scarica il file in formato pdf – il jihad come arma- marzo 2026- Gatto
Il Jihad come “arma”: anatomia di uno strumento asimmetrico nei conflitti convenzionali – Il caso siriano
Gabriele Gatto
“Combatteteli finché non ci sia più oppressione
e la religione sia tutta di Allah”
[Corano 8:39 – sura “della guerra”]
Prologo
In un precedente articolo[1] si è trattato più specificamente dell’evoluzione storica, sociale e giuridica del concetto di “Jihad”, di cui, per completezza narrativa tesa ad agevolare la comprensione all’odierno lettore, si tracceranno, sinteticamente, le varie tappe.
Il Jihad nasce, storicamente, come proponimento ascetico individuale, finalizzato all’accrescimento della fede, uno “sforzo” per la comprensione e la realizzazione della volontà di Dio e la messa in pratica dell’ortoprassi[2] coranica destinata al perseguimento di fini escatologici.
Con lo scorrere del tempo, il Jihad finì con l’acquisire la natura di base ideologica per giustificare le lotte difensive ed offensive che la neonata comunità islamica dovette affrontare per sopravvivere ed affermarsi prima, in un cotesto tribale e politeistico ostile, ed espandersi territorialmente poi, alla ricerca di uno “spazio vitale” in cui realizzare uno stato islamico (a seguito della redazione della Costituzione di Medina nel 622 che segnò la nascita della “Ummah” come entità politica).
In epoca coloniale divenne, poi, strumento per garantire la sopravvivenza culturale e religiosa, ed un’arma di contrasto e lotta alla secolarizzazione e l’occidentalismo imposto, col consolidarsi dell’occupazione egemonica europea, evolvendosi in “lotta contro gli infedeli”, cioè contro coloro che costituivano una minaccia alla professione della fede ed al territorio della comunità islamica, il “Dar al-Islam[3]” (Casa dell’Islam).
La natura “fisica” del Jihad, quella “combattiva”, forza ideologicamente unificante nella lotta contro gli oppressori e nemici della fede, venne ben compresa e contenuta dai colonizzatori europei che, dapprima applicarono una politica di contenimento “divide et impera”, tracciando confini e creando territori e nazioni a tavolino (concetti completamente avulsi dalla cultura mediorientale per cui al centro di tutto era la lealtà tribale e la libera circolazione delle genti), badando bene di inserirvi all’interno minoranze etniche e tribali, spesso in concorrenza e contrasto per motivi culturali, linguistici o settari, il cui unico legame pacificante era stato sino allora garantito dalla professione della fede islamica (così come avevano ben compreso gli ex dominatori ottomani), allo scopo di creare tra loro discordia, favorendone alcune a scapito di altre, per poterle controllare, ed impendendo, così, la costituzione di un fronte comune di resistenza su base religiosa[4] contro gli occupanti oppressori.
Quando il perseguimento degli obiettivi di espansione coloniale condusse all’inevitabile scontro bellico tra le potenze coloniali, alcuni imperi, in primis quello tedesco, compresero l’opportunità di strumentalizzare il revanscismo arabo indirizzandolo contro i provi avversari, fomentando il ricorso al Jihad come elemento identitario ed unificante.
- Max Freiherr Von Oppenheim il teorico dell’“arma islamica”
Nel corso del primo conflitto mondiale a Berlino furono gettate le fondamenta per la riconfigurazione in senso belligeno della potente ma ambigua nozione di Jihad.
Gli orientalisti del Kaiser, infatti, coniugarono lo studio degli aspetti mistici dell’islam all’imperativo di perseguire l’interesse nazionale.
Capofila degli orientalisti del Kaiser fu Max Freiherr von Oppenheim (Colonia, 15 luglio 1860 – Landshut, 17 novembre 1946), colui che, anticipando di oltre mezzo secolo Zbigniew Brzezinski, il teorico di quella geopolitica della fede magistralmente applicata in Afghanistan, allo scoppio della Grande Guerra istruì le alte sfere su come incendiare i domini coloniali francesi e britannici sparsi tra Nord Africa e India.
Tra il 1892 ed il 1895, Von Oppenheim viaggiò in Africa e Medioriente, visitando il Sahara, l’Egitto, la Siria, l’Iraq, la Turchia e l’India, concludendo il suo itinerare a Costantinopoli, alla corte del sultano Abdul Hamid II. Qui fu introdotto all’Islam, riuscendo a cogliere i primi segnali di un risveglio panislamico e afroasiatico tra i popoli asserviti al dominio coloniale.
Nominato attaché presso il consolato generale tedesco al Cairo, approfondì lo studio dell’islam, del mondo arabo e della lingua, inviando continui rapporti indirizzati al Kaiser per rendere edotti i governati tedeschi dell’evolversi dell’ostilità dei popoli mediorientali ai regimi occidentali e del fatto che gli alleati ottomani avrebbero potuto utilizzare questi moti di ribellione per fare breccia nello spazio imperiale franco-britannico.
Allo scoppio della guerra, Von Oppenheim ricevette l’incarico di redigere un’agenda per il Medioriente e nell’ ottobre 1914 presentò al Kaiser il manuale di strategia: “Memorandum su come rivoluzionare i territori islamici dei nostri nemici” (Denkschrift betreffend die Revolutionierung der islamischen Gebiete unserer Feinde)[5]
L’idea di Von Oppenheim era di catalizzare il risveglio del panislamismo nei domini coloniali franco-britannici e nel Caucaso russo (le potenze della Triplice Intesa) mediante una proclamazione ufficiale di “guerra santa” da parte del Gran Muftì di Costantinopoli, l’autorità religiosa più importante dell’impero ottomano e tra le più rispettate del mondo sunnita, perseguendo i seguenti obiettivi: L’insurrezione delle popolazioni delle colonie di Francia, Inghilterra e Russia, in particolare l’India, il dominio più ricco dell’impero britannico, ed il Caucaso russo per consentire il contenimento di Mosca e la penetrazione in Eurasia; provocare ammutinamenti nelle rispettive forze armate; il subentro della Germania nei domini coloniali sottratti alla Triplice; la satellizzazione dell’impero ottomano.
Il 14 novembre 1914, il Gran Muftì di Costantinopoli, Ürgüplü Mustafa Hayri Efendi (1867 Tripoli, Libia – 7 luglio 1921 Ürgüp, Turchia), dinanzi alla moschea di Ayasofya, invitò l’intera umma islamya al jihad globale ed offensivo contro gli infedeli della Triplice Intesa, definito “Jihad della felicità”, perché prometteva ai combattenti felicità, onore e mitizzazione sulla Terra e salvezza eterna nell’al di là.
L’Ufficio di Intelligence per l’Oriente diretto da Von Oppenheim, si premurò di diffondere il testo dell’appello in ogni angolo del pianeta nel più breve tempo possibile.
A quel punto, la partecipazione dell’impero ottomano alla Prima guerra mondiale a fianco degli imperi centrali non era più una questione politica, ma di fede. E non si trattava più di combattere dei semplici soldati, ma degli infedeli armati.
La chiamata alle armi del Gran Muftì, almeno inizialmente, sembrò funzionare, provocando alcune sollevazioni in Egitto, India, Maghreb, Caucaso russo e Asia centrale ed una serie di ammutinamenti, tra cui il c.d. “ammutinamento di Singapore” del 15 febbraio 1915, nel corso del quale, per quasi una settimana, la componente islamica del quinto reggimento di fanteria dell’esercito anglo-indiano (British Indian Army) si sollevò contro il personale britannico. Tuttavia, tali avvenimenti, non furono determinanti ad alterare il corso della guerra. Sui sermoni antioccidentali degli imam che risposero all’appello di Costantinopoli si formò un’intera generazione, da Gerusalemme a Islamabad, che nei decenni seguenti avrebbe combattuto nel processo di decolonizzazione[6].
Nel 1915, Von Oppenheim si recò nella penisola arabica per tentare di convincere il principe Faisal Saud (Riad, 14 aprile 1906 – Riad, 25 marzo 1975) a sostenere la causa della Triplice Alleanza (Germania, Austria-Ungheria e Italia), con la stipula di una alleanza arabo-turco-tedesca, ma fallì perché preceduto da Lawrence d’Arabia[7]. In realtà il fallimento della missione fu dovuto anche alla persecuzione degli arabi da parte dei Giovani Turchi, che li avevano anche definiti “cani dell’Islam”.
Compresa l’impossibilità di corrompere i Saud, Oppenheim cominciò a fare sermoni in prima persona nelle principali moschee dell’impero ottomano, legittimando i massacri etno-religiosi compiuti dai Giovani Turchi[8] nel Caucaso meridionale in un’ottica di prevenzione e popolarizzando la tattica della “guerra duale”, una guerra ibrida ante litteram basata su azioni convenzionali, come assedi e battaglie tra soldati ed azioni irregolari, come sollevazioni, rivolte e pogrom inaspettati, guadagnandosi l’appellativo di “Abu jihad”, padre del jihad.
La caduta in rovina della Germania non ebbe ripercussioni particolarmente gravi e pesanti per Von Oppenheimer, che ripiegò dalla politica alla sua seconda passione: l’archeologia. Negli anni Trenta, cogliendo il cambio di paradigma, cercò di allontanare le possibili ostilità verso la sua figura, perché era un ebreo agli occhi della dirigenza nazista, elaborando un nuovo piano per il Medioriente, sostanzialmente ricalcante quello guglielmino, e aumentando ulteriormente i propri soggiorni all’estero per ragioni archeologiche. Sopravvissuto miracolosamente ai bombardamenti di Berlino e Dresda, morì il 15 novembre 1946, all’età di ottantasei anni, trapassato in una condizione di quasi anonimato. Von Oppenheim è stato tra coloro che hanno scritto la storia del Novecento e contribuito a cambiare per sempre il Medioriente, il mondo islamico e il mondo[9].
- Zbigniew Brzezinski il teorico della “geopolitica della fede”. L’“Operazione Cyclone”
Zbigniew Brzezinski (Varsavia, 28 marzo 1928 – Falls Church, 26 maggio 2017), Consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza Carter, ebbe un ruolo chiave nella strategia geopolitica degli Stati Uniti durante la guerra sovietica in Afghanistan (1979-1989).
L’Occidente, secondo Brzezinski, non avrebbe vinto la Guerra Fredda ottenendo la superiorità militare e tecnologica sul Secondo mondo[10], ma quella valoriale e avrebbe potuto prevalere definitivamente sull’Unione Sovietica strumentalizzandone i talloni d’Achille, costituiti dalla disunità tra gruppi etnici, nazionalità e fedi, volgendoli contro l’Impero sovietico.
Il 27 aprile 1978, in Afghanistan, con un colpo di stato, i comunisti presero il potere istituendo la Repubblica Democratica dell’Afghanistan e avviando un programma di riforme di taglio laico/socialista per modernizzare il paese, quali: l’istituzione di sindacati; il controllo statale dei prezzi; l’abrogazione di norme religiose sostituite da leggi laiche; il monopolio dell’istruzione di Stato, per uomini e donne, sottraendola al tradizionale controllo dei Mullā; la sanità pubblica; la riforma agraria attraverso la redistribuzione delle terre, sottraendole, soprattutto, agli ordini religiosi; il divieto dei matrimoni combinati.
Fino ad allora, il sistema politico-istituzionale afgano si era basato su un delicato equilibrio, basato sulla ripartizione dei poteri e delle competenze tra istituzioni statali laiche e poteri religiosi. Le politiche adottate dal nuovo governo sfidarono sia i valori tradizionali afghani sia le strutture di potere ben consolidate nelle aree rurali, suscitando l’ostilità degli ambienti religiosi, tradizionali e conservatori e dando vita a numerose rivolte guidate dai Mullā contro il governo socialista e le sue riforme.
Il 4 settembre 1979, un secondo colpo di stato deponeva il governo di Nur Mohammad Taraki, che veniva assassinato, sostituendolo con quello di Hafizullah Amin. Amin varò ulteriori drastiche riforme in campo sociale ed economico che non fecero che aumentare l’ostilità del popolo afgano per il regime; l’opposizione aumentò e il governo perse il controllo delle campagne, aumentarono le diserzioni nell’esercito ed il paese divenne ingovernabile.
L’autonomia decisionale di Amin era fonte di disturbo per il Cremlino, patrocinatore della “dottrina della sovranità limitata” (Dottrina Brežnev del 1968[11]), e il suo ricorso smodato alla violenza aveva innescato una quasi-guerra civile, aggravata dalla triangolazione Washington-Islamabad-Teheran, che da alcuni mesi avevano iniziato ad inviare armi e altri prodotti militari alla resistenza Mujaheddin, in ossequio alla dottrina del contenimento sovietico nel “mondo libero” (Dottrina Truman del 1947[12]).
Tale situazione determinò l’Unione Sovietica ad intervenire in armi per deporre Amin, normalizzare la situazione e nominare un nuovo governo guidato da Babrak Karmal.
Il 27 dicembre 1979 la leadership sovietica avviò l’“Operazione Štorm 333”. Amir fu deposto ed assassinato, screditato dalla stampa sovietica come agente controrivoluzionario della CIA statunitense che aveva usurpato il potere ed instaurato un regime di terrore. Venne sostituito da Babrak Karmal.
Brzezinski convinse il presidente americano Jimmy Carter (Plains, 1º ottobre 1924 – Plains, 29 dicembre 2024), ad utilizzare la “geopolitica della fede”, che già stava guadagnando successi in Polonia (dove, in combutta col Vaticano, si stava strumentalizzando la fede cattolica, trasformandola in un motore di riscatto, un veicolo di emancipazione, uno strumento di ribellione), anche in Afghanistan, utilizzando le stesse tecniche in un contesto islamico che resisteva all’ateizzazione forzata.
Fu fondato il “Gruppo di lavoro sulle nazionalità” (Nationalities Working Group), posto sotto l’egida di Brzezinski e operante di concerto con la Central Intelligence Agency, con l’obiettivo valutare la fattibilità di una trasposizione della geopolitica della fede in Afghanistan.
I segnali raccolti dall’intelligence promettevano di convertire l’Afghanistan in una sorta di Vietnam per i sovietici, quella che sarebbe passata alla storia come “la trappola afgana”, sfruttando l’instabilità politica, il malcontento sociale della stragrande maggioranza del paese, in rivolta contro la modernizzazione forzata dei comunisti e le mire di Pakistan e Iran, interessati a sfruttare la situazione per ripristinare la loro antica influenza sulla terra dei pashtun[13].
All’inizio del 1980 il presidente Carter autorizzò l’Operazione “Cyclone”, un programma segreto volto a usare le milizie locali per combattere l’avversario ideologico, senza un diretto coinvolgimento militare statunitense. Il sostegno statunitense ad elementi antisovietici e anche a quelli contrari al governo comunista in Afghanistan, intrappolò i sovietici in un conflitto senza possibilità di vittoria e minò profondamente il potenziale bellico/industriale ed il morale delle truppe dell’Unione Sovietica, permettendo di soddisfare perfettamente i principi della dottrina del contenimento, riducendo l’influenza dell’Unione Sovietica nella regione.
Si trattò, tecnicamente, di favorire una forza asimmetrica, di natura guerrigliera, contro un esercito regolare nel contesto di una guerra ufficialmente non dichiarata.
