scarica il file in pdf – storia del jihad- gennaio 2026- Gatto
La natura del Jihad, da elemento ascetico ad arma non convenzionale
Gabriele Gatto
Premessa
“Jihad” e “jihadismo” sono, oggigiorno, termini carichi di retorica e di uso inflazionato nel mainstream di dibattiti televisivi, post sui social network e in numerosi editoriali, tesi alla spasmodica ricerca di un significato occidentalmente comprensibile da attribuire ad un fenomeno originatosi in terre lontane, con alla base motivazioni politiche, religiose, culturali, economiche e sociali, di cui, nonostante la mole di letteratura e documentaristica in merito, non si è riusciti a venire a capo, limitandosi a considerarlo, come qualunque elemento in contrasto con i propri bias cognitivi, un corpo estraneo alla civiltà occidentale, da marginalizzare, stigmatizzare ed eliminare con la forza bruta.
Il problema, difatti, è cognitivo: trattandosi, ab origine, di una concezione della vita e della realtà completamente estranee alla nostra cultura e “forma mentis“, nell’infodemia quotidiana l’individuo “civilizzato” non sembra in grado di comprendere da sé le ragioni storico-sociali e significati politico-religiosi che ne sono alla base, né ha alcun interesse a documentarsi, arroccato com’è nelle vicende del vivere quotidiano, cui il post-storicismo vigente lo ha relegato.
Un elemento basilare per una buona analisi storico-esegetica è rappresentato dal fatto che ogni fenomeno umano è generato da eventi storici, adesioni ideologiche e religiose, forme di organizzazione comunitaria, visioni della vita e della realtà, scelte valoriali e culture che caratterizzano l’evoluzione storica, politica e sociale dei popoli.
L’Islam, in particolare, nasce come ortoprassi (come già l’ebraismo), ovvero disciplina del vivere spirituale e quotidiano del credente, che ne plasma la visione del mondo, stabilendo non solo le azioni necessarie alla pratica della fede, i c.d. “Cinque Pilastri dell’Islam” – Shahadah (Testimonianza di fede), Salat (Preghiera rituale), Zakat (Elemosina rituale), Sawm (Digiuno) e Hajj (Pellegrinaggio) -, ma anche tutte una serie di azioni da dover compiere o meno nella propria quotidianità classificandole in cinque categorie etiche (Ahkam) secondo la Sharia – Fard (obbligatorie), Mandub (raccomandate), Halal (permesse), Makruh (sconsigliate) e Haram (proibite).
Il concetto di “Jihad”, quale ascesi per l’accrescimento della fede individuale, acquisì nello scorrere del tempo la natura di base ideologica per giustificare le lotte difensive ed offensive che la neonata comunità islamica dovette affrontare per sopravvivere ed affermarsi prima, in un cotesto tribale e politeistico ostile, ed espandersi territorialmente poi, alla ricerca di uno “spazio vitale” in cui realizzare uno stato islamico (a seguito della redazione della Costituzione di Medina nel 622 che segnò la nascita della “Ummah” come entità politica). In epoca coloniale divenne, innanzitutto, strumento per garantire la sopravvivenza culturale e religiosa, ed un’arma di contrasto e lotta alla secolarizzazione e l’occidentalismo imposto, col consolidarsi dell’occupazione egemonica europea.
Senza volerci ulteriormente addentrare nella storia, limitiamoci qui a ricordare che il recente revanscismo islamico, a partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso e la più recente “guerra al terrore” dopo i fatti dell’11 settembre 2001, è una reazione alle ennesime interferenze, imposizioni e manipolazioni di stati e potentati economici, che lo hanno risvegliato, alimentato, incanalato ed eterodiretto, quale arma asimmetrica in conflitti convenzionali, motivati da ragioni esclusivamente geopolitiche e geoeconomiche occidentali, per poi sperare in un dissolvimento fisiologico.
Dal primo conflitto mondiale alla guerra civile siriana, il modus operandi è stato il medesimo, facilitando una evoluzione maligna del Jihad che ha perso ogni valenza fideistica e storica, snaturandosi in uno strumento di lotta per il perseguimento di finalità geopolitiche ed economiche.
- Jihad come ascesi: sforzo interiore e morale per il miglioramento spirituale
Il significato originario della parola indica lo “sforzarsi” verso qualcosa. Il contesto storico è quello di una nuova comunità, la “Ummah”, che rappresentava una cesura socio-culturale rispetto alla tradizione orientale, perché basata sulla condivisione di una fede monoteista, avulsa dal legame tribale e politeista della comunità meccana all’interno di cui era nata per scissione. Quindi, una nuova comunità in lotta per la sopravvivenza: “Jihad” è la volontà di sforzarsi al massimo, anche a costo della propria vita nel perseguire i dettami divini e quindi nell’opporsi a coloro che negano la parola di Dio. (“Non obbedire ai miscredenti; lotta con esso [il Corano] vigorosamente”)[1].
La comunità Islamica, in quanto nuova “tribù”, dovette confrontarsi con le armi con le precedenti, in particolare con quella dei Quraish[2] e quelle ebraiche, per affermare dapprima la sua capacità di esistere e poi la supremazia che il suo essere portatore del linguaggio di Dio le conferiva. A seguito dell’egira (fuga) dalla Mecca a Yathrib (poi rinominata Madīnat al-Nabī, “la città del Profeta”) nel 622 d.c. e la redazione della Costituzione di Medina che diede origine ad un’entità politica, la comunità cominciò ad espandersi attraverso azioni di natura militare, peraltro connesse alle abitudini della zona.
È dal primo successore di Muhammad, Abu Bakr (La Mecca, 27 ottobre 573 – Medina, 23 agosto 634), primo califfo dell’Islam dal 632 al 634, che si cominciarono a delineare i criteri su cui si baserà l’espansione Islamica, dettati non tanto dal Corano, quanto dalla Sunnah (la raccolta degli ahadith, racconti della vita del Profeta) che, sebbene inizialmente tramandata oralmente, unitamente al Corano, finirà per costituire il “codice di comportamento” per i musulmani, andando ad integrare, interpretare e delineare le azioni di pratica quotidiana secondo quanto prescritto dal testo sacro.
- Jihad come azione: lotta sulla via di Dio
La connotazione ed il significato della parola cominciarono a cambiare al tempo della prima espansione, quella diretta contro i confinanti imperi persiano e bizantino, a partire dal VII secolo[3]. Lo “sforzarsi verso qualcosa”, verso l’aderenza ai principi divini, si mescolò con la necessità dell’espansione. Lo sforzo di portare la parola di Dio, il suo verbo, fu tradotto in azione: Jihad assunse il significato di lottare sulla via di Dio contro coloro che rifiutano la fede e cercano di imporre il dominio sul mondo musulmano[4].
Il termine cominciò ad assumere una dimensione fornita dagli studiosi della legge, gli ulama, attraverso la loro interpretazione del Corano e della Sunnah del Profeta. Fu palese l’influsso avuto da questi ultimi nell’interpretare, diffondere e solidificare nelle coscienze di tutti, il messaggio divino attraverso la loro personale interpretazione. Uno dei motivi per cui Othman, il terzo Califfo, si dice abbia voluto porre per iscritto il Corano intorno al 650 d.C., fu proprio per il suo progressivo allontanamento da quanto poteva realmente essere stato tramandato oralmente[5].
- Jihad come idea: propagazione della fede attraverso il combattimento
È proprio con gli ahadith, intesi come fatti della vita del Profeta accertati attraverso una certa catena di trasmissione della memoria, che cominciò a prender forma e consistenza il jihad non come parola, ma come idea, quella della propagazione della fede attraverso il combattimento.
La costruzione della teoria del jihad, che trova posto nella Sharia, si sviluppò, quindi, lentamente, perché le sue basi dovevano esser ben solide, non avendo un fondamento preciso nel Corano. I primi segni della formazione di una costruzione sistematica della Sharia, ci giungono attorno al 750 d.c.
È in questo periodo che ebbe inizio la costruzione del collegamento fra il Corano ed il comportamento del Profeta e dei suoi compagni. L’autorità del Profeta era tale che i racconti delle sue parole ed atti confermavano e spiegavano la guida contenuta nel Corano. Essi (parole e fatti) la ampliavano anche, nel senso che un racconto delle parole o fatti di Muhammad, potevano da soli stabilire un dovere nei casi non previsti dal testo coranico.
