratino, l’investimento a Berbera risponde a una logica di proiezione di potenza marittima e di costruzione di un network logistico distribuito lungo l’arco che va dal Golfo Persico al Mar Rosso e al Corno d’Africa.
La strategia di Abu Dhabi appare coerente con l’obiettivo di consolidare un sistema di hub portuali interconnessi, funzionali tanto al commercio quanto alla sicurezza marittima. In questa prospettiva, il controllo o l’influenza su nodi infrastrutturali come Berbera consente agli Emirati di esercitare una leva indiretta sulle rotte energetiche e commerciali che transitano verso il Canale di Suez, integrando dimensione economica e protezione militare dalla minaccia persiano-iraniana.
Il porto dunque non è soltanto un asset logistico ma uno strumento di costruzione statuale. Attraverso l’attrazione di investimenti, la creazione di occupazione e l’inserimento nelle catene del valore regionali, il Somaliland mira a rafforzare la propria narrativa di “Stato funzionale”, distinto dalla polveriera somalo federale.
Hargeysa utilizza il successo relativo di Berbera come prova tangibile della propria capacità di governance, rivendicando implicitamente il diritto al riconoscimento internazionale. La questione dello stesso costituisce dunque il nodo politico più delicato.
Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, potrebbero valutare un riconoscimento formale come strumento per consolidare giuridicamente i propri investimenti e assicurarsi un partner affidabile lungo la sponda africana del Golfo di Aden. Tuttavia, un simile passo comporterebbe costi diplomatici rilevanti nei confronti della Somalia, che considera il Somaliland parte integrante del proprio territorio sovrano. Nell’era degli allineamenti a tempo, attendismo è parola d’ordine.
Per la nazione Etiope (o almeno una parte di essa), un eventuale riconoscimento potrebbe garantire un accesso stabile e privilegiato a Berbera, rafforzando la propria autonomia strategica. Tuttavia, ciò rischierebbe di compromettere le relazioni con Mogadiscio e di alimentare tensioni intestine con l’etnia somala intraterritorio. Rischio che comunque l’impero del Negus Negasthi sembrerebbe disposto a correre.
Analogamente, la Cina, fortemente radicata a Gibuti, avrebbe interesse a preservare lo status quo ed evitare la frammentazione statuale che potrebbe introdurre elementi di imprevedibilità nelle proprie strategie infrastrutturali.
Altro attore visibilmente allarmato è la Turchia, attiva in Somalia attraverso cooperazione militare e investimenti infrastrutturali. Ankara sostiene indefessa l’unità somala per contrastare il commercio emiratino e il crescente appetito israeliano sul Golfo di Aden[30].
Gli Stati Uniti d’altro canto potrebbero vedere nel Somaliland un partner affidabile in funzione di contenimento dell’influenza cinese nel Corno d’Africa e di monitoraggio delle rotte verso Bab el-Mandeb[31]. Un riconoscimento, tuttavia, implicherebbe una revisione della tradizionale posizione americana a favore dell’integrità territoriale vigorosamente predicata e imposta, con possibili ripercussioni sulla stabilità regionale e ulteriori picconate a un soft power che sembra perdere giorno dopo giorno l’appeal di un tempo[32].
Oltre a ciò, Hargeysa sa benissimo che gli investimenti per ora in suo favore non sono frutto di un afflato ideologico.
Con il progressivo (e sempre crescente) diradamento dei flussi di capitale da Washington, gli investimenti cinesi in porti e altre strutture hanno offerto ai governi ospitanti modi più economici per rispettare i codici stabiliti dagli Stati Uniti. Il pegno: accesso a informazioni che le aziende cinesi possono utilizzare per ottenere vantaggio negli accordi commerciali, monitorare i mercati locali e garantire l’accesso alle importazioni cinesi. Diretta correlazione sarà la capacità di influenzare le decisioni di governi africani sul commercio internazionale. Da tempo aziende cinesi come GTZ sviluppano reti 4G e presto 5G africane[33], la maggior parte per puntellare sistemi di telecomunicazioni dedicati alle forze armate e alle agenzie di sicurezza di vari paesi africani. Nel processo, le aziende cinesi e il loro governo ottengono accesso a informazioni che possono essere utilizzate per ricattare e reclutare individui come fonti di intelligence, oltre che per monitorare le interazioni degli utenti con altri governi[34]. Mombasa e Doraleh al momento rappresentano le principali teste di ponte di Pechino in Africa Orientale. In una situazione di questo tipo, gli Isaaq di Hargesya possono soprassedere all’idea di essere solo una pedina di un gioco più grande.
Politiche europee di esternalizzazione. Cooperazione securitaria nel Corno; ambiguità diplomatica verso il Somaliland.
Le politiche migratorie europee nei confronti del Corno d’Africa, e in particolare del Somaliland, assumono una complessità che travalica l’apparente unità istituzionale dell’Unione Europea.
Ciò che emerge dall’analisi delle strategie di esternalizzazione è l’assenza di un ente coerente e monolitico: la cosiddetta “Europa” non esiste come soggetto unitario, ma si configura come un insieme di attori nazionali e agenzie intergovernative con interessi divergenti quando in conflitto tra loro.
Questa frammentazione determina una politica migratoria che combina pressioni securitarie e azioni di contenimento in un mosaico di misure alle volte contraddittorie[35].
Dal punto di vista storico, l’Europa ha sempre percepito il Corno d’Africa come un territorio di importanza strategica, principalmente per il controllo delle rotte marittime che conducono al Mar Rosso e, quindi, al canale di Suez[36].
