scarica il file in pdf – stati unite e europa – febbraio 2026 – sanfelice
STATI UNITI ED EUROPA. DIVORZIO IMMINENTE?
Amm. Sq. Ferdinando SANFELICE di MONTEFORTE
La situazione attuale: dalla Groenlandia al disengagement statunitense
Negli ultimi mesi, l’Amministrazione statunitense ha intensificato le pressioni nei confronti del governo di Copenhagen, col fine di ottenere il placet danese all’annessione della Groenlandia. Con il conseguente divampare delle polemiche, alcuni esponenti del governo americano hanno persino minacciato di usare le “maniere forti” contro la Danimarca, un fedele alleato degli Stati Uniti nella NATO, in caso di diniego, e sono arrivati poi addirittura a negare l’esistenza di documenti ufficiali americani che sancissero il riconoscimento del possesso dell’isola da parte danese.
Puntualmente, il quotidiano britannico “The Guardian” ha pubblicato, a gennaio di quest’anno, copia della lettera in cui il Segretario di Stato americano, Robert Lensing, il 4 agosto 1916, riconosceva la sovranità danese sull’isola, in cambio della cessione agli Stati Uniti delle Antille Danesi (oggi note come Isole Vergini americane).
Il testo della lettera non avrebbe potuto essere più chiaro: “il sottoscritto Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, appositamente autorizzato dal suo Governo, ha l’onore di dichiarare che il Governo degli Stati Uniti d’America non obietterà [al fatto che] il Governo danese estenda i suoi interessi politici ed economici sull’intera Groenlandia”[1].
A parte la figuraccia – segno della scarsa preparazione storica dell’attuale amministrazione americana – la pretesa di Washington, quindi, non è giuridicamente valida. Oltretutto, grazie al fatto che – come si è visto – la Danimarca fa parte della NATO, la Groenlandia ospita già da decenni ben 10 basi statunitense, installate durante la Guerra Fredda. Ma allora, perché Washington vuole togliere la Groenlandia alla Danimarca, rischiando di rovinare in modo irreversibile le relazioni con gli Alleati europei?
Un primo indizio ci è fornito dalla dichiarazione americana secondo cui i Russi e i Cinesi sarebbero operando nelle vicinanze dell’isola, dimostratasi priva di fondamento. Più che contrastare una minaccia, sembrerebbe che Washington si voglia opporre al fatto che da qualche anno soprattutto la Cina ha avviato programmi infrastrutturali e accordi commerciali con la Danimarca, riferiti appunto all’isola.
Questo stato delle cose porta a pensare, anzitutto, che il governo americano cerchi di evitare una crescita strisciante di influenza sull’isola da parte di potenze straniere, come la Russia o la Cina, grazie alle loro iniziative economiche e infrastrutturali. Il sospetto, però, è che dietro questa posizione che rischia di portare a una rottura di rapporti con l’Europa ci sia altro, e che l’affaire groenlandese sia il pretesto per un’azione americana di sganciamento, totale o parziale, dall’Europa. In effetti, se a questa disputa si aggiunge la questione dei dazi imposti agli alleati, questo sospetto si rafforza.
L’affaire groenlandese si inserisce, oltretutto, in un’azione molto più ampia, condotta dall’attuale Amministrazione statunitense sin dall’insediamento del Presidente Trump per il suo secondo mandato. Si tratta di un’azione che sta vedendo da un lato un generale disengagment americano da numerose organizzazioni e consessi internazionali, e dall’altro un eccessivo interventismo nel continente americano (e il caso venezuelano ne è un esempio).
Vale la pena di ricordare brevemente quali siano alcuni tra i paradigmi storici della politica estera americana, condivisi da almeno una parte significativa dell’opinione pubblica, con i quali la maggioranza dei suoi leader si deve confrontare da oltre due secoli, aderendovi o rifiutandoli. Spesso la Storia ci fornisce spunti di riflessione che la semplice fotografia della situazione del momento non ci fa intravedere.
La dottrina di Monroe
Come diceva un nostro politico, “a pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”[2]. Il primo sospetto che viene in mente è che le priorità del governo americano siano cambiate. Washington sembrerebbe, infatti, volersi distaccare dall’Europa per incrementare la propria influenza nel continente americano, dominandolo o quantomeno influenzandone gli eventi, in un momento nel quale queste capacità da parte statunitense ha raggiunto il minimo storico, visto il proliferare dei governi a lei ostili.
Infatti, stando alle numerose dichiarazioni pubbliche, queste pretese espansionistiche non riguarderebbero solo la Groenlandia, ma includerebbero addirittura l’intero Canada, che qualcuno a Washington vorrebbe trasformare nel 51° (o 52°) Stato americano. E non solo! Dichiarazioni ancora più recenti sulle acquisizioni territoriali ritenute necessarie dall’America riguardano persino il Messico, già in passato concupito, ma che si è sempre dimostrato un osso troppo duro da mordere per gli USA.
E potrebbe non essere finita lì! Alcune dichiarazioni farebbero pensare che Washington, oltre ad aumentare la propria preminenza continentale, voglia allontanare del tutto gli Europei dal continente americano, assorbendo i possedimenti europei ancora presenti, come le Antille Olandesi e quelle francesi, oltre ad alcune isolette già possedute dalla Gran Bretagna e ora legate a Londra come membri del Commonwealth.