L’Operazione “Cyclone” durò complessivamente un decennio (dal dicembre del 1979 al febbraio del 1989) e non fu un’iniziativa unicamente americana, ma una vasta operazione che coinvolse una rete di attori: la C.I.A, che fornì miliardi di dollari in fondi e armamenti, tra cui fucili d’assalto, lanciarazzi e, soprattutto, i missili antiaerei Stinger, che si rivelarono decisivi per abbattere gli elicotteri sovietici; l’I.S.I (Inter-Services Intelligence, servizio segreto del Pakistan), che giocò un ruolo cruciale fungendo da intermediario, incanalando i fondi e le armi della C.I.A ai vari gruppi di Mujaheddin, sfruttando la sua rete di Intelligence ed i legami etnici con i pashtun afghani. L’I.S.I, inoltre, addestrò i combattenti e si assicurò che il grosso degli aiuti andasse alle fazioni islamiste più radicali, a scapito dei gruppi più moderati; l’Arabia Saudita, che contribuì finanziariamente in maniera massiccia, eguagliando spesso i finanziamenti statunitensi. La monarchia saudita vedeva nella guerra afghana un’opportunità per sostenere e diffondere il wahhabismo, la propria interpretazione rigorosa dell’Islam; la Repubblica Popolare Cinese, che sostenne i Mujaheddin afghani contro l’invasione sovietica, fornendo armi, munizioni e addestramento. Ciò, sia a seguito dell’allontanamento dall’Unione Sovietica, a causa di una serie di pesanti scontri di frontiera tra marzo e settembre 1969 e la conseguente distensione nelle relazioni con gli Stati Uniti sotto la presidenza Nixon nel 1972, sia perché alleata del Pakistan; i Volontari Stranieri, migliaia di combattenti arabi (i cosiddetti “arabi afghani”), confluirono in Afghanistan, spinti dal richiamo del jihad contro l’occupazione atea e comunista.
Gli aiuti furono indirizzati principalmente a sette grandi partiti di Mujaheddin, con sede a Peshawar, in Pakistan, dove nel 1984, Abdullah Yusuf Azzam, Wa’el Hamza Julaidan, Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri fondarono il Maktab al-Khidamat (MAK), “Ufficio dei servizi”, noto anche come Afghan Services Bureau, il cui scopo principale era raccogliere fondi e reclutare mujaheddin stranieri per la guerra contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Il MAK fu il precursore di Al Qaeda e svolse un ruolo chiave nella creazione della rete di finanziamento e reclutamento di cui beneficiò questa organizzazione negli anni ’90.
Tuttavia, il ruolo dell’I.S.I. fu determinante nel favorire i gruppi più ideologicamente allineati con il Pakistan e l’Arabia Saudita. Questo portò a un massiccio afflusso di armi e denaro verso le fazioni islamiste più radicali, come l’Hezb-i-Islami di Gulbuddin Hekmatyar. La conseguenza fu che i gruppi più moderati o laici furono emarginati, e l’ideologia islamista radicale, sostenuta da finanziamenti esteri e dalla presenza di volontari come Osama bin Laden, prese sempre più piede tra i combattenti.
L’Operazione “Cyclone” ebbe successo nel suo intento strategico. Dopo quasi un decennio di conflitto, l’Armata Rossa, sconfitta e logorata, si ritirò dall’Afghanistan nel 1989, determinando, dunque, l’efficacia dell’uso dell’”arma islamica” in un contesto di conflitto asimmetrico contro un attore convenzionale[14].
Stati Uniti e Pakistan avevano interesse a sostenere la formazione di un governo estremista di stampo islamico-sunnita in Afghanistan, che avrebbe esercitato una pressione contro il vicino Iran islamico-sciita (seguito alla caduta del regime dello Scià Mohammad Reza Pahlavi l’11 febbraio 1979 a causa della Rivoluzione iraniana) e contemporaneamente avrebbe costituito un freno per un eventuale ritorno russo nell’area.
Questi calcoli convinsero gli Usa a sforzarsi per sostenere il Jihad finché, con la definitiva scomparsa dell’Urss (dicembre ’91), l’America si tirò fuori da un’area ormai scomoda a causa della presenza di un pericoloso integralismo islamico da lei stessa precedentemente armato, dedicandosi ad altre aree di intervento (come il Golfo Persico, dove nel ‘91 scoppiò il primo conflitto iracheno).
Gli Stati Uniti hanno sostenuto anche le fazioni più estremiste della resistenza afghana e, una volta cessato il conflitto, l’abbandono del Paese a sé stesso ha avuto come risultato la nascita dei talebani. Sostanzialmente, eliminando l’occupazione sovietica in Afghanistan e non provvedendo alla ricostruzione del Paese crearono un vuoto di potere, gettando le basi per la nascita dei loro nuovi nemici che li avrebbero attaccati poco più di 10 anni dopo.
Il governo americano non si limitò ad istruire militarmente i resistenti afghani a combattere per respingere gli invasori russi e liberare la regione da una presenza sgradita alla Casa Bianca, ma organizzò anche un piano per rendere durevole nel futuro l’odio della popolazione verso gli “atei comunisti” con un programma di educazione destinato alle scuole. Nel progetto fu coinvolto il Dipartimento di Studi Afghani dell’Università del Nebraska-Omaha. Dal 1984 al 1994 si investirono 51 milioni di dollari per realizzare libri di testo destinati ai bambini afghani, che vennero stampati in milioni di copie e inviati insieme agli aiuti umanitari tramite USAID[15].
L’amministrazione americana fu sfiorata dallo scandalo e si affrettò a far sparire e a sostituire, nel 1992, tutti i testi ancora in distribuzione con dei nuovi, meno espliciti a livello grafico, ma perfino peggiori sul piano dei contenuti, a detta di educatori locali.
Ecco, come veniva insegnato l’alfabeto:
Alif [sta per] Allah. Allah è uno.
Pi [sta per] Cinque (panj). L’Islam ha cinque pilastri…
Ti [sta per] Fucile (tufang). Javad ha ottenuto fucili per i Mujaheddin…
Jim [sta per] Jihad. Jihad è un obbligo. La mamma è andata al jihad. Nostro fratello porta l’acqua ai Mujaheddin…
Dal [sta per] Religione (din). La nostra religione è l’Islam. I Russi sono nemici della nostra religione.
Shin [sta per] Shakir. Shakir guida il jihad con la spada. Dio è felice se i Russi vengono sconfitti…
Zal [sta per] Oppressione (zulm). L’oppressione è vietata. I Russi sono oppressori. Noi facciamo il jihad contro gli oppressori…
Vav [sta per] Nazione (vatn). La nostra nazione è l’Afghanistan…I Mujaheddin l’hanno resa famosa…
La nostra gente, i Musulmani, stanno sconfiggendo i comunisti. I Mujaheddin stanno liberando il nostro amato Paese.
E alcuni esercizi di aritmetica:
Ci sono 10 atei. 5 vengono uccisi da 1 Musulmano. Quanti atei rimangono? (risposta: rimangono 5 atei).
5 fucili + 5 fucili = 10 fucili
15 pallottole – 10 pallottole = 5 pallottole
Un gruppo di mujaheddin attacca 50 Russi. Se in quell’attacco sono morti 20 Russi, quanti russi sono scappati?
Un proiettile di Kalashnikov viaggia a una velocità di 800 metri al secondo. Un Mujaheddin ha nel mirino la fronte di un russo a 3.200 metri. Quanti secondi ci vorranno al proiettile per colpire la fronte del russo?
L’USAID interruppe il finanziamento del programma nel 1994, ma i manuali continuarono a circolare in varie versioni anche dopo che i talebani presero il potere nel 1996. All’UNICEF[17] fu affidato infine l’incarico di distruggere 500.000 copie rimaste dei vecchi libri di testo e di rimpiazzarle con altri a contenuto più religioso. Alcuni funzionari però hanno rivelato che organizzazioni umanitarie private continuarono a pagare le ristampe dei vecchi libri per anni. Viceversa, fu il governo dei talebani a voler mantenere i testi che incitavano al jihad, utilizzando quelli prodotti dall’UNICEF solo come complemento.
Comprensibile, quindi, la necessità di un’opera capillare di rimozione da parte del governo Usa per prevenire l’incombente scandalo che avrebbe travolto tutta l’amministrazione e distrutto la reputazione del Paese.
In questo modo, le responsabilità del governo americano furono dissolte, ma ciò che importa veramente è che il progetto ottenne i suoi frutti: quei bambini sono le stesse persone che vent’anni dopo hanno creato Al Qaeda, dal cui ramo iracheno sarebbe nato l’ISIS[18].
Gli americani, dunque, perseguirono in Afghanistan un progetto d’ingegneria culturale impiantando un elemento estraneo alla cultura locale, favorendone la trasformazione: l’importazione del wahhabismo, corrente estremista dell’Islam, impiantata nel tessuto dell’Islam moderato dell’Afghanistan, ove era, fino ad allora, sconosciuta. A ciò si aggiunse l’indottrinamento dei bambini afghani su testi scolastici appositamente stampati. Da questa coltura di radicalismo islamico nacque un organismo culturalmente modificato che avrebbe portato ad Al Qaeda ed IS.
- La strumentalizzazione del jihadismo sunnita per operazioni di regime change secondo il programma del nuovo ordine mondiale americano.
Il caso siriano: l’operazione “Timber Sycamore”.
Le rivolte della c.d. “Primavera araba”, tra il 2010 ed il 2012, furono un ennesimo segnale di instabilità mediorientale, originatasi in Tunisia per poi diffondersi rapidamente in Egitto, Libia, Siria, Yemen e Bahrein, con rivolte minori in Algeria, Iraq, Giordania, Oman, Marocco e Sudan, di cui fu catalizzatore la profonda crisi economica del triennio 2007-2009. Le proteste furono spinte da un profondo malcontento popolare, covato per anni e dovuto ad autoritarismo e corruzione: decenni di regimi autocratici, spesso guidati da un unico leader, soffocavano ogni forma di opposizione politica; disoccupazione e povertà: l’elevato tasso di disoccupazione giovanile e l’aumento dei prezzi dei generi alimentari esacerbavano il malcontento sociale; mancanza di libertà: la repressione delle libertà civili e dei diritti umani alimentava il desiderio di riforme democratiche.
Alla base delle rivolte della Primavera araba c’era una richiesta di rinnovamento del contratto sociale: meno disuguaglianze economiche e sociali, meno corruzione, più occupazione (ma, in realtà, senza alcuna istanza di democrazia).
Tuttavia, i partiti politici, che avrebbero dovuto mettere in atto le riforme, diedero priorità alla costruzione di nuove forme istituzionali che sostituissero i precedenti regimi, generando nuovi potentati, ma procrastinando l’attuazione delle necessarie riforme. Invero, questi paesi si trovarono (e sono tutt’ora) all’interno di un sistema finanziario presidiato da organizzazioni globali che ne condizionano esistenza ed obiettivi, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, deputati ad elargire prestiti necessari alla sopravvivenza delle disastrate economie in cambio dell’applicazione di politiche neoliberiste, ovvero deregolamentazione dei mercati, privatizzazioni e tagli alla spesa sociale (c.d. Washington consensus[19]).
Per tali motivi, le rivolte nel mondo arabo persero spinta propulsiva, generando fenomeni di apatia partecipativa elettorale e limitandosi ad un attivismo sociale localizzato, esplicantesi in sporadiche e facilmente reprimibili proteste.
Mentre in alcuni Paesi, come la Tunisia, le rivolte portarono da una democrazia oscillante all’autoritarismo ad una positiva transizione, in altri, come Egitto, Libia e Siria, l’esito fu la guerra civile, il ritorno all’autoritarismo o il completo collasso dello stato.
Gli Stati Uniti e diversi alleati del mondo arabo avrebbero in tale periodo deciso di profittare dell’instabilità mediorientale per dare seguito al progetto americano di un nuovo ordine mondiale post 11 settembre (progenie del think tank neocon “Project for the New American Century (PNAC)[20]”). Dal 2001, infatti, gli apparati statunitensi di matrice neocon avevano pianificato di abbattere sette regimi in cinque anni: Iraq, Iran, Siria, Libia, Libano, Sudan e Somalia per plasmare un nuovo Medioriente, rovesciando i regimi ostili, sostituendoli con attori conniventi o con buchi neri geopolitici per blindare la regione dalla possibilità di controllo da parte di attori stranieri (il progetto di riconfigurazione geopolitica del Medio Oriente che unisce le élite nazionaliste israeliane ai teorici del neoconservatorismo USA).
Sostanzialmente, il Medioriente andava allineato all’asse Washington-Londra-Tel Aviv o reso destrutturato ed ingovernabile per potenze terze, in particolar modo Russia e Cina, che avessero l’obiettivo di aumentare la propria proiezione geopolitica a scapito della leadership americana nella regione. Tali progetti furono perseguiti destabilizzando dall’interno i paesi target e generando conflitti internazionalizzati.
Dopo la decapitazione del regime iracheno nel 2003 e quello libico tra il febbraio e l’ottobre 2011, seguì l’obiettivo di regime change siriano[21].
La Siria era un Paese governato da decenni dalla famiglia Al Assad, un regime autoritario, dominato dal partito Ba’ath, che mantenne il potere attraverso una stretta morsa di sicurezza, alleato dell’Iran ed i suoi proxies e della Russia. Sebbene la maggioranza della popolazione siriana fosse musulmana sunnita, il potere fu saldamente nelle mani della minoranza alawita (una setta sciita), a cui apparteneva la famiglia Assad. Questa struttura di potere settaria, con gli alawiti che ricoprivano le posizioni chiave nell’esercito e negli apparati di sicurezza, covò un profondo risentimento nella maggioranza sunnita, che si sentiva emarginata e discriminata.
Nonostante la facciata di stabilità, la Siria degli Assad era una nazione percorsa da profonde tensioni interne: repressione politica: ogni forma di opposizione era proibita e punita severamente. Il regime utilizzava torture e sparizioni forzate per intimidire gli oppositori; corruzione endemica: la famiglia Assad e le élite alawite si erano arricchite attraverso la corruzione e la gestione clientelare dell’economia, a discapito della popolazione generale; disuguaglianze economiche e sociali: il Paese era caratterizzato da profonde disparità tra la minoranza alawita, che deteneva il potere e la ricchezza, e la maggioranza sunnita, spesso relegata a un ruolo marginale; fattori esterni: la Siria era un Paese chiave nell’asse geopolitico “anti-americano”, alleato dell’Iran e del gruppo libanese Hezbollah. Questo la rendeva un obiettivo strategico per le potenze occidentali, l’Arabia Saudita e il Qatar, che volevano indebolire l’influenza iraniana nella regione.
Le proteste iniziarono nel marzo 2011 nella città meridionale di Daraa, dove un gruppo di adolescenti fu arrestato e torturato per aver scritto slogan antigovernativi su un muro (“è arrivato il tuo turno, dottore.”[22]) Ne seguì una repressione brutale e indiscriminata con le forze di sicurezza che aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati. Questo esacerbò la rabbia e portò a proteste ancora più ampie in tutto il Paese, con la richiesta di riforme politiche e la fine della corruzione. Molti oppositori al regime, in particolare ex-militari che avevano disertato, presero le armi per difendersi, riunendosi nel c.d. Esercito siriano libero. Questo segnò il passaggio dalle proteste pacifiche a una vera e propria guerra civile.
