scarica il file in pdf – 2025 un anno da dimenticare – dicembre 2025 – sanfelice
2025. UN ANNO DA DIMENTICARE?
Amm. Sq. Ferdinando SANFELICE di MONTEFORTE
Introduzione
Siamo arrivati, bene o male, alla fine di un anno, il 2025, costellato da eventi turbinosi che ci hanno più volte preoccupato. Anche questa volta, però, la nostra memoria si è dimostrata uno strumento selettivo e di corta durata: abbiamo tralasciato di guardare con attenzione a conflitti che ritenevamo lontani da noi, e – quel che è peggio – all’avvento di un nuovo dramma, abbiamo di volta in volta rapidamente cancellato dalla mente la tragedia precedente, che fino a quel momento ci aveva tolto il sonno.
Certo, quest’anno i conflitti e le turbolenze si sono moltiplicati, anche se spesso si è trattato di ritorni di fiamma, vecchie guerre che si sono riaccese dopo qualche decennio – se non secoli – di stasi. In questo turbine di violenza, appare evidente la carenza di due fattori, da parte dei leader e dei media, fattori che non solo contribuiscono a rendere inspiegabile ciò che accade, ma hanno spinto i leader a prendere decisioni che li stanno conducendo verso un precipizio.
L’ignoranza della Storia
Il primo preoccupante fattore che viene trascurato è appunto la Storia. Cercare di riflettere sui drammi in corso, sempre più numerosi, è difficile, e, se non si ricorre alle lezioni della Storia, spesso ci sfuggono le cause lontane, le radici dei conflitti e le ragioni che spingono, da un lato i Paesi più potenti a perseguire un determinato approccio e, dall’altro perché Paesi di dimensioni minori si impegnino fino alla morte in conflitti che non possono vincere.
Prendiamo, come primo esempio, l’attivismo degli Stati Uniti per far cessare la sempre più sanguinosa guerra russo-ucraina. La preoccupazione di noi Europei è il sospetto che il favoritismo americano nei confronti della Russia, in barba a tutti i principi onusiani, sia un elemento nuovo nelle relazioni internazionali, e che abbia preso piede per motivi contingenti, malgrado sia acclarato il ruolo di Mosca come aggressore, e sia in vigore un mandato di arresto da parte della Corte Penale Internazionale nei confronti del Presidente Putin.
Non ci si ricorda, però, che questa è la quinta volta nella Storia in cui gli Stati Uniti accorrono in soccorso della Russia, togliendole le classiche “castagne dal fuoco”. La prima volta accadde nel 1867, quando la rivalità tra Russia e Gran Bretagna era arrivata al calor rosso, e il “Grande Gioco”, come venne chiamato allora, stava per trasformarsi di nuovo in aperta ostilità, dopo la sconfitta nella guerra di Crimea.
Fu allora che il governo di San Pietroburgo decise di vendere l’Alaska – allora considerato poco più di una distesa di ghiacci – agli Stati Uniti, non essendo in grado di difenderne il possesso, qualora la Corte di San Giacomo avesse deciso di invaderla partendo dal confinante Canada.
Ma quasi mezzo secolo dopo, il governo di Washington dovette intervenire di nuovo – questa volta più pesantemente – a favore della Russia, minimizzando le conseguenze della bruciante sconfitta subita dalle forze dello Zar nella guerra contro il Giappone. Il Trattato di Portsmouth, firmato il 5 settembre 1905, infatti, soddisfaceva solo una parte delle pretese giapponesi, limitandosi a concedere al governo di Tokyo la Corea, mentre la Manciuria, il principale oggetto del contendere, veniva restituita alla Cina e le riparazioni di guerra della Russia fossero minime, se non nulle.
Dietro questa mediazione, invero poco imparziale, vi era il timore americano che i gravi disordini, scoppiati a San Pietroburgo nel gennaio precedente, portassero a un crollo dell’Impero russo. In effetti, il risultato fu quello di ritardarne la fine di oltre un decennio, segno che il regime zarista aveva comunque i giorni contati.