I testi secondari della tradizione culturale musulmana, la Sunnah e la letteratura religiosa originaria accumulata da dotti e giureconsulti, non erano altro che delucidazioni del Corano. Tali fonti secondarie furono trasformate in testi primari, laddove l’unico testo primario era, in realtà, esclusivamente il Corano. Ciò comportò che gli autori dei testi secondari, divennero essi stessi fonte di commento e spiegazione. La discussione non riguardò più il Corano o la Sunnah, ma i testi redatti da determinati autori[6].
È proprio in questo periodo che il jihad divenne uno dei temi centrali degli hadith, venendo interpretato come la “propagazione della fede attraverso il combattimento”. L’espansione e solidificazione delle comunità originaria in un vero e proprio impero comportò la creazione di nuove regole e strutture su cui reggere il potere.
La nuova interpretazione del Jihad avvenne attraverso una rilettura della storia della comunità Islamica e delle decisioni di Muhammad. Poiché le prime rivelazioni erano avvenute durante la permanenza alla Mecca, prima dell’hijira[7], non vi era possibilità di combattere militarmente, perché la comunità era debole ed anzi, il Profeta ed i suoi seguaci erano perseguitati per le loro affermazioni. In questo caso Muhammad perseguiva un jihad, uno sforzo nel seguire la parola di Dio, propagandando il messaggio Islamico.
Quindi il nuovo significato di jihad si sviluppò e prese forma attraverso l’interpretazione storica delle vicende della comunità musulmana, collegando la storia al Corano ed alla Sunnah ed adattandolo alle contingenze dell’epoca, per fornire di una base ideologica la conquista territoriale necessaria a garantire uno spazio vitale alla Ummah in crescita.
Difatti, di questa interpretazione risentì la redazione scritta del Corano, avvenuta sotto i califfi Abu Bakr e Othman (La Mecca, 574 – Medina, 17 giugno 656, Califfo dal 644), ove si provvide a dividere i 114 capitoli, detti sūre, in “meccane” e “medinesi”, le prime rivelate prima dell’emigrazione a Mecca, le seconde successive all’emigrazione, giustificando così i due diversi significati attribuiti al Jihad, nel primo caso come sforzo nel miglioramento della fede per superare le avversità nella pratica del culto e le angherie poste in essere dalla comunità meccana ai danni dei credenti, nel secondo come spinta ideologica al combattimento contro la minaccia bellica posta in essere dalle tribù nemiche.
- Jihad “attivo” e “difensivo”: Jihad maggiore, Jihad minore, Jihad fard ayn, e Jihad fard kifaya
Durante il califfato Abbaside (750 -1258 d.c. con sede a Baghdad) l’espansione Islamica si trovò a scontarsi con nuove forze, anch’esse animate dallo stesso spirito di conquista che aveva animato le forze musulmane: quelle cristiane cattoliche. Risalgono al periodo abbaside sia la riconquista della Spagna (Reconquista del 1492), sia le crociate, che videro per la prima volta armate non musulmane invadere, conquistare e gestire terre sino ad allora soggette al potere musulmano. Ciò comportò una rielaborazione delle fondamenta dottrinali del Jihad che venne distinto in Jihad “attivo”, distinto in Jihad maggiore, inteso come sforzo interiore, Jihad minore, inteso come propagazione della fede attraverso il combattimento, cui si aggiunse il Jihad “difensivo” inteso quale Jihad fard ayn, jihad obbligatorio individuale da attivarsi in caso di minaccia nemica al Dar al Islam o alla professione della fede e Jihad fard kifaya, jihad obbligatorio collettivo, diretto all’intera comunità ed invocato dal Califfo nelle medesime circostanze.
In tale contesto, i giuristi si preoccuparono anche di elaborare le regole che attendevano al contatto prima, durante e dopo lo scontro con i non credenti, quelle relativi ad armistizi, tregue, paci e fine del conflitto, ed i metodi da usare nel combattimento per regolamentare lo Jus in bello.
- Jihad contro l’autorità costituita
Dopo la caduta del califfato abbaside nel 1258 ad opera dei mongoli, fu necessaria un’ennesima rielaborazione del concetto di jihad;
All’epoca dell’invasione mongola, la comunità dei dotti si pose una domanda: com’è possibile che una struttura fondata sulla parola di Dio, sulla fede in Lui, sia stata sconfitta? perché il favore di Dio non è più con i suoi prediletti? La risposta che si diedero fu: perché quello che è stato fatto non era conforme al volere di Dio, perché lo spirito che doveva animare il credente si era affievolito, il suo sforzo di tender verso un ideale non terreno, si era spento. Quindi, la comunità doveva essere rifondata su nuove basi.
Ibn Tamiyya (Harran, 22 gennaio 1263 – Damasco, 26 settembre 1328), giurista e teologo arabo della scuola ḥanbalita (che getterà le basi ideologiche del Salafismo) sviluppò il concetto di Siyyasa Sharia, “conformità dell’attività di governo ai dettami della Sharia”. Pertanto: “i governati devono la loro obbedienza ai governanti, solo finché costoro rispettano la legge di Dio. In caso contrario la ribellione non è solo lecita, ma doverosa”.
Il jihad entrò in una nuova fase storica, superando il limite classico sino ad allora imposto, cioè la rivolta contro l’autorità costituita. I mongoli non erano musulmani e la loro conversione all’Islam derivò da opportunismo strategico e non da fede; pertanto, nei fatti, si era tornati al periodo pre Muhammad, quello della Jahiliyya (ignoranza pre-islamica)[8].
Quindi il Jihad contro l’autorità costituita fu elaborato per legittimare la ribellione contro il dominio mongolo, percepito come estraneo alla cultura, alla tradizione e religione islamica.
Il concetto di jihad si evolse ideologicamente da propagazione della fede attraverso il combattimento, a forza motrice, usata nelle più disparate occasioni, per giustificare dei comportamenti, delle ribellioni o delle guerre.
- Jihad contro gli infedeli da sconfiggere e sottomettere
Proprio dalle terre centro asiatiche di provenienza dei mongoli partirono le basi dei tre più grandi imperi Islamici che, almeno sino al 1600, governarono su gran parte del mondo conosciuto: gli Ottomani, che estesero il loro potere su gran parte dell’Europa dell’est, sull’Africa del nord e sul Medioriente; i Moghulidi, che partendo dall’attuale Afghanistan, si estesero su gran parte del subcontinente indiano; i Safavidi, che in posizione centrale rispetto ai primi due, si espansero su buona parte dell’Asia centrale e dell’attuale Persia.
Tali avanzate furono portate avanti come guerre di conquista, più che come jihad vero e proprio, anche se l’obbligo per i vari sultani di condurre almeno un jihad all’anno, secondo i dettami degli studiosi del Corano, faceva sì che queste guerre assumessero la dizione di jihad contro gli infedeli.
Ma fu con l’avvento delle potenze europee sulla scena mondiale che cominciarono ad avvenire ulteriori trasformazioni del concetto.
- Jihad contro l’invasore infedele
Dopo aver dominato la sfera mondiale con i suoi tre imperi ed aver rappresentato per l’Europa, per secoli, la minaccia più grave, la spinta propulsiva musulmana terminò. In particolare, laddove si confrontarono le potenze cristiane e l’impero ottomano, la mancata vittoria sotto le mura di Vienna l’11 settembre 1683 e le vittorie delle armate asburgiche, l’11 settembre 1697, portarono al progressivo arretramento delle terre soggette al controllo ottomano.
L’immobilismo politico dei tre imperi dovette cominciare a fare i conti con l’Occidente che, sviluppatosi sotto il profilo industriale ed ormai lasciatosi alle spalle tutto il traumatico percorso delle guerre di religione, con la scoperta del concetto di nazione e, quindi, con la divisione del piano religioso da quello politico, cominciò ad espandersi, abbisognando di materie prime, mercati e potere. Lo scontro vide in breve tempo soccombere le realtà Islamiche, perdere terreni, potere, sovranità, di fronte alla miglior organizzazione militare occidentale.
Dall’invasione napoleonica dell’Egitto nel 1798 e per tutto l’800, la penetrazione europea in Africa, Asia e Medioriente (ad opera delle compagnie coloniali portoghesi, olandesi ed in particolare britanniche nel subcontinente indiano), alla ricerca di risorse, materie prime e nuovi mercati, portò ad un dominio diretto o indiretto occidentale, attraverso l’istituzione di protettorati e presidi militari e a tentativi di penetrazione religiosa attraverso le missioni.
Tale impulso coloniale trovò anche giustificazioni di natura ideologica, filosofica e morale, per cui bisognava “portare la civiltà” in aree che ne erano sprovviste.
Il concetto di jihad doveva pertanto intraprendere una nuova strada; se il Dar al Islam era in pericolo, la dottrina sosteneva che fosse compito ed impegno individuale lottare contro l’infedele (fard ayn).