Nel 2012, progressivamente, sorsero in seno all’opposizione numerose altre organizzazioni e milizie armate, la gran parte delle quali di matrice islamista finanziate da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Giordania, Stati Uniti, Francia ed Inghilterra, mentre Assad era inizialmente sostenuto dall’Iran e dai suoi proxies: Hezbollah e le milizie sciite filoiraniane (cui si aggiunse la Russia nel settembre 2015).
Anche questa volta, gli Stati Uniti ed i loro alleati, incuranti o immemori delle tragiche conseguenze dell’intervento occidentale nel conflitto afgano del 1979, decisero di finanziare, addestrare, armare e dotare di informazioni di intelligence le milizie islamiste anti-Assad attraverso un programma segreto della C.I.A denominato operazione “Timber Sycamore” avviato nel 2012, finanziato da Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Giordania e Francia ed organizzato logisticamente da C.I.A ed M.I.6 in territorio Giordano[23]. Come nell’Afghanistan del 1979, si trattò di condurre una azione asimmetrica da parte di attori non statali contro un governo in carica, internazionalizzando il conflitto siriano.
I principali artefici e le loro motivazioni: gli Stati Uniti (C.I.A) diressero l’operazione, fornendo addestramento, armi e finanziamenti ai gruppi ribelli. L’obiettivo era rovesciare Assad senza un’invasione diretta, in un’ottica di “proxy war” per indebolire l’asse Iran-Siria-Hezbollah; la Turchia, agì come il principale hub logistico e di transito per armi e combattenti, mossa dall’obiettivo di rovesciare Assad e di limitare l’autonomia dei curdi siriani al confine; Arabia Saudita e Qatar, fornirono ingenti somme di denaro e armi ai gruppi ribelli, spinti dal desiderio di indebolire l’influenza dell’Iran e di promuovere la propria ideologia islamista wahhabita, finanziando in particolare i gruppi salafiti più radicali; Regno Unito (M.I.6) e Francia, fornirono intelligence, addestramento e un supporto politico cruciale, agendo in stretta collaborazione con gli Stati Uniti.
Nell’ambito di questa operazione fu organizzata una rat line per il trasferimento aereo di armi trafugate dagli arsenali di Gheddafi in Libia alla Turchia e, attraverso il confine, fino alla Siria, per rifornire i miliziani. La Turchia, inoltre, consentì ai miliziani islamisti l’attraversamento del suo territorio e del confine con la Siria, spesso a bordo di autobus di linea (c.d Autostrada del Jihad, circostanza tutt’ora ufficialmente negata dal governo turco). Questo programma divenne simbolo della “guerra per procura” che alimentò il conflitto siriano e ne acuì le conseguenze.
La prova dell’esistenza del programma emerse gradualmente nel tempo, da un incrocio di inchieste giornalistiche, dichiarazioni di funzionari e documenti trapelati, destando un certo scandalo: giornalisti investigativi come Seymour Hersh[24], in articoli per il London Review of Books, descrissero nei dettagli il flusso di armi e denaro. Le indagini del New York Times, del Washington Post e di altre testate corroborarono l’esistenza del programma. Tali inchieste si basarono su fonti interne all’amministrazione, cui fu garantito l’anonimato; diversi ex-membri del Congresso e dell’amministrazione Obama fecero riferimento all’operazione.
Un documento del Senato americano confermò l’esistenza del programma, sebbene con un linguaggio volutamente cauto. L’ex direttore della C.I.A, John Brennan[25], ammise l’esistenza di un programma di sostegno “non letale” ai ribelli, anche se le prove indicano che il supporto andava ben oltre; un report dell’Intelligence Defense Agency (D.I.A) del 2012, declassificato nel 2015, rivelò come l’amministrazione americana fosse consapevole che il supporto ai ribelli avrebbe potuto portare alla nascita di un “principato salafita” (cioè un proto-stato jihadista) nella Siria orientale, indicando come principali attori della rivolta i salafiti, i Fratelli Musulmani e Al Qaeda in Iraq.
Fin dall’inizio, il programma si scontrò con la difficoltà di distinguere tra ribelli “moderati” e milizie jihadiste. Molti gruppi, pur presentandosi come “moderati”, avevano legami con organizzazioni radicali o combattevano al loro fianco; le armi e i fondi forniti ai gruppi “moderati” spesso finivano nelle mani di organizzazioni jihadiste più potenti, come Jabhat al-Nusra (ramo siriano di Al Qaeda core) e l’ISIS, sia tramite accordi diretti oppure attraverso il sequestro e furto dei loro arsenali.
Ancora una volta, l’idea che un supporto limitato e mirato potesse rafforzare i moderati e farli emergere come una forza dominante si rivelò un totale fallimento. I gruppi jihadisti, finanziati da donatori privati e con una leadership più coesa, si dimostrarono più efficaci e meglio organizzati, attirando i combattenti e conquistando il controllo di vasti territori.
La diretta conseguenza fu che l’operazione contribuì in modo decisivo a destabilizzare la Siria, a rafforzare le milizie jihadiste e probabilmente a creare un vuoto di potere che l’ISIS sfruttò per la sua rapida espansione. L’obiettivo di indebolire Assad contribuì a portare alla creazione di una minaccia globale che gli stessi Paesi occidentali si trovarono a dover combattere in seguito: l’Islamic State.
Il caos della guerra civile e l’incapacità sia del regime che dei ribelli di controllare vasti territori, permisero all’ISIS di espandersi rapidamente. Il 29 giugno 2014, il leader dell’organizzazione, Abu Bakr al-Baghdadi (Samarra, 28 luglio 1971 – Barisha, 27 ottobre 2019), proclamò a Mosul la nascita del “Califfato” (IS), conquistando ampie aree in Siria orientale e in Iraq occidentale (c.d. Siraq) ricche di risorse come petrolio e gas, utilizzate nella vendita di contrabbando per autofinanziarsi.
Tra il 2014 ed il 2018, il “Califfato” fu attaccato dalle diverse coalizioni ed attori impegnati nel conflitto siriano: eserciti stranieri (attraverso bombardamenti aerei) forze governative, altri ribelli, il Fronte al-Nusra, le Forze Democratiche Siriane (SDF[26]), le milizie sciite filoiraniane, Hezbollah, la milizia Wagner.
IS reagì all’attacco diversificando la propria tattica militare, avviando una campagna mediatica di reclutamento di nuove frange jihadiste e sollecitando la realizzazione di attentati contro i luoghi simbolo degli stati nemici, sia attraverso membri dell’organizzazione che giovani radicalizzati occidentali (c.d. frustated travellers) dopo aver sospeso l’obbligo dell’”egira[27]”.
Tra il 2015 ed il 2019, attaccato su più fronti, il “Califfato” perse man mano i territori conquistati, fino a cessare di esistere come entità territoriale nel febbraio-marzo 2019, ma riconvertendosi in movimento insorgente ed evolvendosi in network del terrore al comando di diverse “province” (“wilayat”, cui detta linee guida, approva le leadership, finanzia e coordina le attività), espandendosi in Africa e Asia e lanciando un appello al jihad individuale globale (già sperimentato da Al Qaeda a partire dal 2013, il cui ideatore fu uno dei leaders di Al Qaeda nella Penisola Arabica, l’imam Anwar al-Awlaki[28]) sollecitando, attraverso comunicati ufficiali della leadership, giovani radicalizzati in Occidente (Homeground terrorist) e foreign fighter returnees[29], a colpire in qualunque modo e con qualunque mezzo gli infedeli nei loro stessi paesi. Ne seguirono diversi e sanguinosi attentati.
Tra l’estate del 2018 e quella del 2019, si assistette ad un sostanziale “congelamento” della crisi siriana, con la riconquista di circa il 70% del territorio centro-sud siriano da parte delle truppe di Assad ed i suoi alleati e la costituzione a nord della regione autonoma del Rojava Kurdistan (nota ufficialmente come Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est) occupata dalle milizie curde e le truppe statunitensi, ed una zona cuscinetto della Siria settentrionale sotto il controllo turco, per dividere lo stato turco dal confine col (nemico) Rojava curdo.
L’operazione “Timber Sycamore” fu per alcuni l’ennesimo esempio di ottusità, semplicismo e spregiudicatezza nella strumentalizzazione di un estremismo religioso di chiari caratteri antioccidentali, figlio di quella radicalizzazione creata artificialmente dai medesimi attori nel contesto della guerra afgana del 1979.
Un ennesimo boomerang che contribuì a produrre effetti ancora più letali e devastanti (amplificati dall’uso di nuove tecnologie, mezzi ed evoluzioni tattiche e strategiche) di quanto già accaduto tra gli anni ’80-’90[30].
- Jabhat al-Nuṣra, una “arma islamica” di successo: la svolta del rebranding ed il riconoscimento della soggettività internazionale
Nel corso della guerra siriana si assistette ad una evoluzione identitaria dell’organizzazione jihadista Jabhat al-Nuṣra li-ahl al-Shām, (“Fronte del soccorso al popolo del Levante”), costola di Al Qaeda, nata nel 2012 durante il caos seguito all’inizio del conflitto siriano, che rappresenta un unicum nella strategia di adattamento del jihadismo ai cambiamenti politico-sociali, e cioè mirando a colmare i vuoti di potere seguiti alla caduta di regimi, ponendosi come alternativa credibile.
Jabhat al-Nuṣra e, soprattutto, il suo leader Abū Muḥammad al-Jūlānī (al secolo Ahmad Husayn al-Shara, saudita classe 1982) fecero tesoro delle sconfitte strategico-militari ed ideologiche subite da Al Qaeda ed Islamic State, che non riuscirono mai veramente a superare la dimensione dell’insorgenza, sfruttando i contesti di rivolta sociale, per dar vita a realtà statuali alternative alle precedenti ed in possesso dei crismi politico-istituzionali in grado di renderle integrabili nel contesto internazionale.
Sostanzialmente, al-Jūlānī comprese che lo scontro di civiltà era una velleità ideologica retrograda e che il successo e la sopravvivenza di un nuovo regime passava necessariamente dalla normalizzazione dei rapporti con gli attori regionali ed internazionali, attenuando il radicalismo ideologico, proponendo istanze moderate e di carattere sociale, cercando un consenso dal basso senza imporlo con la mera violenza e la forza delle armi, applicando la legge islamica con misura e coinvolgendo nel processo di state building tutte le componenti della società siriana, comprese le minoranze. Sopravvivere come organizzazione, prima, ed entità statale, poi, significava farsi accettare e riconoscere come attore moderato ed affidabile.
Nata per volontà di Abu Bakr al-Baghdadi e di Ayman Muḥammad Rabīʿ al-Ẓawāhirī (Kafr el-Dawar, 19 giugno 1951 – Kabul, 31 luglio 2022), al tempo alleati, che autorizzarono al-Jūlānī a creare una cellula in Siria, per rovesciare il governo di Bashar Al Assad e stabilire uno Stato islamico, al-Nuṣra raccolse combattenti stranieri veterani dei conflitti in Iraq e Afghanistan, fino a diventare il gruppo meglio addestrato e militarmente temibile tra quelli delle forze ribelli.
Dopo essersi sottratta al tentativo di annessione unilaterale del neonato ISIS di al-Baghdadi nell’aprile 2013 (il quale, a seguito del rifiuto di al-Jūlānī, si recò personalmente dall’Iraq al governatorato di Aleppo allo scopo di reclutare membri di al-Nuṣra per il proprio gruppo), riconoscendo la propria fedeltà ad Al Qaeda di al-Zawahiri, iniziarono gli scontri con i miliziani di al-Baghdadi.
Dopo la costituzione di IS e del “Califfato”, il 29 giugno 2014 a Mosul, al-Jūlānī diede avvio ad un’operazione di rebranding, presentandosi all’opinione pubblica internazionale come movimento di resistenza anti-Assad e di opposizione all’IS, attraverso una serie di operazioni tattiche quali il rapimento di 45 caschi blu dell’ONU sulle alture del Golan il 28 agosto 2014, con la richiesta di essere rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche delle Nazioni Unite in cambio della restituzione degli ostaggi (rilasciati l’11 settembre), una serie di attacchi dall’ottobre 2014, contro l’ESL (Esercito Siriano Libero con cui al-Nuṣra era precedentemente alleato) e altri gruppi islamisti (col primario obiettivo di costituire un proprio Stato islamico nei territori del governatorato di Idlib), la conduzione delle trattative nel dicembre 2014 per il rilascio delle due cooperanti italiane Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite ad agosto dello stesso anno da militanti dell’Esercito Siriano Libero, fino alla decisione di dissociarsi ufficialmente da Al Qaeda core (si ipotizza anche su pressione del Qatar ed altri Stati del Golfo, che avrebbero contattato al-Jūlānī incoraggiandolo ad abbandonare Al Qaeda, liberarsi dei combattenti non siriani, promettendogli in cambio di finanziare al-Nuṣra) il 28 luglio 2016, con un video registrato in cui per la prima volta apparì pubblicamente nelle vesti del leader di Jabhat al-Nuṣra, ed in cui al-Jūlānī annunciò la rescissione dei propri legami con Al Qaeda, dichiarando di non voler fornire pretesti a Russia e Stati Uniti per attaccarlo in nome della sua affiliazione al network di al-Ẓawāhirī, (e con il placet di quest’ultimo), riconvertendosi in un movimento insorgente siriano e cambiando la propria denominazione in Jabhat Fatḥ al-Shām (“Fronte per la conquista del Levante”).
L’operazione di rebranding realizzò, nei fatti, la strategia di Abu Musab al-Suri[31] (Aleppo, 26 ottobre 1958), uno dei principali strateghi di Al Qaeda, che suggerì alcune azioni tattiche quali la fornitura di assistenza alla popolazione conquistata, evitare di apparire come estremisti, mantenere una forte relazione con le comunità locali e altri gruppi combattenti e focalizzarsi sulla lotta al regime piuttosto che a un’estensione del jihād a livello globale. La si potrebbe considerare una moderna applicazione del concetto islamico di taqiyya[32] (nascondimento, dissimulazione).
Questo tipo di approccio distinse nettamente al-Nuṣra (e sue evoluzioni strategiche) da IS: mentre lo Stato Islamico, osteggiato in Siria dalle popolazioni locali, continuò a infierire su di esse, al-Nuṣra cooperò con altri gruppi militanti ed evitò d’imporre la sharia dove trovò una forte opposizione.
Il 26 gennaio 2017, il gruppo si fuse con altre quattro formazioni (il Fronte Anṣār al-Dīn, Jaysh al-Sunna, Liwāʾ al-Ḥaqq e Harakat Nur al-Din al-Zenki), assumendo il nome Hayʾat Taḥrīr al-Shām (HTS) (“Organizzazione per la liberazione del Levante”). Il trasformismo dell’organizzazione nell’adottare nuove denominazioni, liberandosi di “legami inopportuni”, incorporando varie milizie jihadiste ed adottando un programma apparentemente meno radicale e più “compatibile” con il punto di vista occidentale, gli consentì di mimetizzarsi come milizia “moderata” ed affidabile, riuscendo a guadagnarsi la fiducia del leader turco Recep Tayyip Erdoğan, ricavandone finanziamenti, armi, soldati e mezzi.