Un tale programma di acquisizioni territoriali, a prescindere dalla sua fattibilità, ha indotto molti commentatori a ritenere che il governo di Washington abbia rispolverato la “Dottrina Monroe” del 1823, nota come “L’America agli Americani” e voglia portarla fino alle estreme conseguenze, ampliandone notevolmente l’impatto.
Molti parlano di questa dottrina, ma pochi sanno che si trattava, all’origine, di un breve inciso del messaggio annuale al Congresso, promulgato il 2 dicembre 1823, nel quale il Presidente Monroe faceva un giro di orizzonte sulle relazioni internazionali del proprio governo. Come vedremo tra breve, questa dottrina subì nel tempo una serie di ampliamenti, tali da cambiarne il significato in senso restrittivo per gli Europei.
In effetti, il primo messaggio del 1823, scritto dal Presidente Monroe, sembrava perseguire un obiettivo relativamente limitato, visto che conteneva questa frase: “nelle discussioni [con lo Zar e con il re d’Inghilterra] originate da questo interesse e negli accordi che potrebbero essere chiusi, è stato ritenuto che l’occasione fosse adatta per affermare, come principio nel quale sono coinvolti i diritti e gli interessi degli Stati Uniti, che i continenti americani, grazie alla condizione di libertà e indipendenza che hanno ottenuto e mantengono, non devono essere considerati, d’ora in poi, come soggetti per future colonizzazioni da parte delle potenze europee”[3].
In effetti, il Presidente Monroe si riferiva alla recente conquista dell’indipendenza da parte delle ex colonie spagnole dell’America Centrale e Meridionale, ottenuta grazie all’appoggio, neanche troppo occulto, dell’Inghilterra e degli stessi Stati Uniti.
Questi ultimi avevano quindi paura che il governo di Londra, forte dell’ascendente guadagnato con l’aiuto ai coloni rivoltosi, ne approfittasse per estendere il proprio dominio nel continente, creando una situazione di assedio virtuale nei confronti degli USA. La dichiarazione, però, non contestava la situazione coloniale già da tempo acquisita dalle potenze europee, specie nelle Antille, in Canada e nell’America centrale.
In realtà questa prudenza era dovuta al fatto che, malgrado avessero conquistato l’indipendenza, gli Stati Uniti continuavano ad essere legati economicamente e soprattutto finanziariamente all’Inghilterra, e questa situazione non decrebbe nei decenni successivi.
Come ricorda uno studioso, negli anni 1850 “circa la metà del debito pubblico era in mani straniere, soprattutto in Inghilterra. Sia l’acquisto della Luisiana nel 1803 [dalla Francia] e gli indennizzi al Messico del 1848 a compensazione delle terre conquistate dagli Stati Uniti furono possibili grazie a prestiti da banche inglesi”[4]
Un politico americano dell’epoca, John Taylor, descrisse bene tutto ciò con la frase: “gli Inglesi che non riuscirono a conquistarci [con le due guerre del 1776-82 e del 1812-14] potrebbero comprarci”[5]. Questo tentativo di evitare la crescita dell’influenza britannica includeva, quindi, anche la volontà di affrancarsi dalla pesante tutela finanziaria di Londra, sia pure tra le righe.
Ma le preoccupazioni dei politici americani riguardavano anche le altre potenze europee, molte delle quali avevano avuto rapporti tesi con il governo di Washington, negli anni precedenti. Ciò spiega, almeno in parte, l’ipersensibilità degli USA verso le potenze straniere e in genere verso l’Europa, spesso denominata “fossa dei serpenti”[6].
Con il tempo, e con la crescita economica degli Stati Uniti, alcuni politici di Washington iniziarono a riferirsi alla Dottrina Monroe, interpretandola in modo sempre più estensivo. Il primo a fare ciò fu il Presidente James K. Polk il quale, nel suo messaggio al Congresso del 2 dicembre 1845, oltre a compiere l’abituale giro d’orizzonte sulle principali questioni internazionali, dall’acquisizione del Texas alla questione delle frontiere dell’Oregon con il Canada, si lamentò dei numerosi tentativi, da parte delle potenze europee di influenzare questi eventi.
Egli, a tal proposito, affermò che “possiamo proclamare una simile esenzione dalle interferenze europee. Le nazioni dell’America sono ugualmente sovrane e indipendenti rispetto a quelle dell’Europa. Esse posseggono gli stessi diritti, indipendenti da qualsiasi interposizione straniera, di fare la guerra, di concludere la pace e di regolare i propri affari interni. Il popolo degli Stati Uniti non può, quindi, vedere con indifferenza i tentativi delle potenze europee di interferire con l’azione indipendente delle nazioni di questo continente”.[7]
La dottrina americana passava quindi dalla “non-ricolonizzazione” alla “non interferenza” negli eventi del continente americano. Ma non bastarono le dichiarazioni di principio per frenare gli Europei. Si pensi solo al loro appoggio nei confronti della Confederazione, durante la Guerra Civile del 1861-65 e all’occupazione francese del Messico, nello stesso periodo, due atti che ledevano nelle fondamenta il principio enunciato dal Presidente Polk.