Dunque, cominciò a prender veste il concetto politico di lotta contro l’invasore infedele, alimentato da un’ideologia religiosa, l’Islam. Per i musulmani, abituati a considerare “Din wa Dawla” (Religione e Stato), cioè la politica e la religione un tutt’uno, il concetto di resistenza si poteva articolare solo su una base religiosa[9].
- Jihad contro altri musulmani
Ma accanto a questo concetto, cominciò a prenderne piede un altro decisamente eversivo rispetto alla dottrina classica: il jihad contro altri musulmani[10].
Chi pose le basi di tale dottrina fu Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb al-Tamīmī al-Najd (Al-‘Uyayna, 1703 – Dirʿiyya, 1792) un teologo, di fatto sponsorizzato come ideologo dalla famiglia degli ibn Saud in Arabia Saudita, il quale professò una forma di religione che si rifaceva all’Islam delle origini. La forza delle armate degli ibn Saud, animate da una forte fede, portarono in breve alla costituzione di uno stato (il primo emirato saudita risale al 1744), che faceva della lotta a tutto quello che non era conforme, nella propria visione all’Islam delle origini, il proprio credo. Fu condotta una lotta senza quartiere contro le dottrine, le novità o sovrastrutture che, secondo tale eresia, avevano deformato l’Islam delle origini, parificando quindi i musulmani che seguivano tali dottrine o credenze agli infedeli, ai non credenti, contro cui non doveva esserci pietà, riproponendo il concetto di “Takfir” (apostata) elaborato dall’estremismo kharigita[11].
Si trattò di una rottura con i canoni tradizionali dell’Islam che aveva sempre guardato con molto sospetto a teorie che tendevano stabilire chi fosse il vero musulmano.
L’ideologia wahhabita, rigettando tutte le pratiche devozionali di uso comune, quali il culto dei santi, in particolare quelli sufi e sciita, o le teorie esoteriche e le pratiche rituali spesso connesse a realtà locali, si manifestò in particolare nella conquista di luoghi sacri dell’Islam, Mecca e Medina fra il 1803 e 1813, con la distruzione dei luoghi di culto dedicati al Profeta ed ai suoi compagni, intendendo con questo indicare come fossero solo simboli esteriori e fallaci della religione.
- Jihad come difesa identitaria religioso-culturale
Dunque, nella seconda metà dell’800, in reazione alla penetrazione coloniale occidentale, fu avviata una riforma del pensiero Islamico attraverso la nascita di movimenti riformisti, confluiti nella “Nahda” (rinascita), il c.d. “rinascimento islamico”, con l’obiettivo di colmare il gap politico, istituzionale, economico, militare e tecnologico con l’occidente, acquisendone, opportunisticamente, le innovazioni ed, al contempo, perseguendo l’emancipazione dal dominio coloniale, la riforma dei sistemi economici e, soprattutto, un ritorno alla purezza dell’islam delle origini, nella convinzione che il crollo dell’impero ottomano e dell’egemonia araba nel mondo, fosse da attribuirsi alla perdita della fede e alla contaminazione della modernità occidentale. Particolarmente, i riformisti cercarono di “adattare” l’Islam al contesto storico, attraverso una reinterpretazione in senso modernista di precetti islamici da applicare a nuove fattispecie giuridiche e sociali. In tale contesto di ridisegno della struttura del pensiero Islamico, ricadeva ovviamente anche il jihad.
In continuità col lavoro svolto dai “riformisti” anticoloniali e sulla base dell’opera e degli insegnamenti di Muhammad Rashid Rida (Tripoli, 23 settembre 1865 – Il Cairo, 22 agosto 1935), fondatore del movimento salafita sviluppatosi in Egitto nel XX sec., che propugnava l’affrancamento dal dominio coloniale, la liberazione del mondo islamico dalla sua sudditanza psicologica e politica dall’Occidente non-musulmano e la regolamentazione della modernità secondo precetti islamici reinterpretati in chiave modernista, l’insegnante e leader religioso Hasan Al Banna (14 ottobre 1906 – Il Cairo, 12 febbraio 1949), fondò nel 1928, in Egitto, il movimento dei “Fratelli Musulmani”, movimento politico-religioso di ispirazione salafita che proponeva una reislamizzazione non violenta della società, la presa del potere per via democratica e la creazione di uno Stato Islamico. Il movimento prospettava un intervento religioso con l’applicazione dei precetti coranici secondo una interpretazione modernista dell’islam, l’interventismo sociale necessario sia allo sviluppo della società che alla lotta di classe, la creazione dello Stato Islamico con la fusione di potere civile e religioso.
I Fratelli Musulmani videro nei valori dell’Islam l’unica guida etica per il “risveglio” dell’Egitto e dell’intero mondo arabo. Principale obiettivo teorizzato fu far fronte comune per respingere l’occidentalizzazione e promuovere una società Islamica in grado di portare avanti i propri valori, perseguito attraverso la penetrazione lenta e sistematica delle istituzioni civili e politiche, l’accademia e la società.
La Fratellanza Musulmana crebbe e divenne una forza nazionale perché, mettendo inizialmente in secondo piano la fede, riescì a strumentalizzare il malessere nei confronti della succubanza culturale ed economica della nazione verso l’impero britannico: il popolo avrebbe dovuto uscire dallo stato di ignoranza (jāhiliyya) indotto dall’esposizione ai valori occidentali e tornare all’islam.
Al Banna, fu il primo a porre l’enfasi sulla necessità di rivalutare il concetto di jihad per prestarlo alla politica e al dovere sacro, per ogni musulmano, di aiutare il proprio prossimo, ovunque esso si trovi, che sia in Egitto o in Palestina.
Sarebbe stata proprio la Palestina lo spartiacque della Fratellanza Musulmana.
In Terra Santa, fra il 1936 e il 1939, durante la “Grande rivolta” (Thawra Filasṭīn), seguaci di Al Banna, provenienti da ogni dove del mondo sunnita, parteciparono direttamente agli eventi attraverso raccolte fondi e banchi alimentari e, soprattutto, dando manforte nei combattimenti. Fu in Palestina che avvenne l’internazionalizzazione ufficiale e definitiva della Fratellanza Musulmana e che si crearono le premesse per la trasformazione dell’allora nascente questione palestinese nella causa di tutti gli arabi;
Allo scoppio della prima guerra arabo-israeliana, fra il 1948 e il 1949, la Fratellanza Musulmana inviò migliaia di combattenti volontari provenienti dall’Egitto e dall’intero mondo arabo.
Il peso sempre maggiore esercitato dalla Fratellanza Musulmana sulla società ed il timore di un possibile colpo di stato, allarmarono le autorità egiziane che nel 1948 misero fuori legge il movimento ed autorizzarono i servizi segreti all’eliminazione di Al Banna, che fu assassinato il 12 febbraio 1949.
- Jihad contro i regimi empi ed i governati corrotti, proiezione della decadente civiltà occidentale per la restaurazione del puro Islam
Ad Al Banna succedette Sayyid Qutb (Mūshā, 9 ottobre 1906 – Il Cairo, 29 agosto 1966), politico, filosofo e scrittore egiziano, che riportò in vita la Fratellanza Musulmana, tradusse in termini politici le battaglie culturali e sociali dell’Islam, fu di fatto il fondatore dell’Islam politico contemporaneo, e formulò l’intera cornice intellettuale dalla quale hanno attinto, negli anni, le principali organizzazioni terroristiche dell’internazionale jihadista, da Al-Qaeda allo Stato Islamico.
Nelle vesti di funzionario del Ministero dell’Istruzione egiziano, durante un breve soggiorno negli Stati Uniti, dal 1948 al 1950, allo scopo di perfezionare il proprio profilo accademico presso l’Università del Colorado settentrionale, il Wilson Teachers’ College a Washington D.C. e l’Università di Stanford a San Francisco, saggiato lo stile di vita americano, fece rientro in Egitto come un uomo radicalmente diverso: l’esperienza statunitense fu vissuta come un trauma destinato a lasciare un’impronta indelebile nella sua visione del mondo, in particolare della civiltà occidentale.
Nei suoi testi descrisse gli Stati Uniti come una nazione fondata sul peccato, sull’odio e sulla falsità, denunciando la propensione alla promiscuità sessuale, alla superficialità, all’individualismo e all’attaccamento alla materia e al denaro, con un sistema sociale basato sull’esaltazione del “brutto” nell’arte, e contestando gli eccessi del capitalismo e del razzismo. Un ulteriore elemento dell’insofferenza di Qutb verso gli Stati Uniti fu lo schieramento filosionista della popolazione e della politica.