Nel luglio 2017 Hayʼat Taḥrīr al-Shām si impadronì dell’intero confine turco-siriano nella provincia di Idlib e del suo capoluogo Idlib, costituendovi il Governo di Salvezza Siriano, uno Stato islamico governato da un organismo autoritario tecnocratico articolato in un Consiglio legislativo della Shura generale e in un esecutivo guidato dal Primo ministro al-Jūlānī, accusato da rapporti delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti, dell’Unione europea e delle organizzazioni per i diritti umani, di gravi violazioni dei diritti umani e crimini di guerra quali esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari e torture nei confronti di oppositori politici, giornalisti, attivisti e civili ritenuti critici nei confronti dell’organizzazione, violenze contro donne e bambine con l’applicazione codici di abbigliamento rigidi, limitazione della libertà di movimento e di accesso all’istruzione, conversioni forzate e discriminazione delle minoranze religiose e dei musulmani sunniti dissenzienti, ostruzione degli aiuti umanitari con l’imposizione di tasse arbitrarie sulle spedizioni umanitarie ed interferendo con la distribuzione degli aiuti, dirottandoli a proprio vantaggio, gravi violazioni dei diritti dei bambini, utilizzati come scudi umani, attentatori suicidi, bambini soldato e nel ruolo di boia, costringendoli ad azioni violente nel conflitto.
L’abilità politica e diplomatica di al-Jūlānī ed il camaleontismo con cui seppe ammantare la propria organizzazione, vennero premiati facendo di Hayʼat Taḥrīr al-Shām la forza di riferimento della Turchia in Siria, in ragione della sua disciplina e forza militare, dotandola di autorità sulle altre forze islamiste da essa finanziate ed armate, sostenendola e supportandola in armi fino all’assalto finale, attraverso una rapida offensiva, che portò alla defenestrazione del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024[33].
- La Turchia e l’uso del Jihadismo come “instrumentum regni”.
Il panislamismo come strumento di influenza e proiezione strategica.
Ogni grande potenza ha a propria disposizione degli eserciti paralleli e leali, rispondenti unicamente al comando dello stato profondo e attivabili al momento della necessità. Questi eserciti ombra possono essere delle compagini private, come il Gruppo Wagner oppure delle organizzazioni guerrigliere e/o terroristiche che, dietro la scusante della battaglia ideologica, combattono per gli interessi strategici dello Stato. Nel caso della Turchia, si dice che oltre alla Sadat, il Mit e i Lupi Grigi, esiste una variegata galassia di sigle appartenenti agli universi islamista e jihadista.
Già in combutta con la Fratellanza Musulmana, il cui status di organizzazione terroristica è riconosciuto da almeno 12 Paesi ed organizzazioni di stati, la Turchia ha fatto della militarizzazione dell’islamismo e del jihadismo un proprio instrumentum regni.
L’utilizzo delle organizzazioni terroristiche di stampo jihadista come strumento dell’espansionismo della Yeni Türkiye (nuova Turchia), rientrerebbe secondo alcuni analisti perfettamente ed in modo complementare nella assertiva strategia di politica estera turca, detta, della “profondità strategica” e “Zero problemi con i vicini[34]”, a partire dal 2002 e “Mavi Vatan[35]” (Patria blu), adottata dal 2016, che fanno leva sia sul soft power culturale e religioso, promotore del panislamismo, panturchismo e turanismo, in particolare attraverso la strumentalizzazione della religione (c.d. Diplomazia delle Moschee), la cooperazione umanitaria (c.d. Diplomazia Umanitaria), realizzate attraverso la formazione di imam e predicatori inviati nei paesi target a predicare o convertire, la ristrutturazione e costruzione di moschee, l’istituzione di centri culturali, scuole, università, biblioteche, la fornitura di testi ed attrezzature scolastiche, l’istituzione di corsi di lingua turca, di enti di formazione al lavoro, ristrutturazioni urbane, fornitura di aiuti umanitari ed assistenza sanitaria, ecc., sia sull’interventismo politico, economico e militare, realizzato, soprattutto, attraverso l’esportazione di prodotti della difesa, partenariati strategici per l’assistenza militare in pace ed in guerra e partenariati economici per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi, soprattutto “off shore”, allo scopo di perseguire i propri interessi strategici e geopolitici attraverso l’esercizio della propria influenza neo-ottomana.
Un legame, quello tra quella che un tempo si chiamava “Sublime Porta” e i teorici del jihad globale, denunciato apertamente dal Cremlino nel 2015, allo zenit della guerra in Siria, reso evidente dalla trasformazione dell’Anatolia in un luogo di transito ed in una base operativa di IS per buona parte dell’anno 2010. Proprio in Turchia l’apparato finanziario dell’organizzazione trasferì somme di denaro consistenti usando il classico sistema hawala[36], basato sulla parola e la fiducia. Una riserva strategica per proseguire la lotta (del resto, il traffico illegale di carburante siriano in mano ai terroristi ha avuto per anni come meta finale i porti del sud della Turchia).
Secondo gli analisti del think tank Begin-Sadat, i gruppi jihadisti “[…] stanno diventando la forza sussidiaria permanente dei nuovi ottomani” dato che “[…] la Turchia e i jihadisti hanno obiettivi comuni e sono legati dall’ideologia e dal settarismo, […] e condividono il gusto per l’avventurismo in terre lontane, specie se al servizio di ciò che vedono come una causa santa […]”. Il denaro e il tempo destinati all’addestramento e all’equipaggiamento delle sigle terroristiche si è rivelato essere un investimento che ha condotto Ankara a fare crescente affidamento sull’uso di proxies, provocando un cambiamento di psicologia e percezioni che ha rappresentato un allontanamento significativo dalla storica politica della Turchia di dipendenza da forze convenzionali (Erdogan sa come usare l’orda di terroristi come arma sia contro i suoi avversari in Medioriente che come ricatto nei confronti dell’Europa, dal momento che questi jihadisti possono essere foreign fighters di rientro, combattenti in altre aree di crisi, vedi Libia, oppure semplicemente “rifugiati” da far arrivare nel Vecchio Continente[37]).
In Siria, il governo turco, già dal 2011, appoggiò e sostenne con armi, mezzi ed uomini, diverse organizzazioni islamiste, con l’obiettivo principale di indebolire il regime di Assad e contrastare le milizie curde di SDF (che considera legate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK)), particolarmente Hayʼat Taḥrīr al-Shām (HTS), Hurras al-Din (HAD), la brigata cecena Khattab Al-Shishani, il centroasiatico Katiba al-Tawhid wal-Jihad ed il Partito islamico del Turkestan, organizzazioni operanti nel governatorato di Idlib. Ankara usò la sua influenza per negoziare accordi con Russia e Iran per proteggere Idlib da un’offensiva su vasta scala del regime, creando di fatto un’area di sicurezza sotto il suo controllo.
La forza sussidiaria di matrice islamista più importante controllata dalla Turchia fu l’Esercito Siriano Libero (poi Esercito Nazionale Siriano (SNA)), che ricevette addestramento ed equipaggiamento dalla Turchia sin dal 2016 e i cui soldati furono usati come mercenari in Libia e nel Nagorno Karabakh (nel conflitto del 2020, in sostengo agli alleati azeri) e sono ritenuti responsabili di gravi crimini di guerra in Siria, dagli stupri all’eliminazione sistematica dei curdi. Contestualmente, la Turchia condusse operazioni militari transfrontaliere che beneficiarono i ribelli, indebolendo le posizioni del regime siriano e dei curdi[38].
Per la Turchia, HTS rappresentò un partner strategico necessario. Sebbene Ankara avesse designato HTS come organizzazione terroristica, cooperò con il gruppo per mantenere la stabilità a Idlib e impedire una massiccia offensiva del regime siriano, che avrebbe portato a un’enorme ondata di rifugiati verso il confine turco.
HTS combatté spesso contro altri gruppi ribelli sostenuti dalla Turchia, come l’Esercito Nazionale Siriano (SNA), precedentemente Esercito Siriano Libero, per espandere il proprio controllo territoriale. In alcune occasioni, l’esercito turco dovette intervenire per proteggere i suoi alleati diretti dall’avanzata di HTS. Tuttavia, queste rivalità non impedirono una cooperazione di fatto quando gli interessi convergevano, specialmente contro le forze di Assad e curde. L’operazione di “rebranding” dell’organizzazione, del resto, contribuì a facilitare le interazioni con la Turchia e altri attori.
- HTS al potere, una nuova realtà di stato islamico.
La corsa alla legittimazione occidentale e la “normalizzazione” del jihadismo istituzionalizzato.
Il 27 novembre 2024, HTS avviò l’offensiva “Deterrenza dell’Aggressione” col supporto logistico della Turchia, estesasi rapidamente in tutto il Paese (Aleppo fu conquistata il 30 novembre, Hama il 5 dicembre e Homs il 7 dicembre), favorita dalla diserzione di numerose unità governative, grazie alla quale le forze antiregime portarono in soli dieci giorni al collasso la dittatura di Bashar Al Assad, entrando a Damasco l’8 dicembre 2024. HTS con la sua “grande offensiva” nel nord-ovest del Paese, travolgendo le forze governative, dimostrò la sua superiorità militare e la sua capacità di agire come forza unificatrice, sotto la propria bandiera.
Proseguendo nell’operazione di “rebranding”, al-Jūlānī, una volta a Damasco, si affrettò a dichiarare alla CNN l’intenzione di istituire uno Stato Islamico al tempo stesso collegiale nella leadership e rispettoso delle minoranze. Il 29 gennaio 2025, fu costituito un governo di transizione siriano che nominò al-Jūlānī/al-Shara presidente ad interim. Una vera metamorfosi: da jihadista a capo di Stato.
Il presidente ad interim, che già nell’entrare a Damasco si presentò, scaltramente, disarmato e in abiti civili, decise, da quel momento, di vestire all’occidentale, presentandosi alle visite internazionali in tight e frac e facendosi chiamare col suo vero nome, Aḥmad Ḥusayn al-Sharaa, per evitare imbarazzi diplomatici e fraintendimenti e, l’obiettivo sotteso, di far cadere nell’oblio il proprio “nom de guerre”, legato ad un passato jihadista (persino la versione inglese di Wikipedia si affrettò a modificare la pagina riguardante Abu Mohammad al-Jolani, presentandolo col suo vero nome e qualificandolo come “politico, comandante militare e rivoluzionario”, sostituendo la foto in abiti militari e Kefiah, con quella in giacca e cravatta, trasmettendone una immagine decisamente fuorviante[39]).
Quindi, coinvolse le varie fazioni alleate nel nuovo governo, attraverso la distribuzione di incarichi istituzionali e provvide ad integrare le milizie nell’esercito nazionale per subordinare capi militari e loro compagini all’autorità centrale. Ciascun attore della “resistenza” ottenne potere ed un suo feudo personale, oltre a partecipare alla spartizione delle risorse e ricchezze del Paese. Questa evoluzione smentì la narrativa secondo cui le milizie islamiste fossero semplicemente dei “Robin Hood” che combattevano per il popolo, evidenziando invece la loro natura pragmatica e la ricerca di potere e controllo[40].
Il percorso di HTS verso la legittimazione non sarebbe stato possibile senza un cambio di rotta da parte della comunità internazionale. All’inizio di gennaio 2025 gli Stati Uniti furono i primi a sospendere alcune sanzioni contro la Siria; a febbraio l’Unione Europea ne sospese in modo molto più ampio, così come il Regno Unito e il Canada.
Nell’ottica di una “normalizzazione” del nuovo regime, secondo parametri accettabili dalla comunità internazionale, il 13 marzo 2025 Al Sharaa approvò una Costituzione provvisoria basata sulla giurisprudenza islamica che resterà in vigore per i cinque anni di un periodo di transizione, durante i quali sarà stilata una Costituzione definitiva, assicurando che il testo garantisce i diritti delle donne e la libertà di opinione, espressione e stampa. Il dettato costituzionale riprende alcuni elementi della precedente Costituzione, in vigore durante il regime di Al Assad, quali che il capo di stato deve essere musulmano e che il nome ufficiale del paese è Repubblica Araba di Siria.
A maggio il Consiglio dell’Unione Europea decise di eliminare quasi tutte le sanzioni contro la Siria ed a fine giugno 2025 gli Stati Uniti ne eliminarono altre (particolarmente contro la Banca Centrale Siriana, necessaria a favorire la ripresa economica del Paese), ma (ironicamente) confermando quelle contro Assad e i suoi collaboratori, lo Stato Islamico, e altri gruppi accusati di violazioni dei diritti umani, contrabbando di droga e attività terroristiche.
Il 7 luglio 2025 gli Stati Uniti rimossero ufficialmente Hayat Tahrir al-Sham (HTS) dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere, suggellando la legittimazione internazionale del gruppo islamista sunnita oggi al potere in Siria; in quell’occasione, la diplomazia statunitense si premurò di definire Al Shara un interlocutore “pragmatico”.
Il nuovo corso ha trovato appoggio tra le monarchie del Golfo, che intravedono nella Siria post-Assad un potenziale alleato contro l’Iran. Questo approccio pragmatistico da parte delle potenze occidentali e non, evidenzia una ricalibrazione delle loro strategie, disposte a trattare con ex jihadisti per stabilizzare il Paese e tutelare i propri interessi.
Resta il dilemma tra il dovere morale di dare sollievo umanitario ed economico alle popolazioni siriane e allo stesso tempo legittimare un regime responsabile di massacri e violenze contro le minoranze drusa e alawita e che continua a mantenere la sua ambiguità verso il terrorismo islamista.
Il governo nato dalla trasformazione di HTS da coalizione di milizie insurrezionali jihadiste a soggetto politico riconosciuto, si presenta oggi come un partner funzionale agli interessi israelo-americani, una pedina attiva della strategia inaugurata con gli Accordi di Abramo, che mira a integrare i regimi arabi filoccidentali nella sfera di influenza israeliana. Si è parlato spesso, infatti, della volontà americana di una futura adesione del regime siriano, normalizzato e depurato da estremismi religiosi, agli Accordi di Abramo.
La Siria di Al Sharaa costituisce un tassello essenziale in un disegno di contenimento dell’espansione iraniana e ridimensionamento dell’influenza russa nel Levante. Hayat Tahrir al-Sham, un tempo forza centrale del jihadismo salafita in Siria, diventa oggi partner nella stabilizzazione regionale.
- La legittimazione occidentale, le riserve di Israele e la persistenza del settarismo jihadista. La repressione delle minoranze come pilastro del programma di unificazione siriana.
Israele, rimase scettico sull’affidabilità dei nuovi governanti siriani, continuando a considerali per quello che sono, una minaccia alla sua sicurezza.
L’8 dicembre 2024, profittando della caduta del regime di Assad, le forze di terra israeliane attraversarono la zona demilitarizzata al confine tra Israele e Siria ed occuparono il versante siriano del monte Hermon, dedicandosi, successivamente, a distruggere le basi della contraerea siriana per neutralizzarne le difese e garantirsi un corridoio di sicurezza per eventuali bombardamenti futuri.