Naturalmente, grazie alla vittoria sui Confederati, il governo di Washington poté reagire, e riuscì a cacciare i Francesi dal Messico, finanziando la rivolta dei Messicani contro gli occupanti. Il povero Imperatore Massimiliano d’Austria, messo sul trono dai Francesi, decise di restare al suo posto, illudendosi di essersi conquistato comunque l’affetto del popolo, ma finì fucilato al Querétaro nel 1867.
Passarono gli anni, e la determinazione americana di cacciare i Paesi europei dal continente crebbe. La scintilla che diede luogo a questo cambio di politica fu la crudele repressione attuata dagli Spagnoli a Cuba; gli Stati Uniti, nel 1898 dichiararono guerra alla Spagna, e oltre a conquistare l’isola, ottennero il possesso di Portorico, dell’intero arcipelago delle Filippine, e infine quello dell’isola di Guam. Mentre il governo USA riconobbe subito l’indipendenza di Cuba, dovettero passare molti anni prima che lo stesso riconoscimento fosse dato alle Filippine. Guam e Portorico sono invece ancora in possesso degli USA.
In quegli anni, sull’onda di queste acquisizioni territoriali, fu il Presidente Theodore Roosevelt, che aveva combattuto in quegli anni a Cuba come colonnello della riserva, ad aggiornare lo scopo della dottrina di Monroe, arrogandosi il diritto, da parte del suo governo, di esercitare poteri di polizia internazionale.
L’origine di ciò va ricercato nel fatto che, all’interno degli Stati Uniti stava crescendo l’opposizione a quella che sembrava un’espansione imperialistica, sia pure mascherata da un velo di anticolonialismo e di umanitarismo. Infatti, oltre alle acquisizioni che la guerra con la Spagna aveva portato, qualche anno prima il governo di Washington aveva annesso l’arcipelago delle Hawaii, battendo sul tempo il Giappone, aveva soppiantato i Francesi nello scavo del Canale di Panama, appoggiandone l’indipendenza dalla Colombia e ottenendo, come ricompensa, una striscia di territorio a cavallo della zona di scavo del Canale.
Era quindi necessario trovare un compromesso, e Roosevelt lo fece, profittando del fatto che, nel frattempo, le tensioni con Londra si erano attenuate e un nuovo nemico potenziale era apparso all’orizzonte, la Germania, il cui attivismo commerciale nei confronti dei Paesi sudamericani stava ingelosendo la grande finanza USA.
La dichiarazione del Cancelliere Bismark, secondo il quale la Dottrina Monroe era “una speciale manifestazione dell’arroganza americana”[8] non aiutava certo ad attenuare la crescente rivalità tra Washington e Berlino, anche se gli operatori commerciali tedeschi si muovevano con cautela nel continente americano, per non allarmare troppo gli Stati Uniti.
Lo scandalo eruppe nel 1902, quando il governo venezuelano non fu più in grado di pagare il debito che aveva contratto con la Gran Bretagna e con la Germania. Quando le Marine delle due Nazioni iniziarono il blocco navale, bombardarono le fortezze costiere e affondarono alcune navi da guerra del Venezuela, l’opinione pubblica USA insorse, “denunciò l’intervento come una violazione della Dottrina Monroe”.[9]
Il Presidente Roosevelt scelse, per calmare le acque, lo stesso modo di comunicazione usato dai suoi predecessori, e inserì, nel suo messaggio annuale al Congresso, il 6 dicembre 1904, la frase: “cronici misfatti, o un’impotenza che sfoci nell’allentamento generale dei legami di una società civile, può in America, come altrove, richiedere in ultima istanza un intervento da parte di una Nazione civilizzata, e nell’Emisfero Occidentale l’adesione degli Stati Uniti alla Dottrina Monroe potrebbe costringere gli Stati Uniti, anche se con riluttanza, in casi flagranti di tali misfatti o di impotenza, ad esercitare un potere di polizia internazionale”[10].
Questa frase, presto denominata “Il Corollario Roosevelt” era un modo sottile per prevenire interventi diretti nel continente americano da parte delle potenze europee, rassicurandole sul fatto che il governo di Washington avrebbe preso i provvedimenti necessari, anche a loro nome.
Le dichiarazioni sulla Groenlandia sono quindi apparse a molti come un tentativo, da parte dell’attuale Amministrazione USA di ampliare ulteriormente lo scopo della Dottrina Monroe, eliminando qualsiasi presenza europea nel continente e trasformarlo in un protettorato USA.
Ma, dato che ciò appare non realizzabile, date le dimensioni di questo preteso progetto, e per le conseguenze che esso produrrebbe, alcuni hanno iniziato a sospettare che lo scopo del governo di Washington sia un altro, e contempli un ritorno, sia pure parziale al neutralismo.
Il Neutralismo
La serie di giudizi negativi sui Paesi europei, l’applicazione dei dazi e la già più volte citata pretesa sulla Groenlandia, appaiono ad alcuni commentatori come indici di un tentativo, da parte del governo americano, di allentare i legami transatlantici e tornare al neutralismo, che ha caratterizzato il Paese per oltre un secolo.