Prese le redini della Fratellanza musulmana, dopo una inziale collaborazione con il “movimento degli ufficiali liberi[12]”, con cui condivideva l’ideale dell’emancipazione nazionale dal dominio coloniale inglese, realizzata attraverso la deposizione del monarca Fārūq nel 1952, ma successivamente in rotta di collisione a causa dei sentimenti repubblicani e panarabi dei golpisti, fu imprigionato dal regime di Nasser nel 1954, a seguito di una dura repressione del movimento, accusato di aver attentato alla vita del Presidente egiziano.
Nelle patrie galere, Qutb scrisse “Pietre miliari[13]”, che rappresenta il manifesto dell’islam politico, ispiratore di intere generazioni di jihadisti[14], a partire da Yusuf Azzam e bin Laden fino ad Abu Bakr al-Baghdadi.
In questo testo fondamentale, Qtub riprese i concetti di ḥakimiyya (da Abu al-A’la Mawdudi), jahiliyyah (da Ibn Taymiyya), takfir (dal kharigismo e dal wahhabismo) ed elaborò il concetto di jihad contro i governi corrotti ed i governanti empi.
- Hakimiyya è il concetto della sovranità assoluta di Dio come unico legislatore e fonte di ogni legge.
- Jahiliyyah è il concetto di ignoranza preislamica, qui usato per contestare i regimi laici o che non applicano correttamente la Sharia.
- Takfir, “apostata”, accusa diretta ai non praticanti correttamente i precetti islamici o portatori di interpretazioni diverse da quella del movimento.
- Jihad contro i governanti empi ed i regimi corrotti, ovvero i governi filoccidentali o non applicanti la Sharia come legge dello Stato.
Le teorie di Sayyid Qtub getteranno le basi del salafismo jihadista.
Essendo il mondo, incluso quello islamico, pervaso dall’ignoranza (Jahiliyyah), ne consegue che, secondo Qutb, l’unica via possibile per la salvezza sia il recupero della fede degli antenati e, una volta acquisita, la sua trasmissione al resto della società. Vincere la Jahiliyyah, però, non è affatto semplice, perché essa è stata istituzionalizzata e ha un impatto corruttivo considerevole sugli esseri umani.
Il jihad, secondo Qutb è la lotta fisica, tanto difensiva quanto offensiva, ai fini della restaurazione del puro islam. Per farla uscire dall’ignoranza la massa andrà spronata per mezzo dell’attivismo e, laddove possibile, della lotta armata.
L’Occidente, poiché ormai “privo di quei valori vitali che gli hanno consentito di guidare l’umanità”, era visto da Qutb come una civiltà giunta al capolinea, incapace di dare un contributo costruttivo al benessere collettivo dell’uomo. Sarebbe spettato all’islam l’onere/onore di “preservare e sviluppare i frutti materiali del genio creativo dell’Europa” e guidare il mondo verso la rinascita, ovvero il superamento della Jahiliyyah.
Qutb, dunque, non anelava alla distruzione dell’Occidente che, anzi, ringraziava per il contributo fondamentale dato “nelle scienze, nella cultura, nel diritto e nella produzione materiale, grazie al quale l’umanità ha progredito verso vette elevate di creatività e comodità materiale”; egli ambiva a sostituirlo con l’islam poiché ritenuto “l’unico sistema che possiede quei valori ed uno stile di vita […] in armonia con la natura umana, positivo e costruttivo”.
Il Jihad di Qutb avrebbe dovuto essere una battaglia fisica e spirituale da combattere simultaneamente contro la civiltà occidentale, grande ma condannata alla decadenza, e quella islamica, florida, forte del fatto di essere custode della vera religione eppure afflitta anch’essa dai mali della Jahiliyyah.
La rielaborazione del concetto di jihad quale strumento di lotta, sia offensiva che difensiva, ha superato i confini del mondo sunnita ed è stato oggetto di studio, apprezzamento e accoglimento in Afghanistan, presso i Talebani, e nell’Iran rivoluzionario, dove i lavori di Qutb sono stati tradotti in lingua farsi dall’ayatollah Ali Khamenei.
Le idee di Quṭb, pur osteggiate dalle autorità musulmane, hanno ispirato un’intera generazione di islamisti. Anzi, il tentativo del governo di bandire i suoi scritti non fece altro che alimentare il cosiddetto “mito di Quṭb” e, invece di consentire la serena e pacifica confutazione delle sue idee, anche le più radicali, attraverso un dibattito aperto e proficuo, questa censura ha lasciato campo libero alla loro diffusione clandestina, gestita interamente dai militanti islamici più estremi. Questi ultimi hanno fornito una lettura ancora più rigida delle sue idee, utilizzandole per giustificare la violenza e il rigetto verso tutto ciò che considerano contrario ai principi religiosi, arrivando a condannare i loro nemici con la scomunica e la morte.
L’influenza più significativa e perniciosa nel mondo dell’islam radicale fu opera di Muhammad Qutb (26 aprile 1919 – 4 aprile 2014), fratello di Sayyid, che nel dopo-esecuzione si trasferì in Arabia Saudita, dove ottenne una cattedra in studi islamici all’università “Re Abdul Aziz” di Gedda. Qui Muhammad popolarizzò gli insegnamenti del fratello defunto, avendoli trasformati nell’oggetto di studio ed esame del suo corso, plasmando e plagiando un’intera generazione. Tra gli studenti iscritti al corso di Muhammad Qutb vi furono i futuri padrini di Al Qaeda, Abdullah Azzam, Ayman al Zahawiri ed Osama bin Laden[15].
Non solo gli studiosi notano il ruolo centrale di Quṭb nella formazione dell’ideologia di Al Qaeda, ma anche gli ideologi di Al Qaeda, a loro volta, lo riconoscono esplicitamente come un importante capostipite della causa jihadista globale[16].
- Ghadar e Jihad di Stato, ribellione e lotta contro i regimi laici e le influenze occidentali
Quasi contemporaneo ad al Banna, Sayyid Abu l-Aʿla Maududi (Aurangabad, 25 settembre 1903 – Buffalo, 22 settembre 1979) fu un teologo, politico e filosofo pakistano.
Nel 1941, fondò Jamaat-e Islami[17] (JI) (“Congregazione dell’Islam”) nell’allora India britannica, forgiandola come un movimento politico-religioso col fine di promuovere i valori e le pratiche dell’Islam, che dopo la spartizione dell’India nel 1947 e la nascita del Pakistan divenne un partito politico.
Attraverso articoli, interviste, conferenze e pubblicazioni si lanciò in una campagna finalizzata a rendere effettiva la scelta fondante del paese, criticando in più occasioni i vari governi che si succedevano alla guida del Pakistan, per la mancata realizzazione di un vero Stato Islamico e sviluppando, in tali circostanze, il concetto moderno di Hakimiyya (in risposta al colonialismo e ai modelli di stato-nazione laici, sostenendo la necessità di uno stato islamico). Subì persecuzioni e lunghi periodi di incarcerazione, sino alla condanna a morte nel 1953, poi tramutata in ergastolo.
Maududi formulò il concetto di “teo-democrazia”, identificando nei tre principi del tawḥīd (unità e unicità di Dio), della risala (profezia) e della khilāfa (califfato) gli elementi strutturali del sistema politico islamico. Maududi sostenne che la democrazia islamica è antitetica rispetto al concetto occidentale e secolare di democrazia, basata sulla sovranità del popolo. In una democrazia islamica la sovranità di Dio e quella del popolo si escludono reciprocamente. Per cui un governo islamico deve accettare la supremazia della Legge islamica (Sharia) che deve compenetrare ogni aspetto della vita politica e religiosa. La dottrina politica di Maududi è basata essenzialmente sull’unicità di Dio (tawḥīd) espressa nell’Islam, per cui l’uomo ha una posizione di assoluta dipendenza verso il Creatore, non è quindi responsabile del suo destino in quanto è soggetto ad errore e ad imperfezione. Solo riconoscendo Dio la posizione dell’uomo si può elevare, e quest’ultimo dovrà gestire gli affari del mondo secondo le direttive impostegli da Dio. Pertanto, l’unica sovranità possibile è quella di Dio, che esclude ogni altro tipo di sovranità. Di conseguenza, la certezza della sovranità di Dio implica la superiorità di una vita autenticamente islamica nei confronti di tutti gli altri sistemi sociali inventati dall’uomo.
In ossequio alla teoria della “sovranità di Dio”, Maududi coniò i concetti di:
- Ghadar (Ribellione) inteso come la ribellione attiva contro i governi non islamici.
