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LA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE
I perché di un’Area in fiamme
Amm. Sq. Ferdinando SANFELICE di MONTEFORTE
Introduzione
Sono passati quasi due anni e mezzo dal sanguinoso attacco del 7 ottobre 2023, condotto dalle milizie di Hamas di Gaza contro il territorio israeliano e il Medio Oriente vive da allora in una situazione sempre più drammatica. Quello che era all’inizio un conflitto tra Israele e i gruppi sponsorizzati dall’Iran si è aggravato, fino ad arrivare a una situazione di guerra senza limiti, che coinvolge i principali attori mondiali, ben al di là della regione.
L’ultimo episodio, che sta avendo ripercussioni in tutto il mondo, è infatti costituito dalla massiccia campagna di bombardamenti condotta dalle forze israeliane ed americane contro l’Iran, che sta durando quasi ininterrottamente fin dal 28 febbraio scorso. La chiusura dello Stretto di Hormuz, attuata dall’Iran come risposta a questi bombardamenti, sta infatti producendo effetti nefasti sull’economia mondiale.
Questi due anni di conflitto sempre più accanito, però, non sono altro che la fase più recente di una lotta all’ultimo sangue, costituita da una nutrita serie di azioni belliche e terroristiche che stanno piagando il Medio Oriente da ottant’anni.
Addirittura, se sfogliamo i libri di Storia, scopriamo che il Medio Oriente è stato un teatro di guerra fin dai tempi più remoti. Per millenni le Potenze dell’epoca si sono affrontate, oppure, in assenza di rivali, hanno cercato di dominare l’area o di influenzarne gli eventi.
Appare quindi necessario capire, anzitutto, le ragioni di questa serie infinita di guerre, che hanno spesso coinvolto le Grandi Potenze del momento e i motivi che spingono le popolazioni locali combattersi all’ultimo sangue.
Non ci si può esimere, poi, dal fare alcune considerazioni di carattere generale sul conflitto in corso, e sulle strategie perseguite dalle parti in conflitto, per vedere quali probabilità vi siano per un ristabilimento della pace nell’area, almeno per alcuni anni.
La pace, infatti, non si raggiunge senza una conoscenza approfondita dei cosiddetti “fattori permanenti o semi-permanenti” che continuano a influenzare la situazione di un’area, malgrado il passare del tempo e i cambiamenti che ne derivano.
Vediamo, quindi, quali sono questi fattori.
Un crocevia strategico
Anzitutto, nel parlare di Medio Oriente, sorge spontanea la domanda sul perché quest’area sia sempre stata oggetto di contese fin dalla notte dei tempi, oltre a essere un teatro di guerra tra vicini e vittima di tentativi di conquista da parte delle Grandi Potenze del momento, che spesso sfruttavano queste rivalità.
La tendenza naturale del pensiero umano è quella di considerare che i tempi cambiano, per cui aree che prima erano importanti, dopo qualche secolo non lo sono più, ma ciò non è sempre vero. Purtroppo, è lecito affermare che alcune regioni hanno caratteristiche tali da essere oggetto di conflitti ripetuti nel tempo.
In effetti, il Medio Oriente, o per meglio dire l’enorme regione posta tra la costa orientale del Mediterraneo, il Pakistan, l’Anatolia e il Canale di Suez, possiede la caratteristica peculiare di essere un “Crocevia strategico”, una situazione che non è del tutto frequente nel mondo.
Un “Crocevia strategico”, come dice il nome, è l’area in cui si incrociano due o più “Linee di Comunicazione”, ovvero quei percorsi che, secondo la Strategia Militare, consentono il flusso di truppe, mezzi e rifornimenti dalla base di partenza alla zona di operazioni, idealmente fino all’obiettivo prescelto.
Naturalmente vi sono linee di comunicazione terrestri, marittime e aeree, a seconda della situazione geografica e del tipo di operazione che si vuole compiere. La loro caratteristica comune è che esse sono topograficamente quelle di più agevole percorrenza, e quindi non sono utilizzate solo ai fini militari, ma vengono generalmente sfruttate, in tempo di pace, soprattutto per il commercio internazionale.
Scendendo nel dettaglio, la Storia ci mostra che nell’area vi è anzitutto una linea di comunicazione Nord-Sud, che corre lungo la costa, usata prevalentemente per fini militari. Valgano come esempi di utilizzo quello degli Ittiti quando affrontarono l’Egitto alla battaglia di Qadesh nel 1274 a.C., per mantenere il controllo della Siria, quello del governo del Cairo quando cercò di piegare la Sublime Porta ai suoi voleri nel XIX secolo, e infine quello delle forze dell’Intesa, nella loro offensiva finale contro l’Impero Ottomano del 1918.