Il 15 luglio 2025 l’aviazione israeliana bombardò le forze di sicurezza siriane appena entrate ad Al Suwayda, una città a maggioranza drusa nel sud della Siria, inviate dalle autorità, ufficialmente, per mettere fine a due giorni di scontri tra beduini e drusi, che avevano causato un centinaio di morti. A giudizio di Israele, che si dichiara “protettore dei drusi”, le forze di sicurezza avrebbero preso le parti dei beduini attaccando i combattenti drusi per motivi etnico-religiosi.
Nonostante fosse palese, in tale circostanza, l’uso strumentale che Israele fece della vicenda, il cui vero obiettivo è il mantenimento di una zona cuscinetto presidiata da attori ideologicamente allineati ed impedire la presenza delle forze di sicurezza siriane nel sud del paese, questi recenti episodi di violenza, cronologicamente preceduti, tra marzo ed aprile, da attacchi settari, nella regione di Masyaf, alla comunità alawita (cui appartiene il clan Assad) e, nel Jabal al-Druze, contro la comunità drusa (sottogruppo sciita considerato come una setta esoterica dai sunniti più ortodossi) che cagionarono numerose vittime civili, ed il 22 giugno un attentato suicida alla chiesa greco-ortodossa di Mar Elias, contro la comunità cristiana, oltre a frequenti casi di rapimento di donne alawite nei governatorati di Hama, Latakia e Tartous, manifestano l’evidente intento di intimidire le minoranze non sunnite del Paese, per affermare il controllo sui governati, stroncando il dissenso reale e potenziale, messo in campo da parte di alcuni gruppi estremisti composti da jihadisti, siriani e stranieri che cercano, palesemente, di imporre al nuovo governo siriano una linea più radicale. Segno che i formali propositi di pacificazione servono solo a coprire una repressione selettiva e un’esclusione sistemica delle minoranze.
All’interno della stessa HTS, il potere di Al Sharaa si regge su una rete di alleanze precarie, un equilibrio instabile tenuto insieme più dalla forza militare che da una coesione politica o ideologica reale. La coalizione, nata dalla fusione di milizie jihadiste, gruppi tribali e fazioni pragmatiche locali, è sempre stata un conglomerato eterogeneo più simile a una federazione armata che a un movimento centralizzato. Alcune brigate restano legate a un’ideologia panislamica rigida e ostile a ogni forma di apertura verso Israele o l’Occidente. Altre si muovono secondo logiche di sopravvivenza e potere locale, interessate alla gestione di risorse e territorio più che a un progetto statuale.
I precedenti in Afghanistan e in Libia dimostrano che la caduta di un regime autoritario, in assenza di un progetto politico condiviso e di un’autorità riconosciuta, può produrre una nuova guerra civile. Il rischio, concreto e imminente, è quello della “guerra dentro la rivoluzione”, la stessa che ha trasformato l’Afghanistan post-1992 in un campo di battaglia tra ex alleati o che ha reso la Libia post-Gheddafi un teatro permanente di conflitti tra milizie e potenze straniere. Il collante ideologico è già evaporato, il collante strategico, la comune ostilità ad Assad, non esiste più. Resta solo la lotta per il potere. Il caso siriano potrebbe, dunque, trasformarsi nell’ennesima dimostrazione che il “realismo geopolitico” non basta a costruire pace e giustizia. La revoca dello status terroristico a HTS e l’investitura diplomatica del governo Al Sharaa rappresentano un boomerang geopolitico.
HTS ha capitalizzato gli sforzi occidentali nell’uso dell’“arma islamica”, diventando la forza catalizzatrice della vittoria del jihadismo sunnita in Siria, ma, come già successo per l’avventura afgana del 1979, trasformando il Paese in uno stato fallito, le cui redini sono ora contese tra le fazioni jihadiste alleate nella lotta anti-Assad, con visioni ideologiche radicalmente opposte, spesso aspiranti alla ricostituzione del califfato ed all’applicazione sistematica di quei dogmi, usi e costumi retrogradi e crudeli che ne caratterizzarono la triste fama.
Le violenze di cui sono attualmente vittime le donne e le minoranze etniche, la disinvoltura negli eccidi di civili, i tentativi di imporre forme drastiche di Sharia, la costituzione di feudi di potere e la lotta per l’accaparramento e la spartizione delle risorse del Paese, non lasciano presagire alcun futuro di prosperità per la Siria post Assad[41].
Il 31 luglio 2025, il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani si recò a Mosca per incontrare il suo omologo Sergej Lavrov. Per la Siria, poter ottenere un’intesa cordiale con la Russia significa al contempo, a prezzo della rinuncia a vendette postume contro la figura di Assad, evitare che i lealisti del deposto regime possano essere utilizzati da Mosca contro il nuovo regime di Al Sharaa e poter avere un partner ulteriore su cui contare per commercio e forniture militari (si ipotizza la vendita del sistema antiaereo S-400 per difendersi dalle incursioni israeliane).
La Russia, dal canto suo, sta tutt’ora negoziando una proroga della disponibilità delle basi nel Paese, quella navale di Tartus e quella aerea di Hmeimimha, garantendo, in cambio, supporto alla stabilità del nuovo regime[42]
Al Sharaa è stato il primo presidente siriano a parlare all’Assemblea Generale dell’ONU dal 1967, in occasione dell’80ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 22 settembre u.s., ribadendo la volontà di riforme istituzionali e di riapertura diplomatica, elementi considerati essenziali per attrarre investimenti e convincere Washington a rivedere il regime sanzionatorio, ed in tale occasione, il suo regime fondamentalista ha ottenuto così quella ‘legittimazione’, almeno sulla carta, che i paesi occidentali, in un nome di una presunta realpolitik, gli hanno voluto riconoscere, non solo rimuovendo la sua designazione di terrorista, ma accogliendo il suo governo islamista come partner[43].
Il progetto politico dell’ex HTS ha ottenuto consensi fuori dal mondo arabo e mediorientale e la benedizione degli apparati strategici e finanziari americani interessati alla ricostruzione della Siria e, dunque, una linea di credito per veder sostenuto il progetto di rilancio della Siria. Al Sharaa partecipò al summit annuale di Concordia, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York, una tavola rotonda chiusa con investitori e grandi imprese, presentando la Siria come mercato da 1 trilione di dollari in settori quali infrastrutture, energia e agroindustria, cui ha preso parte l’ex generale Petraeus, ex capo della Cia e ora partner del fondo Kkr[44], riconoscendo pubblicamente i progressi di Al Sharaa, un endorsement che ha assunto valore politico oltre che simbolico (il lato ironico è che Petraeus[45], che nel 2004 ordinò l’arresto di Al Sharaa in Iraq, oggi siede al suo fianco in un confronto sul futuro del Medio Oriente[46]).
Il capolavoro di camaleontismo politico di Al Sharaa è stato presentare, nel suo discorso dal podio delle Nazioni Unite, la rivoluzione siriana contro Assad come una battaglia tra il male e il bene, tra la menzogna e la verità, fornendo una base legalitaria ed etica alla lotta terrorista condotta contro lo stesso popolo siriano.
Non ultima, l’ironia di assistere al trionfo di un ex membro di Al Qaeda nella città dove l’organizzazione fondata da Osama bin Laden colpì, l’11 settembre di 24 anni fa, i grattacieli del World Trade Center. Un pubblico riconoscimento assegnato a un ex terrorista ricercato, a un mai pentito ex jihadista, che fino a poco tempo fa era acclamato come “Emiro” di un gruppo islamista radicale, arrivato dalla polvere agli altari in pochi mesi, con alle spalle l’ombra di Erdogan e della proiezione turca[47].
Il 5 ottobre 2025 si tennero in Siria le elezioni, strutturate per consolidare il potere di Al Sharaa. Il processo elettorale prevedeva l’elezione di due terzi dei 210 seggi parlamentari tramite collegi elettorali provinciali, mentre il restante terzo di nomina presidenziale. La struttura del processo elettorale rivelò, palesemente, il chiaro intento di mantenere lo status quo. A ciò si aggiunga la tendenza di Al Sharaa di nominare familiari in posizioni chiave (tra cui fratelli, cugini e il cognato), garantendo che il potere resti nelle sue mani, senza lasciare spazio a una vera opposizione[48].
Un Comitato Supremo, composto da 11 membri selezionati dallo stesso Al Sharaa e provenienti in maggioranza dall’ex gruppo jihadista Hayat Tahrir al Sham, approvò la candidatura di 1.570 potenziali eleggibili; il processo elettorale vide la partecipazione di un totale di circa 7 mila “grandi elettori”, anch’essi selezionati a monte e non espressione della volontà popolare, che, divisi per 60 distretti, votarono tra i candidati eleggibili per un mandato di 30 mesi.
Sebbene all’inizio si fosse parlato di stabilire una legge che avrebbe garantito una rappresentanza del 20 per cento per le donne, del 3 per cento per le persone con bisogni speciali e un rapporto 70-30 per tecnici e professionisti rispetto al notabilato locale, non fu approvato nessun provvedimento in questa direzione. In realtà, le donne rappresentarono solamente il 14 per cento dei candidati, mentre alcune regioni del Paese, quelle dove le frizioni con l’autorità centrale di Damasco sono più evidenti, non parteciparono alla tornata elettorale. Le autorità siriane, infatti, rinviarono le votazioni in quattro aree: a Hasakah, Raqqa, Deir ez Zor controllate dalle Forze democratiche siriane (coalizione di milizie a maggioranza curda che amministra de-facto il nord-est) e nella regione meridionale di Suweyda al confine con Israele, dove a luglio e agosto si erano verificati scontri tra le comunità druse e beduine.
Il nuovo Parlamento, in carica per 30 mesi, presenta, dunque, un deficit di rappresentanza e pluralismo con una predominanza di uomini musulmani sunniti, molti ex miliziani che hanno combattuto contro il regime di Assad durante la guerra civile, sei donne ed una decina di rappresentanti delle minoranze nazionali, ed avrà il rilevante compito di discutere una nuova legge elettorale ed una nuova Costituzione per accompagnare la transizione politica post-Assad.
Mentre si svolgevano le votazioni, nel corso della mattinata, si verificarono violenti scontri con scambi di artiglieria tra le Forze armate siriane e le coalizioni di milizie curde nella campagna orientale di Aleppo, nei pressi di Deir Hafer e della diga Tishrin, segno che le tensioni etniche e sociali in Siria sono tutt’altro che archiviate[49].
Il 21 ottobre 2025, il governo britannico rimosse Hayat Tahrir al Sham (HTS) dall’elenco delle organizzazioni terroristiche. Sul processo di “democratizzazione” e legittimazione internazionale della Siria, motivato più da interessi geopolitici ed economici di potenze storiche ed emergenti che da una reale preoccupazione per la vita ed il benessere del popolo siriano, risuonano sinistre le parole di Jake Sullivan[50] del 2012, diffuse da WikiLeaks, “Al Qaeda è dalla nostra parte in Siria[51]”.
- Il ritiro americano, il risveglio di IS, l’assalto al Rojava Kurdistan, ultimo bastione contro il nuovo stato islamico. Un copione già visto.
Nel 2012 i curdi approfittarono delle rivolte scoppiate in tutta la Siria contro il regime di Assad per conquistare un’estesa porzione di territorio. Lo fecero inizialmente quasi senza combattere: il governo siriano aveva ritirato le truppe per spostarle verso zone considerate più pericolose e importanti. Il controllo territoriale si ampliò negli anni successivi, quando le milizie curde furono fondamentali nella guerra contro l’ISIS, sostenuti dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale. Nacque così il Rojava (in curdo significa Occidente), ufficialmente chiamato Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est, la regione del nordest della Siria che i curdi hanno governato autonomamente dal 2012 fino a pochi giorni fa. Perlopiù desertico, comprendeva zone agricole importanti per la coltivazione dei cereali, irrigate con canali provenienti dal fiume Eufrate, e soprattutto circa il 60 per cento dei pozzi petroliferi della Siria[52], presidiati dalle Syrian Democratic Forces (SDF) di matrice prevalentemente curda.
Ritenuto, oramai, consolidatosi il nuovo regime damasceno, nell’aprile 2025 gli Stati uniti iniziarono il ritiro di circa 500 soldati statunitensi, lasciandone sul campo circa 2.000 e cedendo basi e responsabilità al governo del Rojava.
Il venir meno di forze che garantivano la sorveglianza dei corridoi strategici nella Siria Nordorientale, consentì l’apertura di uno spazio operativo per i militanti di IS.
In assenza di un deterrente credibile, cellule armate leggere, mobili e decentralizzate ripresero a colpire pattuglie e convogli, scegliendo bersagli facili e sfruttando l’effetto sorpresa.
La tattica è semplice e letale: piccoli gruppi su motociclette, abiti civili, fuoco improvviso. L’epicentro di questa rinascita fu ancora una volta la provincia di Deir ez-Zor, già roccaforte jihadista negli anni postRaqqa. Gli attacchi si concentrarono, già dall’ottobre 2025, lungo le vie di comunicazione e contro le strutture delle SDF, con l’obiettivo di minare la capacità delle forze curde di controllare il territorio e, contemporaneamente, seminare terrore tra la popolazione civile.
L’arresto, il 23 ottobre 2025, di Ahmed Khalaf al-Hussein, dirigente specializzato nella costruzione di autobombe, segnala due aspetti: da un lato l’efficacia dei raid mirati della coalizione internazionale, dall’altro la capacità di IS di mantenere una struttura logistica autonoma, con filiere per reperire materiali e assemblare ordigni; segno che l’organizzazione dispone di una rete flessibile e resiliente.
Le SDF, benché sostenute dalla United States Central Command, non avevano la massa critica né la legittimità politica per governare stabilmente ampie aree arabe. Questo creò una frattura tra potere di fatto e consenso reale: un terreno ideale per la penetrazione jihadista.
La volontà di Washington di ridurre i costi militari e politici di un impegno diretto in Siria, potrebbe aver consegnato agli estremisti islamici un margine di manovra che in passato era stato faticosamente eroso.
La rinascita di IS ha anche un riflesso economico. Le aree più colpite corrispondono a regioni chiave per le infrastrutture energetiche siriane, in particolare pozzi di gas e petrolio, che diventano strumenti di finanziamento per gruppi armati attraverso contrabbando e tassazione illegale. La frammentazione territoriale aumenta i costi di sicurezza per qualunque attore economico voglia operare nell’area e scoraggia ogni ricostruzione. Inoltre, la riemersione jihadista alimenta indirettamente i flussi di profughi e migranti, con ripercussioni sui Paesi confinanti e sull’Europa.
Non è la prima volta che IS risorge dalle proprie macerie. La sua forza non risiede secondo alcuni nella capacità di conquistare territori, ma nella sua natura reticolare, capace di mutare forma e di adattarsi ai contesti di fragilità politica. L’obiettivo attuale non sarebbe la ricostituzione del califfato territoriale del 2014, ma la creazione di una “zona di instabilità persistente” difficile da estirpare e facile da sfruttare[53].