Il terzo intervento, in soccorso questa volta dell’Unione Sovietica, avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale, nel corso della quale il governo di Washington non lesinò spese per dotare l’Armata Rossa di quanto di meglio fosse disponibile in materia di armamenti, per consentirle di resistere al potente Esercito tedesco. Per fare questo, il governo americano chiuse, tra l’altro, ambedue gli occhi di fronte all’invasione dell’Iran da parte degli eserciti britannico e sovietico, malgrado i buoni rapporti esistenti tra Teheran e Washington, pur di accorciare la linea di rifornimento dell’Armata Rossa, evitando così che gli armamenti e gli aiuti americani fossero costretti a transitare attraverso la ferrovia transiberiana.
Il quarto intervento, più recente, è stato l’impegno americano, in termini di capitali e di tecnologia, per far risorgere la Russia dall’abisso in cui si era cacciata nel 1991. Il crollo dell’Unione Sovietica, definito dai leader russi come “la più grande tragedia del XX secolo”, in realtà è stato un suicidio, anche se pochi lo ricordano oggi.
Ora il presidente Trump si sta spendendo per raggiungere una pace che non umili il governo di Mosca, anche a costo di ledere i legami di amicizia e di collaborazione nati quasi ottant’anni fa con l’Europa, grazie al “Ponte Transatlantico” e alla NATO.
Nel fare questo, il governo americano si è dimostrato insensibile alle proteste europee, le cui opinioni pubbliche non hanno dimenticato quanto la loro benevolenza verso la Germania, negli anni 1930, abbia avuto come risultato una moltiplicazione delle aggressioni a Paesi vicini al Terzo Reich. Il risultato di questa benevolenza fu, appunto, la Seconda Guerra Mondiale.
Cosa temono, quindi, da oltre un secolo gli Stati Uniti, tanto da compiere sforzi a ripetizione per salvaguardare la Russia come Potenza sia pure di medio livello? Il sospetto è che un eventuale sminuzzamento della Russia, con molte delle attuali repubbliche federate con Mosca che già mostrano segni di insofferenza sempre maggiori nei confronti della capitale federale, finirebbe per ridare alla Cina quei vastissimi territori siberiani che il Celeste Impero possedeva fino al 1858, quando dovette cederli alla Russia mediante i cosiddetti “Trattati Ineguali”.
Infatti, se la Cina, Paese sempre affamato di risorse, riuscisse a far rientrare nella propria orbita queste repubbliche siberiane, diventerebbe la Potenza più ricca al mondo, e quindi la vera padrona dell’Asia, diventando troppo potente persino per gli Stati Uniti.
Ma – direbbe qualcuno – la Cina non è stata letteralmente salvata da un attacco nucleare russo nel 1969, grazie agli Stati Uniti, e anni dopo non è stata rimessa in piedi dal governo di Washington a partire dal 1972? Questa obiezione porta a un’altra considerazione o, meglio, a un sospetto: gli Stati Uniti non sembrano volere una nuova versione del bipolarismo, specie se in condizioni di inferiorità, come potrebbe accadere se la Cina tornasse padrona, in un modo o nell’altro, della Siberia Orientale.
A noi Europei sembra che, per Washington, sia più conveniente un “gioco a tre” tra Grandi Potenze, con gli altri due concorrenti che possono spesso finire per elidersi a vicenda, come sta avvenendo oggi tra Pechino e Mosca, malgrado i baci e gli abbracci che i due leader si scambiano periodicamente.
La Cina, peraltro, non manca di abilità nel perseguire i propri obiettivi di dominio dell’Asia, riuscendo a espandere la propria influenza, rimanendo al di sotto della soglia dei conflitti. Certo, non tutto va bene per il governo di Pechino: le Nazioni confinanti si sono premunite in modo da potersi difendere con efficacia da eventuali aggressioni cinesi, la situazione interna di quest’ultima vede una sequela di rivolte e guerriglie striscianti, da parte delle minoranze alla periferia del suo territorio, cui si aggiunge il malcontento della maggioranza della sua popolazione, che soffre per la “cura da cavallo” inflittale dal governo per ridurre fin troppo rapidamente il debito pubblico.