Questa linea, però, non è isolata, visto che si incrocia con altre due, disposte per Est-Ovest, creando appunto un crocevia. Di queste, la prima parte dall’attuale Israele e si addentra nel territorio giordano e quindi iracheno, e la seconda, poco più a nord, parte dalla Siria – nell’area dove si trova, tra l’altro, il porto di Tartus – e corre parallela alla prima.
Queste due linee trasversali mettono in comunicazione l’Asia occidentale con il mare Mediterraneo che è il loro prolungamento naturale, e hanno avuto fin dall’inizio, millenni or sono, un impiego non solo militare (vds. Nabucodonosor e le Crociate), essendo state usate sia per penetrare nel continente asiatico, sia per impedirne questo tipo di utilizzo. Infatti, anche prima della Pax Romana, queste linee sono spesso state utilizzate anche come arterie di commercio, visto che collegavano l’entroterra asiatico con il mare.
Il commercio internazionale, va detto, non si limita al trasferimento di materiali e prodotti da un posto all’altro, ma produce altri effetti che tanto secondari non sono, dato che mette in contatto popoli di varie parti del mondo. Infatti, come osservava Braudel, parlando degli inizi del commercio internazionale, “ha inizio un miracolo. Beni, merci, tecniche, tutto a poco a poco transiterà attraverso le rotte marittime”[1]. Grazie al commercio, infatti, le grandi civiltà sono entrate in contatto tra di loro.
Non sempre, però, il commercio si limita a questi scambi tra i popoli; spesso, insieme ai commercianti o ai soldati, viaggiano le pandemie, la maggior parte delle quali, in effetti, sono arrivate in Europa attraverso queste arterie di comunicazione.
Non è un caso, oltretutto, che tutte le religioni si siano diffuse attraverso queste stesse linee; ancora più importante, alcune di queste hanno avuto come “Luoghi Santi” proprio i punti di intersezione tra di loro: Gerusalemme ne è il classico esempio.
Questo spiega l’importanza dell’area medio orientale ai fini strategici (il commercio, in quanto motore dell’economia, fa parte della “Grande Strategia”), con le conseguenti lunghe lotte per il suo dominio. Infatti, le Grandi Potenze hanno sempre cercato di stabilirvi un punto di appoggio, se non di dominarla, come base di proiezione per influenzare gli eventi.
Le rovine dei numerosi fortilizi creati nei secoli, da Masada a San Giovanni d’Acri, fino al Krak des Chevaliers in Siria, a guardia dei passaggi obbligati, sono le testimonianze dei tentativi di mantenere le posizioni acquisite nonostante le avversità. Più volte nella Storia, infine, la potenza dominante decise di deportare una intera comunità etnica, per liberarsi di opposizioni scomode.
Altrettanto chiari sono i motivi della lotta tra i popoli del Medio Oriente, ognuno dei quali ha visto la propria permanenza in quest’area così importante per gli scambi internazionali, non solo come la prima fonte del loro benessere, grazie al commercio, ma anche come un modo per proteggere le origini del loro credo religioso.
Le Religioni appunto, come si è visto, hanno stabilito nei punti di intersezione tra le linee i loro “Luoghi Sacri”, spesso nello stesso luogo, e li hanno utilizzati come punti di partenza per l’evangelizzazione dei miscredenti, rimanendo sempre luoghi di riferimento dei loro culti.
Questa convivenza, a volte scomoda, è stata persino sfruttata, specie nel XIX secolo, come motivo per penetrare nell’area, oppure come pretesto per condizionare un avversario considerato potenzialmente pericoloso, grazie alle dispute interreligiose: ancor oggi, a Gerusalemme, vi è una tensione tra le tre Religioni monoteiste, con l’aggravante di ricorrenti dissidi tra confessioni diverse della stessa religione (ortodossi e cattolici, sunniti e sciiti), tensione che, spesso, coinvolge anche i governi locali, e quindi viene sfruttata dalle Cancellerie di varie Nazioni a fini politici.
In sintesi, la tragedia in corso ormai da oltre due anni tra gli Israeliani e i Palestinesi si iscrive in un quadro geostrategico complesso, che ha dato luogo a stragi efferate, nel corso dei secoli, a volte nel nome della religione, molto spesso con il fine di dominio dell’area.