Durante il periodo coloniale, l’Italia esercitò la sua influenza sulla Somalia meridionale, mentre il Somaliland britannico servì come protettorato di controllo sul Golfo di Aden. La prima mantiene un ruolo di osservatore privilegiato in alcune operazioni di assistenza ai porti somali, mentre la Gran Bretagna continua a sostenere iniziative di capacity building nelle regioni costiere, a volte in coordinamento con la Marina Italiana o con organismi UE quali l’European Union Naval Force (EUNAVFOR).
La cooperazione securitaria si sviluppa in particolare attraverso l’addestramento di forze locali, l’implementazione di infrastrutture di monitoraggio e la fornitura di strumenti tecnologici per il controllo dei porti.
Progetti come quelli finanziati dall’European Union Emergency Trust Fund for Africa (EUTF) includono la formazione di guardie costiere, l’istituzione di centri di transito e la creazione di reti di intelligence locale[37].
Tali politiche si sono articolate principalmente su tre direttrici: controllo dei flussi al di fuori dei confini continentali, cooperazione securitaria con entità locali e gestione selettiva dei diritti di asilo e delle procedure di riconoscimento.
Unici percorsi in cui i paesi europei (allo stato attuale) possono avere voce in capitolo.
In parallelo, gli Stati membri adottano approcci individuali: la Germania, ad esempio, ha accettato di riconoscere passaporti rilasciati dal Somaliland in determinati contesti di protezione umanitaria, facilitando la mobilità di migranti somali o etiopi verso il continente europeo. Questa decisione, pur limitata nel tempo e nella portata, ha significato un’apertura reale rispetto alla rigidità della posizione ufficiale UE, potendo rivelarsi un precedente di interazione diretta con l’autorità locale, prescindendo dai di Mogadiscio o altri organismi multilaterali. La Germania adotta pertanto un approccio funzionale orientato alla stabilizzazione dei flussi migratori, data l’assenza di legacy coloniale diretta: ergo, meno vincoli simbolici.
La Francia, al contrario, mantiene un approccio più cauto e centralizzato, evitando ogni interazione diretta che possa essere interpretata come un riconoscimento implicito. Tale differenza di posizionamento non nasce da divergenze ideologiche, ma da interessi storici e geopolitici consolidati. Parigi ha tradizionalmente privilegiato il mantenimento di relazioni forti con Mogadiscio, mentre Berlino tende a nutrire criteri funzionali di sicurezza e gestione della mobilità, indipendentemente dalle questioni di sovranità dichiarata. Lo stato francese teme che il riconoscimento del Somaliland possa costituire un precedente destabilizzante per aree del continente quali Sahel e nell’Africa occidentale francofona, dove persistono dinamiche separatiste, da contenere al fine di non ammaccare un bilateralismo da sempre perseguito dall’Eliseo verso molte delle sue ex colonie. La Françafrique non può essere messa in discussione da chi ha coltivato (e coltiva) interessi sulla regione; scenario conseguente sarebbe la “balcanizzazione” degli stati africani, in cui ogni confine diverrebbe discutibile e si assisterebbe al proprio indebolimento su capacità di controllo indiretto. Meglio stati fragili ma unitari, poiché gestibili, che una galassia di stati frammentati, imprevedibili e aperti ad altri attori (Russia, Turchia, Cina). Parigi dunque mira a evitare che il Somaliland diventi una piattaforma di proiezione per attori esterni quali gli Emirati Arabi Uniti, il cui attivismo nel Corno d’Africa potrebbe ridurre il margine di influenza francese nel sistema regionale[38].
Il Regno Unito presenta invece una posizione più ambivalente, che riflette la sua eredità coloniale diretta nel Somaliland britannico. Londra mantiene storicamente canali informali e operativi con le autorità di Hargeysa, riconoscendone implicitamente la stabilità istituzionale e una discreta affidabilità in qualità di partner locale. Tuttavia, evita il riconoscimento formale per non entrare in collisione con il principio – sostenuto anche dall’Unione Africana – della sovranità somala. In termini strategici, il Regno Unito mira a preservare capacità di influenza flessibile nella regione senza assumere i costi politici di un riconoscimento. Tradotto: stare dentro il gioco senza pagarne il prezzo politico. Inoltre, prendersi carico di uno stato ancora “debole” ed esposto a vastissime possibilità di isolamento è costo che la Corona non pensa lontanamente di saldare. Molte e pullulanti sarebbero le richieste da parte di ex colonie cui Buckingham Palace non vorrebbe fornire un precedente, engagement pragmatico già osservabile in altri contesti post-coloniali.
Come empiricamente ravvisabile, gli Stati non agiscono solo per massimizzare benefici, ma anche per impedire ad altri di consolidare influenza e mantenere gli spazi “aperti” (cioè non egemonizzati). Duplice aspetto da massimizzare: tutelare interessi positivi (cosa si vuole ottenere) e favorire interessi negativi (chi si vorrebbe limitare).
Laddove non si può vincere, imperativo categorico è evitare che altri vincano. Il mantenimento dell’ambiguità giuridica consente quindi a Parigi di preservare un equilibrio fluido, impedendo la formazione di alleanze esclusive. La mancata formalizzazione dei rapporti permette invece a Londra di mantenere accesso e capacità di manovra, evitando al contempo di contribuire alla stabilizzazione di un assetto che potrebbe risultare vantaggioso per concorrenti diretti, paesi europei su tutti.