Senza un potere statale col pieno controllo dei confini e le infrastrutture strategiche, la Siria si è trasformata in un mosaico di zone grigie, in parte controllate da milizie, forze curde e gruppi armati. Gli Stati Uniti, nell’ottica di un disimpegno mediorientale e la cessazione delle “guerre infinite”, cominciarono ad esercitare pressione sui curdi del Rojava, utilizzati come proxy per combattere i militanti di IS sul campo e riconosciuti capaci di autogovernarsi, affinché si integrassero nel nuovo regime siriano e nelle sue forze armate, rinunciando al progetto autonomista.
L’obiettivo era, evidentemente, di favorire il processo di state building siriano, affidandone completamente le redini ad Ahmad al-Sharaa e, segnatamente, alla Turchia. Ciò ha comportato favorire gli interessi economico-strategici del nuovo Rais siriano e del suo alleato turco, diretti a consolidare il controllo territoriale e delle risorse energetiche (giacimenti petroliferi) nella parte settentrionale e nord-orientale della Siria da un lato, e a ridimensionare la minaccia militare curda di YPG e YPJ, accusate di adesione o vicinanza ideologica al PKK[54], dall’altro.
Il 10 marzo 2025 fu stipulato un accordo, mediato dagli USA, per integrare le istituzioni civili e militari curde (SDF) nello stato centrale siriano entro la fine del 2025.
La diffidenza dei curdi nei confronti del regime islamista di al-Sharaa, timorosi di perdere la propria autonomia politica, ottenuta in oltre un decennio di combattimenti, consapevoli che un disarmo e la cessione di territori li avrebbe resi inermi difronte a possibili attacchi delle milizie governative e potenziali vittime di ulteriori discriminazioni settarie (memori di quanto accaduto a Suweyida ai drusi, e presso le province di Latakia e Tartus e le aree rurali di Hama e Homs agli Alawiti), si tradusse in refrattarietà al rispetto degli accordi ritenuti svantaggiosi, pretendendo l’integrazione del Rojava in uno stato confederale siriano che riconoscesse l’autonomia, l’autogoverno e l’autodifesa (anche militare) alle comunità locali.
Tra il 6 ed il 7 ottobre 2025 si verificarono i primi scontri tra l’esercito siriano e le forze curde nei quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud di Aleppo[55], sotto controllo delle Forze democratiche siriane. Non furono mai chiarite le cause e, dopo reciproche accuse, e la morte di due civili, si giunse ad un cessate il fuoco concluso tra Mazloum Abdi, il capo delle SDF, ed il ministro della Difesa Murhaf Abu Qasra a Damasco, mediato dagli statunitensi. Era evidente la stizza dello stato centrale per la mancata applicazione dell’accordo e la scelta di agire manu militari.
Il 22 dicembre 2025, le milizie dell’esercito di Damasco, attaccarono di nuovo i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, venendo nuovamente respinte dalle forze di sicurezza curde. Anche questa volta gli scontri cagionarono vittime, con la morte di una donna ed il ferimento di 19 civili e si conclusero con l’ennesimo cessate il fuoco alla sera dello stesso giorno[56].
Il 28 dicembre 2025, migliaia di abitanti delle città di Latakia, Jableh, Tartous e Homs, manifestarono contro le politiche del governo di transizione di Damasco chiedendo la fine delle violenze nei confronti delle minoranze e rivendicando un sistema federale, che garantisse il diritto all’autodeterminazione a tutte le componenti linguistiche, culturali e religiose che vivono in Siria (nell’occasione alcuni manifestanti bruciarono bandiere della Turchia, principale sostenitore del governo di transizione). Seguì secondo alcune fonti una durissima repressione con violenze, pestaggi, arresti e distruzioni di telefoni cellulari dei manifestanti da parte delle milizie fedeli ad Al-Sharaa. Il bilancio fu di 8 vittime e decine di feriti tra i manifestanti. La versione del regime di Damasco, e del suo principale alleato, la Turchia, fu che sostenitori dell’ex presidente siriano Assad avevano attaccato le forze di sicurezza nel corso delle manifestazioni.
L’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est (DAANES), che da anni propone il modello del confederalismo democratico e dell’autonomia dei popoli all’interno di una Siria unita, condannò con un comunicato l’intervento del governo di transizione per reprimere le manifestazioni pacifiche[57].
Tra il 6 ed il 9 gennaio 2026, le forze governative, dopo aver disposto la chiusura per 24 ore dell’aeroporto, degli uffici governativi, delle scuole e delle università di Aleppo, diedero il via all’ “Operazione Autorità”, intimando alla popolazione un ultimatum per lasciare i quartieri di Sheikh Maqsood e Ashrafia e quindi attaccando nuovamente le aree a maggioranza curde, con un’offensiva su larga scala, con mezzi corazzati, blindati e artiglieria utilizzati in contesto urbano contro i combattenti della forza a maggioranza curda, che si difesero con tenacia e ostinazione utilizzando, in particolare, dei droni in funzione difensiva.
L’attacco fu giustificato dalla necessità di “riprendere il controllo” della zona e avrebbe cagionato almeno 21 morti fra la popolazione civile e lo sfollamento di oltre 162mila persone. Dopo l’occupazione dei quartieri curdi ed il sostanziale controllo della città da parte delle forze governative, si giunse ad un cessate il fuoco tramite un accordo mediato dagli americani che consentì la fuoriuscita delle Forze democratiche siriane da Aleppo su appositi autobus diretti verso la Siria settentrionale e orientale[58].
I periodici assalti ad Aleppo fecero chiaramente intendere che le unità delle Forze Democratiche Siriane a maggioranza curda fossero, oramai, bersagli legittimi del regime di al-Sharaa, timoroso che i localismi, quello curdo a Nord e quello druso a Sud, possano essere utilizzati per frenare la riunificazione del Paese da parte di chi, come Israele, è sospettato da Damasco di promuovere la spaccatura della Siria[59].
Interessante sottolineare come l’agenzia Sana, controllata dal governo di Damasco, nel parlare delle operazioni anti-SDF citò la presenza, al loro fianco, ad Aleppo dei membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, adottando la definizione di Ankara secondo cui i membri delle Forze di Mobilitazione Popolare (YPG) curde altro non sarebbero che esponenti di quello che la Turchia ritiene un gruppo terroristico (che nel 2025 ha annunciato la fine della lotta armata), dunque da colpire senza quartiere[60].
Il 18 gennaio il governo siriano e i combattenti curdi delle Forze Democratiche Siriane siglarono un accordo in 14 punti, su pressione diplomatica americana, che prevedeva lo scioglimento di fatto delle SDF, la loro integrazione nell’esercito regolare siriano, l’espulsione dei membri del PKK e la cessione allo stato di gran parte dei territori controllati dai curdi: i curdi dovevano cedere immediatamente allo stato le province a maggioranza araba di Raqqa e Deir Ezzor, (di fatto già occupate dalle forze governative a seguito del progressivo ritiro delle forze curde) che sono anche quelle più ricche di pozzi di petrolio, che secondo l’accordo sarebbero passate sotto il controllo dello stato, il controllo di tutti i varchi di confine e delle altre infrastrutture, tra cui le dighe sul fiume Eufrate, e il controllo dei campi di prigionia dove sono rinchiusi migliaia di combattenti dello Stato Islamico con le loro famiglie, sorvegliati per anni dai combattenti dell’SDF dopo la sconfitta del gruppo terroristico; i combattenti sarebbero entrati nell’esercito siriano come semplici individui, per evitare ogni rischio di solidarietà tra combattenti curdi.
In cambio al-Sharaa aveva firmato un decreto che forniva ai curdi alcune garanzie dal punto di vista culturale e sociale. Il curdo sarebbe stato riconosciuto come lingua nazionale (ma non ufficiale) ed insegnato nelle scuole delle regioni a maggioranza curda. Nowruz, l’anno nuovo per i curdi e per altre popolazioni, sarebbe stato riconosciuto come festa nazionale. Ai curdi sarebbe inoltre concessa la piena nazionalità siriana, e tra le altre cose il passaporto, mantenendo un certo grado di autonomia soltanto nella provincia di Hasakah, quella più propriamente curda. Anche lì però il governatore sarebbe stato nominato dal governo centrale. In sostanza si trattava di una riorganizzazione dell’ordine sociale nel nord-est della Siria fondata su logiche tribali piuttosto che su forme di governance partecipativa.
A causa delle incursioni militari siriane, il riallineamento di tribù arabe locali (gran parte degli abitanti arabi di Aleppo considerarono l’arrivo dei governativi come una sorta di “liberazione”, mal sopportando la milizia curda) e delle pressioni diplomatiche americane il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, si era trovato costretto a firmare, benché l’accordo fosse molto svantaggioso e rappresentasse una resa totale[61].
Le truppe di al-Sharaa conquistarono infrastrutture strategiche, inclusi giacimenti energetici che rappresentano una porzione significativa della produzione siriana di petrolio e gas. Un episodio simbolico diffuso sui social sottolineò la portata ideologica di quanto accaduto: le forze governative abbatterono una statua dedicata alle Women’s Protection Units (YPJ), le donne curde combattenti delle forze di autodifesa, nel Nord-Est della Siria che erano diventate un simbolo internazionale della resistenza curda e della lotta per i diritti delle donne. A seguito di questo evento, l’atavico disprezzo dei jihadisti per le donne combattenti, che, durante la guerra ad IS si manifestava nell’incitamento ai combattenti a non morire per loro mano, pena la condanna eterna[62], si è tradotto nel taglio delle trecce[63] alle combattenti catturate, mostrate all’obiettivo fotografico come segno di profondo disprezzo e rispristino di una cultura oscurantista e medievale. A queste foto e video pubblicati sui social le donne curde di tutto il mondo protestarono postando video in cui le ragazze si mostravano mentre si intrecciavano i capelli, come atto simbolico.
Il ritiro curdo determinò il progressivo passaggio di consegna delle postazioni a presidio delle diverse carceri in cui, da circa un decennio, sono relegati militanti di IS e le loro famiglie. Sono quasi trenta[64], con oltre 45mila detenuti, nessuno dei quali ha avuto un regolare processo. La maggior parte è ritenuta pericolosa, compresi molti dei minori e dei ragazzi, cresciuti in un ambiente dominato ancora dalle regole e dalla dottrina dello Stato Islamico, qualificabili come soggetti radicalizzati.
Da tempo queste prigioni e questi campi sono al centro di questioni legali internazionali, perché la maggior parte dei paesi di origine degli 8mila detenuti stranieri di fatto rifiuta i rimpatri dei propri cittadini, sia per quel che riguarda gli ex membri di IS che per le donne e i bambini. La gran parte dei governi non vuole rimpatriare i prigionieri per questioni di sicurezza e per l’impossibilità o la difficoltà di istituire processi legali ad anni di distanza e con prove spesso non utilizzabili in un tribunale. Alcuni dei paesi occidentali hanno revocato la cittadinanza dei detenuti, rendendoli sostanzialmente apolidi.
Nei giorni immediatamente successivi, oltre 120 prigionieri della prigione di al Shaddadi sarebbero fuggiti (solo 81 sono stati al momento riarrestati), e le SDF accusarono le forze governative di assediare al prigione di al Aqtan, interrompendo anche la rete idrica. Le forze curde sostennero che gruppi legati alle forze governative avessero intenzione di liberare i prigionieri per utilizzarli come manovalanza e “irregolari” di comodo nel conflitto. (Del resto, gran parte delle attuali truppe siriane, provenienti dalle file di HTS e di altre milizie anti-Assad alleate, non è troppo lontano, come forma mentis, dall’IS).
Il governo siriano a sua volta accusò i curdi di aver abbandonato campi e prigioni prima che i suoi soldati potessero assumerne il controllo, favorendo le fughe e che l’obiettivo dei curdi fosse creare instabilità nella regione[65].
Su tutto aleggiò il sospetto che le milizie governative avessero scarcerato diversi jihadisti, già militanti nelle loro stesse formazioni sotto la bandiera di Jabhat al-Nusra o IS; in taluni casi anche solo perché familiari o conoscenti.
Il 21 gennaio l’esercito statunitense corse ai ripari iniziando a trasferire alcuni prigionieri legati all’IS dai campi di prigionia in Siria verso un luogo sicuro (non meglio specificato) in Iraq, nel timore che nel marasma di un passaggio non concordato di controllo dei campi di prigionia, sarebbero scattate solidarietà tribali difficilmente controllabili. Il primo trasferimento riguardò 150 detenuti, principalmente leader di IS, tra i criminali più efferati di diverse nazionalità, europei, asiatici, arabi e iracheni, con un cronoprogramma che prevede un totale di circa 9mila persone[66], mentre Damasco dovrà risolvere la situazione potenzialmente esplosiva dei loro familiari e degli altri civili nei campi, come quello di Al Hol, con la difficoltà di valutare e reintegrare queste persone.
Per tale motivo il governo siriano estese di 15 giorni il cessate il fuoco, ma, ciò nonostante, già il 24 gennaio esercito siriano e milizie curde si sono affrontarono con droni a Sudest di Qamishli e anche sul fronte di Kobane, simbolo 11 anni fa della resistenza curda al Califfato.
Sotto l’avanzata dell’esercito le SDF, nell’indietreggiare, continuarono ad abbandonare mezzi e attrezzature made in Usa, così come, basi e avamposti costruiti nell’ultimo decennio dagli statunitensi. Immagini che hanno ricordato quelle viste a Kabul durante l’avanzata talebana del 2021[67].
Le truppe siriane schiacciarono le milizie a prevalenza curda con le spalle al muro, pressandole nelle estremità settentrionali del paese a ridosso della frontiera con l’ostile Turchia, che faceva da incudine insieme alle milizie filo-turche attive nella zona, assediando Kobane e lasciandola senza acqua, cibo, elettricità o servizi di base a causa dei continui attacchi alle sue infrastrutture, il blocco della rete internet e l’isolamento dal mondo esterno.
Il governo autonomo curdo Rojava/DAANES denunciò “crimini di guerra” nell’area di Kobane, attribuendoli alle “fazioni affiliate a Damasco” che avrebbero “violato deliberatamente e sistematicamente” il cessate il fuoco.
Vano fu il richiamo del Rojava alla comunità internazionale e soprattutto al vecchio alleato, gli Stati Uniti, affinché intervenissero.
In questo contesto, il richiamo al “jihad sulla base della sura al-Anfal”, avanzato negli ultimi giorni del conflitto da ambienti religiosi e politici vicini ai gruppi armati attivi in Siria, costituì uno strumento ideologico volto a legittimare la violenza contro i curdi[68] e le forze legate alle SDF. Il ricorso selettivo ai versetti della sura al-Anfal[69], che nella giurisprudenza politica islamica affronta temi quali la guerra e l’obbedienza, trasforma un conflitto politico-territoriale in uno scontro religioso ed esistenziale, negando qualsiasi rivendicazione di autonomia o di diritti collettivi. Questo discorso accresce il rischio di normalizzazione della violenza settaria, di epurazioni politiche e demografiche e di un ulteriore indebolimento di qualsiasi prospettiva di riconciliazione nazionale.
In conformità con l’accordo, le SDF avviarono il ritiro da ampie aree delle province di Raqqa e Deir ez-Zor, passate sotto il controllo dell’esercito siriano. Nei suoi ultimi messaggi, Mazloum Abdi invitò la popolazione a sostenere i combattenti delle SDF e a dimostrare coraggio e resilienza di fronte alle pressioni militari e politiche.