Il ritorno degli Ebrei nel Medio Oriente
Detto ciò, vi sono stati molti modi impiegati dalle Grandi Potenze per controllare in tutto o in parte l’area. Spesso però queste non hanno agito d’iniziativa, bensì rispondendo a pressioni esterne. L’esempio più calzante ci è dato dalla pressione dei Sionisti, con Lord Rotshild e il professor Chaim Weizmann in testa, nei confronti del governo britannico, nel corso della Prima Guerra Mondiale. Ambedue erano a conoscenza che, al termine del conflitto, il cui esito appariva chiaro, la Palestina sarebbe stata posta sotto mandato britannico.
I termini dell’Accordo Sykes – Picot erano ormai noti a tutti, negli ambienti di Londra, il cui governo doveva molto al professor Weizmann, un chimico di fama mondiale che aveva acquisito meriti straordinari nello sviluppo degli esplosivi, a supporto dello sforzo bellico britannico, per cui fu deciso di rispondere positivamente alla richiesta di favorire un insediamento di Ebrei in Palestina.
Indubbiamente, il governo britannico, a torto o a ragione, vide nella presenza di Ebrei in Palestina un possibile strumento per consolidarne il controllo, frenando l’indipendentismo degli Arabi. Ciò che più importa, però, è che, nella lettera di autorizzazione, a firma del Ministro degli Esteri, Lord Balfour, si poneva una precisa condizione che, se osservata, avrebbe forse evitato almeno parte dei drammi che sono seguiti da quel momento; questa condizione, va detto, resta ancor oggi un monito per ambedue i popoli, come via obbligata per la pace dell’area.
Lord Balfour, infatti, scrisse che “deve essere chiaramente compreso che nulla dovrà essere fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non-ebree esistenti in Palestina, né i diritti e lo status politico di cui godono gli Ebrei in qualsiasi altra nazione”.[2]
Finché i Britannici esercitarono il mandato in Palestina, bene o male la convivenza tra Arabi ed Ebrei si mantenne entro i limiti di una violenza limitata. Addirittura, si parlò di un piccolo Stato sionista in una regione retta da un grande Stato arabo, come avrebbe voluto il re Feisal, ma non se ne fece nulla.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’enorme ondata di profughi ebrei, in maggioranza scampati al genocidio organizzato dai Tedeschi, fece saltare ogni possibilità di accordo. Le ragioni di questo esodo non sono state del tutto acclarate, anche se resta il sospetto che i governi dei Paesi dell’Europa Centro – Orientale, da dove la maggioranza di questi sopravvissuti proveniva, non avessero interesse a vederli tornare alle loro case.
La guerra senza limiti contro gli Arabo-Palestinesi, appoggiati dai governi dei Paesi confinanti, da parte dei nuovi venuti ebrei, divampò subito con grande violenza. Gli Ebrei, tra l’altro, erano guidati dai numerosi correligionari ex militari, che avevano combattuto sotto le insegne britanniche ed erano perciò esperti di operazioni di guerra, per cui la lotta volse ben presto a loro favore. Questa situazione, divenuta rapidamente incontrollabile, spinse la Gran Bretagna a rinunciare al mandato diventato troppo oneroso, lasciando l’area in pieno caos.
Quanto è avvenuto nei decenni successivi è noto a tutti, con le guerre del 1948-49, del 1956, del 1973 e del 1982, l’esodo di una consistente aliquota di Palestinesi all’estero, le cosiddette “intifade” (violente ribellioni degli Arabo-Palestinesi) e lo stillicidio di attentati da parte di singoli individui, contro cittadini israeliani.
Malgrado ciò, nel 1993 vi fu la lieta notizia fu quella di un graduale riavvicinamento tra il governo di Israele e i Palestinesi, mediato dagli Stati Uniti, cui si è aggiunto, di recente, quello con i governi dei Paesi sunniti, la cui crescente ostilità nei confronti dei Paesi di fede Sciita li ha incoraggiati, di recente, a firmare i cosiddetti “Accordi di Abramo”.
I governi laburisti, in Israele, negli ultimi decenni, avevano anche cercato di frenare gli integralisti ultraortodossi, sostenitori di una Palestina totalmente abitata da Ebrei, nonché di creare legami economici con le comunità arabo-palestinesi, per conseguire, gradualmente, un maggior livello di integrazione.
A questo tentativo di riavvicinamento si era aggiunta la buona notizia della ripresa delle relazioni diplomatiche tra l’Arabia Saudita e l’Iran, grazie all’accordo, mediato dal governo cinese, tra i due Paesi nel 2023.