La Germania, infine, interpreta il Somaliland anche attraverso una logica di prevenzione della dipendenza tattica: cooperare in modo flessibile con le autorità locali consente a Berlino di non lasciare ad altri attori – europei o extra-europei – il monopolio nella gestione dei flussi migratori e delle infrastrutture di controllo. Ciò per non favorire indirettamente l’emergere di modelli alternativi di gestione dei flussi. Medesimo protocollo (seppur con finalità diverse) assecondato anche da Spagna e Paesi Bassi. L’Italia, infine, combina una prossimità geografica e una memoria storica diretta nel Corno d’Africa con un interesse prioritario nella sicurezza marittima e nella gestione dei flussi nel Mediterraneo centrale. In termini positivi, Roma mira a mantenere un ruolo operativo nella cooperazione con le autorità locali e nelle infrastrutture portuali e militari, Gibuti su tutte; sul piano negativo, cerca di evitare che altri attori – in particolare Francia e Turchia – acquisiscano una posizione dominante nella regione, riducendo la sua capacità di influenza in uno spazio percepito come strategicamente prossimo e vitale per l’approvvigionamento energetico, dato che, a differenza della nazione transalpina, la penisola non dispone di accesso sull’Atlantico.
Questa dualità illustra il principio generale per cui l’Europa, pur operando sotto etichette comuni, è spesso il teatro di conflitti interni di interessi, influenzati da relazioni storiche, necessità di sicurezza nazionale e opportunità economiche. Al momento nessuno avanza un possibile riconoscimento, ma gli obiettivi e gli scopi sono più che differenti. Un excursus storico è utile per comprendere le ragioni di tali posizionamenti.
La conseguenza è che l’Europa appare come un laboratorio di incoerenza: al contempo promotrice di governance, sicurezza e cooperazione internazionale, e teatro di rivalità interne e interessi nazionali divergenti. In tal senso, il Somaliland assume un ruolo centrale non solo come zona di transito, ma anche come spazio di influenza economica e geopolitica.
La capacità di agire su Hargeysa permette agli attori europei di influenzare indirettamente gli equilibri regionali, senza la necessità di riconoscimento formale. Epperò vero che la frammentazione dei poteri interni obbliga a negoziare costantemente con clan, operatori portuali e autorità municipali, creando un modello di governance della mobilità dove la cooperazione è necessariamente negoziata caso per caso. La conseguenza è una politica europeizzata “a geometria variabile”, in cui l’azione concreta può divergere sostanzialmente dalle dichiarazioni ufficiali dell’Unione.
La mancanza di riconoscimento formale mantiene comunque aperta la contraddizione. Le politiche di esternalizzazione sono caratterizzate da assenza di unità effettiva tra gli Stati membri; negoziazione continua con autorità locali; la tensione tra obiettivi di sicurezza, controllo dei flussi e considerazioni diplomatiche. Lungi dall’agire come soggetto unico, l’Europa appare come un laboratorio di strategie frammentate.
Implicazioni per la sicurezza europea e mediterranea.
La frammentazione politica della Somalia, l’espansione di Al-Shabaab e la persistenza della pirateria somala hanno rilevanti implicazioni per la sicurezza europea e mediterranea, configurando il Golfo di Aden e il Mar Rosso meridionale come spazi strategici di criticità transnazionale. Il controllo dei chokepoints e delle rotte marittime che collegano il Mediterraneo al Canale di Suez dipende in larga misura dalla stabilità di aree costiere come Puntland e Somaliland, dove infrastrutture portuali come Berbera assumono funzione di facilitatore commerciale e potenziale vulnerabilità in termini di sicurezza marittima. Il Mediterraneo rappresenta oggi uno dei nodi strategici fondamentali per l’approvvigionamento energetico europeo, con flussi significativi di petrolio greggio, prodotti raffinati e gas naturale, sia in forma liquefatta (GNL) sia via gasdotto. I principali flussi di petrolio provengono dal Medio Oriente e dal Nord Africa, con alcune quantità rilevanti anche dall’Africa centrale, come il greggio del Ciad destinato alle raffinerie europee. Questi flussi attraversano rotte marittime critiche, tra cui il Canale di Suez e lo Stretto di Gibilterra, collegando i grandi centri produttivi alle principali economie dell’Unione Europea. Il transito attraverso questi chokepoints rende i flussi energetici vulnerabili a interruzioni legate a eventi politici, conflitti locali o minacce asimmetriche, come la pirateria somala o gli attacchi contro le infrastrutture marittime. Il gas naturale costituisce un altro pilastro cruciale dell’approvvigionamento energetico europeo, con forniture storicamente provenienti dall’Algeria tramite gasdotti come il TransMed e il Medgaz[39] e con crescenti volumi di GNL importati dagli Stati Uniti, Qatar e Nigeria. Grazie ai giacimenti offshore come Zohr in Egitto e Leviathan in Israele che offrono la possibilità di diversificare le forniture e di ridurre la dipendenza da rotte più lunghe o vulnerabili, il Mediterraneo orientale ha aumentato la propria rilevanza, questo soprattutto a seguito della riduzione delle forniture russe.
Dunque, dato lo scompaginamento delle relazioni euro-moscovite e la sempre più instabile governance attorno a Hormuz, la sicurezza e la libertà di navigazione nel Mar Rosso sono destinate sempre più ad aumentare di rilevanza, date le necessità, rischi e appetibilità per tutti gli attori coinvolti nella regione.