In effetti, fin dalle origini, gli Stati Uniti si sono attenuti per molti decenni al precetto contenuto nella lettera di congedo del 1796, scritta dal Presidente Washington, il quale raccomandò per gli Stati Uniti “il meno possibile di connessioni con il Vecchio Mondo e di guardarsi da alleanze permanenti”[11] anche se “lasciava la porta aperta ad alleanze temporanee per emergenze straordinarie”[12].
Da notare che l’intensità del commercio con l’Europa abbia sempre smentito la vox populi che definisce questo atteggiamento americano come “isolazionismo”. Nella sua Storia, gli Stati Uniti hanno infatti abbracciato, sia pure parzialmente, l’isolazionismo solo per alcuni mesi del 1809, per effetto della legge nota come “Non-intercourse Act” che vietava il commercio con la Francia napoleonica e la Gran Bretagna, nazioni che non rispettavano i diritti dei neutrali.
Il primo abbandono del neutralismo da parte USA fu l’intervento nella Prima Guerra Mondiale, a fianco dell’Intesa, abbandonando la politica di mediazione che, fino a quel momento, aveva caratterizzato il governo americano, il cui Presidente, Wilson, si era adoprato, insieme alla Santa Sede, per trovare una pace di compromesso e porre fine alle ostilità, sia pure senza successo.
La ragione di questo cambio di politica era stata la dichiarazione tedesca di guerra ad oltranza al traffico marittimo diretto verso la Gran Bretagna, senza alcun riguardo per i diritti dei neutrali. Il rischio di un’azione offensiva da parte dei sommergibili tedeschi, tale da ledere i diritti del commercio americano, con le conseguenti perdite umane di marittimi di quella Nazione fu una motivazione più che adeguata per giustificare, di fronte all’opinione pubblica USA l’abbandono della neutralità.
Quando, però, il Presidente Wilson, nel tentativo di creare un ordine internazionale stabile, propose la creazione della Società delle Nazioni, le tendenze neutraliste ripresero vigore. Il leader di questo ritorno al neutralismo fu, questa volta, un Senatore dell’Idaho, William E. Borah. Fin dalla sua prima elezione al Senato, Borah “si dedicò quasi esclusivamente a combattere quello che considerava il sovvertimento dei principi tradizionali americani”[13]. Naturalmente, il neutralismo degli Stati Uniti era incluso nella lista di questi principi.
Infatti, quando il collega Gilbert Hitchcock, senatore del Nebraska, propose una risoluzione in cui “si approvava la creazione della Società delle Nazioni, per assicurare pace e giustizia in tutto il mondo”[14] Borah riuscì a convincere numerosi senatori dei due partiti a bloccare la risoluzione, asserendo che questa “era uno schema per piazzare gli Stati Uniti al centro della tempesta delle politiche europee”[15].
Nel suo discorso, il senatore asserì che aderendo alla Società delle Nazioni gli Stati Uniti avrebbero “perso e abbandonato per sempre la grande politica di evitare le alleanze coinvolgenti (il termine usato era “che intrappolano”) su cui la forza di questa Repubblica si è basata per 150 anni”[16].
Il risultato fu il ritiro degli Stati Uniti dalla Società delle Nazioni, cui seguì una serie nutrita di leggi per rinforzare la neutralità del Paese:
- la prima nel 1935, che autorizzava il Presidente a proibire ogni spedizione di armi a Nazioni in guerra e raccomandava ai cittadini americani di non viaggiare su navi di Paesi belligeranti;
- la seconda, del 1936, che oltre a reiterare quanto prescritto dalla legge precedente, aggiungeva il divieto di estendere prestiti o crediti a Paesi belligeranti;
- la terza, del 1937, che aggiungeva le guerre civili (si intendeva quella spagnola) ai casi di applicazione delle leggi precedenti, ma prevedeva anche la clausola del “cash and carry” che permetteva la vendita di beni non militari, purché pagati immediatamente e trasportati dalla Nazione acquirente;
- l’ultima del 1939, che invece attenuava la posizione di rigida neutralità, permettendo l’estensione della procedura “cash and carry” agli armamenti, a favore dei belligeranti, favorendo così la Francia e la Gran Bretagna (la Germania non avrebbe mai potuto acquisire armi e trasportarle in patria, vista la superiorità marittima franco-britannica).
Fu così che, lentamente, gli Stati Uniti si avvicinarono ai vecchi alleati della Prima Guerra Mondiale. Ma le resistenze contro l’entrata in guerra degli Stati Uniti permanevano e solo l’attacco giapponese a Pearl Harbour, seguito dalle improvvide dichiarazioni di guerra da parte della Germania e dell’Italia li coinvolsero nel conflitto.
Dalla pace di Parigi alla NATO
Con l’avvicinarsi della fine della Seconda Guerra Mondiale, il Presidente Roosevelt riprese il sogno wilsoniano di un assetto internazionale stabile, garantito da apposite istituzioni, che regolassero da un lato i contenziosi tra Nazioni e dall’altro l’economia mondiale.