Il 7 ottobre 2023 ha distrutto, in un colpo solo, questi tentativi di convivenza. Ormai la grande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele è convinta che non ci si possa più fidare degli Arabo-Palestinesi e preme per un loro esodo totale verso il Sinai – un progetto degli ultraortodossi noto da anni. A questo fine, l’uso della forza militare si è rivelato indispensabile, per questi ultimi.
A ciò si aggiunge l’attacco del 28 febbraio 2026 da parte degli Stati Uniti e Israele contro l’Iran, seguito dalla reazione di Teheran, che ha bombardato non solo Israele, ma anche i Paesi sunniti del Golfo Persico. In sintesi, questi episodi segnano l’ennesima ripresa delle guerre senza limiti, una piaga che tormenta il Medio Oriente da fin troppi secoli.
La tradizione strategica degli Israeliani
Gran parte dell’opinione pubblica mondiale è rimasta sconvolta dalla reazione israeliana al sanguinoso attacco del 7 ottobre 2023, perpetrato dai miliziani di Hamas. In effetti, questa azione tendente ad annientare l’avversario rientra nella tradizione strategica di sopravvivenza del popolo ebreo.
Come aveva notato, anni fa, uno studioso, già nella Bibbia si possono trovare indicazioni interessanti sul modo di combattere in Israele, che fin dall’inizio, “non combatte per la sua fede, ma per l’esistenza. Ciò significa che la guerra è un’azione sacra, con ideologia e riti propri che la specificano, a differenza delle altre guerre dell’antichità in cui l’aspetto religioso non era che l’accessorio”[3].
Lo studioso, quindi, proseguiva nella sua analisi, notando che: “Più in generale, la strategia e la tattica di Israele corrispondono alla situazione del debole contro il forte, del meno numeroso contro il più numeroso. Una situazione che si è riprodotta con la ricostituzione dello Stato d’Israele nel 1948. Ma gli insegnamenti antichi non sono andati perduti: soprattutto l’attenzione per il livello psicologico dei propri combattenti, la conoscenza minuziosa del terreno e del nemico”[4].
L’esempio più calzante, secondo lo studioso, di come l’Esercito israeliano segua la tradizione strategica del suo popolo, sia pure con adattamenti dettati dallo sviluppo dei mezzi e dei tempi attuali, ci è dato dal passo della Bibbia sulla caduta di Gerico: “Se uno legge, peraltro, il passo sulla caduta di Gerico, rimane con l’impressione che il moderno Israele non abbia abbandonato del tutto la tentazione di rimanere legato al concetto di guerra totale, molto simile a quell’evento, nel quale gli Israeliti “votarono allo sterminio tutto ciò che vi era nella città: uomini e donne, fanciulli e vecchi, persino buoi, pecore e asini, tutto passarono a fil di spada””[5].
Un altro aspetto interessante della strategia israeliana ci è dato dalla storica attenzione verso “l’uso pianificato delle spie e della guerra psicologica”[6]. La capacità israeliana di colpire in modo chirurgico i capi delle fazioni e dei Paesi nemici è da tempo oggetto di meraviglia da parte occidentale, i cui Servizi Intelligence, malgrado la loro eccellenza e il loro uso delle tecnologie più avanzate, hanno difficoltà a raggiungere un tale livello di efficacia.
In definitiva, anche se, col tempo, il concetto di “Guerra Santa” è diventato meno pervasivo, rimane il fatto che, sempre come notava lo studioso, “la tradizione ebraica considera la guerra in modo razionale, proprio perché non la trasforma (più) in guerra di religione, ma in un mezzo per conseguire fini politici”[7]. Quando però il fine politico diventa la cacciata degli Arabo – Palestinesi dai territori dove risiedono, rimane il sospetto che in Israele una parte cospicua della popolazione non abbai del tutto scartato la sacralità della guerra e prediliga la violenza senza limiti.
Va detto che la controparte non si è distinta, in questi ultimi decenni, per la sua moderazione: gli attacchi, siano essi isolati o da parte di gruppi palestinesi ben organizzati, armati e coordinati da sponsor, sono sempre stati caratterizzati da una crudeltà senza limiti, segno che la violenza spinta alle estreme conseguenze è ormai una caratteristica delle parti che lottano tra loro nell’area.
La lunga guerra tra Sunniti e Sciiti
Altro fattore da considerare è la percezione da parte dei Paesi arabi di fede sunnita, della volontà iraniana di espandersi e dominare il Medio Oriente non è un fenomeno nuovo, tanto da portare più volte a situazioni di conflitto armato, sfociate in guerre sanguinose, negli ultimi decenni.