La pirateria somala, le infiltrazioni logistiche di Al-Shabaab e le tensioni politiche nel Corno rappresentano minacce tangibili ai corridoi marittimi critici. Inoltre, l’influenza crescente di attori extra-regionali, quali Emirati Arabi Uniti, Cina e Turchia, non solo modifica gli equilibri geopolitici locali, ma introduce elementi di rischio e opportunità per la sicurezza energetica europea. Secondo il Med & Italian Energy Report[40] circa 26 milioni di barili al giorno di petrolio (crudo e prodotti raffinati) transitano attraverso il Mediterraneo, con Gibilterra e Suez quali “strozzature” per le commodity energetiche.
Il Canale di Suez rappresenta circa il 7,6 % dei flussi mondiali di prodotti petroliferi raffinati e oltre il 2 % del GNL globale in transito, evidenziando il suo ruolo strategico per il commercio energetico europeo e globale. La sicumera di questi corridoi è vitale per l’Unione Europea: il transito di gas naturale liquefatto attraverso lo Stretto di Gibilterra è salito fino al 10 % del totale mondiale, proporzioni che sottolineano non l’importanza del Mediterraneo nella resilienza energetica europea ma anche una costante crescita della domanda. Su tale fronte il contributo dei paesi nordafricani è notevole. L’Algeria resta uno dei principali fornitori dell’Europa, esportando circa 25/30 miliardi di metri cubi (bcm) di gas all’anno attraverso i gasdotti TransMed e Medgaz verso Italia e Spagna, con volumi fluttuanti ma strutturalmente significativi per la domanda europea. In aggiunta, la crescita dei terminali di GNL nel Mediterraneo ha visto importazioni complessive nella regione occidentale e orientale di circa 46–47 milioni di tonnellate di GNL nel 2024, importate principalmente da Stati Uniti (circa 17,2 milioni di tonnellate) e Algeria (circa 10,8 milioni di tonnellate), con Francia, Spagna e Italia tra i principali destinatari[41]. Il model-mix europeo riflette questa traiettoria, perduto progressivamente l’orso russo (dal 41 % nel 2021 al 6 % nei primi mesi del 2023).
Etiopia e accesso al mare: Memorandum Etiopia–Somaliland. Reazioni di Mogadiscio.
Non esiste perdita peggiore per la carcassa di un impero che vedersi sottratto il mare. Soprattutto quando a non lambire la putrefazione è la memoria di ciò che si è stati. Il Somaliland riveste dunque un’importanza strategica per l’Etiopia in relazione alla perdita dello sbocco marittimo da parte di quest’ultima, in seguito all’indipendenza dell’Eritrea nel 1993. Ad oggi, l’Etiopia è il più grande stato al mondo senza accesso diretto al mare in rapporto alla popolazione. Tale condizione ha reso estremamente farraginosa la coesistenza tra Amhara, Oromo, Tigrini e componente Somala del paese a trazione Ogaden (il clan Darod più numeroso nella Somali Region etiope)[42].
Fortemente dipendente dai porti dei vicini, in particolare da quelli di Gibuti, Addis Abeba si trova costretta a destreggiarsi tra costi logistici elevati e vulnerabilità strategica per una fra le economie comunque più dinamiche dell’Africa. In questo contesto il Somaliland assume un valore geopolitico fondamentale.
Sebbene non riconosciuto come Stato e formalmente ancora parte della Somalia, Hargeysa dispone di istituzioni relativamente stabili e controlla il porto di Berbera; congiuntura irripetibile per un’Etiopia che fruga possibilità concrete di diversificazione rotte commerciali e rafforzamento delle proprie supply chain. Inoltre, l’apertura di corridoi verso il Golfo di Aden consentirebbe all’Etiopia di integrare più efficacemente le proprie esportazioni nei circuiti globali e sostenere la crescita industriale promossa negli ultimi anni.
Oltre alla dimensione economica, l’appetito etiope verso il Somaliland si inserisce anche in una logica di proiezione geopolitica.
Un accordo infrastrutturale con Hargeysa potrebbe permettere all’Etiopia di sviluppare capacità marittime nella regione del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Per comprendere le dinamiche interne dell’Etiopia è utile considerare la composizione storica e politica dello Stato etiope. Il paese è caratterizzato da una forte pluralità etnica e linguistica, nel cui quadro spiccano i gruppi degli Amhara, degli Oromo, dei Tigrini (o Tigrè) e degli Ogaden somali. L’impero etiope moderno si sviluppò principalmente sotto l’egemonia della componente Amhara, per secoli il nucleo politico e culturale della regione. Gli Amhara, stanziati storicamente negli altopiani centrali dell’Etiopia, furono tra i principali protagonisti della formazione dell’impero cristiano etiope in comodato d’uso con le élite tigrine del nord. Nulla di strano che un impero esibisca una curiosa bicefalia.