Non che sulle sponde del Potomac le cose vadano meglio! L’economia americana soffre per il peso opprimente del debito pubblico sempre più grande, mentre il resto del continente americano, che una volta era il “cortile di casa” del governo di Washington, appare sempre più desiderosi di affrancarsi dalla pesante tutela USA, e il tentativo di risollevare le sorti del Paese a spese altrui, mediante i dazi imposti senza distinzione tra amici e nemici sta portando a una progressiva perdita di efficacia del “Ponte Transatlantico” tra Europa e America, al di là delle professioni di fedeltà di alcuni governi europei.
Di conseguenza, l’Occidente è diviso, malgrado gli sforzi di alcuni Paesi, come l’Italia, per evitare la spaccatura: è in atto, infatti, una pericolosa divergenza di obiettivi strategici, con gli Americani che temono la Cina, non la Russia, mentre gli Europei hanno penato decenni per liberarsi dalla minaccia di Mosca e la vedono ancora come un possibile nemico. In particolare, i Paesi dell’Europa Centro Orientale non hanno nessuna voglia di sentire ancora il fiato caldo del cosiddetto “Orso russo”, che li ha oppressi e condizionati per decenni.
Un altro esempio di ignoranza della Storia ci è dato dalla “strategia di logoramento” attuata dall’Esercito russo nei confronti di quello ucraino. Chi ha pensato questa strategia ha dimenticato che, durante la Prima Guerra Mondiale, il generale tedesco von Falkenhayn tentò lo stesso approccio per logorare l’esercito francese, con il risultato che le perdite umane dei Tedeschi furono abbondantemente superiori a quelle francesi. Lo stesso, inevitabilmente, sta accadendo in Ucraina, e provoca una rabbia crescente tra le popolazioni delle repubbliche russe che forniscono il maggior numero di soldati.
L’irrazionalità
Il secondo fattore che preoccupa è la crescente prevalenza dei “Sentimenti forti” come l’odio e il revanscismo, a detrimento della razionalità delle strategia in atto.
Con i “Tre Grandi” che mostrano debolezze fin troppo marcate, c’è purtroppo spazio per coloro che anelano a recuperare lo splendore perduto, o ad accrescere il proprio potere regionale. Prima di parlare delle cosiddette “Entità non statuali” la cui azione è sempre più incisiva, corre l’obbligo di gettare uno sguardo, sia pur rapido, a quanto avviene nel cosiddetto “Medio Oriente”.
Molto si è detto e scritto sul conflitto tra Israele e Hamas, con quest’ultimo appoggiato dal mondo sciita, sotto l’influenza di Teheran, che è riuscita, almeno per alcuni anni, a convincere i vari movimenti a lei legati a esporsi pericolosamente con azioni violente, a volte di una crudeltà senza pari.
Anche se, rispetto a qualche mese fa, la situazione appare migliorata, grazie a una tregua che, più o meno, regge, rimangono insoluti i nodi fondamentali del contenzioso, nodi noti, purtroppo, fin da quando, nel 1917, il governo britannico diede il via libera alla migrazione sionista verso la Terra Santa.
Non a caso, nella sua lettera di autorizzazione, il Ministro degli Esteri britannico, Lord Balfour, pose la condizione ben chiara, secondo cui, in questa migrazione, “nulla avrebbe dovuto essere fatto per pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non Ebree in Palestina, né i diritti e lo status politico goduto dagli Ebrei in altri Paesi”[1].
Inutile dire che, quando la migrazione ebrea nella “Terra Promessa” divenne un fiume in piena, al termine della Seconda Guerra Mondiale, le parti interessate cercarono di espellere gli avversari con ogni mezzo, creando quella che oggi è una situazione inestricabile, con milioni di rifugiati palestinesi in tutto il Medio Oriente.
Dopo le guerre del 1948, del 1956, del 1972, del 1982 si era arrivati a una situazione di quasi convivenza che sembrava reggere, con il governo israeliano che aveva stretto legami economici con le controparti, nonostante i numerosi attentati ed almeno un paio di rivolte armate (c.d. “intifada”), ma l’attacco del 7 ottobre 2023 ha spazzato via ogni volontà politica di collaborazione, da parte israeliana. La tregua, quindi, potrà reggere solo se torneranno al potere, in Israele come in Palestina, gli “uomini di buona volontà”, capaci di riannodare un legame che le stragi, da ambedue le parti, hanno interrotto.