La guerra tra Iran e Iraq – all’epoca dominato dal partito Baath sunnita – ne è stato il primo, sanguinoso esempio. Durato ben otto anni, dal 1980 al 1988, il conflitto ha causato un numero di morti stimato intorno a un milione di combattenti, e ha visto non solo l’uso di armi chimiche, ma anche l’impiego di idrocarburi per incendiare la zona paludosa tra i due Paesi, con le conseguenti terribili perdite umane.
A questo, dopo alcuni anni di pace, è seguito il conflitto per il controllo dello Yemen. Iniziato con la guerra civile tra gli Houthi sciiti e zaiditi contro gli yemeniti del Sud, sunniti, nel 2014, il confitto ha visto l’anno successivo l’intervento di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, cui si erano uniti il Kuwait, il Qatar, il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti, la Giordania, l’Egitto, il Marocco, il Senegal e il Sudan, il cui scopo era di contrastare i successi degli Houthi, appoggiati dall’Iran, e difendere gli Yemeniti del Sud. Nel caos generale, al Qaeda nella Penisola Arabica, per un certo periodo, aveva occupato la parte centrale del Paese, creandovi un proprio governo.
La guerra è durata, con fasi alterne, fino al 2022, quando la quinta tregua ha portato a un cessate il fuoco che sembrava permanente. La pace tra Sunniti e Sciiti – o meglio tra Arabi e Persiani – sembrava quindi vicina.
Rimaneva, però, aperta la questione del presunto possesso dell’arma atomica da parte dell’Iran, un’eventualità temuta da tutti i Paesi sunniti dell’area, tanto che l’Arabia Saudita ha più volte cercato l’appoggio del Pakistan – l’unico Paese sunnita possessore di armi atomiche – qualora fosse oggetto di attacco nucleare.
Stando a notizie non confermate, la tragedia del 7 ottobre 2023, dopo meno di un anno di relativa tranquillità, è stata sponsorizzata dall’Iran, che aveva organizzato, usando i gruppi a lei fedeli, una massiccia offensiva, con l’obiettivo dichiarato di distruggere Israele, un fine proclamato dai vari governi di Teheran, da aleno dieci anni.
L’offensiva ha visto la partecipazione, oltre ad Hamas, del gruppo Hezbollah del Libano, nonché degli Houthi, che hanno tentato di bloccare lo Stretto di Bab – el – Mandeb colpendo i mercantili in transito[8].
La reazione di Israele contro gli Hezbollah ha rapidamente costretto questo gruppo a ritirarsi dalla lotta, e la minaccia contro il traffico marittimo da parte occidentale è stata immediata. Due operazioni, una condotta dagli Stati Uniti con la partecipazione britannica, la “Prosperity Guardian”, che ha attaccato le basi avversarie, e una condotta dall’Unione Europea, la “Eunavfor Aspides”, quest’ultima limitata a scortare i mercantili in transito, proteggendoli dagli attacchi aerei, hanno ridotto l’entità della minaccia.
Va detto che la chiusura dello Stretto avrebbe danneggiato non solo l’Occidente, ma anche i Paesi sunniti del Nord Africa, il cui rifornimento di grano dipende da quella rotta, e soprattutto l’Egitto, le cui finanze dipendono dai diritti di transito attraverso il Canale di Suez.
Il governo di Teheran non si è però limitato a sponsorizzare i propri affiliati; il 13 aprile 2024, l’Iran è passato all’azione diretta, attaccando pesantemente Israele con missili e droni, in risposta alla distruzione del consolato iraniano a Damasco, dove era in corso una riunione tra gli Hezbollah e i Pasdaran iraniani.
Questo attacco ha potenzialmente messo in pericolo la Moschea di al-Aqsa, uno dei tre luoghi santi dell’Islam, ed è stato contrastato non solo dalle forze israeliane, ma anche da velivoli dell’Arabia Saudita, della Giordania, della Francia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
Gli Stati Uniti, quindi, hanno attaccato il 22 giugno 2025 tre siti nucleari iraniani, per poi avviare trattative con l’Iran, al fine di convincerlo a desistere dallo sviluppo dell’arma atomica. Questa azione, svolta dietro la pressione dei Paesi arabi del Golfo, non ha conseguito l’effetto sperato. Il diniego iraniano, quindi, ha convinto gli Stati Uniti e Israele a sferrare una massiccia offensiva, il 28 febbraio 2026, per decapitare la leadership iraniana e costringere l’Iran a venire a patti.