Uno dei momenti decisivi di questa fase fu il regno dell’imperatore Menelik II (1889–1913), sovrano di origine Amhara che guidò una vasta espansione territoriale verso sud, est e ovest. Attraverso campagne militari e processi di integrazione amministrativa, Menelik II incorporò i territori degli Oromo, Somali e Sidama, contribuendo a definire i confini di gran parte dell’Etiopia contemporanea. Questo processo di espansione imperiale consolidò il predominio politico e culturale Amhara, rafforzato dall’uso della lingua amarica (semitica) come idioma amministrativo, vincolato poi al ruolo della Chiesa ortodossa etiope quale pilastro dell’identità statale. Altro momento fondamentale della storia imperiale fu la vittoria etiope nella Battaglia di Adua, quando le forze di Menelik II sconfissero il regio esercito italiano, cui seguirà un ulteriore e sgangherato tentativo sotto governo fascista di occupare l’unica regione del continente nero ad aver dimostrato la propria impermeabilità agli eserciti e alla cultura degli europei. Pertanto, anche sotto il negus Hailé Selassié (1930–1974), Amhara anch’egli, l’Etiopia cercò di estendere la propria influenza nel continente africano. Il sistema politico rimase tuttavia fortemente centralizzato e dominato dalle élite degli altopiani, alimentando tensioni con altri gruppi etnici. La proiezione strategica dell’impero Amhara fu quindi caratterizzata da coriaceo controllo degli altopiani centrali ed espansione verso le periferie; tutto ciò al fine di garantire profondità territoriale e accesso a rotte regionali.
Questa eredità storica continua a influenzare le dinamiche politiche e geopolitiche dell’Etiopia contemporanea.
Nel corso del XX secolo tale predominio è stato progressivamente contestato da altri gruppi etnici, in particolare dagli Oromo e dai Tigrini, portando a tensioni politiche e riforme istituzionali culminate nella creazione di un sistema federale su base etnica negli anni Novanta. Questa complessa configurazione interna continua a influenzare la politica etiope contemporanea e il modo in cui il paese definisce le proprie priorità strategiche, tra cui la ricerca di un accesso più sicuro e autonomo al mare. Proprio per tale ragione, nel gennaio 2024 l’Etiopia e il Somaliland hanno firmato un memorandum d’intesa sulla partizione di acque “bollenti”. L’accordo prevede la possibilità per Addis Abeba di ottenere accesso al mare attraverso la concessione di una porzione di costa del Somaliland, con l’obiettivo di sviluppare infrastrutture portuali e logistiche di carattere militare sul Golfo di Aden.
In cambio, l’Etiopia si sarebbe impegnata ad avviare un percorso di riconoscimento politico del Somaliland. A conferma della reale effettività dello stesso, nel settembre del 2025 il capo di stato maggiore etiope ha presieduto all’inaugurazione di quattro nuove strutture, tra cui il quartier generale e il centro di addestramento della marina ristabilito.
La Forza di Difesa Nazionale Etiope (ENDF) ha diffuso fotografie che hanno permesso di identificare la posizione del nuovo quartier generale navale a Jan Meda, vicino al quartiere delle ambasciate ad Addis Abeba, mentre il nuovo Centro di Addestramento della Marina è stato costruito accanto all’Università di Difesa Etiope a Bishoftu[43]: nel cuore terragno della regione con prospettive future di “tuffare i piedi in acqua”. L’accordo ha tuttavia suscitato una forte reazione da parte del governo federale della Somalia, che considera il Somaliland parte integrante del proprio territorio nazionale. A conferma delle attesissime dichiarazioni di risposta, le autorità di Mogadiscio hanno definito il memorandum una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale somala, sostenendo che qualsiasi accordo internazionale riguardante il territorio somalo debba essere negoziato con il governo federale e non con Hargeysa. La Repubblica Federale somala ha così deciso di espellere dal suo Paese i soldati etiopici entro la ATMIS, formazione militare gemmata in seguito alle continue minacce di Al Shabaab. Tanto per rimarcare quali siano i nemici esistenzialmente percepiti come peggiori da Mogadiscio. Successivamente, il Ministro degli Esteri somalo Fiqi ha dichiarato che se l’Etiopia fosse andata avanti nel proprio proposito, la Somalia avrebbe addirittura sostenuto con finanziamenti e armi le milizie etiopiche anti-governative. Iniziativa cui si è prontamente aggiunto l’Egitto, da sempre in pessimi rapporti con l’Etiopia; situazione recentemente peggiorata data la costruzione della Diga del Rinascimento sul Nilo Azzurro, atta ad alterare la portata delle acque etiopi a danno egiziano.
Il Cairo ha quindi promesso aiuto militare alla Somalia e fatto arrivare all’aeroporto di Mogadiscio cargo di armamenti. Biasimo rimarcato di nuovo anche dalla Turchia. Esistono circa una ventina di altri Paesi africani privi di accesso al mare, che tuttavia non pretendono di cambiare con un atto unilaterale i propri confini ormai fissati da decenni, ed accettati dalla stessa Unione Africana[44]. Principio rimarcato dai vari Fiqi ed Erdoğan. La crisi diplomatica che ne è derivata ha infatti portato al coinvolgimento di terzi interessati alla stabilità del Corno d’Africa. Turchia su tutte. In nome di una vecchia (quanto utilitarista) amicizia tra Mustafa Kemal Atatürk e Haile Selassie, Ankara ha prontamente digitato il numero di Addis Abeba. Tradotto: noi ci siamo. L’“Impero della patria blu” aveva già precedentemente avviato un processo di mediazione, culminato nella “Dichiarazione di Ankara Etiopia-Somalia” del 12 dicembre 2024, con tanto di successiva visita del premier Erdoğan.
Salamelecchi e preoccupazioni della sempre maggiore presenza israeliana sul Golfo di Aden a parte, palpabile è stata l’inquietudine della Turchia per una possibile apertura diplomatica dell’Etiopia verso il Somaliland. Soprattutto dopo la guerra del Tigray (2020-2022), dopo la quale le tensioni con l’Eritrea sono aumentate nuovamente per la regione dell’Oromia nel 2024.