Mentre questi progetti – che portarono alla costituzione dell’ONU, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale – erano in pieno svolgimento, gli Stati Uniti si accorsero che l’Unione Sovietica andava oltre gli accordi di spartizione delle aree di influenza, frutto di un negoziato diretto tra Churchill e Stalin un anno prima, e non intendeva ritirare l’Armata Rossa dalle Nazioni centro-orientali dell’Europa, anzi!
Mentre tutti gli altri belligeranti smobilitavano, Mosca non lo fece, costituendo quindi una minaccia grave per tutte le Nazioni dell’Europa, le cui economie erano disastrate e la cui stabilità sociale era, oltretutto, minacciata dal proliferare dei partiti comunisti fedeli all’URSS, specie in Francia, Italia e Grecia.
Forte di questi due fattori di potenza, il governo sovietico iniziò con il minacciare la Turchia, poi fomentò la guerriglia in Grecia, impose il blocco di Berlino e infine favorì il golpe filocomunista in Cecoslovacchia, azioni che misero in allarme il governo di Washington.
Ma, oltre a vedere con crescente timore questa espansione, la principale preoccupazione dei politici americani era che Mosca, mediante un insieme di pressioni e di sovversione, unite alla minaccia della forza, permettesse al governo sovietico “di avanzare richieste ai governi europei, e che i cittadini delle Nazioni interessate, per paura di un ritorno della guerra, insistessero affinché i loro leader accondiscendessero a queste richieste”[17]. In effetti, Mosca stava “esercitando una pressione che aumentava costantemente. Tale da minacciare l’intera struttura dell’Occidente”[18].
Queste pressioni, tra l’altro, avevano fatto sì che la Finlandia, pur di mantenere l’indipendenza negli affari domestici, aveva “ceduto essenzialmente le prerogative di sicurezza e difesa a Mosca”[19]. Questa resa di una parte della propria sovranità venne presa ad esempio dei pericoli che l’Europa si trovava ad affrontare, tanto che il termine “Finlandizzazione” fu comunemente usato dai leader politici, per indicare i possibili effetti di questa minaccia posta dall’Unione Sovietica.
Ma l’altro problema che spaventava Washington era il fatto che la guerra aveva ridotto l’economia dei Paesi dell’Europa Occidentale in pezzi. Di conseguenza le tensioni sociali erano all’estremo e i partiti comunisti, fedeli al Cremlino, godevano di un appoggio popolare crescente.
Il livello di disperazione dei leader occidentali era tale che, pur di sopravvivere economicamente, alcuni governi europei, come quello italiano, pur di ottenere il carbone a prezzi scontati, si accordarono con il Belgio e con i Paesi Bassi in modo tale da fornire loro manodopera per le miniere di carbone, ottenendo 5 tonnellate di carbone a prezzo di favore per ogni lavoratore inviato nelle miniere di quei Paesi.
Il primo passo per invertire la tendenza, da parte del governo di Washington, fu quindi il varo del cosiddetto “Piano Marshall”, il 5 giugno 1947, teso a migliorare le economie europee; in effetti, i risultati furono decisamente positivi, anche se non immediati. Per questo, alcuni governi europei, e soprattutto quello della Gran Bretagna, decisero che solo un patto di autodifesa collettiva, sanzionato da un apposito trattato, poteva scoraggiare le iniziative di Mosca.
Nacque così, il 17 marzo 1948, grazie alla firma a Bruxelles dell’apposito trattato, l’Unione dell’Europa Occidentale (UEO), comprendente la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, i Paesi Bassi e il Lussemburgo. Il trattato UEO, avendo come argomento la diffesa collettiva, aveva carattere oltremodo vincolante. In particolare, il testo dell’Articolo V era molto chiaro: “se una qualsiasi delle Alte Parti Contraenti fosse oggetto di un attacco armato in Europa, le altre Alte Parti Contraenti, in accordo con quanto previsto dall’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, forniscano alla Parte attaccata tutto l’aiuto e l’assistenza militare in loro potere”[20].
Malgrado ciò, era evidente che, malgrado le parole forti adottate, si trattava di un’unione di debolezze, per cui il Ministro degli Esteri britannico, Bevin, si mise all’opera per coinvolgere gli Stati Uniti.
A Washington, i politici si divisero subito in due gruppi, quello dei favorevoli a un’alleanza con i Paesi dell’Europa Occidentale, sulla falsariga del Trattato di Bruxelles, e quelli contrari. I primi, in particolare, arrivarono a sostenere che “non importava nulla se le alleanze coinvolgenti sono state considerate peggiori del peccato originale fin dal tempo di George Washington: bisognava stringere un’alleanza militare, fin dal tempo di pace, con l’Europa Occidentale”[21].
Gli oppositori, invece, usarono due argomentazioni piuttosto forti. La prima, rappresentata dal Senatore del Texas Tom Connally, era la fedeltà al tradizionale neutralismo americano, con la paura che “fosse lasciato agli Europei di decidere la guerra per conto degli Stati Uniti”[22]. La seconda, altrettanto diffusa nel Senato americano, si focalizzava sul fatto che l’Articolo 5 della bozza di trattato, copiato di sana pianta dal corrispondente articolo del Trattato di Bruxelles, “violava la pratica costituzionale degli Stati Uniti, secondo cui solo il Congresso poteva dichiarare la guerra”[23].