La reazione di Teheran è stata indicativa: non sono stati solo sferrati attacchi con droni e missili contro Israele (facendo bene attenzione, questa volta, a non mettere in pericolo la Moschea di al-Aqsa, anche se la Città Vecchia di Gerusalemme è stata colpita da alcuni frammenti…) ma anche contro tutti i Paesi del Golfo Persico, considerati i propri nemici naturali. L’ultimo atto è stata la chiusura dello Stretto di Hormuz ai mercantili dei Paesi considerati nemici o comunque non favorevoli al regime degli Ayatollah.
La strategia del bombardamento aereo
Come si è visto, le parti in conflitto hanno fatto ampio uso di aerei, missili e droni per colpire gli avversari, un approccio strategico che si è intensificato dopo il 28 febbraio, da ambedue gli schieramenti. Un segno indicativo di quanto ci si affidi a questa strategia, che non si limita a colpire obiettivi militari, ma punta anche a distruggere le centrali energetiche e le fonti di produzione e raffinazione del petrolio, è fornita da una dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti.
In una conferenza stampa, infatti, egli ha minacciato di intensificare i bombardamenti dell’Iran, un paese di circa 93 milioni di abitanti, fino a riportarlo “all’età della pietra”[9]. Come nota un autorevole editorialista, Federico Rampini, questa espressione non è nuova, ma sembra sia da attribuire “a Curtis LeMay, il generale dell’aeronautica USA responsabile della campagna di bombardamenti incendiari contro le città giapponesi nel 1945. In un singolo attacco, 300 bombardieri americani B-29 colpirono Tokyo uccidendo 100.000 persone”[10].
In effetti, la paternità del bombardamento strategico va attribuita a un italiano, l’allora colonnello (poi generale) Giulio Douhet, che la concepì durante la Prima Guerra mondiale. Egli, però, aveva proposto, inizialmente, ai suoi superiori di impiegare gli aerei del Regio Esercito solo per “procedere alla distruzione sistematica dei mezzi di produzione della Nazione avversaria, della sua ricchezza, delle sue risorse, del suo morale; tagliare le comunicazioni fra il paese e l’esercito nemico, isolandolo completamente, e impedendo così l’affluire di riserve di uomini, di materiali e di rifornimenti; costituire, dietro alla fronte che si intende attaccare, una zona di deserto e di devastazione; attaccare tale fronte quando la mancanza di comunicazioni col tergo l’abbia anemizzata e demoralizzata”[11].
La strategia americana adottata contro la Germania, durante la Seconda Guerra mondiale, rispecchia esattamente questa proposta. Douhet, però, non si era limitato a questo, ma aveva aggiunto, nel suo libro edito la prima volta nel 1921, che “l’arma aerea permette di disseminare in tutto il Paese avversario la morte e la distruzione”[12]. Il cosiddetto “bombardamento terroristico”, che – come abbiamo visto – fu praticato dall’Aviazione USA contro il Giappone, risponde a questa seconda concezione, basata sulla convinzione che le popolazioni colpite avrebbero chiesto a gran voce ai loro governi di desistere dalla lotta e arrendersi.
Già negli anni tra le due Guerre Mondiali, però, si erano levate voci di dissenso contro questa strategia, ritenuta crudele e anche inefficace. In particolare, uno studioso di Strategia britannico, l’Ammiraglio Richmond, osservò che bombardare le città era “un metodo che non può raggiungere alcuni Stati potenti, e non può essere efficace contro altri; (esso) distruggerà ciò che non potrà essere restituito, e lascerà dietro di sé, a guisa di ricordo, le tombe e le rovine che saranno un ostacolo non meno permanente alla ripresa di relazioni amichevoli; in altre parole, della Pace”[13].
In effetti, la reazione delle popolazioni soggette ai bombardamenti strategici, durante la Seconda Guerra mondiale, fu molto più stoica rispetto a quanto previsto da Douhet, almeno fino allo scoppio delle due bombe atomiche. Nei conflitti successivi, poi, è emerso che Paesi con infrastrutture critiche limitate o ben disperse, come il Vietnam, la ex Jugoslavia o l’Afghanistan, erano in grado di minimizzare gli effetti del bombardamento strategico.
Rimane da vedere se, con l’accrescimento della potenza distruttiva degli esplosivi convenzionali e l’aumento delle infrastrutture critiche nella maggior parte dei Paesi del mondo industrializzato, la strategia proposta da Douhet acquisterà maggiore efficacia: già l’Ucraina, sottoposta a bombardamenti massicci, ha mostrato una resilienza inaspettata.