In definitiva, sembra che siano tornati in scena i quattro cavalieri dell’apocalisse, e che nessuno sia in grado di fermarli. L’aspetto che più preoccupa è che la razionalità nei rapporti tra Stati ed entità non statuali sta cedendo il passo a una serie di emotività collettive.
Gli odi, il revanscismo e le rivalità, infatti, spingono ad agire senza considerare quelli che, in Strategia, sono i cardini di ogni azione: la idoneità dell’atto (quello che si vuole fare riuscirà a conseguire l’obiettivo?), la sua fattibilità (quello che in dialetto romanesco viene sintetizzato con la frase “se po’ fa”) e infine la sua accettabilità (condizione posta per prevenire le spiralizzazioni di un conflitto, e soprattutto il coinvolgimento di terzi).
Ma l’irrazionalità non è limitata ai Paesi in conflitto. Si prenda, ad esempio, l’uso sempre più frequente del termine “Sicurezza” al posto di quello di “Difesa”. Ci si dimentica che l’insicurezza è una sensazione collettiva, che può non essere suffragata dai fatti, che più si sta bene più le esigenze di sicurezza aumentano, e infine che l’ottenimento della sicurezza assoluta crea spesso instabilità, se non inimicizia, nei Paesi confinanti.
Infine, tornando al conflitto russo-ucraino, si deve rilevare che la strategia di bombardare i civili (peraltro propugnata dal nostro Douhet) si è sempre rivelata un mezzo per scavare odi profondi tra le popolazioni colpite, oltre che un enorme spreco di risorse, con armi dal costo di milioni usate per colpire obbiettivi il cui valore è infimo, rispetto al valore delle armi utilizzate.
Il diffondersi della violenza
Non bisogna, poi, dimenticare quanto accade nel continente africano, da oltre tre secoli oggetto della volontà di dominio altrui. Dopo la fase coloniale, in cui i Paesi europei avevano sottomesso, con la violenza, i popoli africani, ora la situazione sta diventando più pericolosa.
Vi sono, infatti, entità non statuali che stanno penetrando vaste aree del continente grazie alla comunanza di religione, o ancora più spesso alla disponibilità ad appoggiare alcune etnie contro altre, e ad esse si aggiungono le tre Potenze maggiori che, nonostante la loro debolezza, cercano di sfruttarne le potenzialità in materia di risorse.
Per raggiungere questi obbiettivi, a volte promettono aiuti economici e infrastrutture vitali, a volte sobillano gli odi esistenti tra le varie comunità che, grazie agli aiuti in termini di armamenti e di finanziamenti, cercano di annientare i gruppi rivali, con metodi che vanno dal terrorismo all’invasione, con una crudeltà che, nel caso del Sudan, ad esempio, sconfina con il tentato genocidio.
L’Asia, infine, vede anch’essa il riaccendersi di conflitti atavici, specie in Myanmar e tra Thailandia e Cambogia, che minacciano di estendersi, trasformando anche questo continente in una polveriera. Anche l’Asia Centrale, dopo quasi un decennio di quiete, si sta riaccendendo, e il fuoco tocca, ancora una volta, l’Afghanistan.
Conclusioni
Per effetto della crescente ignoranza della Storia e della crescita senza limiti dell’irrazionalità, il 2025, giunto ai suoi ultimi giorni, è veramente un anno da dimenticare.
Staremo a vedere se l’Anno Nuovo aiuterà i popoli e i loro leader a ragionare strategicamente, abbandonando l’idea che l’unica soluzione alle opposte mire sia l’uso della forza bruta, senza alcuna idea direttrice. Crearsi intorno una “Cortina di Odio” come stanno facendo alcune Grandi Potenze, non serve ad assicurare pace, benessere e prosperità.
Lo scopo di “Mediterranean Insecurity” è appunto questo: consentire ai leader e ai media di guardare gli eventi del passato, per capire quelli attuali, e riportare in auge la razionalità, evitando che chi decide prenda strade che già nel passato si sono rivelate pericolosamente scivolose.
[1] Lettera di Lord Balfour a Lord Rotshild, in data 2 novembre 1917.