Nel contesto, le attività della milizia Fano (braccio armato Amhara) sono diventate evidenti nel gennaio 2025. Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed, da sempre prospiciente una visione centralista e riformista, ha comunque a tal proposito affermato che «…una popolazione di 130 milioni non può vivere in una prigione geografica»[45].
L’Etiopia vuole il mare, indipendentemente dai desiderata di Ankara. In questo quadro, la questione dell’accesso al mare per l’Etiopia e dello status politico del Somaliland si conferma uno dei nodi geopolitici più sensibili della regione.[46]
La rivalità tra potenze regionali: Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Israele.
Per l’Etiopia, l’accesso al mare rappresenta dunque una questione esistenziale. La mancanza di uno sbocco diretto al mare riduce la capacità degli Amhara di controllare le proprie supply chain e di proiettare potere nella regione. Parallelamente, il Somaliland mira a rafforzare la propria legittimità internazionale, beneficiando di investimenti e infrastrutture etiopi che contribuiscono alla stabilità economica e alla sicurezza interna del territorio. La complessità strategica della regione è amplificata dalla competizione tra potenze regionali. Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Israele hanno sviluppato una presenza politica, economica e militare nel Corno d’Africa, spesso sostenendo (proto)governi o entità locali a fini strategici. Dati i pesanti investimenti emiratini nei porti del Mar Rosso, comprensibile è il timore delle monarchie del golfo di vedersi defenestrate da una potenza militare quale Israele. Nel febbraio 2026 l’Institute for Security Studies ha osservato che il recente riconoscimento del Somaliland da parte di Israele abbia scatenato forti reazioni e inciso profondamente sul dibattito politico riguardante lo status della regione. L’azione di Israele, prima nazione al mondo ad aver riconosciuto ufficialmente il Somaliland come Stato sovrano, ha provocato la condanna del Consiglio di Pace e Sicurezza dell’AU, ente che ha ribadito che nessun attore ha il potere di alterare la configurazione territoriale di uno Stato arbitro suo, e che qualsiasi affermazione di sovranità su una parte del territorio somalo sia priva di valore sotto il profilo del diritto internazionale[47].
Di contro, gli Emirati Arabi Uniti hanno corroborato la presenza militare in Eritrea grazie all’uso di un aeroporto militare e di un porto navale ad Assab, piattaforma di lancio per le operazioni in Yemen in funzione di contenimento degli Houthi. Mezzi quali i Chinook, Apache, Black Hawkm, UAV Predator, jet Mirage e i C-17 hanno utilizzato Assab al fine di dimostrare una robusta presenza militare. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero a tal proposito guadagnato il soprannome di “Piccola Sparta” del Golfo tra i generali statunitensi[48]. Senza uomini per combattere la loro guerra, gli Emirati Arabi Uniti hanno ingaggiato contractors dalla Somalia e dal Sudan, finanziando anche i bilanci militari di Somalia e Puntland. Doppia ambiguità che avvolge Abu Dhabi e Mogadiscio. Tuttavia, per rimarcare quella che è la postura emiratina, si registra nel febbraio 2026 l’irruzione nel Somaliland della Global South Utilities, azienda energetica di Abu Dhabi che ha inaugurato un impianto fotovoltaico solare di cinque megawatt con connessioni di picco alla rete nella zona di Berbera, con l’obiettivo di drenare un’economia alimentata a diesel (circa l’80% della produzione elettrica della città proviene dalle importazioni di diesel) verso un polo di rinnovabili[49].
La nuova centrale solare è componente principale della nuova “Green Berbera Vision“. Questo mentre, come già sottolineato, la Turchia sostiene strutture civili e militari a Gibuti e Somalia per rafforzare la propria proiezione sul Golfo di Aden. Il Qatar, in qualità di cassa deposito della Fratellanza Musulmana nel Medio Oriente, e Arabia Saudita, che ogni giorno che passa cerca di sganciarsi dall’ombrello militare di Tel Aviv, cercano di ottenere influenza politica. La Lega Araba ha recentemente condannato la visita del ministro degli Esteri di Israele ad Hargeysa[50], ritenendola un’interferenza negli affari interni della Somalia e una violazione della sua sovranità e unità. L’organizzazione non riconosce nessun accordo o relazione ufficiale con entità secessioniste esterne al quadro costituzionale somalo, ammonendo che tali azioni possono minacciare la pace e la sicurezza non solo in Somalia, ma nell’intera regione del Golfo di Aden e nel Mar Rosso; percezione quanto mai viva delle spinte centrifughe riguardanti anche la propria regione. Motivazioni diverse attagliano invece le giornate degli apparati turchi. Con la sua politica ispirata al progetto “impero della patria blu” (Mavi Vatan), Ankara considera queste rotte essenziali per la proiezione del proprio potere navale e per la difesa di interessi economici e commerciali.
Il concetto di Mavi Vatan mira a garantire il controllo turco sulle principali vie marittime del Mediterraneo orientale, Mar Nero e Nord Africa, estendendo l’influenza anche nel Corno d’Africa e nel Golfo di Aden in caso di sgradite strozzature.
Circa il 10% del commercio globale transita attraverso il Mar Rosso e lo Stretto di Bab el Mandeb, inclusi petrolio e gas dal Golfo Persico verso l’Europa. Per la Turchia, l’accesso logistico e basi navali in questa regione significa poter proteggere le proprie importazioni ed esportazioni e garantire la sicurezza delle linee di comunicazione marittime. Il possesso di infrastrutture portuali consente inoltre alla Turchia di ospitare navi da guerra e unità logistiche, facilitando operazioni di pattugliamento e possibile deterrenza nel Corno d’Africa[51].