- Jihad di Stato che implica la lotta armata e politica contro gli stati che non governano secondo i principi islamici e contro le influenze occidentali.
Sebbene Maududi non abbia mai sostenuto il terrorismo o la violenza indiscriminata, le sue idee sono state interpretate in modo estremista da altri gruppi e ideologi, fornendo una base ideologica e concettuale usata per giustificare la violenza e la ribellione contro i governi non islamici e società secolari[18].
- Riferimenti dottrinali del jihadismo moderno
Il jihadismo moderno, le cui origini risalgono alle formazioni mujāhidīn del conflitto russo-afgano 1979-1989, oltre a far proprie le teorie di Sayyid Qtub e Sayyid Abu l-Aʿla Maududi, rielaborò strumentalmente anche i rigidi dettami religiosi di alcuni teologi e giureconsulti del passato, fondatori di dottrine radicali, per costruirsi una base ideologica atta a giustificare la lotta armata contro i nemici della fede: i musulmani eretici (sciiti), gli apostati, gli infedeli (professanti altre religioni) e gli atei. Sarà proprio il confronto con i sovietici a caratterizzarsi come la prima forma di jihad contro un oppressore che vuole schiacciare la religione ed imporre l’ateismo.
Di seguito una breve biografia dei principali teologi e giureconsulti di riferimento e la sintesi dei precetti da essi elaborati:
Aḥmad ibn Ḥanbal (Baghdad, 780 – Baghdad, giugno 855), teologo e giureconsulto arabo. Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, fondò la scuola giuridica “Hanbali” e la scuola teologica “Athari”[19]. Le scuole Hanbali e Athari furono le più radicali e conservatrici, proponendo:
- l’interpretazione letterale di Corano ed hadith;
- il ricorso al procedimento analogico quando strettamente necessario;
- la valutazione di tutti gli hadith esistenti per rendere più precisa la Sharia, arrivando ad inglobarne nella sunna circa 30.000;
- il rifiuto del concetto di libero arbitrio e la teoria della predestinazione;
- il rifiuto del concetto del Corano come testo scritto, perché voce stessa di Dio.
Ibn Taymiyya (Harran, 22 gennaio 1263 – Damasco, 26 settembre 1328), giurista e teologo arabo, seguace della scuola Hanbali, nel XIV sec. Considerato un convinto sostenitore del jihad e della necessità di applicare le norme della Sharia, tanto da diventare una figura di riferimento del fondamentalismo islamico, creò le basi ideologiche del “Salafismo”, proponendo:
- il ritorno alla purezza dell’Islam dei pii predecessori, i “Salaf”, le prime tre generazioni di musulmani;
- l’interpretazione letterale dei testi sacri;
- il ricorso al procedimento analogico quando strettamente necessario;
- il rifiuto delle innovazioni;
- il rifiuto di diverse interpretazioni dell’Islam;
- l’intolleranza religiosa;
- l’elaborazione del concetto di “Jihad minore”, intesa come lotta agli infedeli;
- la sovrapposizione tra politica e religione, la c.d. “Siyyasa Sharia” (conformità dell’attività di governo ai dettami della Sharia).
Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (Al-‘Uyayna, 1703 – Dirʿiyya, 1792), teologo arabo, anche egli seguace della scuola Hanbali, influenzato dai testi di Ibn Taymmiyya, nel XVIII sec. gettò le basi del wahhabismo, un movimento di riforma religiosa sviluppatosi nel secolo XVIII in Medio Oriente, il quale prese piede soprattutto nella Penisola Arabica e nell’area del Golfo Persico. Secondo Al Wahhab i costumi di allora erano corrotti e non erano più in linea con la vera tradizione islamica. Da qui la sua idea di ritornare ad una visione quanto più possibile vicina a quella originaria, la quale doveva passare da un’interpretazione letterale del Corano, così come fatto dai cosiddetti al-salaf al-ṣāliḥīn, ossia i “puri antenati”.
I punti cardine erano:
- il ritorno alla purezza dell’Islam dei pii predecessori;
- l’interpretazione letterale dei testi sacri;
- il rifiuto delle contaminazioni della modernità, quali le influenza di cristianesimo, sufismo e culti animisti, ritenuti dottrine idolatriche;
- l’obbligo per i fedeli di imporre l’Islam nel mondo;
- il concetto di “Takfir”, “apostata”, attribuito alle altre interpretazioni dell’Islam, divergenti da quella wahhabita.
Il wahhabismo si richiama ad una rigida applicazione della sharia, la legge islamica. Oltre all’Arabia Saudita il wahhabismo è dottrina ufficiale anche in Qatar, i fedeli wahhabiti sono la maggioranza negli Emirati Arabi Uniti, e minoranza in Bahrein[20].
Il ruolo del wahhabismo è stato decisivo ed importante per lo sviluppo dell’ideologia islamista dando un contributo non indifferente all’emergere di idee radicali. Anche perché nella dottrina wahhabita gli appartenenti alle altre religioni vengono visti come miscredenti od apostati, titolo spesso affibbiato anche a chi professa altre visioni dell’Islam diverse dal wahhabismo. Lo stesso Osama Bin Laden, fondatore di Al Qaeda e per anni al vertice della piramide del terrorismo islamista, nacque in Arabia Saudita e risentì molto della sua formazione wahhabita[21].
Divenuta, dopo i fatti dell’11 settembre 2001, “l’ideologia del terrore”, quella jihadista prospera e continua ad ispirare le gesta di improbabili califfi e attentatori attraverso alcuni libri tramandati di generazione in generazione. Questi libri che hanno ispirato fanatismo, culto della morte, antioccidentalismo e voglia di scontro di civiltà, furono pubblicati ai primordi della globalizzazione e portano le firme dell’egiziano Sayyid Qutb, del palestinese Abdullah Yusuf Azzam e del pakistano Abul Ala Maududi.
L’evoluzione del jihadismo moderno si riflette in 3 generazioni di Mujahiddin:
- Quelli formatisi nel corso della guerra russo-afghana 1979-1989, in cui il jihad è contro l’oppressore.
- Quelli formatisi dal 1989 in Al Qaeda dove il jihad è prima contro il nemico esterno, l’occidente, (per indebolirlo economicamente e minare il suo sostengo agli stati musulmani filoccidentali) e solo successivamente contro il nemico interno, gli stati musulmani apostati (per acquisirne popolazioni e territori alla causa del califfato wahhabita).
- Quelli formatisi dal 2014 con la formazione dell’ISIS, in cui il jihad è prima contro il nemico interno, gli stati musulmani apostati e successivamente contro il nemico esterno, l’occidente (stesse motivazioni di cui sopra, ma con velleità espansionistiche territoriali).
- Il nuovo jihad: da Al Qaeda allo Stato Islamico, l’anelito revanscista
Il jihadismo moderno è guidato da una combinazione esplosiva di rivendicazioni politiche (spesso anti-occidentali), un’ideologia religiosa totalizzante e fattori politici, ideologici, socio-economici e psicologici che favoriscono l’alienazione e la ricerca di identità. Le motivazioni revansciste del jihadismo moderno sono radicate nel desiderio di ripristinare la passata gloria dell’Islam e di riconquistare i territori precedentemente governati dai musulmani, con l’obiettivo finale di stabilire un califfato globale. Si tratta di una visione ideologica che cerca di rovesciare l’ordine mondiale esistente e di sostituirlo con un sistema politico e sociale globale basato sulla propria interpretazione radicale dell’Islam.
- I moderni teorici del Jihad
14.1 Abdullah Yusuf Azzam, il teorico del “Jihad globale”
Abdullah Yusuf Azzam (Jenin, 14 novembre 1941 – Peshāwar, 24 novembre 1989) fu il teorico del “Jihad globale”, elaborato nel testo “Join the Caravan” pubblicato nel 1987, testo fondante del jihadismo contemporaneo, in cui, attingendo in maniera estesa dal Corano, dai detti del profeta Maometto e dalla giurisprudenza islamica, presentando un elenco di passi coranici e fonti giurisprudenziali al quale fare riferimento, teorizzò il concetto di jihad globale ed illustrò le tecniche e le tattiche da utilizzare nella guerra contro i miscredenti, preconizzando una guerra santa planetaria da muovere contro l’Occidente e Israele di cui l’Afghanistan sarebbe stato solo l’inizio, presentando la causa dei mujaheddin come una guerra giusta, motivata teologicamente e dottrinalmente.