A questo punto, il Presidente Truman, convinto com’era che solo un’Alleanza con i Paesi dell’Europa Occidentale avrebbe scoraggiato l’URSS dal proseguire con le sue iniziative espansionistiche e con i condizionamenti esterni, fece entrare in campo il Senatore del Missouri Arthur H. Vandenberg, che al momento ricopriva la carica di Presidente del Comitato Relazioni Estere del Senato.
Vandenberg era stato, negli anni precedenti, uno dei principali compilatori della Carta delle Nazioni Unite, e a lui si deve l’Articolo 51 sul diritto di autodifesa degli Stati. Il suo prestigio, quindi, era notevole, e molti colleghi, anche se appartenenti all’opposizione, lo ascoltavano.
Egli preparò una risoluzione – che da allora ha preso il suo nome – contenente, tra l’altro, la clausola secondo cui “gli Stati Uniti potranno legarsi in tempo di pace con Paesi fuori dall’emisfero occidentale [il continente americano] mediante accordi di sicurezza collettiva destinati a salvaguardare la pace e a rafforzare la sicurezza”[24].
Una volta che il Senato approvò questa risoluzione – che introduceva una significativa eccezione al precetto del Presidente Washington – il Segretario di Stato, Dean Acheson, chiese al Senatore Vandenberg e al suo collega Connally di rivedere la formula dell’Articolo 5, che appariva essere l’ostacolo principale alla ratifica del Trattato Nord Atlantico. La versione che ne uscì fuori riconosceva, anzitutto, che “un attacco contro un alleato sarebbe stato considerato un attacco a tutti. La clausola poi continuava, prevedendo che ogni alleato avrebbe intrapreso le azioni che avrebbe ritenuto necessarie, incluso l’impiego della forza armata”[25].
Questa formula, che annacquava non poco la bozza di testo originale, venne considerata accettabile dal Congresso, e finalmente, il 4 aprile 1949, fu possibile firmare il Trattato di Washington, che dava origine all’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, appunto la NATO.
Ironia della sorte, l’unica volta in cui si sono verificate le condizioni per l’applicazione del contestato Articolo 5 del trattato è stato proprio in conseguenza del massiccio attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Va detto che gli alleati europei non hanno lesinato aiuti al Paese attaccato, dislocando nel Nord America la componente aerea di allerta lontana, gli aerei radar AWACS (Operazione Eagle Assist), attivando un’operazione nel Mediterraneo per contrastare la logistica dei terroristi (Operazione Active Endeavour) e incrementando lo scambio di informazioni sui movimenti terroristici.
In aggiunta a queste misure, quando le forze USA invasero l’Afghanistan per cacciare i Talebani, il cui supporto nei confronti dei terroristi era ormai provato, molti Paesi alleati parteciparono con proprie forze all’invasione (Operazione Enduring Freedom).
Gli alleati europei, però, non hanno mai digerito del tutto l’annacquamento dell’Articolo 5 del Patto Atlantico, tanto che, nel Trattato di Lisbona del 2009, è stato concordato da parte di tutti i Paesi membri dell’Unione Europea un forte impegno di difesa collettiva in caso di attacco al territorio di uno Stato membro.
Gli USA, un alleato riluttante della NATO
Va detto che, per molti anni, la partecipazione USA alla NATO ha procurato loro benefici economici non indifferenti, sia attraverso la vendita di ricambi per i materiali in surplus, donati agli alleati, sia mediante l’imposizione di standard per gli armamenti che favorivano l’industria americana, sia infine con la vendita di sistemi d’arma avanzati.
Le clausole annesse a tali vendite di armamenti, però, crearono difficoltà sempre maggiori, tanto che molti membri europei dell’Alleanza iniziarono a sviluppare propri sistemi d’arma, in concorrenza con quelli americani, limitandosi ad acquistarne dagli USA solo in assenza di alternative domestiche. La crescita dell’industria europea degli armamenti si deve proprio all’insoddisfazione europea verso i sistemi “made in USA”, e il caso del software dell’ F 35 non ne è che l’esempio più recente.
A questo si aggiungeva l’accusa da parte europea, nata all’epoca di Kennedy, che il Presidente e “la sua amministrazione vedevano la NATO come uno strumento della politica americana, anziché un forum per definire obiettivi comuni con gli alleati”[26].
Questa accusa fu uno degli elementi che portarono al “divorzio nucleare” con la Francia, anche se la causa principale fu il rifiuto da parte dell’Amministrazione USA di concedere la tecnologia necessaria senza l’impegno francese a mantenere gli armamenti nucleari sotto l’egida della NATO.
La Storia dell’Alleanza non è priva di altri momenti di crisi e di spaccature. La prima ebbe luogo nel 1956, quando Francia e Gran Bretagna, in risposta alla nazionalizzazione del Canale di Suez da parte del governo egiziano, invasero la zona del Canale e gli Stati Uniti, fortemente contrari a quest’atto, fecero crollare il valore della sterlina sul mercato internazionale, costringendo le forze franco-britanniche al ritiro.