Fattore ribadito nel febbraio 2026, quando una torma di F-16 Viper turchi ha sorvolato i cieli di Mogadiscio, azione atta a ribadire quale debba essere per i somali l’interlocutore privilegiato della zona in assenza di Washington[52].
Per Israele, il riconoscimento del Somaliland e l’accesso a Berbera rappresentano interessi di sicurezza esistenziale legati al controllo delle medesime rotte. Motivo primigenio: la sopracitata estensione turca, percepita ancor più nefasta sul medio-lungo termine rispetto alla minaccia iraniana. La presenza in Somaliland consente a Tel Aviv di sviluppare centri di intelligence e capacità di proiezione militare nella regione, riducendo la vulnerabilità a minacce transregionali come anche le reti legate agli Houthi in Yemen o a gruppi affiliati a Iran e Hezbollah.
In questo modo, Israele garantisce la sicurezza dei propri interessi economici e militari in uno snodo cruciale del commercio mondiale, riducendo il rischio di interruzioni che potrebbero compromettere l’approvvigionamento energetico e le linee di comunicazione strategiche. Per il Qatar invece il Corno d’Africa è rilevante per la possibilità di diversificare il proprio indotto attraverso investimenti portuali e corridoi logistici.
L’emirato ha stretti legami politici, economici e diplomatici con la Somalia federale e altre istituzioni multilaterali regionali: qualsiasi deviazione da questo approccio esporrebbe Doha a rischi di isolamento dovuto a conflitti diplomatici con altri attori del Golfo e dell’Africa orientale. Inoltre, la reputazione di nazione mediatrice non potrebbe essere compromessa a vantaggio di evitabilissimi effetti domino sulla politica interna di attori arabi e africani. Tale prospettiva vedrebbe movimenti separatisti o autonomie locali in grado di destabilizzare Somalia, Yemen o Eritrea. Questo potrebbe tradursi in pressioni economiche e militari dirette sul Qatar, costringendo l’emirato a investire risorse significative per contenere conflitti lontani e proteggere interessi vitali.
La presenza cinese e la militarizzazione del Mar Rosso.
Prodromo di qualunque impero esistente e futuro è la capacità di proiettarsi oltre il proprio retaggio nazionale. E il terzo millennio (secondo i parametri della società cristiano occidentale) vede l’Impero di Mezzo contestare l’egemonia statunitense. Qualunque spostamento, dossier e pianificazione devono essere letti in tale prospettiva, “fredda” o guerreggiata (non auspicabile) che sarà. Grammatica base: ledere poco a poco i puntelli della cosiddetta “globalizzazione”, che strutturalmente altro non è se non il controllo dei mari e degli stretti da parte di Washington. Cifra di qualunque marca imperiale tuttavia è la capacità di diventare importatore di ultima istanza e delocalizzatore seriale, al fine di proiettare sé e il proprio stile di vita verso pezzi di mondo strategicamente ritenute rilevanti. Solo che lo stretto di Bab el Mandeb e l’adiacente Mar Rosso, data la non esattamente prospicenza alla Città Proibita, non sono geograficamente indispensabili per la sicurezza della popolazione cinese (al plurale), né in tal modo vengono percepiti.
La Repubblica Popolare Cinese ha però gradualmente consolidato la propria presenza economica, infrastrutturale e militare nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso, inserendo la regione nel cuore della sua strategia globale di proiezione di potere marittimo e commerciale. Questa presenza si inscrive nel più ampio disegno della Belt and Road Initiative (BRI), un progetto di infrastrutture globali volto a creare un vasto network di collegamenti economici e logistici connessi alla Cina. In Africa orientale, e in particolare nei paesi del Corno d’Africa, Pechino ha realizzato investimenti nei settori ferroviario, portuale, energetico e delle comunicazioni, che rafforzano la dipendenza economica dei partner locali e consolidano la sua influenza politica regionale.
Una manifestazione più visibile della militarizzazione cinese è l’istituzione della prima base militare permanente all’estero di Pechino a Gibuti, esattamente tra le intercapedini delle arterie che collegano l’Oceano Indiano al Mar Rosso e al Canale di Suez.
La base dalla People’s Liberation Army Navy (PLAN) è stata completata nel 2017 ed è risacca di unità navali e personale militare impegnato in attività di supporto logistico, addestramento e azioni antipirateria.
Morfologicamente dunque una (ormai non più) potenziale proiezione di potenza navale a lungo raggio. Già dal 2008, nel candore statunitense di credere che il Dragone avrebbe assorbito la democrazia a seguito dell’entrata nel WTO, la Marina militare cinese ha condotto regolarmente operazioni nel Golfo di Aden e nelle acque adiacenti al Corno d’Africa, attività inizialmente giustificate come protezione delle rotte commerciali cinesi contro la pirateria marittima. Tali operazioni hanno fornito alla PLAN esperienza operativa di lunga durata in acque lontane e hanno facilitato la proiezione di capacità navali cinesi in un teatro strategico per il commercio globale[53].