Di origine palestinese, considerato un bambino prodigio con la passione per la lettura e per lo studio, entrò in contatto con la Fratellanza Musulmana durante la metà degli anni ’50, venendo introdotto agli studi islamici e alla figura del fondatore, Hasan al-Banna. Trasferitosi in Siria nel 1963, si iscrisse alla facoltà di Sharia dell’università di Damasco. Laureatosi, fece ritorno in Palestina dove, a seguito della “guerra dei sei giorni” del 1967, subì la “Nakba”, costretto a rifugiarsi con la famiglia in Giordania.
Arruolatosi nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, partecipò ad operazioni di sabotaggio e disturbo ai danni delle forze armate israeliane. Tuttavia, Azzam manifestò scetticismo nei confronti della natura laica e tendente a sinistra del gruppo, credendo che la liberazione della Palestina dovesse avere a che fare non con la politica ma con la fede, perciò la battaglia avrebbe dovuto assumere dei connotati religiosi, ricercando il supporto della “Ummah”, la comunità musulmana mondiale.
Abbandonati l’OLP e la Giordania, il disincantato Azzam si recò in Egitto per studiare presso l’università “al-Azhar”, uno dei più prestigiosi centri d’insegnamento dell’Islam sunnita, presso la quale ottenne un dottorato sui fondamenti della giurisprudenza islamica nel 1973. La sua tesi monumentale, lunga seicento pagine, fu scritta sotto l’influenza dei testi di Sayyid Qutb, il teologo dell’islam politico.
Ottenuto il dottorato, Azzam venne assunto come docente all’università “re Abdul Aziz” di Gedda, in Arabia Saudita (come già Muhammad Qutb, fratello defunto Sayyid n.d.r.) presso la quale rimase sino al 1979. Qui, Azzam introdusse gli studenti al suo pensiero sulla causa palestinese e, soprattutto, agli scritti del teoreta Qutb. Le sue lezioni e il suo carisma condizionarono un’intera generazione di studenti, tra i quali un giovane bin Laden, di cui divenne mentore.
Nel 1979, a seguito dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, proclamò una fatwa “La difesa delle terre musulmane, il primo obbligo dopo la Fede”, invitando i correligiosi a partecipare alla lotta di liberazione; contribuì a fondare il movimento dei Mujaheddin e nel 1984, assieme ad Osama Bin Laden ((Riad, 10 marzo 1957 – Abbottabad, 2 maggio 2011), creò il “Maktab al-Khadamat” a Peshawar, che si occupava della raccolta fondi, del reclutamento, ospitalità ed addestramento dei mujahiddin stranieri.
Contestualmente all’organizzazione e al finanziamento delle operazioni antisovietiche in Afganistan, Azzam trasferì denaro e offrì supporto in vario modo agli emergenti movimenti filopalestinesi di stampo religioso, in primis Hamas.
L’11 agosto 1988, al termine della guerra russo-afgana, Ayman Al Zawahiri (Kafr el-Dawar, 19 giugno 1951 – Kabul, 31 luglio 2022), Osama Bin Laden e Yussuf Azzam, fondarono “Al Qaeda”, letteralmente “La base”, nome usato per indicare il campo di addestramento in Pakistan, ai confini con l’Afghanistan. Questa organizzazione nasceva sulla base delle teorie di Yussuf Azzam:
- l’uso del jihad contro un nemico esterno;
- la creazione di un movimento panislamico;
- il ricorso al martirio;
- l’organizzazione di attentati dinamitardi;
- la creazione di una organizzazione centrale per pianificare attentati la cui esecuzione era demandata a cellule locali.
Il 24 novembre 1989, Azzam fu vittima di un attentato dinamitardo a bordo di una autovettura, presumibilmente ad opera dei servizi segreti statunitensi e israeliani per via della sua crescente esposizione nell’insorgenza palestinese.
Qutb fu il teorico dell’islam politico, ma Azzam fu colui che lo mise in pratica e che, attraverso un lavoro costante e senza interruzioni di evangelizzazione e reclutamento su scala mondiale, rese possibile l’impensabile: la trasformazione dell’Afganistan nel Vietnam dei sovietici[22].
14.2 Anwar al-Awlaki il teorico del “Jihad individuale globale”
Anwar al Awlaki (Las Cruces, 21 aprile 1971 – Governatorato di al-Jawf, 30 settembre 2011) esponente di spicco di “Al Qaeda nella Penisola Arabica” (AQAP), branca yemenita dell’associazione terrorista, fu chiamato per la sua abilità “il Bin Laden dell’informatica”.
Al Awlaki era cittadino americano di origine yemenita, laureatosi in Ingegneria civile alla Colorado State University con un master in Pedagogia alla San Diego State University. Nel 2002 abbandonò gli Stati Uniti per Londra, per poi trasferirsi in Yemen nel 2004. Ebbe il primato di essere il primo cittadino statunitense ad essere inserito nella “kill list” della Casa Bianca.
Awlaki comprese l’importanza della propaganda e l’uso dei mass media, compresi i social network, quale strumento fondamentale di comunicazione per la divulgazione della fede e dei precetti islamici.
Divenuto uno dei leader di AQAP, usò le sue capacità nel campo di internet e della comunicazione per realizzare un rivoluzionario strumento di propaganda e reclutamento: “Inspire”, rivista online in lingua inglese, edita nella penisola arabica dal luglio 2010 in forma trimestrale, destinata ai simpatizzanti occidentali con l’obiettivo di divulgare programmi di autoradicalizzazione e tutorial per autoaddestramento, ritenendolo uno strumento economico e poco rischioso per l’organizzazione ed evitando, così, agli aspiranti jihadisti, fortunosi viaggi verso i campi di addestramento afghani ed iracheni.
Inspire, infatti, pur presentando una veste grafica ed una struttura che ricalca quelle occidentali, contiene un inserto “Open source Jihad”, un tutorial che illustra le tecniche terroristiche e le modalità per la costruzione di ordigni artigianali. Esemplificativo il titolo di uno degli articoli ivi pubblicati:“Come preparare una bomba nella cucina di vostra madre”.
Attraverso questo strumento, nel 2010 Al Awlaki lanciò un appello al “Jihad globale individuale”, realizzando un video di 12 minuti dal titolo “Call to jihad”, presentandosi in abiti militari e brandendo un antico pugnale. Quel filmato, divulgato in rete dopo la sua morte, ancora oggi è uno dei più guardati su YouTube: “Avete due scelte, o l’hijra (la migrazione) o il jihad (la guerra santa)”, “io vi invito a combattere in occidente oppure a unirvi ai fratelli sui fronti del jihad: Afghanistan, Iraq e Somalia”. È l’open Source Jihad, quella fatta grazie alla rete e che trasforma in un terrorista un uomo anche a chilometri di distanza, senza che questi abbia mai fatto parte di nessuna cellula[23].
Questo appello segnò la nascita di una nuova forma di terrorismo: il “Terrorismo fai da te”, che è tecnicamente, quello commesso, più o meno autonomamente, da giovani radicalizzati in Occidente.
Prevede l’uso di “lone actors” e piccoli gruppi di cellule:
I lone actors sono:
- Homeground terrorists: soggetti che si autoradicalizzano ed autoaddestrano rimanendo presso i rispettivi paesi in occidente (spesso trattandosi di “frustated travellers”).
- Foreign fighters returnees[24]: soggetti che si autoradicalizzano in occidente, si recano a combattere in teatri di guerra dove ricevono un addestramento militare per poi fare rientro in patria. I foreign fighters returnees sono estremamente pericolosi perché dotati di un expertise militare, dunque avvezzi all’uso di armi e la fabbricazione di esplosivi, in contatto con altri foreign fighter occidentali, in grado di organizzare e dirigere attentati ed in virtù della loro condizione di veterani, capaci di radicalizzare altri soggetti.
I piccoli gruppi di cellule sono generalmente costituiti da Homeground terrorists e Foreign fighters returnees; i secondi, in genere, contribuiscono a radicalizzare i primi.
Gli obiettivi del “Terrorismo fai da te” sono:
- Terrorizzare l’occidente e farlo rimanere in uno stato di tensione e dispendio economico legato alla necessità di mantenere le misure di sicurezza.
- Disincentivare gli stati occidentali dal combattere il terrorismo jihadista
- Propagandare l’una o l’altra organizzazione terroristica nella lotta per la leadership del terrorismo jihadista globale[25].
Esistono 3 tipologie di attacchi del “Terrorismo fai da te”:
- Attacchi coordinati e diretti da Al-Qaeda o dallo Stato Islamico ma con autonomia nella scelta degli obiettivi e nella fase organizzativa.
- Attacchi ispirati da Al-Qaeda o dallo Stato Islamico ma con un contatto informatico tra i terroristi ed i membri delle organizzazioni.