Nel Kurdistan iracheno, si svolsero manifestazioni di piazza con dichiarazioni di disponibilità a difendere il Kurdistan e a unirsi ai combattenti. Nel Kurdistan turco, gruppi numerosi di persone si diressero verso il confine siriano, scontrandosi in diversi casi con la polizia turca. Anche la diaspora, dall’Europa al Nord America, si mobilitò.
Ciò che oggi accade ai curdi è la riproduzione di una logica comune che definisce la questione curda non nei termini della politica e dei diritti, ma nel linguaggio della sicurezza, dell’eliminazione e del jihad[70].
Donald Trump, il 20 gennaio 2026, pur ammettendo apertamente il passato jihadista di Al Shara/Al Julani, dichiarò che ciò non impediva affatto l’appoggio USA nell’ottica di una realpolitik mirata a una pacificazione, con pugno di ferro, per procura dell’area.
Anzi, l’uomo della Casa Bianca fece capire che proprio la durezza del presidente siriano ne fa l’uomo adatto alla bisogna: “Il presidente della Siria sta lavorando molto duramente. È un uomo forte, un duro con un curriculum piuttosto brutale. Ma non puoi mettere un chierichetto a fare quel lavoro”.
Il diplomatico Tom Barrack, inviato speciale americano nel Levante, utilizzò il pretesto del possibile risorgere di IS per giustificare l’avanzata siriana contro i curdi vedendola come il male minore, pur di imporre su tutto il territorio un’unica autorità, meglio se gradita all’alleata Turchia: “Ai curdi viene offerto un percorso verso la piena integrazione in uno stato siriano unificato con diritti di cittadinanza, tutele culturali e partecipazione politica. I curdi erano il partner più adatto con cui Stati Uniti potessero collaborare per sconfiggere l’ISIS ma la situazione è cambiata radicalmente, poiché Damasco è ora attrezzata per collaborare con Washington negli sforzi di antiterrorismo. L’alternativa, una separazione prolungata, potrebbe portare all’instabilità o alla rinascita dell’ISIS” [71].
A conferma del cambio di rotta degli Stati Uniti, il Wall Street Journal scrisse il 22 gennaio che il governo di Washington stava valutando in questi giorni “il ritiro totale delle truppe americane dalla Siria”.
Washington ha dimostrato ancora una volta di non avere remore a lasciare sul campo i suoi ex alleati con le loro speranze, i loro morti e le loro statue abbattute per il perseguimento dei propri interessi.
Il 30 gennaio 2026, SDF e forze governative raggiunsero un accordo che pose fine al conflitto. Questa nuova intesa ha previsto una nuova modalità di fusione delle componenti armate curde nell’apparato nazionale: la creazione di una divisione dell’esercito siriano composta da tre brigate provenienti dalle SDF; un meccanismo pensato appositamente per rendere stabile la presenza dei combattenti curdi nelle catene di comando statali (i curdi non accettavano che i propri combattenti venissero integrati nell’esercito regolare come singoli individui, perché avrebbe significato relegarli alla marginalità rompendo la coesione etnica). Inoltre, le SDF manterranno una brigata separata per la città di confine di Kobane, mentre a livello amministrativo le istituzioni civili del Kurdistan siriano dovrebbero essere integrate nel governo centrale. Saranno, poi, riconosciuti alcuni diritti civili per la minoranza curda, fra cui nel campo dell’istruzione[72].
Appare evidente che questo fu probabilmente il prodotto di un intervento personale di Trump su al-Sharaa, da quando, l’11 novembre scorso, è stato ricevuto alla Casa Bianca ed è entrato nella coalizione internazionale anti-Isis: l’ironia è che il lavoro anti-IS lo dovrà fare lui, l’ex jihadista, non più i curdi.
La certezza è che la graduale riunificazione della Siria sembra procedere come combinato disposto tra il pugno di ferro interno e i compromessi politici stranieri. A pagare, ancora una volta, potrebbe essere la popolazione civile e le sue minoranze, nell’ennesimo passaggio da una dittatura all’altra, aggravata dal fondamentalismo religioso. La dottrina americana della “geopolitica della fede”, si dimostrerebbe ancora perfettamente funzionale alla politica di potenza imperiale, per la destituzione armata degli oppositori e l’accaparramento selvaggio delle risorse di altre terre e popoli, lasciandosi dietro la consueta scia di morti, settarismi, violenze, torture, privazione dei più elementari diritti e vuoti geopolitici difficilmente controllabili.
L’abdicare da parte degli Stati Uniti al loro ruolo di alleati dell’SDF nell’illusione di barattare sicurezza e disimpegno trasferendo l’appalto all’asse Ankara-Damasco, potrebbe rivelarsi un calcolo azzardato e foriero di sciagure anche per i paesi occidentali, se il rischio, che già si intuisce, è il possibile rafforzarsi dei residui dell’IS che possono facilmente insinuarsi negli spazi lasciati liberi da una nuova stagione di caos siriano.
Il tragico corollario è che ancora una volta gli interessi americani sembrano avere strumentalizzato il fanatismo religioso e la sete di potere degli “ex Al-Qaeda – ex IS” per completare il progetto di rimozione di attori ostili (o potenziali tali) sostituiti da governanti compiacenti che assicurino il controllo delle risorse del disastrato paese.
Alla piena realizzazione del progetto di ridefinizione geostrategica del Medioriente, attraverso il “caos creativo” geopolitico neocon (PNAC), ora manca solo l’Iran, che come si è visto con l’attacco del 28 febbraio è divenuto il prossimo della lista.
[1] Gatto Gabriele, La natura del Jihad, da elemento ascetico ad arma non convenzionale, in Mediterranean Insecurity, gennaio 2026.
[2] Dal greco orthós, “corretto”, e práxis, “azione”, significa letteralmente “corretto modo di agire”, indicando la traduzione pratica della fede in un comportamento giusto e coerente, contrapposto all’ortodossia (corretta dottrina).
[3] E’ un termine della giurisprudenza islamica che indica i territori abitati da musulmani, dove vige la legge islamica (Sharia) e i musulmani sono in maggioranza o al potere, contrapposto al Dār al-Ḥarb (Casa della Guerra). Tradizionalmente include anche gli ebrei e i cristiani (Ahl al-Kitāb) che pagano un tributo (jizya) e godono di protezione, mentre ne sono esclusi politeisti e atei. Dar al-Sulh (o Dar al-‘Ahd) rappresenta le terre con cui è stato stipulato un trattato di pace, garantendo protezione ai loro abitanti, fungendo da ponte tra i due mondi.
[4] Per i musulmani, abituati a considerare “Din wa Dawla” (Religione e Stato), cioè la politica e la religione un tutt’uno, il concetto di resistenza si poteva articolare solo su una base religiosa.
[5] Pietrobon Emanuel, “Max von Oppenheim, il jihadista del Kaiser”, Insideover 4 ottobre 2021.
[6] Particolarmente influenzato dal “jihad della felicità”, fu Amin al-Husseini (Gerusalemme, 1897 – Beirut, 4 luglio 1974), Gran Muftì di Gerusalemme durante il secondo conflitto mondiale, simpatizzante nazista, menbro della Fratellanza Musulmana egiziana, che persuase l’asse Roma-Berlino a supportare l’albeggiante causa palestinese in cambio dell’appoggio della Umma all’Asse e, nello specifico, all’aggressione degli interessi e degli obiettivi britannici in Medioriente. Rimosso dalla sua carica dal Consiglio Supremo Islamico nel settembre 1937 e, dunque delegittimato, dopo aver contribuito ad un colpo di stato in Iraq nell’aprile 1941, organizzato dall’Ambasciatore tedesco a Baghdad, Fritz Konrad Ferdinand Grobba (18 July 1886 – 2 September 1973), che puntava su accademie militari e moschee, ritenute più orientate all’adesione a battaglie ideologiche, nella fattispecie la lotta contro l’imperialismo britannico, il 10 maggio dichiarò il jihād contro la Gran Bretagna, diffuso dalle emittenti radiofoniche dell’Iraq e dell’Asse, L’esito fu fallimentare a causa della ripresa del controllo dell’Iraq da parte delle truppe britanniche.
[7] Ufficiale e agente segreto inglese, Thomas Edward Lawrence fu soprannominato Lawrence d’Arabia per le imprese compiute durante la Prima guerra mondiale, quando incitò alla ribellione e guidò le forze di guerriglia arabe in lotta per l’indipendenza dei propri paesi contro l’occupazione turca.
[8] Partito politico, attivo in Turchia prima del 1870, volto ad attuare nel paese vaste riforme e a contrastare il predominio delle potenze europee nella vita politico-economica turca. Guidato da giovani ufficiali, il partito diede vita al comitato Unione e Progresso (Ittiḥād we Taraqqī) che il 22 luglio 1908 insorse e impose il ritorno alla Costituzione del 1876. Il sultano ‛Abd ul-Ḥamīd, cercò di attuare una controrivoluzione, ma i Giovani Turchi. ebbero il sopravvento (aprile 1909), il sultano fu deposto e fu chiamato a succedergli il fratello, Maometto V.
[9] Pietrobon Emanuel, “Quando il Kaiser e il Sultano proclamarono il Jihad contro la Triplice intesa”, Insideover 16 agosto 2021.
[10] La distinzione in primo, secondo e terzo mondo è una classificazione geopolitica nata durante la Guerra Fredda per dividere i paesi in base all’alleanza ideologica: primo mondo (USA e alleati), secondo mondo (blocco sovietico) e terzo mondo (paesi non allineati). Con la fine del blocco sovietico, il termine “terzo mondo” ha assunto un significato prevalentemente economico, indicando i paesi in via di sviluppo con alti tassi di povertà.
[11] A nessuna nazione era consentito lasciare il Patto di Varsavia, né di turbare gli equilibri dei regimi a partito unico nei paesi appartenenti al Blocco orientale. L’affermazione di Breznev fu interpretata come una minaccia di non interferire negli affari dei paesi appartenenti alla sfera di influenza dell’URSS da parte del Patto Atlantico.
[12] Impegnava gli Stati Uniti a sostenere i “popoli liberi” minacciati dal comunismo (soprattutto dall’espansionismo sovietico), fornendo aiuti economici e militari per resistere all’ asservimento, segnando di fatto l’inizio della Guerra Fredda e della politica di “contenimento”.
[13] Pietrobon Emanuel, “La lezione di Brzezinski su Usa e Ue – così ha previsto il mondo del 2021”, Insideover 1° luglio 2021; “Zbigniew Brzezinski, l’ultimo geopolitico”, Insideover 18 ottobre 2022.
[14] Pietrobon Emanuel, Mauri Paolo, “L’operazione Ciclone e l’arte di vincere senza combattere”, Insideover 11 marzo 2023; Maddaluno Amedeo, “Il pensiero di Zbigniew Brzezinski. Un pensatore “tellurico” negli Stati Uniti”, Eurasia Rivista di studi geopolitici 23 giugno 2022.
[15] L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale è un’agenzia governativa statunitense creata nel 1961 per contrastare l’influenza dell’Unione Sovietica nel mondo. L’agenzia fornisce assistenza allo sviluppo economico, assistenza umanitaria, e sostiene il settore dell’informazione in molti paesi.
[16] Ballardini Bruno, “ISIS® Il marketing dell’Apocalisse”, Baldini&Castoldi, 2015 Milano.
[17] Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, in sigla UNICEF, è un fondo delle Nazioni Unite, organo sussidiario fondato l’11 dicembre 1946 per aiutare i bambini vittime della Seconda guerra mondiale.
[18] Ballardini Bruno, “ISIS® Il marketing dell’Apocalisse”, Baldini&Castoldi, 2015 Milano.
[19] L’espressione Washington consensus è stata coniata nel 1989 dall’economista John Williamson per descrivere un insieme di 10 direttive di politica economica abbastanza specifiche che egli considerava come il pacchetto standard da destinare ai paesi in via di sviluppo che si fossero trovati in crisi economica.
[20] Fondato a Washington nel 1997 e sciolto nel 2006. Tra i suoi membri vi erano deputati del Partito Repubblicano e dell’amministrazione Bush, compresi Paul Wolfowitz, Jeb Bush, Richard Perle, Richard Armitage, Lewis Libby, William J. Bennett, Zalmay Khalilzad, Michael Ledeen e Ellen Bork (moglie di Robert Bork). Gran parte delle idee del PNAC e dei suoi membri erano associati col movimento neoconservatore.
[21] Seminario on line: Branca Paolo, Campanini Massimo, “Le primavere arabe e l’Islam.”14 maggio 2014; Seminario on line: Branca Paolo, “Dopo le primavere arabe e ISIS: verso quale Medioriente.” 16 dicembre 2018; Bono Irene, Cavatorta Francesco, Di Peri Rosita, “The Square Centrer – “Potere e contropotere. La categoria del subalterno negli scenari di protesta nel mondo arabo”, 7 giugno 2021.
[22] Il dottore in questione era Bashar al Assad, oftalmologo di professione.
[23] Funzionari dell’intelligence giordana rubarono le armi per rivenderle illegalmente sul mercato nero, con un conseguente danno per la reputazione del programma e del paese, fino a quando i furti furono interrotti a seguito delle proteste degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita.
[24] Seymour Myron Hersh, detto Sy (Chicago, 8 aprile 1937), è un giornalista e scrittore statunitense. Ha vinto il Premio Pulitzer per le sue numerose inchieste giornalistiche in ambito militare. È stato reporter per The New Yorker e Associated Press,[1] per il quale si occupa di temi geopolitici, di sicurezza e militari, in particolare riguardo l’operato dei servizi segreti e di intelligence.
[25] John Owen Brennan (North Bergen, 22 settembre 1955) è un agente segreto statunitense, direttore della Central Intelligence Agency (CIA) dall’8 marzo 2013 al 20 gennaio 2017.
[26] Alleanza di milizie curde, arabe e assiro-siriache costituitasi formalmente nell’ottobre 2015. Le milizie maggiori sono quelle a prevalenza curda: l’Unità di Protezione Popolare (YPG) e l’Unità di Protezione delle Donne (YPJ).
[27] L’ISIS interpreta l’Egira come l’obbligo per i “foreign fighters” di lasciare i paesi non islamici (o governati da “apostati”) per unirsi al Califfato. In un testo diffuso in rete titolato “Hijrah to the Islamic State” vengono fornite informazioni dettagliate dai “facilitatori del viaggio” circa le modalità per raggiungere la Siria rivolte a coloro che volessero unirsi al Califfato. Suddiviso in tre macro-tematiche riporta consigli su come preparare i propri bagagli per ridurre gli impedimenti durante il tragitto, quali siano le mete privilegiate per poter attraversare il confine (Turchia) e come comportarsi una volta arrivati in aeroporto aggiungendo il diario di bordo di alcuni che ce l’hanno fatta.
[28] (Las Cruces, 21 aprile 1971 – Governatorato di al-Jawf, 30 settembre 2011). Esponente di spicco di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), nel 2010 Al Awlaki lanciò un appello al “Jihad globale individuale”, realizzando un video di 12 minuti dal titolo “Call to jihad”, presentandosi in abiti militari e brandendo un antico pugnale. Quel filmato, divulgato in rete dopo la sua morte, ancora oggi è uno dei più guardati su YouTube: “Avete due scelte, o l’hijra (la migrazione) o il jihad (la guerra santa)”, “io vi invito a combattere in occidente oppure a unirvi ai fratelli sui fronti del jihad: Afghanistan, Iraq e Somalia”.