Bisogna vedere cosa accadrà al popolo iraniano, anche se l’accettazione della tregua, dopo oltre un mese di bombardamenti lascerebbe pensare che la resilienza ai bombardamenti strategici non sia infinita.
La chiusura dello Stretto di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz è l’unica via che consente alle navi ubicate nel Golfo Persico di accedere all’Oceano Indiano, e viceversa. Si tratta di un braccio di mare, lungo circa 40 miglia nautiche (poco meno di 80 chilometri) e largo non più di 16 miglia (30 chilometri), tra la costa iraniana e quella omanita. A causa delle isolette e di zone di basso fondale, il traffico è incanalato lungo due corridoi, ognuno largo meno di 2 miglia (3 chilometri), uno riservato alle navi in uscita e uno dedicato alle navi in entrata nel Golfo Persico.
Non è la prima volta che l’Iran chiude lo Stretto. Lo fece durante la cosiddetta “Tanker War” (o guerra delle petroliere), la cui fase più intensa durò dal 1984 al 1988, in risposta agli attacchi iracheni contro le petroliere dirette in Iran e le istallazioni petrolifere iraniane. Anche l’Iran attaccò le petroliere dirette verso nord, oltre a posare alcuni sbarramenti di mine lungo le rotte del Golfo. Si calcola, in definitiva, che l’Iraq colpì ben 283 navi, mentre l’Iran ne colpì 168.
Solo gli Stati Uniti, all’inizio, dispiegarono le loro forze navali per mantenere aperto lo Stretto; parallelamente, nel 1987 fu creata una coalizione, cui partecipò anche l’Italia, per gestire la crisi. L’operazione, denominata “Golfo 1” durò circa un anno, e si concentrò sulla scorta dei mercantili in transito nell’area. Dopo la fine della guerra, fu necessario procedere allo sminamento del Golfo, per ristabilirvi la sicurezza della navigazione.
Nel 2020 si verificarono di nuovo attacchi da parte delle imbarcazioni veloci dei Pasdaran iraniani (Guardiani della Rivoluzione) contro mercantili britannici, per rappresaglia contro il sequestro, avvenuto a Gibilterra, di una petroliera iraniana che violava l’embargo dichiarato dai Paesi occidentali.
Fu necessario l’avvio di un’operazione europea, a guida francese, denominata EMASOH (European Maritime Awareness Strait of Hormuz) per stabilizzare l’area. L’operazione fu interrotta nel 2024, e sostituita dall’analoga missione europea Aspides nello Stretto di Bab-el-Mandeb, già citata nelle pagine precedenti.
Questo breve resoconto è sufficiente per far comprendere quanto sia giustificato l’allarme lanciato dagli studiosi di Strategia sull’importanza delle operazioni di “Choke Point Control” (controllo delle strozzature). La tentazione, da parte dei Paesi che si affacciano sui numerosi stretti, attraverso i quali passa il commercio internazionale marittimo, di usare la loro posizione per ricattare i Paesi che prosperano grazie ad esso, è sempre stata grande.
Non parliamo poi dei gruppi di popolazione locale, che in molti casi hanno deciso di trarre benefici economici, dedicandosi alla pirateria e attaccando i mercantili in transito in questi bracci di mare, grazie al fatto che questi sono costretti a procedere a velocità ridotta.
In sintesi, non c’è stretto che non sia un problema di sicurezza marittima, alla faccia del Diritto Internazionale. Ciò che stupisce è la scarsa attenzione da parte delle Marine verso la costruzione di mezzi agili e potenti, in grado di muoversi in queste strettoie marittime e di contrastare i mezzi degli aggressori, siano essi miliziani o pirati.
Le navi, infatti, che vengono mandate a operare in queste acque ristrette e piene di ostacoli naturali (scogli) o artificiali (mine) sono quelle normalmente usate nei mari aperti per operazioni alturiere; si tratta di navi potenti, ma che si muovono con difficoltà in questi bracci di mare, dove invece i mezzi dei miliziani – siano essi pilotati o radiocomandati – la fanno da padrone.
Conclusioni
Mentre Israele persegue il proprio obiettivo di eliminare, se possibile per sempre, le minacce poste dai vicini, vuoi mediante accordi, vuoi con l’uso della “Guerra senza Limiti”, gli Arabo-Palestinesi, dopo le pesanti distruzioni subite a Gaza e in Libano, e per effetto della graduale occupazione da parte di coloni ebrei della Cisgiordania, mediante azioni provocatorie che si sono moltiplicate, stanno abbandonando i leader palestinesi moderati, per allinearsi a quelli più oltranzisti, che predicano un nuovo genocidio degli Ebrei.