- Attacchi esclusivamente ispirati da Al-Qaeda o dallo Stato Islamico, perché organizzati ed eseguiti autonomamente.
Nel 2013 questo metodo fu adottato anche da Al Zawahiri, per Al-Qaeda, e nel 2014 da Al Baghdadi, per lo Stato Islamico.
La caratteristica principale della tecnica terroristica di Al Awlaki è la capacità di adattarsi all’evoluzione sociale e tecnologica, investendo risorse in una innovativa campagna di reclutamento e perseguimento degli obiettivi stragisti, avvalendosi dei vantaggi comunicativi della piattaforma internet e dei molti usi cui si prestano i mass media ed i social network.
Tale attività sarà ulteriormente implementata dallo Stato Islamico che costituirà una vera e propria macchina della propaganda ricorrendo a qualunque mezzo di comunicazione, incentivando l’uso delle riviste on line plurilingue e sfruttando il fenomeno del “Terrorismo fai da te”, autonomizzandolo[26].
14.3 Abu Mussab Al-Suri l’ispiratore dell’“euro-jihad”
Mustafa Setmariam Nasar, meglio noto col nom de guerre Abu Mussab Al-Suri (Aleppo, 26 ottobre 1958) detto “Il Siriano”, nacque in Siria, ma visse a lungo a Londra dove collaborò con gli estremisti algerini. Nel 1980 aderì ad una organizzazione legata alla Fratellanza Musulmana e nel 1982 partecipò alla battaglia di Hama tra islamisti e forze di sicurezza governative, durante la sollevazione islamista (fomentata dalla Fratellanza Musulmana n.d.r.) contro il regime degli Assad.
Fuggito in Spagna, fu il probabile autore dell’attentato del 12 aprile del 1985, che vide lo scoppio di un ordigno piazzato presso il ristorante “El Descanso”, frequentato da personale militare statunitense di base a Torrejón de Ardoz, che provocò 18 morti e 82 feriti. Nel 1987 si trasferì in Pakistan, dove, a Peshawar, entrò in contatto con Abdullah Azzam ed Osama bin Laden. Tra il 1987 e il 1988 presa parte al conflitto in Afghanistan.
La sua opera più nota e influente, Al-tajrubah al-suriyyah, verrà pubblicata nel 1991, alla vigilia del ritorno in Spagna, e avrà un impatto profondo e duraturo nell’albeggiante galassia del jihadismo. Novecento pagine dedicate all’approfondimento del qutbismo, alla spiegazione della dimensione escatologica delle relazioni internazionali e alla critica dei Fratelli Musulmani. Un trattato destinato a diventare uno dei pilastri fondativi del pensiero qaedista.
Nel 1998 si trasferì in Afghanistan dove aprì un’agenzia di comunicazione a Kabul e un campo di addestramento (al-Ghuraba)[27].
Si specializzò nel reclutamento di jihadisti da destinare ad attacchi in Europa.
I potenziali terroristi venivano affiliati in Europa, via Internet o attraverso organizzazioni come Hizb al Tahrir, e trasferiti nelle basi della Turchia sud orientale. Qui consegnavano i loro passaporti europei, e ricevevano identificativi siriani. Una volta imparate le tecniche di combattimento, inclusa la costruzione di autobombe e giubbotti da kamikaze, attraversavano il confine per entrare in azione. Venivano reclutati soprattutto da Francia, Germania, Gran Bretagna, ma anche Danimarca, Olanda, Norvegia, Belgio, Austria e Italia.
È lui la mente degli attentati di Madrid (11 marzo 2004) e di Londra (7 luglio 2005).
Nel 2005, l’Agenzia di intelligence pakistana (ISI) lo arrestò a Quetta, nel Baluchistan, consegnandolo agli americani. “Il Siriano” venne detenuto prima in una prigione segreta della Cia a Diego Garcia e successivamente a Guantanamo. Nel 2007 nell’ambito di un patto di collaborazione nella lotta al terrorismo, i servizi Usa lo cedettero ai loro omologhi siriani: in patria era ricercato per la sua appartenenza al ramo siriano dei Fratelli Musulmani.
Sebbene non si sappia dove si trovi attualmente, un quotidiano spagnolo ha pubblicato la notizia della sua possibile morte per esecuzione in una prigione siriana nel 2011.
Al Suri è il teorico di “Nizam, la tanzim” che significa “il sistema, non l’organizzazione”. Nel testo in cui ha esposto la sua dottrina ideologica “Appello alla resistenza islamica mondiale”, pubblicato su internet nel dicembre del 2004, Al Suri critica la strategia dell’11 settembre, perché l’azione spettacolare che colpì gli Stati Uniti permise a George Bush di trovare i mezzi politici e militari con cui lanciare l’offensiva contro l’Afghanistan che privò delle sue basi Al Qaeda e che, di fatto, condannò l’organizzazione terroristica. Al Suri sostiene che non vada attaccata l’America, ma l’Europa. E che ciò non vada fatto con azioni organizzate da un comando centralizzato che invia esecutori anonimi in Paesi stranieri. È invece necessario adoperare quella minoranza attiva che può essere radicalizzata, ossia quei musulmani europei che Suri definisce non-assimilabili alla cultura occidentale. Dopo un intenso indottrinamento e dopo un solido addestramento militare, questi soldati semplici della jihad possono tornare nei loro Paesi d’origine. Lì saranno in grado di assumere l’iniziativa di un’azione armata il cui bersaglio non sono i politici, come per gli anarchici di una volta, bensì obiettivi destinati a far esplodere le società europee fino a scatenare una guerra civile tra musulmani e non musulmani.
Al Suri, considerava fallimentari le organizzazioni jihadiste strutturate gerarchicamente, perché troppo vulnerabili alle operazioni di repressione da parte delle forze di sicurezza, in quanto dall’arresto di un qualsiasi membro dell’organizzazione si risale agevolmente al vertice, dal quale poi discendere individuando tutti i membri. Egli proponeva quindi di strutturare il movimento in piccole cellule di non più di dieci membri, che non solo non hanno un collegamento tra di loro, ma che non hanno neppure un “vertice”, operando in maniera del tutto autonoma. In questo modo, l’arresto di una singola cellula non metterebbe in pericolo le altre, mentre il gruppo neutralizzato potrebbe venire facilmente rimpiazzato dalle altre cellule generatesi spontaneamente[28].
“Appello alla resistenza islamica mondiale”, rappresenta, oggi, la base ideologica della segregazione urbana e violenta che caratterizza le “no-go zones o no-go areas” esistenti in diversi paesi europei, quali Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Inghilterra, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Bulgaria, ovvero circa 900 quartieri ad accesso limitato o vietato, dove vige una proibizione di ingresso informale per le forze dell’ordine e sono controllate dal crimine organizzato e l’islam radicale.
Si tratta di enclave etnico-religiose, per lo più di origine magrebina e subsahariana di terza o quarta generazione, che costituiscono degli stati paralleli, fuori dal controllo delle istituzioni, con l’obiettivo di creare un ordine alternativo fondato su spazi islamizzati separati dalla cultura e dalla società occidentale.
Il programma dettato da Al Suri è proprio quello di sfruttare l’isolamento e la segregazione della minoranza musulmana nelle città occidentali per creare una “ripartizione sociale” e fomentare l’insurrezione.
Conclusione
La parabola storica del jihad rappresenta un caso emblematico di come un concetto religioso possa evolvere, essere reinterpretato e, infine, pervertito.
Nato come un principio poliedrico di sforzo e lotta, sia interiore contro i vizi, sia esteriore in difesa della comunità, il jihad ha attraversato fasi di espansione imperiale e resistenza anti-coloniale. Tuttavia, è nel mondo contemporaneo, segnato da crisi identitarie e conflitti geopolitici, che il suo significato ha subito la sua più drammatica metamorfosi. I movimenti estremisti come Al-Qaeda e lo Stato Islamico (IS) non sono una semplice continuazione della tradizione islamica, ma una sua radicale e violenta distorsione. Essi hanno strappato il jihad dal suo complesso contesto storico e teologico, riducendolo a un’ideologia monolitica di guerra santa indiscriminata.
A differenza delle interpretazioni classiche, che ponevano rigidi vincoli etici e legali alle operazioni militari e che distinguevano tra civili e combattenti, la versione jihadista contemporanea annulla tali distinzioni. Per questi gruppi, il jihad non è più una difesa della comunità islamica, ma un’offesa globale diretta contro chiunque non si conformi alla loro visione totalitaria del mondo, compresi altri musulmani.