[29] I foreign fighters vengono distinti in “returnees” e “relocators”: i primi sono quelli che fanno rientro nei Paesi d’origine, spesso al fine di organizzare attentati, addestrare nuove reclute e, in virtù dello status di “veterani”, radicalizzare simpatizzanti occidentali; i secondi scelgono di trasferirsi in altri Paesi, per cambiare modus vivendi, sottrarsi alla cattura o esportare l’ideologia e le metodologie terroristiche.
[30] Carnieletto Matteo, “Siria, così Cia e Arabia Saudita hanno armato i ribelli”, Insideover 25 gennaio 2016; Dinucci Manlio, “L’asse segreto Usa – Arabia Saudita”, Il Manifesto 26 gennaio 2016; Gagliano Giuseppe, “Siria. Il piano Usa di destabilizzazione in funzione anti-Russia”, Notizie Geopolitiche 8 dicembre 2024.
[31] Al Suri è il teorico di “Nizam, la tanzim” che significa “il sistema, non l’organizzazione”. Nel testo in cui ha esposto la sua dottrina ideologica “Appello alla resistenza islamica mondiale”, pubblicato su internet nel dicembre del 2004, Al Suri critica la strategia dell’11 settembre, perché l’azione spettacolare che colpi gli Stati Uniti permise a George Bush di trovare i mezzi politici e militari con cui lanciare l’offensiva contro l’Afghanistan che privò delle sue basi Al Qaeda e che, di fatto, condannò l’organizzazione terroristica. Al Suri sostiene che non vada attaccata l’America, ma l’Europa. E che ciò non vada fatto con azioni organizzate da un comando centralizzato che invia esecutori anonimi in Paesi stranieri. È invece necessario adoperare quella minoranza attiva che può essere radicalizzata, ossia quei musulmani europei che Suri definisce non-assimilabili alla cultura occidentale. Dopo un intenso indottrinamento e dopo un solido addestramento militare, questi soldati semplici della jihad possono tornare nei loro Paesi d’origine. Lì saranno in grado di assumere l’iniziativa di un’azione armata il cui bersaglio non sono i politici, come per gli anarchici di una volta, bensì obiettivi destinati a far esplodere le società europee fino a scatenare una guerra civile tra musulmani e non musulmani.
[32] La taqiyya è un principio islamico, prevalentemente sciita, che permette di dissimulare o nascondere la propria fede per sfuggire a persecuzioni, pericoli gravi o minacce alla vita. Storicamente, è intesa come una “precauzione” o “tutela” in contesti ostili, consentendo di non praticare apertamente i riti in caso di necessità. é tradizionalmente una dissimulazione difensiva per la sopravvivenza.
[33] Muratore Andrea, “Al-Jolani, il jihadista dalle mille vite che mira a guidare la Siria”, Insideover 7 dicembre 2024; Scaglione Fulvio, “I jihadisti ex Al Qaeda e i mercenari di Erdogan non sono Robin Hood”, Insideover 4 dicembre 2024; Disegni Simone, “Siria, chi sono i ribelli, che vuole Al-Jolani e cosa succede adesso: cinque domande e risposte per orientarsi”, Open 9 dicembre 2024; Cristiani Dario, “Miti e realtà di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS)”, Affari Internazionali 20 dicembre 2024; Ajjoub Orwa, “Hayat Tahrir al-Sham: dal jihadismo globale all’islamismo siriano”, ISPI 20 marzo 2025.
[34] Elaborate dall’allora ministro degli esteri Ahmet Davutoglu.
[35] Elaborata dall’Ammiraglio Cem Gurdeniz.
[36] La hawala è un sistema informale di trasferimento di denaro basato sulla fiducia e su una rete di mediatori (hawaladar), nato in Medio Oriente/Asia come alternativa sicura ed economica alle banche. Funziona senza spostamento fisico di contanti né transazioni tracciabili, rendendolo spesso associato a riciclaggio o finanziamento illecito. Un cliente versa denaro a un hawaladar in un luogo, il quale contatta un collega nel luogo di destinazione per pagare il beneficiario, basandosi su debiti/crediti reciproci. In Italia e in gran parte dell’UE, operare come hawaladar senza autorizzazione è considerato un reato, in quanto il sistema opera parallelamente ai canali finanziari regolamentati.
[37] Vita Lorenzo, “L’orda nera può risvegliarsi: Erdogan ha in mano le chiavi dell’Isis”, Insideover 11 ottobre 2019.
[38] Pietrobon Emanuel, “Jihadismo, l’arma letale al servizio della Turchia”, Insideover 13 maggio 2021; Ore 12: GiElle, “Turchia, 10mila jihadisti al servizio dell’Intelligence di Ankara” 14 marzo 2025; Chabert Valentina, “Dai droni al soft power. Ecco l’approccio neo-ottomano di Ankara nei Balcani”, Formiche.net 8 marzo 2025; Favazzo Roberto, “Fondazioni culturali e rete di spie: come la Turchia esercita il suo soft power in Europa”, Il Primato Nazionale 1° gennaio 2022; Pietrobon Emanuel, “Diyanet, l’ente dietro alla diplomazia delle moschee di Erdogan”, Insideover 16 maggio 2021; Pietrobon Emanuel, “Il ruolo della Turchia nell’ordine mondiale post pandemia”, Insideover 2 maggio 2020.
[39] Muratore Andrea, “Da “militante” a “rivoluzionario”: così Wikipedia cambia la storia di al-Jolani”, Insideover 3 gennaio 2025.
[40] Report di Burak Bekdil, “I jihadisti stanno diventando la forza permanente per procura della Turchia” 31 marzo 2021; Repaci Gabriele, “Gli Usa assolvono Hayat Tahrir al-Sham: gli ex qaedisti ora sono “interlocutori affidabili”, Insideover 8 luglio 2025; Muratore Andrea, “Il rebus per il dopo-Assad in una Siria che cerca l’unità”, Insideover 8 dicembre 2024.
[41] Repaci Gabriele, “Hts non è più un gruppo terrorista, Trump sdogana Al-Jolani”, Insideover 8 luglio 2025; Muratore Andrea, “Al-Sharaa alla corte di Macron – l’azzardo francese sulla Siria”, Insideover 8 maggio 2025; Scaglione Fulvio, “La nuova Siria e il vecchio Isis”, Insideover 24 giugno 2025; Gagliano Giuseppe, “La Siria e lo spettro delle nuove violenze”, Insideover 1° luglio 2025; Piccinella Jonathan, “Quale Siria per il futuro – Intervista con Lorenzo Trombetta”, Insideover 1° maggio 2025; Umbrello Andrea, “Siria, decine di donne alawite rapite ogni giorno”, Insideover 27 aprile 2025; Muratore Andrea, “Siria, la sfida del Gran Muftì, fermare le violenze settarie”, Insideover 8 aprile 2025.
[42] Muratore Andrea, “S-400 e basi, la Russia strizza l’occhio ad Al-Sharaa e cerca un ruolo nella nuova Siria”, Insideover 4 ottobre 2025.
[43] G.S., “Rimandate le elezioni farsa in Siria, mentre l’ex al-Qaeda Ahmad al-Sharaa è atteso all’ONU”, Contropiano rivista comunista on line 18 settembre 2025.
[44] KKR & Co. L.P. (precedentemente conosciuta come Kohlberg Kravis Roberts & Co.) (NYSE: KKR) è un operatore internazionale di private equity, specializzato nel segmento di leveraged buyout, con sede a New York. Dalla sua fondazione la società ha completato oltre 400 miliardi di dollari in transazioni nel settore del private equity. La prima operazione nel 1977 con l’acquisizione di AJ Industries. Dal luglio 2010 è quotato alla Borsa di New York.
[45] David Howell Petraeus (Cornwall-on-Hudson, 7 novembre 1952) è un generale ed ex agente segreto statunitense.
Dal 10 febbraio 2007 al 15 settembre 2008 ha comandato l’Esercito degli Stati Uniti, in Iraq (MNF-I). Dal 31 ottobre 2008 è stato nominato Comandante dell’United States Central Command, che prevede la responsabilità strategica di tutto il teatro medio-orientale, compresa la conduzione delle operazioni militari in Iraq e Afghanistan. Il 23 giugno 2010 Petraeus è succeduto al generale Stanley McChrystal come comandante delle operazioni militari statunitensi in Afghanistan, Pakistan, la penisola arabica e parti dell’Africa. Il 18 luglio 2011 ha lasciato ufficialmente il comando al suo successore, il generale dei marines James Mattis, per passare a dirigere la CIA. È stato il Direttore della CIA dal 6 settembre 2011 fino al 9 novembre 2012.
[46] Gagliano Giuseppe, “Baihas Baghdadi, Il “banchiere di Allah” che ha presentato al-Sharaa e la Siria alla finanza globale”, Insideover 5 ottobre 2025.
[47] Muratore Andrea, “Il trionfo di Al-Sharaa all’Onu e la rischiosa scommessa del mondo sulla Siria”, Insideover 25 settembre 2025.
[48] Vivaldelli Roberto, “Le elezioni (farsa) in Siria e il primo viaggio di Al-Sharaa a New York: l’ex al-Qaeda alla tribuna dell’Onu”, Insideover 15 settembre 2025.
[49] Redazione, “Siria: eletto il nuovo Parlamento, ma è polemica per la mancanza di pluralismo”, Nova News 6 ottobre 2025.
[50] Consigliere per la sicurezza nazionale dal 20 gennaio 2021 – 20 gennaio 2025, sotto la presidenza Biden.
[51] Vivaldelli Roberto, “Siria, al-Sharaa negli Usa: l’ex al Qaeda accolto da Rubio e dall’ex capo della CIA”, Insideover 23 settembre 2025.
[52] Comitato di redazione, “Cos’è stato il Rojava”, Il Post 3 febbraio 2026.
[53] Gagliano Giuseppe, “Siria, nel caos post-Assad l’Isis rialza la testa”, Insideover 27 ottobre 2025
[54] La Turchia, madrina del regime di al-Sharaa, è storicamente avversaria delle Sdf che ritiene una proiezione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) con cui il governo di Recep Tayyip Erdogan ha di recente riaperto una trattativa dopo l’annuncio della fine della lotta armata indipendentista. Ankara sostiene che l’appello al disarmo del leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) incarcerato Abdullah Öcalan si applichi anche alle Sdf, ma queste ultime negano qualsiasi legame organizzativo con il PKK e sostengono che il messaggio di Öcalan non le riguardi.
[55] Durante il regime del dittatore Bashar al Assad, i curdi riuscirono a crearsi un’ampia zona di totale autonomia nel nord-est del paese, che ancora occupa circa il 30 per cento del territorio siriano. I curdi hanno il proprio esercito e la propria amministrazione e controllano anche altre piccole zone nel nord della Siria, come appunto parte di Aleppo e di Deir Ezzor.
[56] Comitato di redazione, “Siria: l’esercito di damasco (HTS) attacca i quartieri curdi di Aleppo. una vittima e diversi feriti, ma l’offensiva è stata respinta.”, Radio Onda d’Urto 23 dicembre 2025.
[57] Comitato di redazione, “Siria: sulla costa manifestazioni per “federalismo e autodeterminazione”. dura repressione di Damasco, almeno 8 vittime”, Radio Onda d’Urto 29 dicembre 2025.
[58] Comitato di redazione, “Le forze curde hanno lasciato Aleppo, in Siria”, Il Post 11 gennaio 2026.
[59] Muratore Andrea, “Aleppo, nuovi scontri: le forze di Damasco assaltano i quartieri curdi”, Insideover 7 gennaio 2026.
[60] Muratore Andrea, “L’assalto finale del governo siriano alle Sdf. Damasco annuncia la ripresa di Aleppo”, Insideover 10 gennaio 2026.
[61] Comitato di redazione, “L’accordo con il governo della Siria è una resa per i curdi”, Il Post 19 gennaio 2026.
[62] Tra i miliziani musulmani c’è infatti una convinzione: chi muore in battaglia ucciso da un nemico finisce in paradiso, accolto dalle famose 72 vergini con gli occhi castani. Ma se il colpo decisivo parte da una donna, allora il combattente è destinato all’inferno. All’’origine di questa credenza ci sarebbero i sermoni di alcuni predicatori salafiti fedeli all’Isis, che avrebbero detto ai soldati di «non essere certi» circa la destinazione «in un Paradiso con 72 vergini» per «chi viene ucciso in combattimento dalle mani di una donna».
[63] La treccia per la donna curda, in particolare nel contesto del Rojava, rappresenta un potente simbolo di identità, memoria, resistenza e dignità, legato alle radici e alle tradizioni. Recentemente, in risposta a violenze e atti intimidatori, la treccia è diventata un simbolo di solidarietà, resistenza e forza femminile contro l’oppressione.
[64] Le prigioni in cui i curdi incarcerarono i miliziani che dal 2014 al 2o19 combatterono per lo Stato Islamico sono tutte nel nord-est della Siria: le più grandi e note sono al Shaddadi, al centro di scontri nei giorni scorsi fra forze siriane e curde; al Aqtan, nella provincia di Raqqa, che fu capitale dello Stato Islamico ed era fino a poco tempo fa la principale città controllata dai curdi; al Sina, conosciuta anche come Gweiran o Panorama, in cui sono detenuti principalmente combattenti stranieri, i cosiddetti foreign fighters che in quegli anni arrivarono da tutto il mondo per sostenere lo Stato Islamico. Oltre a queste ci sono almeno altre 14 prigioni destinate a detenuti maschi e combattenti, e un’altra decina in cui sono rinchiusi donne e familiari dei membri dell’IS.
[65] Comitato di redazione, “Che cosa sono i campi di prigionia dei miliziani dell’ISIS in Siria”, Il Post 22 gennaio 2026.
[66] Comitato di redazione, “Gli Stati Uniti hanno trasferito 150 detenuti legati all’ISIS dalla Siria all’Iraq”, Il Post 21 gennaio 2026.
[67] Indelicato Mauro, “In Siria un “mini-Afghanistan” per Trump”, Insideover 21 gennaio 2026.
[68] Essi non sono arabi, bensì di lingua e ceppo indoeuropei, come quasi tutti i popoli d’Europa e come la maggioranza dei popoli stanziati fra Iran, Afghanistan, Pakistan e India.
[69] La Sura Al-Anfal (Il Bottino) nel Corano tratta i principi della guerra santa (Jihad) e le regole sul bottino (versetti 1-4, 41). Sottolinea l’obbedienza, la fede, e il combattimento per la causa di Allah (8:72-74).
[70] Majidi Maysoon, “Siria, la sfida mortale ai Curdi: eliminarci, come in Iran e in Turchia”, Il Manifesto 20 gennaio 2026.
[71] Molteni Mirko, “Siria: i curdi ancora una volta sacrificati ai nuovi equilibri”, Analisi Difesa 27 gennaio 2026.
[72] Comitato di redazione, “I curdi hanno accettato di integrarsi nell’esercito e nelle istituzioni siriane”, Il Post 30 gennaio 2026.