Naturalmente, l’irritazione per quest’atto durò vari anni, e fu alimentata dalla continua pressione delle varie Amministrazioni USA sugli alleati, affinché spendessero di più per la difesa. Il termine “burden sharing” fu usato più volte nei consessi dell’Alleanza, con gli Americani che accusavano gli Europei di essere “consumatori di sicurezza”, prosperando a danno degli USA mentre stavano al sicuro, coperti com’erano dall’ombrello nucleare americano.
Il culmine della tensione si ebbe quando nel 1984 il Senatore della Georgia Sam Nunn presentò un emendamento al bilancio della Difesa USA nel quale si minacciava il ritiro dall’Europa di 30.000 militari, se gli Alleati europei non avessero incrementato le spese militari. L’emendamento fu bocciato, anche se il Senato votò una misura di compromesso sotto forma di appello agli Alleati perché incrementassero il loro contributo di forze alla NATO. Il timore dei Senatori contrari all’emendamento Nunn, condiviso dall’Amministrazione americana, era che questo atto “avrebbe creato una spaccatura fra gli Alleati della NATO”.[27]
Un più recente dissidio con gli USA ebbe luogo quando il governo di Washington rifiutò di assistere gli Europei all’inizio della crisi nella ex Jugoslavia, nel 1991. Questa volta la giustificazione era valida, dato che il governo USA aveva impegnato il grosso delle sue forze nella cosiddetta “Prima Guerra del Golfo”, anche se non era mancato, per questa operazione, un contributo di forze europee.
Purtroppo, nel frattempo l’Unione dell’Europa Occidentale (UEO), che si era assunta l’onere di gestire la crisi, supportando le forze dell’ONU, in evidente difficoltà in un teatro caratterizzato dall’estrema violenza con cui le parti si combattevano, dimostrò le proprie, gravi limitazioni, perdendo definitivamente credibilità.
Anche se due anni più tardi il governo di Washington contribuì con forze significative alle operazioni nei Balcani, i governi europei non poterono evitare la constatazione che, in caso di bisogno, l’aiuto americano avrebbe potuto non materializzarsi. Era quindi necessario un’organizzazione di difesa e sicurezza europea più valida.
Dopo la diminuzione delle commesse di armamenti agli USA, quindi, la seconda spaccatura ebbe luogo con il Trattato di Maastricht del 1992, che trasformò la Comunità Economica Europea (CEE) in Unione Europea (UE). Una clausola del trattato, non a caso, istituiva la “Politica Estera e di Sicurezza Comune” (PESC), che fu il primo passo verso la creazione di una capacità di difesa e sicurezza autonome, che l’UE sta sviluppando, sia pure con esasperante lentezza.
Le operazioni condotte dalla NATO, negli anni successivi, hanno quasi tutte goduto della presenza maggioritaria di forze americane. Purtroppo, la gestione delle crisi, da parte dell’Alleanza, non è sempre stata caratterizzata da una totale concordia di vedute tra gli alleati, molti dei quali hanno posto una serie di Caveat che limitavano l’impiego delle proprie forze nei teatri operativi.
La recente polemica sulle cause dell’insuccesso della NATO in Afghanistan, sollevata dall’Amministrazione di Washington con accuse di scarso impegno dei Paesi europei, non è che l’ultimo atto di un disaccordo crescente sugli approcci strategici da seguire tra le due rive dell’Atlantico.
Conclusioni
Malgrado sia frequente, tra gli addetti ai lavori, la considerazione che le esternazioni da parte di numerosi esponenti americani non siano altro che una tecnica negoziale, nota come la “Diplomacy by tweet” in cui si minacciano atti di estrema gravità, per poi raggiungere un compromesso accettabile da ambo le parti, non c’è dubbio che gli Stati Uniti stiano rivedendo al ribasso i propri impegni internazionali, invitando gli Europei a fare di più nel campo della difesa e sicurezza, e ad assumersi maggiori responsabilità.
La realtà è che tra Europa e Stati Uniti la divergenza di obiettivi sta diventando sempre più profonda. Non vi è solo la questione della Groenlandia, né tantomeno le minacce al Canada affinché accettino di diventare uno Stato dell’Unione.
Vi sono due nodi principali: il primo è l’atteggiamento nei confronti del revanscismo russo, che ha portato alla tentata invasione dell’Ucraina. Il trascinarsi della guerra, infatti, sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa della Federazione Russa, il cui tracollo gli Stati Uniti vorrebbero evitare, mentre gli alleati europei vogliono che la Russia abbandoni per sempre le proprie rivendicazioni territoriali nei confronti di Nazioni e popoli che hanno per lungo tempo oppresso.
Il secondo divario, peraltro manifestatosi già nel passato, durante l’operazione NATO di stabilizzazione dell’Afghanistan, esiste nel campo dei metodi da seguire nella gestione delle crisi. Gli USA sono sempre più intenzionati a impiegare metodi aggressivi, usando la loro forza militare per piegare le opposizioni, mentre gli Europei sono a favore di approcci più morbidi, che privilegino la difesa dei propri interessi anziché tentare di distruggere l’avversario, e la crisi provocata dagli Houthi con i loro attacchi ai mercantili in transito nel mar Rosso lo ha confermato, tanto che l’Unione Europea ha avviato un’operazione distinta da quella americana, le cui forze sono appoggiate da una minuscola componente forza britannica.