La loro narrativa si basa sulla totale delegittimazione degli stati esistenti e sulla convinzione di dover restaurare un Califfato globale attraverso la violenza. Questo approccio ha permesso ad Al Qaeda di focalizzarsi su attacchi simbolici contro il “nemico lontano” (gli Stati Uniti), mentre IS ha cercato di costruire un proto-stato sul “nemico vicino” (i regimi arabi e le popolazioni locali). In entrambi i casi, il risultato è una totale rottura con la dottrina tradizionale, che non ammette l’uccisione di massa di innocenti e la distruzione di infrastrutture civili.
In conclusione, la storia del jihad dimostra che la sua degenerazione in jihadismo non è un inevitabile epilogo della fede islamica. Al contrario, è il prodotto di un’interpretazione moderna e deviata che sfrutta la complessità del passato per giustificare la brutalità del presente. Comprendere questa evoluzione è cruciale per distinguere l’Islam, una religione di 2 miliardi di fedeli, dall’ideologia di gruppi che ne hanno abusato e tradito i principi fondamentali per i propri scopi politici e nichilisti.
[1] Corano sura 25, versetto 52.
[2] Importante tribù araba che dominava la Mecca nel VII secolo, da cui nacque il profeta Maometto, noti per il loro controllo commerciale e la successiva opposizione all’Islam, per poi convertirsi e diffondere la nuova fede.
[3] La prima espansione islamica guidata dai califfi Rashidun dopo la morte di Maometto (632), fu rapidissima grazie alla debolezza di Bizantini e Sasanidi, già stremati da guerre, e al malcontento locale. Gli Arabi conquistarono rapidamente Siria, Egitto e Nord Africa dai Bizantini (Battaglia di Yarmuk) e annientarono l’Impero Persiano Sasanide (Battaglia di Qadisiyya), portando alla fine della dinastia Sasanide e alla diffusione dell’Islam in tutto il Medio Oriente.
[4] Mini Fabio, La guerra dopo la guerra, Einaudi, Torino, 2003.
[5] Roane Carey, La nuova intifada, Marco Tropea editore, Milano, 2002
[6] Corm Georges, Il mondo arabo in conflitto, EditorialeJaca Book, Milano, 2005.
[7] L’abbandono della Mecca da parte di Maometto, in seguito a contrasti che erano sorti all’interno del clan dei Qurayshiti, compiuto insieme a un gruppo di seguaci, e il suo trasferimento a Medina, nel settembre dell’anno 622. Dall’inizio di quest’anno, coincidente nel calendario dell’epoca con il 16 luglio 622, è fatta iniziare tradizionalmente l’era islamica. Fu un evento epocale nella storia dell’umanità, e in particolare per i musulmani. Il termine hijra deriva dalla radice dei verbi hajara-yahjuru, il cui significato etimologico riporta al concetto di “rompere un legame, abbandonare, metter da parte”, nel caso specifico la rottura dei vincoli tribali.
[8] È il termine con cui i musulmani indicano il periodo precedente la missione profetica di Maometto del VII secolo. Secondo i musulmani si tratta quindi di “ignoranza” della verità salvifica che il Profeta dell’Islam avrebbe avuto l’incarico da Allah di svelare agli uomini col Corano.
[9] Arendt Hannah, Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano, 2003.
[10][10] Caparrini Rudy, Il medio oriente contemporaneo 1914-2005, Masso delle fate editore, Signa (Firenze), 2005.
[11] Il kharigismo è un ramo dell’Islam, distaccatosi dagli altri all’epoca del quarto califfo ʿAlī ibn Abī Ṭālib. Un tratto caratteristico del loro pensiero è sempre stato quello che la scelta dell’Imām non richiedesse altro che l’eccellenza morale, a prescindere dalla razza, dallo statuto giuridico personale e dal sesso. Oggi rappresentati dagli Ibaditi, moderati e non più portatori del fanatismo primigenio, rappresentano la “terza via” dell’Islam, dopo Sunniti e Sciiti. La divisione della Ummah originaria in tre branche è legata alla diversa interpretazione valoriale necessaria all’individuazione del successore di Maometto: I sunniti che derivano il nome da “Sunna” (tradizione) ritenevano dovesse essere scelto tra i migliori tra i discepoli del Profeta; gli sciti (da shīʿa “partito, fazione”, sottinteso di ʿAli e dei suoi discendenti), ritenevano dovesse essere un consanguineo; i Kharigiti (gli uscenti), sostenevano dovesse essere individuato nel più meritevole tra i membri della comunità.
[12] Gruppo clandestino di ufficiali militari nazionalisti nel mondo arabo, famoso per aver guidato il colpo di Stato in Egitto nel 1952 (Rivoluzione di Luglio) contro la monarchia di Re Faruq, instaurando la repubblica e ponendo le basi per il panarabismo di Gamal Abdel Nasser, influenzando poi eventi simili in Libia (1969) e Iraq (1958).
[13] Citato come “libro proibito” dall’attuale regime egiziano nel film “La cospirazione del Cairo” del regista Tarik Saleh del 2022. In Egitto, infatti, è ricompreso nell’indice dei libri di cui è proibito persino il semplice possesso.
[14] Sarà uno dei motivi ispiratori del suo processo, unitamente alle accuse di complotto ai danni dei personaggi-chiave delle istituzioni che ne decreteranno la condanna a morte per impiccagione il 29 agosto 1966.
[15] Osama bin Laden raccomandò il libro dello sceicco Muhammad Qutb, “Concetti che dovrebbero essere corretti“, in una videocassetta del 2004.
[16] Dialoghi Mediterranei: Di Giorgi Stefania, “Dentro il fondamentalismo islamico. Chi era Sayyid Quṭb”, 1° novembre 2024.
[17] Designata l’organizzazione come terroristica dalla Federazione russa dal 2003 a causa delle sue relazioni con i Fratelli Musulmani; Il ramo della Jamaat-e-Islami Jammu Kashmir è stato bandito dal governo indiano perché accusata di fomentare il terrorismo e l’attività secessionista nel Jammu e Kashmir; La Jamaat-e-Islami del Bangladesh è bandita nel Paese perché il suo statuto viola la costituzione laica del paese ed accusata di terrorismo e incitamento alla violenza durante le proteste studentesche del 2024. Attualmente cavalca ulteriori manifestazioni in Bangladesh ed è ritenuta un proxy dell’Inter-Services Intelligence (ISI) pakistano.
[18] Mawdudi Sayyid Abu l-Aʿla, Towards Understanding Islam (Verso la comprensione dell’Islam), Edizioni ” Al Hikma” 2000.
[19] La differenza tra scuola giuridica e scuola teologica è che la prima serve alla formazione di interpreti in grado di trarre il diritto positivo dalla Sharia, la seconda è destinata alla formazione di leader religiosi che guidino i fedeli nella pratica corretta dell’Islam, garantendo l’ortodossia e la coerenza dottrinale.
[20] Insideover: Indelicato Mauro, “Che cos’è il Wahhabismo” 15 settembre 2020.
[21] Mercuri Michela, “Incognita Libia”, 2019.
[22] Insideover: Pietrobon Emanuel, “Chi era Abdullah Azzam, il mentore di Osama bin Laden” 24 febbraio 2021.
[23] Corriere della Sera: Serafini Marta, “Chi è Al Awlaki, il predicatore ucciso dagli Usa 5 anni fa (e perché se ne parla ancora)” 30 settembre 2016.
[24] I foreign fighters vengono distinti in “returnees” e “relocators”: i primi sono quelli che fanno rientro nei Paesi d’origine, spesso al fine di organizzare attentati, addestrare nuove reclute e, in virtù dello status di “veterani”, radicalizzare simpatizzanti occidentali; i secondi scelgono di trasferirsi in altri Paesi, per cambiare modus vivendi, sottrarsi alla cattura o esportare l’ideologia e le metodologie terroristiche.
[25] Quadarella Sanfelice di Monteforte Laura, Terrorismo “fai da te” – Inspire e la propaganda online di AQAP per i giovani musulmani in Occidente (2013), Aracne Editrice.
[26] Quadarella Sanfelice di Monteforte Laura, L’Intelligenza Artificiale nel counter-terrorism: dai potenziali usi malevoli dei terroristi agli ambiti applicativi dell’IA nel counter-terrorism, in Mediterranean Insecurity vol. 7, 2026.
[27] Insideover: Pietrobon Emanuel, “Mustafa “al Suri” Nasar: il nemico pubblico numero uno di Madrid” 25 gennaio 2023.
[28] Uffpost: De Giovannangel Umberto, “Al Suri “Il Siriano”. L’uomo fotografato con Osama Bin Laden è la “primula nera” di al Qaeda, ispiratore della euro-jihad” 13 marzo 2015.