La determinazione dei Palestinesi a resistere sul posto, malgrado le sofferenze patite e l’estrema violenza degli scontri a Gaza, sta impressionando le opinioni pubbliche mondiali, e costituisce un punto fermo che non potrà essere eluso nei piani di pace, che al momento appare ancora lontana.
A questi si aggiunge l’ennesimo divampare della guerra tra l’Iran e i Paesi arabi, che questa volta godono dell’impegno degli Stati Uniti e i Israele a non consentire al governo di Teheran di dotarsi dell’arma atomica.
L’intensità della lotta in corso fa ben capire il motivo per cui i Paesi arabi temano un Iran dotato di bombe atomiche, tanto che appare chiaro quanto essi abbiano spinto all’intervento gli Stati Uniti per costringere l’Iran a rinunciare agli armamenti nucleari.
In questa situazione, mentre in Palestina non vi è nulla che possa essere fatto al di là di una tregua, possibilmente sorvegliata da forze consistenti, fornite da Paesi sufficientemente potenti da praticare il cosiddetto “peace enforcing” (imposizione della pace), resta da vedere se l’Iran abbandonerà la sua attività di arricchimento dell’uranio, e assumerà un atteggiamento meno aggressivo nei confronti dei Paesi dell’area.
Certo, in Palestina ogni forza di pace si troverà nella stessa situazione dei Britannici nel 1946-48, che furono costretti ad abbandonarla a sé stessa: le forze in campo dei contendenti sono numerose e ben armate, e i combattenti delle parti contrapposte sono determinati a conseguire il fine che i loro leader si prefiggono.
L’esito del conflitto in atto contro l’Iran, poi, è tutto da vedere, anche se la Cina sembrerebbe impegnarsi nel raggiungimento di una tregua durevole, specie dopo la minaccia USA di chiudere lo Stretto di Hormuz alle petroliere il cui transito è autorizzato da Teheran.
Non bisogna dimenticare, poi, che non vi sono solo le Grandi Potenze e gli Stati dell’area a ricoprire un ruolo in questa situazione. Come abbiamo visto, anche gruppi non statuali, decisamente potenti, stanno cercando di influenzare gli eventi. Ricondurli alla ragione richiederà una massiccia dose di potenza militare, unita a incentivi di vario tipo e a una serie di garanzie di sicurezza ben maggiori di quanto l’ONU stia tentando di fare nel Libano meridionale.
Non è difficile prevedere che per un tempo ancora fin troppo lungo il Medio Oriente sarà ancora una volta piagato da un conflitto senza limiti. Se vorrà un allentamento delle conflittualità nell’area, l’Occidente avrà un bel da fare per calmare gli animi e riportarvi un minimo di quiete.
Neanche forze numerose, dotate di armamenti adeguati e con una buona disposizione tattica potranno neutralizzare i violenti e ristabilire, anno dopo anno, un regime di mutua sopportazione, se non di convivenza, fintantoché le parti non capiranno la saggezza delle parole di Lord Balfour e non cercheranno di nuovo di metterle in pratica!
[1] F. BRAUDEL, Il Mediterraneo, Ed. Bompiani, 1987, pag. 57.
[2] Lettera di Lord Balfour a Lord Rotshild, del 2 novembre 1917.
[3] A. CORNELI, L’Arte di Vincere. Ed. Guida, 1992, pag. 29.
[4] Ibid. pag. 30.
[5] Ibid. pag. 34.
[6] Ibid. pag. 30.
[7] Ibid.
[8] Per approfondimenti, SANFELICE DI MONTEFORTE F., Lo Yemen e la guerra al commercio marittimo. Il quadro generale della crisi, in QUADARELLA SANFELICE DI MONTEFORTE L., Mediterranean Insecurity vol. 7, 2026, pagg. 22ss.
[9] Vds, ad es., F. RAMPINI, La minaccia di Trump all’Iran che ha 80 anni di storia, in Corriere della Sera, 7 aprile 2026.
[10] Ibid.
[11] G. DOUHET, Diario Critico di Guerra. Ed. Paravia, 1921. Vol. II, pagg. 21-22.
[12] G. DOUHET, Il Dominio dell’Aria. Ristampa a cura dell’Ufficio Storico A.M.I., 1955, pag. 6.
[13] H. RICHMOND, Sea Power in the modern world. G. Bell & Sons, 1934, pag. 206.