Un’avanscoperta praticamente senza rischi e sotto il placet compiaciuto delle pubbliche opinioni occidentali. L’influenza di Pechino non si limitò pero solo all’aspetto militare. Esempio tangibile la costruzione della Ethiopia-Djibouti Railway (752 km), costata circa 4 miliardi di dollari e patrocinata da China Railway Engineering Corporation (CREC) e China Civil Engineering Construction Corporation (CCECC), società nelle quali il Partito Comunista (vero apparato decisionale a Pechino) imprime i “dove” e i “quando”. L’infrastruttura ha rappresentato il principale collegamento tra l’Etiopia chiusa al mare e il porto di Doraleh a Gibuti, facilitando il commercio e riducendo i costi logistici[54]: collegamento chiave per l’economia etiope e per il trasporto merci (cinesi o di aziende locali foraggiate da capitale sinico) verso i porti del Mar Rosso. L’episodio ha evidenziato il connubio tra infrastrutture civili e proiezione strategica di lungo periodo.
Nel contesto geopolitico della regione, la presenza cinese è spesso percepita come una contromisura alle strategie condomine di attori extra-regionali tra cui Stati Uniti, Francia, Giappone e, più recentemente, l’India, tutti formalmente impegnati nel mantenimento di basi, accordi di difesa o partnership logistiche lungo le rotte del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano.
Va detto però che la base della Repubblica Popolare si trova a poche decine di chilometri da quella degli Stati Uniti (Camp Lemonnier), questo a sottolineare come anche per il Dragone l’importanza di Gibuti nel controllo del Bab el-Mandeb sia tutto fuorché secondaria.
La militarizzazione del Mar Rosso da parte della Cina non è un fenomeno isolato ma un tassello di una più ampia penetrazione che collega gli interessi di Pechino alla sicurezza delle sue rotte marittime, fino alla capacità di proiettarsi lungo i principali snodi marittimi mondiali. Imprimere dunque la propria presenza è il primo modo di assicurarsi spazio in un quadrante dove, per ora, gli Stati Uniti, tra presenza militare e proxy emiratini e sauditi, dominano ancora nettamente. Oltre la Ethiopia-Djibouti Railway sottolinea una presenza ormai confitta anche la Standard Gauge Railway in Kenya, centrale per migliorare la connettività commerciale e l’intreccio economico tra i paesi dell’Africa orientale.
Secondo i dati riportati, gli investimenti cinesi hanno avuto un impatto significativo in Etiopia: nel 2024 il paese ha registrato 3,92 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri, di cui circa la metà provenienti dalla Cina, con oltre 4.500 progetti gestiti da entità cinesi.
Nonostante i buoni rapporti con Addis Abeba che ammicca alla misconosciuta Repubblica del Somaliland, la Cina non intrattiene relazioni ufficiali con quest’ultima, sostenendo apertamente la sovranità e l’integrità territoriale della Somalia in linea con il principio diplomatico di opposizione ai movimenti secessionisti.
Nel dicembre 2025 il Ministero degli Esteri cinese ha ribadito la contrarietà a qualsiasi riconoscimento internazionale del Somaliland, criticando il sostegno esterno a entità separatiste e invitando Hargeisa a cessare le proprie “attività secessioniste”.
Messaggio chiaro a Taiwan, Tibet o i turcici Iuguri dello Xinjiang. Tuttavia, data la non sorprendente transigenza del gigante statunitense nei confronti degli Isaaq secessionisti, anche Pechino ha declinato (almeno a parole) la propria postura in ottemperanza ai fatti[55].
Il Dragone avrebbe proposto pacchetti di investimenti infrastrutturali per lo strategico porto di Berbera in cambio dell’interruzione delle relazioni tra il Somaliland e Taiwan, in un flirt che irrita e non poco le stanze del Politburo pechinese[56]. Tuttavia, Hargeysa ha rifiutato tali offerte e ha mantenuto i propri rapporti con Taipei.
Dalla Città Proibita dunque si attende, silenti e operanti. Al momento, le antiche e mai vecchie parole di Sun Tzu risuonano ancora valide: «Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento bensì sottomettere il nemico senza combattere[57]»
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[26] Reuters, “Dubai’s DP World says operations at Somaliland’s Berbera port unaffected by UAE-Somalia dispute”, in Reuters, 13 gennaio 2026.
[27] Quebec Pension fund halts deals with DP World over CEO’s Epstein ties, in Bloomberg, 10 febbraio 2026.
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[30] Altman Howard, “Turkish F-16 Vipers Seen Operating Out Of Mogadishu’s International Airport”, in The War Zone, 4 febbraio 2026.
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[32] “Il Somaliland chiede agli Usa il riconoscimento ufficiale”, in Africa Rivista, 1 agosto 2025.
[33] Reuters, “China’s Top Diplomat Postpones Visit to Somalia, Arrives in Tanzania”, in Reuters, 9 gennaio 2026.
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[51]Usta Betül, “From Indian Ocean to Aden, Turkish navy boosts strategic presence”, in Daily Sabah, 22 settembre 2024.
[52] Altman Howard, “Turkish F-16 Vipers seen operating out of Mogadishu’s International Airport”, in The War Zone, 3 febbraio 2026.
[53] Vita Avrahamov, A Guide to Foreign Involvement in the Horn of Africa: Interests and Modes of Engagement of Key Actors, Jerusalem Institute for Security Studies (JISS), 26 gennaio 2026.
[54] Dennis Munene, “China’s development offers example for Horn of Africa”, in China Daily Global, 22 settembre 2025.
[55] Nyabiage Jevans, “China stands behind Somalia amid US push for Somaliland recognition”, in South China Morning Post, 19 dicembre 2024.
[56] Embassy of the People’s Republic of China in Somalia, “Comments on Somaliland Regional Authority’s Collusion with Taiwan”, 28 luglio 2025.
[57] Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, Milano, 2013.