In questi giorni, però, si è notato qualcosa che fa pensare come, all’interno dell’Amministrazione USA vi siano disaccordi, ancorché parziali, sull’approccio da seguire nei confronti degli Europei: infatti, alla recente Conferenza sulla Sicurezza, tenutasi a Monaco, da un lato il Sottosegretario alla Difesa USA Elbridge Colby ha dichiarato che “L’Europa deve assumersi la responsabilità primaria per la difesa, mentre gli Stati Uniti si devono concentrare sull’Indo-Pacifico [aggiungendo che] la condivisione degli oneri [l’ormai famoso Burden Sharing] è una correzione da tempo dovuta a uno sbilanciamento insostenibile”[28].
Più morbido, dall’altro lato, è stato il Segretario di Stato Marco Rubio, il quale, pur confermando quanto detto dal suo collega di governo, ha “provato ad attenuare l’ostilità della sua Amministrazione per l’Europa in termini di profondo amore, enfatizzando la comune identità storica e culturale e il [comune] destino”[29].
La realtà, notata da molti osservatori, è che l’Europa non può più dare per scontato l’appoggio americano, in caso di necessità, e deve prevedere l’eventualità che l’Amministrazione americana dia nel futuro un’interpretazione sempre più restrittiva agli impegni assunti con la firma del Patto Atlantico. Il rischio che corre il governo di Washington, però, è che una diminuzione degli impegni potrebbe comportare una perdita di capacità di influenzare gli orientamenti dell’Alleanza. Diceva uno studioso del XIX secolo che “quando si interviene con un contingente mediocre, in esito ai trattati stipulati, non si è che un accessorio, e le operazioni sono dirette dalla potenza principale”[30].
Una situazione del genere non sarebbe digeribile per il governo di Washington e di conseguenza il solco tra le due sponde dell’Atlantico si approfondirebbe sempre più.
In definitiva, si potrebbe dire, per usare un paradosso, che l’attuale Amministrazione USA potrebbe essere la vera madre della Comunità Europea di Difesa, voluta dal Presidente Eisenhower negli anni 1950 e mai decollata.
[1] J. KRUPS, Little known 1916 US document recognising Denmark’s interests in Greenland, in The Guardian, 1 August 2026.
[2] Questa frase viene spesso attribuita a Giulio Andreotti, celebre per la sua ironia. In realtà è stato lo stesso politico ad avere ammesso di averla sentita per la prima volta nel 1939 dal cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani, Vicario di Roma. Il cardinale a sua volta citava colui a cui va attribuita la paternità della frase: papa Pio XI (Achille Ratti), che la espresse nella forma: “A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina”.
[3] The Monroe Doctrine (1823) A portion of President James Monroe’s Seventh Annual Message to Congress, December 2, 1923, in Virtual Library for Inter-America Peace Initiatives.
[4] J. SEXTON, The Monroe Doctrine, Ed. Hill and Wang 2011, pag. 21
[5] Ibid.
[6] Ibid. pag.11.
[7] J. K. POLK, First Annual Message to Congress, December 2, 1845, in San Diego State University, https://loveman.sdsu.edu/book18_docs.html
[8] J. SEXTON, Op. cit. pag. 225.
[9] Ibid. pag. 226.
[10] President Theodore Roosevelt Fourth Annual Message to Congress, 6 December 1904, in UVA MILLER CENTER, Presidential Speeches, https://millercenter.org/the-presidency/presidential-speeches/december-6-1904-fourth-annual-message
[11] Ibid. pag. 14.
[12] Ibid. pag. 29.
[13] R. J. MADDOX, William E. Borah and American Foreign Policy, in Louisiana State University Press, 1969, pag. 3.
[14] Ibid, pag. 52.
[15] Ibid. pag. 53.
[16] W. E. BORAH, Speech on the League of Nations, in California University Northridge http://www.csun.edu
[17] T. A. SAYLE, Enduring Alliance. A History of NATO and the postwar global order, Cornell University Press, 2019, pag. 11.
[18] Ibid.
[19] Ibid, pag. 12.
[20] Trattato di Bruxelles (UEO).
[21] S. RYNNING, NATO, from Cold War to Ukraine, Yale University Press, 2024, pag. 42.
[22] Ibid. pag. 51.
[23] T. A. SAYLE, Op. cit., pag. 17.
[24] A. CAGIATI, Evoluzione dell’Alleanza Atlantica verso un ampliato e rafforzato Occidente, Ed. Franco Angeli, 2009, pag. 41.
[25] S. RYNNING, Op. cit., pag. 52.
[26] T. A. SAYLE, Op, cit., pag. 77.
[27] W. BIDDLE, Senate bars move to reduce troops with NATO forces, in New York Times, 21 June 1984.
[28] M. HERTUNG, Europe Is America’s Secret Weapon. And We’re Giving It Up, in The Bulwark, 17 febbraio 2026.
[29] Ibid.
[30] A. H. JOMINI, Précis de l’Art de la Guerre, Ed. Ivrea, 1994, pag. 30.



